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Attivitˆ dello studio

Adozioni

L’adozione è l’istituto giuridico con cui (gli adottanti) due coniugi sposati da almeno 3 anni – sono conteggiati anche gli anni di convivenza prematrimoniale more uxorio - assumono civilmente come figlio un soggetto (l’adottato) con cui non hanno legami di sangue e con il quale intercorre una differenza di età compresa tra i 18 e i 45 anni.

L’adozione può essere nazionale o internazionale.

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Attivitˆ dello studio

Responsabilità medica

Responsabilità professionale del medico per i danni derivanti dalla propria illecita condotta (commissiva od omissiva) posta in essere in violazione di una norma.

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Attivitˆ dello studio

Diritto minorile

Tutela dei diritti dei minori, quali:
  1. diritto innato alla vita;
  2. diritto ad un nome;
  3. diritto a conservare l’identità, la nazionalità, il nome e le relazioni familiari;
  4. diritto a non essere separato dai genitori, salvo che tale separazione sia nell’interesse superiore del fanciullo;
  5. diritto a formarsi una propria opinione; alla libertà di espressione, alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione;
  6. diritto all'educazione;
  7. diritto al riposo, allo svago ed al gioco;
  8. diritto ad essere protetto contro lo sfruttamento economico e da qualsiasi tipo di lavoro rischioso;
  9. diritto ad essere protetto contro ogni forma di sfruttamento sessuale e violenza sessuale;
  10. diritto a non essere sottoposto a tortura, o a trattamenti e punizioni crudeli, inumani o degradanti;
  11. diritto a non partecipare a conflitti armati se di età tra i quindici e i diciotto.

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Attivitˆ dello studio

Diritto di famiglia (separazioni, divorzi, unioni civili)

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Attivitˆ dello studio

Successioni

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Attivitˆ dello studio

Diritto ecclesiastico (contratti IOR)

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Attivitˆ dello studio

Diritto ecclesiastico (nullità matrimoniali)

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Attivitˆ dello studio

Attività di consulenza e di assistenza in materia commerciale

...

Attività di consulenza e di assistenza in materia commerciale sia nella fase stragiudiziale di negoziazione, redazione dei contratti, che nella fase giudiziale di nullità o annullamento contrattuale, nonchè di risoluzione per inadempimento.

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Studio Legale Mauro e Attasi

Viale America, 125
00144 Roma
tel. +39 06.5913779 - +39 06.54281338
fax +39 06.54210345
email: segreteria@studiolegalemauroattasi.it

Studio Legale Rotale Avv. Piera Attasi

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La Consulenza Legale


Per richiedere una consulenza legale, compilate la scheda in basso con i vostri dati e una breve indicazione del tema in esame con formulazione del quesito; verrete contattati entro 48 ore. 

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Avv. Vincenzo Mauro

  • Laureato alla Università di Roma ‘’La Sapienza’’ nel 1992 esercita la professione in Roma dal 1997, con abilitazione dinanzi la Corte di Cassazione e le Giurisdizioni Superiori dal 2010.
  • Inizialmente collabora con lo studio dell’avv. Dante de Marco fino al 2003 dove approfondisce le tematiche relative al diritto commerciale, societario e delle cooperative, oltre il diritto del lavoro nei diversi aspetti precontenziosi e giudiziali; partecipa alla costituzione dello studio legale M&A nel 2013.
  • Nel corso degli anni ha sviluppato specifiche conoscenze nell’ambito del diritto della proprietà, del diritto immobiliare, delle locazioni e del condominio, nonché nel diritto delle successioni e delle divisioni, maturando esperienze significative sia nell’ambito del contenzioso giudiziale che nell’ambito della conciliazione e mediazione nella fase stragiudiziale.
  • Ha maturato significative esperienze nella consulenza in gestioni patrimoniali ed immobiliari, dalla costituzione, alla amministrazione e fino alla divisione.
  • Gestisce con estrema cura le esigenze e gli interessi del cliente per il raggiungimento di soluzioni conciliative al fine di evitare lunghi contenziosi giudiziari e limitare i relativi oneri economici e costi.

Contatta l'Avv. Vincenzo Mauro: v.mauro@studiolegalemauroattasi.it

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Avv. Piera Attasi

  • Esercita la professione forense dal 2000 e nel 2010 partecipa alla fondazione dello studio M&A, con abilitazione dinanzi la Corte di Cassazione e le Giurisdizioni Superiori dal 2014.
  • Ha acquisito con passione e abnegazione una comprovata e qualificata competenza in materia di diritto di famiglia e diritto minorile. Ha sviluppato ulteriori e specifiche competenze ed esperienze nella gestione dei patrimoni familiari, nel diritto immobiliare, internazionale in particolare in Egitto, Svizzera e America.
  • Nel 2013 amplia le sue qualifiche e si licenzia in Diritto Canonico, divenendo anche Avvocato Ecclesiastico e Consulente nelle procedure di nullità del matrimonio canonico.

Contatta l'Avv. Piera Attasi: p.attasi@studiolegalemauroattasi.it

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News


Questo è il nostro giornale di bordo, dove mettiamo a disposizione una collezione di articoli, pensieri, idee ed altre informazioni da consultare, per approfondire gli argomenti delle materie di cui ci occupiamo.

06/08/19

Disconoscimento paternità.

In tema di disconoscimento di paternità, il quadro normativo (art. 30 Cost, art. 24 Cost., comma 2, della Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE, e art. 244 cc) e giurisprudenziale attuale impone un bilanciamento fra il diritto all'identità personale legato all'affermazione della verità biologica e l'interesse alla certezza degli status ed alla stabilità dei rapporti familiari, nell'ambito di una sempre maggiore considerazione del diritto all'identità personale, non necessariamente correlato alla verità biologica ma ai legami affettivi e personali sviluppatesi all'interno di una famiglia, specie quando trattasi di un minore infraquattordicenne.

Tale bilanciamento non può costituire il risultato di una valutazione astratta, ma occorre un accertamento in concreto dell'interesse superiore del minore nelle vicende che lo riguardano, con particolare riferimento agli effetti del provvedimento richiesto in relazione all'esigenza di uno sviluppo armonico dal punto di vista psicologico, affettivo, educativo e sociale.

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31/07/19

La maggiore età dell’adottando.

Se durante il procedimento per l’adottabilità l’adottando raggiunge la maggiore età, il processo si estingue per cessazione della materia del contendere perché il risultato del procedimento non è più conseguibile.

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31/07/19

Legittimazione al risarcimento del danno: art. 82 GDPR.

L’art. 82 GDPR dispone che il risarcimento del danno riguardi i danni "materiali e immateriali", ricalcando la formulazione inglese “material or non-material damage” e richiamando il concetto di “danno patrimoniale” e “danno non patrimoniale”. Questo articolo prevede che il legittimato passivo sia in primo luogo il titolare del trattamento coinvolto nelle operazioni di trattamento, ma l’elemento innovativo concerne il riconoscimento della legittimazione passiva anche in capo al responsabile del trattamento. Bisogna specificare però che il responsabile è tenuto al risarcimento quando: 1) ha agito in modo difforme o contrario alle istruzioni impartite dal titolare del trattamento violando l’obbligo contrattuale, 2) quando il titolare ha violato gli obblighi posti a suo carico dal GDPR.

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08/04/19

L'autonomia negoziale dei coniugi in ambito internazionale e la scelta della normativa applicabile in caso di separazione o divorzio.

L’Italia, avendo dato vita con altri sedici Stati membri ad una cooperazione rafforzata, risulta oggi vincolata al reg. (UE) n. 1259/2010. L’applicazione di tale regolamento comporta quasi il totale superamento della disciplina prevista dall’art 31 della L. 31 maggio 218 del 1995 che individua, come legge da applicare alla separazione e allo scioglimento, la legge nazionale comune dei coniugi al momento della domanda di separazione o di scioglimento del matrimonio ed aggiunge che “in mancanza si applica la legge dello Stato nel quale la vita matrimoniale risulta prevalentemente localizzata”. Infatti l’ambito applicativo della nuova disciplina è pressoché universale poiché la scelta del diritto da applicare può ricadere, non solo sulla disciplina di uno stato non partecipante alla cooperazione rafforzata, ma anche su quella di uno stato non membro dell’UE.

La portata innovativa è di tutta evidenza: mentre l’art 31 comma 1 non dà alcun rilievo alla volontà dei coniugi, con le novità apportate dal reg. UE n. 1259 del 2010 si assiste al tralignamento dell’autonomia internazionalprivatistica. L’art 5 del regolamento conferisce all’optio legis delle parti un rilievo primario. Si demanda ai soggetti la scelta della normativa applicabile permettendo di selezionarla all’interno di un catalogo di leggi predeterminate e, in ipotesi, financo adottate oltreoceano.

Occorre precisare che si tratta di una scelta orientata: è il legislatore a individuare il novero delle leggi entro il quale le parti potranno esercitare la loro scelta. L’art 5 par 1 stabilisce che la scelta può avere ad oggetto: “ a) la legge dello Stato di residenza abituale dei coniugi; b) la legge dello Stato di ultima residenza abituale dei coniugi, a condizione che uno dei due vi risieda ancora al momento dell'accordo; c) la legge dello Stato di cittadinanza dei coniugi ovvero di uno soltanto di essi- in tutti i casi, da accertarsi al momento dell'accordo - e, infine, d) la legge del foro.

È un dato empirico che la scelta dei coniugi ricade più frequentemente sul diritto di ordinamenti (come quello albanese e rumeno) che, al contrario di quello italiano, non prevedono la necessità del previo periodo di separazione ai fini dell’ottenimento di una pronuncia di divorzio. La legittimità di una scelta di questo tipo non può essere in nessun modo contestata, non trovando origine la ratio della previsione di un previo periodo di separazione in uno dei principi fondamentali dell’ordinamento. Non possono quindi essere invocate ragioni attinenti alla salvaguardia dell’ordine pubblico.

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22/01/19

Il testamento olografo e le sue caratteristiche.

E’ una forma di testamento scritto interamente a mano dal testatore datato (precisando giorno, mese e anno) e sottoscritto dal medesimo. In assenza di uno di questi tre requisiti, il testamento è nullo ai sensi del primo comma dell’art. 606 del codice civile. Quindi non sono validi i testamenti scritti in tutto o in parte con l’ausilio di strumenti meccanografici e quelli scritti con mano guidata da altri.

Sono ammesse correzioni e aggiunte per mano di terzi purché siano irrilevanti e non mutino la sostanza del testamento. In caso contrario tali aggiunte comportano la nullità del testamento.

Il testamento olografo è una scrittura privata liberamente redatta dal testatore; pur essendo sempre possibile depositarlo presso un notaio per garantire una più sicura conservazione del documento, ciò deve avvenire alla presenza obbligatoria di testimoni e non produce nessun effetto giuridico.

 Ai sensi dell’art. 608 del codice civile è sempre possibile per il testatore ritirare il testamento già depositato presso il notaio. Tale ritiro non influisce sulla validità del testamento e non implica la volontà del testatore di revocarlo.

In più è sempre possibile per il testatore modificare le previsioni precedentemente scritte. 

Gli eredi possono instaurare un giudizio per accertare la veridicità del testamento.

La Corte di Cassazione ha stabilito più volte che in tale giudizio la perizia grafologica deve necessariamente essere condotta sull’originale del documento. Questo per garantire che il perito rinvenga tutti gli elementi essenziali al fine di stabilire la veridicità del testamento. (ex multis Cass., Sez. VI, Ord. N. 711/2018).

Le Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 12307 del 15/06/2015 hanno stabilito che “la parte che contesti l’autenticità del testamento olografo deve proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura, e grava su di essa l'onere della relativa prova, secondo i principi generali dettati in tema di accertamento negativo.”

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16/01/19

Il procedimento di ingiunzione.

Il procedimento di ingiunzione (artt. 633 e ss.) è una forma speciale e abbreviata del normale processo di condanna, dal quale differisce per la struttura, perché all’accertamento contenzioso è sostituita una cognizione sommaria, inizialmente senza contraddittorio, con la quale si giunge a decreto di condanna. Contro quest’ultimo il debitore può fare opposizione, instaurando un giudizio a cognizione piena che si svolge con tutte le garanzie del contraddittorio. Il procedimento di ingiunzione è dunque, diretto a far conseguire, al creditore che se ne avvalga, una pronuncia di condanna in forme più agili e spedite rispetto a quelle tipiche della cognizione ordinaria. La competenza ad emanare il decreto appartiene al Giudice di pace o al Tribunale monocratico.

Secondo l’art. 633 c.p.c può ottenere un decreto ingiuntivo:

·         Chi è creditore di una somma di denaro liquida, o di una determinata quantità di cose fungibili;

·         Chi ha diritto alla consegna di una cosa mobile determinata;

·         Gli avvocati, i cancellieri, gli ufficiali giudiziari e chiunque abbia prestato la sua opera in occasione di un processo, per il pagamento di onorari dovuti per le loto prestazioni giudiziali;

·         I notai ed altri esercenti una libera professione o arte per la quale esiste una tariffa legalmente approvata , per onorari o rimborsi di spese.

La prova che il creditore deve fornire in ordine alla esistenza del suo diritto è una prova scritta.

La domanda d’ingiunzione si propone con ricorso, il quale, oltre i requisiti generali di ogni atto di parte indicati nell’art.125, deve contenere:

-          L’indicazione delle prove che si producono (il titolo);

-          L’indicazione del procuratore del ricorrente, oppure, quando è ammessa la costituzione di persona, la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio nel Comune dove ha sede il giudice adito; in mancanza le notificazioni possono essere fatte presso la cancelleria;

-          Se la domanda riguarda la consegna di cose fungibili, essa deve contenere anche la dichiarazione della somma di denaro che il ricorrente è disposto ad accettare in mancanza della prestazione in natura, a definitiva liberazione dell’altra parte.

Il ricorso va depositato in cancelleria insieme con i documenti che si allegano. Il giudice emette, quindi, la decisione sulla base delle prove documentali fornite inaudita altera parte.

Depositati il ricorso ed i documenti, possono verificarsi due ipotesi:

1.      Rigetto della domanda (art. 640). Se il giudice ritiene non sufficientemente giustificata la domanda, dispone che il cancelliere ne dia notizia al ricorrente, invitandolo a provvedere alla prova. Se il ricorrente non vi provvede o, se la domanda non è accoglibile, il giudice, ove il ricorso non venga ritirato, lo rigetta con decreto motivato. Il decreto di rigetto non pregiudica, però la possibilità di riproporre la domanda.

2.      Accoglimento della domanda (art. 641). Se esistono le condizioni previste dall’art. 633, quindi, il ricorso è accoglibile, il giudice pronuncia decreto motivato col quale ingiunge all’altra parte di pagare la somma o di consegnare la cosa o la quantità di cose richieste, nel termine di 40 giorni, con l’avvertimento espresso che nello stesso termine può essere fatta opposizione e che , in mancanza di questa, si procederà ad esecuzione forzata.

Tuttavia il termine per il pagamento o per la consegna non viene sempre concesso al debitore, in quanto il  giudice, su istanza del ricorrente, può ingiungere al debitore di pagare o consegnare senza dilazione, autorizzando in mancanza l’esecuzione provvisoria del decreto (decreto immediatamente esecutivo), nei casi previsti dall’art. 642 c.p.c.

Il decreto, insieme con il ricorso, deve essere notificato all’ingiunto, e dalla data di notifica decorre il termine per l’opposizione e per il pagamento. Il decreto diviene inefficace se non è notificato entro 60 giorni dalla pronuncia, se deve avvenire nel territorio della Repubblica, 90 giorni negli altri casi (art.644). La domanda però può essere riproposta.

L’opposizione è il mezzo con cui l’ingiunto, che ritenga ingiusta la condanna, impugna il decreto. L’opposizione si propone con atto di citazione davanti allo stesso ufficio giudiziario a cui appartiene il giudice monocratico che ha emesso il decreto ingiuntivo, nel termine di 40 giorni. Il giudizio si svolge nelle forme del procedimento ordinario davanti al giudice adito.

 

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11/01/19

Il diritto di avere animali nel condominio

La riforma del 2012 sul condominio ha rinnovato la disciplina relativa alla tenuta degli animali nelle abitazioni. A tal proposito, all’art. 1138 c.c. riguardante il regolamento di condominio, è stato inserito un ultimo comma che sostiene che le norme del regolamento non possono vietare di possedere o detenere animali domestici. In sede di approvazione del testo di tale articolo si è preferito utilizzare il termine “domestico” anziché “animale da compagnia”, poiché il termine “animale domestico” dal punto di vista legale appare diverso e più ristretto rispetto a quello “animale da compagnia”. Tale modifica però non ha evitato equivoci in materia che al contrario sono aumentati. Il rischio dell’ambiguo aggettivo “domestico” è infatti quello di incrementare le liti condominiali e l’abbandono degli animali stessi.

La confusione interpretativa è stata provocata anche dal fatto che non esiste una definizione legislativa volta ad identificare quali animali sono da considerare domestici. 

Le cose sono completamente differenti per quanto riguarda il caso dell’inquilino che invece di acquistare l’abitazione nel condominio, prende in affitto un appartamento all’interno dello stesso. In questo caso la normativa da la possibilità al proprietario, nel contratto di locazione, di impedire allo stesso di introdurre in casa qualsiasi animale domestico.

Per quanto invece concerne la detenzione di animali “selvatici” in Italia essa è vietata in particolare se tali animali sono reputati pericolosi o rientrano in specie protette (ad esempio ratti, canguri, lemuri, serpenti, tartarughe, orsi lavoratori, lupi, cinghiali, volpi). Questo divieto se non viene rispettato può comportare severe conseguenze stabilite dalla legge n. 150 del 1992. L’art. 6 comma 1 della predetta legge vieta a chiunque di commerciare o detenere esemplari vivi di mammiferi e rettili selvatici che possono costituire pericolo per la salute o l’incolumità pubblica, pena l’applicazione di severe sanzioni penali che come precisa la legge n. 68/2015 possono essere dell’arresto da sei mesi a due anni e l’ammenda da euro quindicimila a centocinquantamila. Gli animali che vengono tenuti illegalmente dovranno essere confiscati.

La Convenzione CITIES ha consentito invece di poter detenere alcune specie esotiche (pappagalli, rettili, scimmie, volpi) ma solo previa autorizzazione e con un permesso contenente tutti i dati relativi all’animale.

Quindi qualora non vi sia un esplicito divieto approvato all’unanimità da tutti i condomini si ritiene consentita la detenzione di tutti gli animali non vietati dalla legge e che non creino un pericolo per la salute e l’incolumità.

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04/01/19

Ex coniugi: reddito di cittadinanza o assegno di mantenimento?

L’obiettivo del reddito di cittadinanza è fornire a tutti disoccupati in cerca di una nuova occupazione un reddito mensile di circa 780 euro.

Nella bozza di decreto attuativo della misura prevista dalla legge di bilancio 2019, il richiedente e tutti i componenti del nucleo familiare beneficiario si dovranno attivare per cercare un posto di lavoro, pena la perdita del sostegno economico per tutto il nucleo familiare.

Tale condizione non opera in caso in cui si chieda la “pensione di cittadinanza”, ma è esclusa per i componenti del nucleo beneficiario del reddito di cittadinanza pensionati o con età superiore a 65 anni.

Da marzo chi vorrà chiedere il reddito di cittadinanza dovrà presentare anche la DID a nome di tutti i componenti il nucleo familiare in età da lavoro, purché non già occupati e non frequentanti un corso di studio o di formazione. Gli stessi dovranno collaborare alla definizione del “patto per il lavoro” (ossia un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale) con gli operatori del centro per l’impiego o dei servizi sociali del comune di residenza.

Si dovranno accettare gli obblighi e gli impegni previsti nel “patto per il lavoro”, tra cui quello di eseguire corsi di formazione, di accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue e di offrire la propria disponibilità alla partecipazione a progetti gestiti dal comune di residenza, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni, per almeno otto ore settimanali.

Cosa succede se il richiedente il reddito di cittadinanza è una donna separata che percepisce anche l’assegno di mantenimento dal marito?

Se l’assegno di mantenimento percepito è superiore ai 780 euro previsti del reddito di cittadinanza le sarà impedito di ottenere la nuova misura di sostentamento, se invece l’assegno di mantenimento dovesse prevedere una cifra inferiore potrebbe essere possibile la concessione alla donna separata di un’integrazione in modo da percepire, sommando le due somme, 780 euro mensili.

Invece nel caso in cui l’ex moglie, dopo il divorzio, dovesse ottenere il reddito di cittadinanza, sarebbe possibile per l’ex marito chiedere al giudice di annullare o modificare le condizioni di mantenimento in favore della ex coniuge. E tale istanza potrebbe essere anche accolta alla luce degli ultimi orientamenti giurisprudenziali che vedrebbero tutte le donne autonome e lavoratrici.

Tuttavia questo scenario è plausibile se la donna in questione è giovane e con esperienze lavorative precedenti: in questo caso le sarebbe facile trovare una nuova occupazione e usufruire soltanto del reddito di cittadinanza in attesa delle nuove proposte lavorative.

Diversa è l’ipotesi in cui l’ex moglie è una donna non più giovane che si è sempre occupata soltanto della casa e della famiglia: in questo caso sarebbe meglio continuare a percepire l’assegno di mantenimento. Ciò per ben due ordini di motivi: poiché ancora non è certo che gli ex coniugi abbiano diritto a richiedere il reddito di cittadinanza e perché non è ancora possibile capire quanto a lungo durerà questa misura e sarà mantenuta dai prossimi Governi.

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04/01/19

La responsabilità medica conseguente al danno iatrogeno.

Il danno iatrogeno differenziale rappresenta una sorta di danno biologico. Può altersì essere definito come pregiudizio alla salute collegato all’aggravamento di una lesione o di una patologia, derivato dal comportamento colposo di un sanitario, imputabile alla colpa di un terzo o a cause naturali. Tale pregiudizio sussiste nelle seguenti situazioni: per errore del medico; aggravamento o mancata guarigione della lesione alla salute; la presenza di una lesione alla salute; l’intervento di un operatore sanitario per far fronte a tale condizione di salute.

Da notare è che la lesione originaria alla salute di un soggetto, sulla quale poi si unisce il danno iatrogeno differenziale, può dipendere da due situazioni: o dal caso fortuito, da forza maggiore o dalla condotta di un terzo incolpevole; oppure da una condotta umana di un terzo colpevole.

È opportuno evidenziare che l’aggravamento della lesione preesistente per colpa del medico è rappresentato dallo stabilizzarsi di disturbi che il danneggiato avrebbe evitato altrimenti o in quanto sarebbe guarito o perché sarebbe guarito con disturbi permanenti ma di entità minore rispetto a quelli consolidatesi. In tale ipotesi si pone la questione se il medico che abbia causato l’aggravamento o la mancata guarigione debba rispondere dell’intero danno del paziente o solo pro quota del danno a lui addebitato. Sembrerebbe giusto dire che il medico risponda solo del danno a lui addebitabile cioè derivante dalle azioni da lui commesse, in realtà però il legislatore prima e la giurisprudenza ermellini poi hanno ritenuto che il medico debba rispondere dell’intero danno cagionato al paziente indipendentemente dal fatto che la lesione sia dovuta per caso fortuito o forza maggiore o per colpa di un terzo.

La modalità di quantificazione del danno nel caso in cui il creditore agisca per il solo danno iatrogeno differenziale e non per l’intero danno, è prassi di alcuni uffici giudiziari chiedere al C.T.U quale sia il grado di invalidità permanente residuato al danneggiato, e quanta parte dello stesso sia stato causato dalla lesione originaria. Così l’ausiliario dovrà fornire a tal proposito due valutazioni percentuali: una prima valutazione riguardante il danno originario, una seconda riguardante il danno iatrogeno differenziale. Una volta quantificate tali percentuali, si valuta la differenza tra la percentuale di invalidità in cui versa il danneggiato e la percentuale di invalidità che ci sarebbe comunque stata a seguito dell’intervento chirurgico così ottenendo la liquidazione del danno de quo. Questa modalità di calcolo del danno, consistente nel sottrarre la percentuale di invalidità permanente in concreto verificatasi a seguito dell’errore medico alla percentuale che comunque si sarebbe verificata anche in assenza di errore del medico, è da considerarsi errata, facendo riferimento invece  alla modalità liquidatoria secondo il principio sancito dai Giudici di Piazza Cavour nella sentenza n. 6341/2014 secondo la quale “in tema di responsabilità medica, allorché un paziente, già affetto da una situazione di compromissione dell’integrità fisica, sia sottoposto ad un intervento che, per la sua cattiva esecuzione, determini un esito di compromissione ulteriore rispetto alla percentuale che sarebbe comunque residuata anche in caso di ottimale esecuzione dell’intervento stesso, ai fini della liquidazione del danno con il sistema tabellare, deve assumersi come percentuale di invalidità quella effettivamente risultante, alla quale va sottratto quanto monetariamente indicato in tabella per la percentuale di invalidità comunque ineliminabile, e perciò non riconducibile alla responsabilità del sanitario”.

 

 

 

 

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11/12/18

Successioni: principi generali.

Nell’ordinamento giuridico italiano vi sono due modalità di trasferimento di diritti e proprietà: con atto tra vivi e con la successione.

Con il termine successione si designa il fenomeno con cui un soggetto subentra ad un altro nella titolarità di uno o più diritti o rapporti giuridici (anche passivi, come i debiti). La morte di una persona determina l’apertura della sua successione. L’apertura avviene nel luogo dell’ultimo domicilio del defunto, art. 456 cod. civ. Il momento identificativo della morte si ha con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo. Aperta la successione, occorre vedere a chi spettano il patrimonio ereditario o singoli beni. Si parla di delazione all’eredità, ovvero di offerta dell’eredità ad una persona, che se vuole la può acquistare (art. 457, cod. civ.).

La designazione del successibile può avvenire in due modi: per legge, successione legittima, o per testamento, successione testamentaria.

La legge vieta esplicitamente varie tipologie di patti successori: confermativi o istitutivi (con cui Tizio conviene con Caio di lasciargli la propria eredità); dispositivi ( vendo a Caio i beni che dovrebbero pervenirmi dall’eredità di X) e rinunciativi ( convengo con Caio di rinunciare all’eredità di X non ancora devoluta), art. 458 cod. civ.

Vietata è anche la donazione mortis causa, in cui la morte del donante funziona come causa dell’attribuzione patrimoniale (in contemplazione della mia morte ti dono ecc.).
Con la morte del de cuius colui che è chiamato all’eredità, sia per legge  sia per testamento, acquista  la qualità di erede e la titolarità dei beni e dei diritti solo dopo una sua dichiarazione di volontà chiamata accettazione o adizione dell’eredità.

Qualunque persona fisica che, al momento dell’apertura della successione, sia già nata o concepita e sia ancora in vita è senz’altro capace di succedere, art. 462 comma 1, cod. civ.
L’eredità non si acquista se non con l’accettazione da parte del chiamato, art. 459 cod. civ.
Si distinguono due tipi di accettazione: pura e semplice o con beneficio di inventario.
Per effetto della prima si verifica la confusione tra il patrimonio del defunto e quello dell’erede, che diventano un patrimonio solo. Se, invece, il chiamato all’eredità accetta con beneficio di inventario, non si produce la confusione dei patrimoni.

L’accettazione ancora, può essere espressa oppure tacita.
La prima consiste nella esplicita manifestazione della volontà di acquistare l’eredità (art. 475 cod. civ.); la seconda si ha quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede, (art. 476 cod. civ).

Il diritto di accettare l’eredità è soggetto alla prescrizione ordinaria di anni 10, decorrente dalla data dell’apertura della successione; il termine non è suscettibile di interruzione. L’eredità così come può essere accettata può essere rifiutata.

La rinuncia all’eredità consiste in una dichiarazione unilaterale non recettizia, con la quale il chiamato all’eredità manifesta la sua decisione di non acquistare l’eredità, art. 519 cod. civ. La rinuncia richiede una forma particolare, deve essere ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione. La rinuncia, come l’accettazione, è un actus legitimus. Non tollera né termini né condizioni.

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09/08/19

La risoluzione è l'unico strumento con il quale i creditori possono liberarsi di tutti gli effetti prodotti dal concordato.

I debiti concordatari possono fondare la dichiarazione di fallimento dell'impresa della quale sia stato omologato il concordato preventivo solo a seguito della risoluzione del concordato.

(Corte App. Firenze, 16.5.2019)

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09/08/19

Il patto di compensazione è opponibile indipendentemente dal fatto che il debito dell'istituto di credito sia divenuto liquido ed esigibile dopo la domanda di concordato.

Il patto di compensazione stipulato contestualmente al deposito dei titoli acquistati presso la banca ed a garanzia del credito derivante dal finanziamento da questa concesso al debitore ammesso alla procedura è opponibile indipendentemente dal fatto che il debito dell'istituto di credito sia divenuto liquido ed esigibile dopo la domanda di concordato. 

(Cass. civ., sez. I ord., 10.4.2019, n. 10091).

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09/08/19

La prededuzione dei crediti opera anche tra procedure concorsuali consecutive.

Il fenomeno della consecuzione funge da elemento di congiunzione tra procedure distinte e consente di traslare dall'una all'altra procedura la precedenza procedimentale in cui consiste la prededuzione, facendo sì che la stessa valga non solo nell'ambito in cui è maturata, ma anche nell'altro che alla prima sia conseguito. Tale il principio di diritto espressamente enunciato dal giudice di legittimità in una recente pronuncia.

(Cass. civ., sez. I, 11.6.2019, n. 15724).

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09/08/19

IVA: data a decorrere dalla quale si può emettere la nota di credito in presenza di un concordato preventivo con continuità aziendale.

L'Agenzia delle Entrate, con la risposta ad istanza di interpello del 18 dicembre 2018, n. 113, ha resi nuovi chiarimenti in merito alla tempistica per l'emissione delle note di variazione IVA nel caso di società sottoposta alla procedura di concordato preventivo con continuità aziendale. Il piano prevedeva: 

- la focalizzazione dell'attività sui prodotti con maggiori margini di guadagno; 

- la liquidazione di beni che non erano più funzionali allo svolgimento dell'attività ridefinita; 

- la suddivisione in tre classi dei creditori chirografari, con diverse percentuali di soddisfacimento dei relativi crediti.

Per effetto del concordato, sarebbe rimasta insoddisfatta una parte dei crediti vantati dai creditori chirografari nei confronti della società assoggettata alla procedura di concordato (falcidia dei crediti). L'Agenzia delle Entrate ha specificato che le note di variazione devono essere emesse dai creditori chirografari (i cui crediti sono stati falcidiati) dal momento in cui il piano di riparto viene portato a compimento (dies a quo). Inoltre, l'Agenzia delle Entrate ha specificato che le note di variazione devono essere emesse dai creditori chirografari (i cui crediti sono stati falcidiati) dal momento in cui il piano di riparto viene portato a compimento (dies a quo). Pertanto, l'emissione della nota di variazione emessa decorsi i termini per poter esercitare il diritto alla detrazione di cui all'art. 19, comma 1, D.P.R. n. 633/1972, non legittima l'emittente alla detrazione e non obbliga alla registrazione chi la riceve. 

(Interpello 18 dicembre 2018, n. 113).

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09/08/19

Non riconosciuta la deducibilità degli oneri se il contribuente non provvede a trasmettere la dichiarazione di esecuzione delle opere con attestazione del loro costo.

Non può essere riconosciuta la deducibilità degli oneri se il contribuente non provvede a trasmettere la dichiarazione di esecuzione delle opere con attestazione del loro costo. La Cassazione ha precisato che l'art. 1, comma 1, lett. d), del D.M. n. 41 del 1998 prevede che il contribuente, per potersi avvalere, nei limiti previsti, della deducibilità degli oneri sostenuti per interventi di ristrutturazione edilizia debba tra l'altro trasmettere, per i lavori il cui importo complessivo supera la somma di € 51.645,69, dichiarazione di esecuzione dei lavori con indicazione del loro costo, sottoscritta da un soggetto iscritto negli albi degli ingegneri, architetti e geometri, ovvero da altro soggetto abilitato all'esecuzione degli stessi. L'art. 4 del D.M. citato dispone, poi, che la detrazione non è riconosciuta in caso di violazione di quanto previsto all'art. 1, commi 1 e 2. Non può essere riconosciuta la deducibilità degli oneri, pertanto, se il contribuente non provvede a trasmettere la dichiarazione di esecuzione delle opere con attestazione del loro costo.

(Cass. civ., sez. V, 11 luglio 2019, n. 18611).

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09/08/19

Il ritardo del conduttore nella riconsegna della cosa locata legittima soltanto la condanna generica al risarcimento del danno da occupazione.

Il mero ritardo del conduttore nella riconsegna della cosa locata legittima soltanto la condanna generica al risarcimento del danno da occupazione; ogni differente danno, sia esso derivante da danneggiamento dell'immobile o da perdita di opportunità di vendita-locazione, deve essere adeguatamente provato.

(Cass. civ., sez. III, 16 luglio 2019, n. 18946)

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09/08/19

In caso di pluralità di locatori il singolo può agire al fine di ottenere il rilascio dell'immobile.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 17933 del 4 luglio 2019, ha stabilito che in caso di pluralità di locatori ciascuno di essi gode di pieni poteri gestori. In difetto di prova contraria, il singolo può agire al fine di ottenere il rilascio dell'immobile, dovendosi pertanto escludere la necessità di integrazione del contraddittorio.

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09/08/19

Il pignoramento delle quote di proprietà dell'immobile determina l'automatica cessazione di efficacia del contratto di locazione.

Il pignoramento di alcune quote di proprietà dell'immobile determina l'automatica cessazione di efficacia del contratto di locazione. La Corte di Cassazione con sentenza del 19 luglio 2019, n. 19522 ha precisato che la comune volontà dei comproprietari locatori, in ipotesi diretta a consentirne l'eventuale rinnovazione, si sarebbe dovuta necessariamente formare previa autorizzazione del giudice dell'esecuzione.


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09/08/19

Anche il condomino danneggiato dalle infiltrazioni d'acqua paga pro quota i lavori di riparazione.

Secondo la Corte di Appello di Catania (sentenza del 4 giugno 2019, n. 1273) anche "il condomino danneggiato dalle infiltrazioni d'acqua paga pro quota i lavori di riparazione in quanto comproprietario della stessa corte comune e come tale corresponsabile, al pari degli altri condomini, della manutenzione della stessa corte comune". Qualora, quindi, si debba procedere alla riparazione del cortile o viale di accesso all'edificio condominiale, che funga anche da copertura per i locali sotterranei di proprietà esclusiva di un singolo condomino, ai fini della ripartizione delle relative spese non si può ricorrere ai criteri previsti dall'art. 1126 c.c., ma si deve, invece, procedere ad un'applicazione analogica dell'art. 1125 c.c., il quale costituisce ipotesi particolare del principio generale dettato dall'art. 1123, comma 2, c.c.

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09/08/19

Sequestro dei beni intestati a persona estranea al reato.

In tema di reati tributari, nel caso di sequestro preventivo per equivalente avente ad oggetto beni formalmente intestati a persona estranea al reato, incombe sul giudice una pregnante valutazione sulla disponibilità effettiva degli stessi. A tal fine, è necessaria la prova, con onere a carico del Pubblico Ministero, della riferibilità concreta degli stessi all'indagato. 

(cfr. Cass. Pen., 2 luglio 2019, n. 28583).

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13/06/19

Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili (26 marzo 2019).

LETTERA APOSTOLICA 
IN FORMA DI «MOTU PROPRIO»

DEL SOMMO PONTEFICE 
FRANCESCO

SULLA PROTEZIONE DEI MINORI E DELLE PERSONE VULNERABILI

La tutela dei minori e delle persone vulnerabili fa parte integrante del messaggio evangelico che la Chiesa e tutti i suoi membri sono chiamati a diffondere nel mondo. Cristo stesso infatti ci ha affidato la cura e la protezione dei più piccoli e indifesi: «chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5). Abbiamo tutti, pertanto, il dovere di accogliere con generosità i minori e le persone vulnerabili e di creare per loro un ambiente sicuro, avendo riguardo in modo prioritario ai loro interessi. Ciò richiede una conversione continua e profonda, in cui la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la credibilità dell’annuncio evangelico e a rinnovare la missione educativa della Chiesa.

Desidero, quindi, rafforzare ulteriormente l’assetto istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro i minori e le persone vulnerabili affinché nella Curia Romana e nello Stato della Città del Vaticano:

- sia mantenuta una comunità rispettosa e consapevole dei diritti e dei bisogni dei minori e delle persone vulnerabili, nonché attenta a prevenire ogni forma di violenza o abuso fisico o psichico, di abbandono, di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamento che possano avvenire sia nelle relazioni interpersonali che in strutture o luoghi di condivisione;

- maturi in tutti la consapevolezza del dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto;

- sia efficacemente perseguito a norma di legge ogni abuso o maltrattamento contro minori o contro persone vulnerabili;

- sia riconosciuto a coloro che affermano di essere stati vittima di sfruttamento, di abuso sessuale o di maltrattamento, nonché ai loro familiari, il diritto ad essere accolti, ascoltati e accompagnati;

- sia offerta alle vittime e alle loro famiglie una cura pastorale appropriata, nonché un adeguato supporto spirituale, medico, psicologico e legale;

- sia garantito agli imputati il diritto a un processo equo e imparziale, nel rispetto della presunzione di innocenza, nonché dei principi di legalità e di proporzionalità fra il reato e la pena;

- venga rimosso dai suoi incarichi il condannato per aver abusato di un minore o di una persona vulnerabile e, al contempo, gli sia offerto un supporto adeguato per la riabilitazione psicologica e spirituale, anche ai fini del reinserimento sociale;

- sia fatto tutto il possibile per riabilitare la buona fama di chi sia stato accusato ingiustamente;

- sia offerta una formazione adeguata per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

Pertanto, con la presente Lettera stabilisco che:

1. I competenti organi giudiziari dello Stato della Città del Vaticano esercitano la giurisdizione penale anche in ordine ai reati di cui agli articoli 1 e 3 della Legge N. CCXCVII, sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabilidel 26 marzo 2019, commessi, in occasione dell’esercizio delle loro funzioni, dai soggetti di cui al punto 3 del Motu Proprio «Ai nostri tempi», dell’11 luglio 2013.

2. Fatto salvo il sigillo sacramentale, i soggetti di cui al punto 3 del Motu Proprio «Ai nostri tempi», dell’11 luglio 2013, sono obbligati a presentare, senza ritardo, denuncia al promotore di giustizia presso il tribunale dello Stato della Città del Vaticano ogniqualvolta, nell’esercizio delle loro funzioni, abbiano notizia o fondati motivi per ritenere che un minore o una persona vulnerabile sia vittima di uno dei reati di cui all’articolo 1 della Legge N. CCXCVII, qualora commessi anche alternativamente:

i. nel territorio dello Stato;

ii. in pregiudizio di cittadini o di residenti nello Stato;

iii. in occasione dell’esercizio delle loro funzioni, dai pubblici ufficiali dello Stato o dai soggetti di cui al punto 3 del Motu Proprio «Ai nostri tempi», dell’11 luglio 2013.

3. Alle persone offese dai reati di cui all’articolo 1 della Legge N. CCXCVII è offerta assistenza spirituale, medica e sociale, compresa l’assistenza terapeutica e psicologica di urgenza, nonché informazioni utili di natura legale, tramite il Servizio di accompagnamento gestito dalla Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano.

4. L’Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica organizza, di concerto con il Servizio di accompagnamento della Direzione di Sanità e Igiene, programmi di formazione per il personale della Curia Romana e delle Istituzioni collegate con la Santa Sede circa i rischi in materia di sfruttamento, di abuso sessuale e di maltrattamento dei minori e delle persone vulnerabili, nonché sui mezzi per identificare e prevenire tali offese e sull’obbligo di denuncia.

5. Nella selezione e nell’assunzione del personale della Curia Romana e delle Istituzioni collegate con la Santa Sede, nonché di coloro che prestano collaborazione in forma volontaria, deve essere accertata l’idoneità del candidato ad interagire con i minori e con le persone vulnerabili.

6. I Dicasteri della Curia Romana e le Istituzioni collegate con la Santa Sede a cui abbiano accesso i minori o le persone vulnerabili adottano, con l’assistenza del Servizio di accompagnamento della Direzione di Sanità e Igiene, buone prassi e linee guida per la loro tutela.

Stabilisco che la presente Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» venga promulgata mediante la pubblicazione su L’Osservatore Romano e, successivamente, inserita negli Acta Apostolicae Sedis.

Dispongo che quanto stabilito abbia pieno e stabile valore, anche abrogando tutte le disposizioni incompatibili, a partire dal primo giugno 2019.

Dato a Roma presso San Pietro, il 26 marzo dell’anno 2019, settimo del Pontificato.

 

FRANCESCO

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04/02/19

Discorso del Santo Padre Francesco al Tribunale della Rota Romana per l'inaugurazione dell'anno giudiziario (2019)

Martedì, 29 gennaio 2019

Eccellenza,
Cari Prelati Uditori
,

rivolgo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto, ad iniziare dal Decano, che ringrazio per le sue parole. Saluto quanti prendono parte a questo incontro: gli Officiali, gli Avvocati e gli altri collaboratori del Tribunale Apostolico della Rota Romana. A tutti formulo sinceri voti augurali per l’Anno giudiziario che oggi inauguriamo.

La società in cui viviamo è sempre più secolarizzata, e non favorisce la crescita della fede, con la conseguenza che i fedeli cattolici fanno fatica a testimoniare uno stile di vita secondo il Vangelo, anche per quanto riguarda il Sacramento del matrimonio. In tale contesto, è necessario che la Chiesa, in tutte le sue articolazioni, agisca concordemente per offrire adeguato sostegno spirituale e pastorale. Nel quotidiano ministero a servizio del matrimonio cristiano, voi fate esperienza di due fondamentali capisaldi non solo della teologia e del diritto matrimoniale canonico, ma anche e ancor prima dell’essenza stessa della Chiesa di Cristo: l’unità e la fedeltà. Questi due beni matrimoniali, infatti, prima di essere, anzi, per essere obblighi giuridici di ogni unione coniugale in Cristo, devono essere epifania della fede battesimale.

Perché sia validamente contratto, il matrimonio richiede che si stabilisca in ciascuno dei nubendi una piena unità e armonia con l’altro, affinché, attraverso il mutuo scambio delle rispettive ricchezze umane, morali e spirituali – quasi a modo di vasi comunicanti – i due coniugi diventino una sola cosa. Il matrimonio richiede anche un impegno di fedeltà, che assorbe tutta la vita, diventando stabilmente consortium totius vitae (can.1135).

Unità e fedeltà sono due valori importanti e necessari non solo tra i coniugi, ma in generale nei rapporti interpersonali e in quelli sociali. Tutti siamo consapevoli degli inconvenienti che determinano, nel consorzio civile, le promesse non mantenute, la mancanza di fedeltà alla parola data e agli impegni assunti.

L’unità e la fedeltà. Questi due beni irrinunciabili e costitutivi del matrimonio, richiedono di essere non solo adeguatamente illustrati ai futuri sposi, ma sollecitano l’azione pastorale della Chiesa, specialmente dei vescovi e dei sacerdoti, per accompagnare la famiglia nelle diverse tappe della sua formazione e del suo sviluppo. Tale azione pastorale naturalmente non può limitarsi all’espletamento delle pratiche, pur necessarie e da svolgere con cura. Occorre una triplice preparazione al matrimonio: remota, prossima e permanente. Quest’ultima è bene che comprenda in modo serio e strutturale le diverse tappe della vita coniugale, mediante una formazione accurata, volta ad accrescere negli sposi la consapevolezza dei valori e degli impegni propri della loro vocazione.

I soggetti principali di questa formazione matrimoniale, in virtù del loro ufficio e ministero, sono i pastori; tuttavia, è quanto mai opportuno, anzi, necessario coinvolgere le comunità ecclesiali nelle loro diverse componenti, che sono corresponsabili di questa pastorale sotto la guida del Vescovo diocesano e del parroco. L’obbligo è quindi in solidum, con responsabilità primaria dei pastori e la partecipazione attiva della comunità nel promuovere il matrimonio e accompagnare le famiglie con il sostegno spirituale e formativo.

Per comprendere questa necessità pastorale, ci farà bene considerare, nelle Scritture, l’esperienza dei santi sposi Aquila e Priscilla. Essi furono tra i più fedeli compagni della missione di San Paolo, che li chiama con grato affetto suoi sinergoi, cioè collaboratori in pieno dell’ansia e del lavoro dell’Apostolo. Si resta colpiti e commossi da questo riconoscimento alto da parte di Paolo verso l’opera missionaria di questi sposi; e nello stesso tempo si può riconoscere come tale sinergia fosse un dono prezioso dello Spirito alle prime comunità cristiane. Chiediamo pertanto allo Spirito Santo di donare anche oggi alla Chiesa sacerdoti capaci di apprezzare e valorizzare i carismi dei coniugi con fede robusta e spirito apostolico come Aquila e Priscilla.

La cura pastorale costante e permanente della Chiesa per il bene del matrimonio e della famiglia richiede di essere realizzata con i vari mezzi pastorali: l’accostamento alla Parola di Dio, specialmente mediante la lectio divina; gli incontri di catechesi; il coinvolgimento nella celebrazione dei Sacramenti, soprattutto l’Eucaristia; il colloquio e la direzione spirituale; la partecipazione ai gruppi familiari e di servizio caritativo, per sviluppare il confronto con altre famiglie e l’apertura ai bisogni dei più svantaggiati.

D’altra parte, i coniugi che vivono il loro matrimonio nell’unità generosa e con amore fedele, sostenendosi a vicenda con la grazia del Signore e con il necessario supporto della comunità ecclesiale, rappresentano a loro volta un prezioso aiuto pastorale alla Chiesa. Infatti, offrono a tutti un esempio di vero amore e diventano testimoni e cooperatori della fecondità della Chiesa stessa. Davvero tanti sposi cristiani sono una predica silenziosa per tutti, una predica “feriale” direi, di tutti i giorni, e dobbiamo purtroppo constatare che una coppia che vive da tanti anni insieme non fa notizia - è triste questo -, mentre fanno notizia gli scandali, le separazioni, i divorzi… (cfr Omelia a S. Marta, venerdì 18 maggio 2018).

Gli sposi che vivono nell’unità e nella fedeltà riflettono bene l’immagine e la somiglianza di Dio. Questa è la buona notizia: che la fedeltà è possibile, perché è un dono, negli sposi come nei presbiteri. Questa è la notizia che dovrebbe rendere più forte e consolante anche il ministero fedele e pieno di amore evangelico di vescovi e sacerdoti; come furono di conforto per Paolo e Apollo l’amore e la fedeltà coniugale degli sposi Aquila e Priscilla.

Cari Prelati Uditori, rinnovo a ciascuno la mia gratitudine per il bene che fate al popolo di Dio, servendo la giustizia mediante le vostre sentenze. Esse, oltre al rilievo del giudizio in sé per le parti interessate, concorrono ad interpretare correttamente il diritto matrimoniale. Tale diritto si pone al servizio della salus animarum e della fede degli sposi. Pertanto, si comprende il puntuale riferimento delle sentenze Rotali ai principi della dottrina cattolica, per quanto riguarda l’idea naturale del matrimonio, con relativi obblighi e diritti, e ancor più per quanto concerne la sua realtà sacramentale.

Grazie di cuore per il vostro lavoro! Invoco su di esso la divina assistenza e vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!

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28/01/19

il matrimonio contratto tra persone di orientamento religioso differente.

Oggi a causa della globalizzazione e delle migrazioni vi sono sempre più di frequente religioni, culture e nazionalità diverse che si incontrano.

Nei matrimoni contratti tra persone di religioni diverse vi sono differenti regimi giuridici matrimoniali i quali determinano conflitti di norme.

Gli artt. 2-4 della “Dignitas Connubi” (DC) contengono le norme di conflitto per i tribunali ecclesistici, questi ultimi sono competenti a valutare la validità di un matrimonio, anche nel caso in cui entrambi i coniugi non siano cattolici.

Per quanto concerne il diritto sostanziale, il giudice dovrà applicare il diritto cui siano soggetti i coniugi acattolici.

Nel Concilio Vaticano Secondo, la chiesa cattolica ha modificato il proprio atteggiamento nei confronti delle altre confessioni cristiane, delle religioni non cristiane e delle concezioni del mondo non religiose; all’art. 16 della “Unitatis redintegratio” esso chiarisce che le Chiese d’Oriente hanno la facoltà di regolarsi in base alle loro discipline. Mentre in riferimento alle comunità religiose lo stesso all’art 4 comma 2 della “Dignitatis Humanae” ha stabilito il diritto di reggersi secondo le proprie norme.

In tutto ciò è compresa la libertà di rispettare e avere un proprio ordinamento giuridico.

Se il matrimonio è contratto con un coniuge non cattolico, il tribunale ecclesiastico è competente sempre se l’altro coniuge è cattolico, ciò perché la di loro competenza sulla parte cattolica si ripercuote anche sul coniuge non cattolico tramite il matrimonio; se invece il matrimonio è contratto tra due persone con cattoliche, i tribunali ecclesiastici cattolici sono competenti anche nei matrimoni in cui nessuno dei due coniugi sia cattolico, solo qualora lo stato libero di una delle due parti sia provato davanti alla Chiesa cattolica.

Il caso più frequente per la prova dello stato libero si realizza quando il coniuge acattolico voglia sposare un cattolico, poiché risulta necessario verificare se ci sia un vincolo matrimoniale esistente che impedisce ciò.

Ve ne sono altri di casi: ad esempio il coniuge che intende convertirsi oppure che si trovi nello stato di catecumeno o il caso in cui la sentenza riguardante la validità del matrimonio sia pregiudiziale per la risoluzione di un’altra questione rientrante nella giurisdizione ecclesiastica.

È inoltre opportuno dire che ogni procedimento innanzi a un tribunale ecclesiastico deve svolgersi secondo il diritto processuale canonico, ciò deriva dal fatto che secondo il “Dignitas connubi” la causa di nullità di un matrimonio contratto tra due non battezzati deve svolgersi secondo le norme di tale diritto e nulla dice nel caso in cui si fa riferimento a matrimoni contratti da due acattolici battezzati o tra un cattolico e un acattolico.

La “Dignitas connubi” si basa sul principio in base al quale ad ogni matrimonio deve essere applicata la legge secondo la quale lo stesso sia stato contratto dai coniugi. A tal proposito vi sono diversi casi da prendere in considerazione: ad esempio per quanto concerne il matrimonio tra acattolici battezzati il DC afferma l’applicabilità del diritto proprio della Chiesa o della Comunità ecclesiale di appartenenza del non cattolico infatti le chiese ortodosse e le comunità anglicane per esempio hanno un loro diritto matrimoniale. Se invece la comunità ecclesiale non possiede un proprio diritto matrimoniale, il matrimonio deve essere giudicato secondo la legge vigente nella Comunità ecclesiale, la quale sarà nella maggior parte dei casi una legge statale, un esempio è dato dalle Comunità ecclesiali protestanti poiché le stesse pur avendo una legge sul matrimonio, lasciano allo Stato la disciplina dello stesso.

Altro caso è dato dal matrimonio tra due non cristiani, nello stesso la nullità del matrimonio è decisa in base alle norme del diritto a cui erano soggette le parti al tempo della celebrazione del matrimonio. Ma anche se non viene specificato quale diritto debba essere applicato, sarebbe opportuno sostenere che in via principale deve essere applicato il diritto della comunità religiosa a cui appartengono le parti, e deve essere applicata la legge statale solo se la comunità non abbia un proprio diritto matrimoniale. Tale interpretazione rappresenta tuttavia una novità poiché finora i non cristiani sono vincolati principalmente dalla legge statale di riferimento.

Ulteriore caso riguarda il matrimonio tra un cattolico e un battezzato non cattolico, quindi il caso diverso rispetto a quelli finora presi in considerazione dove entrambi i coniugi appartenevano alla medesima comunità religiosa, in tal caso invece essi appartengono a diverse confessioni e a tal proposito vi sono due ordinamenti giuridici da prendere in considerazione: secondo un primo ordinamento il matrimonio concluso tra un cattolico e un battezzato non cattolico è regolato dal diritto canonico perché un coniuge è cattolico; il secondo orientamento invece ritiene che tale tipo di matrimonio sia regolato anche dal diritto della parte non cattolica.

Dalla presentazione delle norme di conflitto della DC finora compiuta però è stata esclusa l’importante questione del diritto divino il quale si dice si applichi a tutti gli uomini senza distinzione di religione o cittadinanza. Per tale ragione esso deve essere preso in considerazione anche in quelle cause matrimoniali nelle quali siano coinvolti dei non cattolici.

Il diritto divino quindi può essere applicato come diritto sostanziale anche quando siano coinvolti dei non cattolici oppure può avere l’effetto di escludere l’applicazione della legge matrimoniale straniera in contrasto con la legge divina.

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04/01/19

il diritto dei figli all'educazione religiosa.

La libertà di educazione religiosa del minore si colloca tradizionalmente nell’ambito della disciplina dei rapporti familiari, poiché la famiglia viene ritenuta il luogo primario per l’attuazione del progetto educativo.

Lo Stato non può imporre ai genitori l’educazione religiosa, essa risulta libera, ovviamente ciò entro i limiti del rispetto della persona e dei diritti del minore. A tal proposito infatti lo Stato non può né intromettersi nella elezione dei valori da trasmettere alla prole, né tantomeno operare una valutazione preferenziale verso una determinata appartenenza religiosa.

Questa libertà dei genitori di educare la prole secondo i dettami del proprio credo religioso, peraltro riconosciuta e garantita dalla legislazione statale e da quella internazionale recepita dai singoli ordinamenti, risulta circoscritta, oltre che dal limite dell’interesse del minore, anche al riconoscimento dell’attitudine dello stesso a sviluppare un certo grado di autodeterminazione.

 Secondo l’ordinamento giuridico italiano i genitori debbono delineare congiuntamente, e liberamente, l’indirizzo educativo, anche religioso, da impartire alla prole, ma consapevoli del fatto che quell’educazione rappresenta in realtà un mero avviamento, perché il minore, raggiunta la maturità necessaria, dovrà vedersi riconosciuto il diritto a scegliere il proprio indirizzo religioso.

Ma tale educazione religiosa dei figli, concepita libera dai vari ordinamenti statali, costituisce invece nell’ordinamento canonico l’adempimento di uno specifico dovere.

Il codice vigente, al canone 795, afferma che la vera educazione deve perseguire la formazione integrale della persona umana. La formazione spirituale non può certo essere esclusa da questa “realizzazione integrale” della persona, e la famiglia cristiana è considerata l’ambiente naturale e necessario in cui darvi attuazione. Questo ruolo è stato ribadito più recentemente nei due Sinodi dei Vescovi del 2014 e del 2015, in occasione dei quali si è tornato a evidenziare il ruolo della famiglia quale soggetto attivo dell’evangelizzazione.

Occorre precisare che il compito di fornire ai figli l’educazione religiosa, in quanto completamento del diritto-dovere “naturale” di provvedere al pieno sviluppo della prole, grava su tutti i genitori, anche quelli non battezzati.

Il diritto-dovere di educare i figli nella fede cattolica è delineato al canone 793 CIC, secondo tale norma i genitori sono vincolati dall'obbligo, e insieme hanno il diritto, di educare la prole; inoltre, i genitori cattolici hanno anche il dovere e il diritto di scegliere mezzi e istituzioni attraverso i quali provvedere, nel modo più opportuno, all'educazione cattolica dei figli.

Educare cristianamente i figli è dunque oggetto della responsabilità di entrambi i genitori e questa educazione deve essere impartita sin dai primi anni di vita.

Risulta invece più faticosa l’educazione religiosa da impartire alla prole nei matrimoni tra coniugi di diversa fede. A tal proposito per l’ordinamento canonico risulterebbe sufficiente un insegnamento del genitore cattolico il più possibile vicino a quello della Chiesa, qualora non sia fattibile educare la prole dichiaratamente nella fede cattolica. Questo consentirebbe di trattenere uno degli ostacoli più significativi alla comunione di vita dei coniugi di fede diversa, ossia la conflittualità sull’orientamento religioso da impartire ai figli.

 

 

 

 

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31/08/18

Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti all'incontro "European Jesuits in Formation".

Buongiorno. Sono contento di accogliervi. Grazie tante di questa visita, mi fa bene. Quando io ero studente, quando si doveva andare dal Generale, e quando con il Generale dovevamo andare dal Papa, si portava la talare e il mantello. Vedo che questa moda non c’è più, grazie a Dio.

Mi ha fatto ridere il sacerdote quando ha parlato di unificare la pastorale dei Gesuiti. Io avevo capito che si trattasse di unificare le anime e i cuori dei Gesuiti, non le modalità, perché se si fa questo finisce la Compagnia di Gesù. Si diceva che il primo ruolo del Generale era di “pascolare i Gesuiti”, e un altro diceva: “Sì, ma è come pascolare un gregge di rospi”: uno di qua, uno di là… Ma questo è bello, perché ci vuole una grande libertà, senza libertà non si può essere Gesuita. E una grande obbedienza al pastore; il quale deve avere il grande dono del discernimento per permettere a ognuno dei “rospi” di scegliere quello che sente che il Signore gli chiede. Questa è l’originalità della Compagnia: unità con grande diversità.

Il Beato Paolo VI ci ha detto, nella XXXII Congregazione generale, che lì dove ci sono gli incroci delle idee, dei problemi, delle sfide, lì c’è un Gesuita. Leggete quel discorso: a mio avviso è il discorso più bello che un Papa abbia fatto alla Compagnia. Era un momento difficile per la Compagnia, e il Beato Paolo VI incomincia il discorso così: “Perché dubitate? Un momento di dubbi? No! Coraggio!”. E vorrei collegarlo con un altro discorso, non di un Papa bensì di un Generale, di Pedro Arrupe: è stato il suo “canto del cigno”, nel campo rifugiati in Thailandia, non so se a Bangkok o a sud di Bangkok. Ha fatto quel discorso presso l’aereo ed è atterrato a Fiumicino con l’ictus. È stata la sua ultima predica, il suo testamento. In questi due discorsi c’è la cornice di quello che oggi la Compagnia deve fare: coraggio, andare alle periferie, agli incroci delle idee, dei problemi, della missione… Lì c’è il testamento di Arrupe, il “canto del cigno”, la preghiera. Ci vuole coraggio per essere Gesuita. Non vuol dire che un Gesuita debba essere incosciente, o temerario, no. Ma avere coraggio. Il coraggio è una grazia di Dio, quella parresia paolina… E ci vogliono ginocchia forti per la preghiera. Credo che con questi due discorsi voi avrete l’ispirazione per andare dove lo Spirito Santo vi dirà, nel cuore.

Poi si parla di comunicazione, che è uno dei vostri temi. A me piace tanto il metodo comunicativo di San Pietro Favre: sì, Favre comunicava e lasciava che gli altri comunicassero. Leggete il memoriale: è un monumento alla comunicazione, sia quella interiore con il Signore, sia quella esterna con la gente.

E vi ringrazio per quello che fate. Andate avanti, agli incroci, senza paura. Ma siate ancorati al Signore.

Pregate per me, non dimenticatevi! Questo lavoro [del Papa] non è facile… Forse questa sembra un’eresia, ma abitualmente è divertente. Grazie.

Abbiamo ancora alcuni minuti: se qualcuno di voi vuole fare qualche domanda o qualche riflessione, approfittiamo di questi minuti. Così io imparo dalle vostre eresie…

Domanda [in inglese]:
Grazie per le Sue parole, Santo Padre. Il tema dei nostri incontri è la comunicazione, i giovani. Qualcuno una volta mi ha detto che essere religiosi o sacerdoti significa che una cosa che non dovremo mai affrontare è la disoccupazione. Ma molti giovani, anche con una preparazione elevata, si trovano a rischiare la disoccupazione. Trovo che questo sia una sfida per me, per vedere le cose dal loro punto di vista, perché so che la Compagnia di Gesù e la Chiesa avranno sempre un compito per me, da qualche parte. Trovo che questa sia una grande sfida per la comunicazione: questa è un’esperienza di disoccupazione che so che non avrò mai. E’ una cosa che trovo difficile…

Papa Francesco:

Forse questo è uno dei problemi più acuti e più dolorosi per i giovani, perché va proprio al cuore della persona. La persona che non ha lavoro, si sente senza dignità. Ricordo una volta, nella mia terra, una signora è venuta a dirmi che sua figlia, universitaria, parlava parecchie lingue, non trovava lavoro. Io mi sono mosso con alcuni laici, lì, e hanno trovato un lavoro. Quella donna mi ha scritto un biglietto che diceva: “Grazie, Padre, perché Lei ha aiutato mia figlia a ritrovare la dignità”. Non avere lavoro toglie la dignità. E di più: non è il fatto di non poter mangiare, perché può andare alla Caritas e le danno da mangiare. Il problema è non poter portare il pane a casa: toglie la dignità. Quando io vedo – voi vedete – tanti giovani senza lavoro, dovremo domandarci perché. Troverete sicuramente la ragione: c’è una risistemazione dell’economia mondiale, dove l’economia, che è concreta, lascia il posto alla finanza, che è astratta. Al centro c’è la finanza, e la finanza è crudele: non è concreta, è astratta. E lì si gioca con un immaginario collettivo che non è concreto, ma è liquido o gassoso. E al centro c’è questo: il mondo della finanza. Al suo posto avrebbero dovuto esserci l’uomo e la donna. Oggi questo è, credo, il grande peccato contro la dignità della persona: spostarla dal suo posto centrale. Parlando l’anno scorso con una dirigente del Fondo Monetario Internazionale, lei mi ha detto che aveva avuto il desiderio di fare un dialogo fra l’economia, l’umanesimo e la spiritualità. E mi ha detto: “Sono riuscita a farlo. Poi mi sono entusiasmata e ho voluto farlo tra la finanza, l’umanesimo e la spiritualità. E non sono riuscita a farlo, perché l’economia, anche quella di mercato, si può aprire all’economia sociale di mercato, come aveva chiesto Giovanni Paolo II; invece, la finanza non è capace, perché tu non puoi afferrare la finanza: è ‘gassosa’ ”. La finanza assomiglia su scala mondiale alla catena di Sant’Antonio! Così, con questo spostamento della persona dal centro e col mettere al centro una cosa come la finanza, così “gassosa”, si generano vuoti nel lavoro.

Ho voluto dire questo in generale perché lì ci sono le radici del problema della mancanza di lavoro, posto dalla tua domanda: “Come posso io capire, comunicare e accompagnare un giovane che è in quella situazione di non lavoro?”. Fratelli, ci vuole creatività! In ogni caso. Una coraggiosa creatività, per cercare il modo di venire incontro a questa situazione. Ma non è una domanda superficiale, quella che tu hai fatto. Il numero dei suicidi giovanili è in aumento, ma i governi – non tutti – non pubblicano il numero esatto: pubblicano fino a un certo punto, perché è scandaloso. E perché si impiccano, si suicidano questi giovani? La ragione principale di quasi tutti i casi è la mancanza di lavoro. Sono incapaci di sentirsi utili e finiscono… Altri giovani non se la sentono di affrontare il suicidio, ma cercano un’alienazione intermedia con le dipendenze, e la dipendenza, oggi, è una via di fuga da questa mancanza di dignità. Pensate che dietro ad ogni dose di cocaina – pensiamo – c’è una grande industria mondiale che rende possibile questo, e probabilmente – non sono sicuro – il movimento di denaro più grande nel mondo. Altri giovani sul telefonino vedono cose interessanti come progetto di vita: almeno danno un lavoro… Questo è reale, succede! “Ah, io prendo l’aereo e vado ad arruolarmi nell’Isis: almeno avrò mille dollari in tasca ogni mese e qualcosa da fare!”. Suicidi, dipendenze e uscita verso la guerriglia sono le tre opzioni che i giovani hanno oggi, quando non c’è lavoro. Questo è importante: capire il problema dei giovani; far sentire [a quel giovane] che io lo capisco, e questo è comunicare con lui. E poi muoversi per risolvere questo problema. Il problema ha soluzione, ma bisogna trovare il modo, c’è bisogno della parola profetica, c’è bisogno di inventiva umana, bisogna fare tante cose. Sporcarsi le mani… È un po’ lunga la mia risposta alla tua domanda, ma sono tutti elementi per prendere una decisione nella comunicazione con un giovane che non ha lavoro. Hai fatto bene a parlare di questo, perché è un problema di dignità.

E cosa succede quando un Gesuita non ha lavoro? Lì c’è un problema grosso! Parla presto con il padre spirituale, con il superiore, fai un bel discernimento sul perché…

Grazie. Non ti do più lavoro [rivolto al traduttore].

Domani è la festa di San Pietro Favre: pregatelo perché ci dia la grazia di imparare a comunicare.

Preghiamo la Madonna: Ave o Maria…

[Benedizione]

E non dimenticatevi, per favore, quei due discorsi: quello del Beato Paolo VI, nel 1974, alla XXXII Congregazione generale, e quello di padre Arrupe in Tailandia, il suo canto del cigno, il suo testamento.


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31/08/18

Nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica sulla pena di morte – Rescriptum “ex Audentia SS.mi”, 02.08.2018.

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25/07/18

Le mutilazioni genitali femminili e il concetto di violenza alla luce della normativa europea.


L'espressione "mutilazioni genitali femminili" (MGF), utilizzata nel diritto europeo, si riferisce a interventi sugli organi genitali femminili. Le singole pratiche che le compongono sono meglio note, a seconda del grado differente di ablazione, con le seguenti espressioni: escissione, fibulazione o, in inglese, "female genital cutting" (FGC).
Per delineare le forme che le ablazioni in questione possono assumere sono stati storicamente compiuti alcuni tentativi di classificazione. Tra questivi è quella utilizzata dalla dottoressa Marie- Hélène Mottin-Sylla nello studio Excision au Sénégal (1991), riportato dalla sociologa Isabelle Gillette, la quale individua due macro tipi, ciascuno dei quali si declina in tre gradi diversi, corrispondenti all'escissione vera e propria, e un terzo tipo, corrispondente all’infibulazione. Il primo tipo, detta escissione “sunna”, opera unicamente sul clitoride. Si può distinguere in un intervento cosiddetto benigno, che prevede l’ablazione del cappuccio del clitoride soltanto (grado I); un ntervento medio, che prevede l’ablazione del cappuccio e del glande del clitoride (grado II); un intervento severo, che prevede l’ablazione totale del clitoride (grado III). Il secondo tipo consiste in una clitoridectomia e in un’ablazione delle piccole e/o grandi labbra. Si possono distinguere la clitoridectomia e l’ablazione delle piccole labbra (grado I); la clitoridectomia, ablazione delle piccole labbra e l’ablazione parziale delle grandi labbra (grado II); la clitoridectomia e l’ablazione totale delle piccole e grandi labbra (grado III). Il terzo tipo, l’infibulazione, consiste nella clitoridectomia, nell’ablazione degli organi genitali esterni e nell’operazione per richiudere la piaga in modo più o meno completo. La distinzione tra l’escissione vera e propria e l’infibulazione sembra coerente con i diversi significati a esse attributi dalla letteratura. A seguito del fenomeno migratorio, quest’ultima è ormai diffusa anche nei paesi cosiddetti “occidentali”. Essa implica l’esistenza di un ordinamento normativo che considera gli individui come parte di un gruppo i cui interessi prevalgono sui suoi membri. Confligge con i diritti fondamentali riconosciuti dagli Stati moderni, in particolare il diritto all'integrità fisica, alla salute, alla non discriminazione in base al genere, all’etnia, alla cultura. Le condotte a essa relative sono considerate in questi Stati al pari delle altre forme di mutilazione genitale, “reati culturalmente motivati”. Sono infatti state introdotte norme, a livello nazionale, sovranazionale e internazionale per vietare e sanzionare tali interventi sui genitali femminili.
In tutti gli anni 2000 si è assistito a un intensificarsi degli interventi in materia di MGF da parte di istituzioni dell’UE, quali il Parlamento europeo, la Commissione europea, il Consiglio dell’Unione europea, così come da parte del Consiglio d’Europa. Tali interventi hanno consolidato l’associazione tra escissione e violenza, in particolare riconducendo l’escissione, tramite la categoria della mutilazione, nell’alveo della violenza di genere. Quanto suddetto emerge ancora più esplicitamente dalla direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, e sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI8. Essa afferma infatti che la violenza di genere «comprende la violenza nelle relazioni strette, la violenza sessuale compresi lo stupro, l’aggressione sessuale e le molestie sessuali), la tratta di esseri umani, la schiavitù e varie forme di pratiche dannose, quali i matrimoni forzati, la mutilazione genitale femminile e i cosiddetti “reati d’onore”». Tali pratiche sono annoverate, dunque, tra le "forme di violenza di cui le donne sono vittime in quanto donne" (comunicazione della Commissione al PE, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale europeo e al Comitato delle Regioni sulla strategia per la parità tra donne e uomini 2010-2015, adottata dalla Commissione il 21 settembre 2010). Rientrano nell'alveo dei "crimini" e, pertanto, meritano repressione, punizione e "tolleranza zero" (cit. "Giornata internazionale della tolleranza zero nei confronti della mutilazione genitale femminile", Bruxelles, 5 febbraio 2018).

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22/06/18

Il Papa: no all'eugenetica che sopprime gli imperfetti.

"Cari fratelli e sorelle,

Mi rallegra incontrarvi, soprattutto perché in questi giorni avete affrontato un tema di grande importanza per la vita della Chiesa nella sua opera di evangelizzazione e formazione cristiana: La catechesi e le persone con disabilità. Ringrazio S.E. Mons. Fisichella per la sua introduzione, il Dicastero da lui presieduto per il suo servizio e tutti voi per il vostro lavoro in questo campo.

Conosciamo il grande sviluppo che nel corso degli ultimi decenni si è avuto nei confronti della disabilità. La crescita nella consapevolezza della dignità di ogni persona, soprattutto di quelle più deboli, ha portato ad assumere posizioni coraggiose per l’inclusione di quanti vivono con diverse forme di handicap, perché nessuno si senta straniero in casa propria. Eppure, a livello culturale permangono ancora espressioni che ledono la dignità di queste persone per il prevalere di una falsa concezione della vita. Una visione spesso narcisistica e utilitaristica porta, purtroppo, non pochi a considerare come marginali le persone con disabilità, senza cogliere in esse la multiforme ricchezza umana e spirituale. E’ ancora troppo forte nella mentalità comune un atteggiamento di rifiuto di questa condizione, come se essa impedisse di essere felici e di realizzare sé stessi. Lo prova la tendenza eugenetica a sopprimere i nascituri che presentano qualche forma di imperfezione. In realtà, tutti conosciamo tante persone che, con le loro fragilità, anche gravi, hanno trovato, pur con fatica, la strada di una vita buona e ricca di significato. Come d’altra parte conosciamo persone apparentemente perfette e disperate! D’altronde, è un pericoloso inganno pensare di essere invulnerabili. Come diceva una ragazza che ho incontrato nel mio recente viaggio in Colombia, la vulnerabilità appartiene all’essenza dell'uomo.

La risposta è l’amore: non quello falso, sdolcinato e pietistico, ma quello vero, concreto e rispettoso. Nella misura in cui si è accolti e amati, inclusi nella comunità e accompagnati a guardare al futuro con fiducia, si sviluppa il vero percorso della vita e si fa esperienza della felicità duratura. Questo – lo sappiamo – vale per tutti, ma le persone più fragili ne sono come la prova. La fede è una grande compagna di vita quando ci consente di toccare con mano la presenza di un Padre che non lascia mai sole le sue creature, in nessuna condizione della loro vita. La Chiesa non può essere “afona” o “stonata” nella difesa e promozione delle persone con disabilità. La sua vicinanza alle famiglie le aiuta a superare la solitudine in cui spesso rischiano di chiudersi per mancanza di attenzione e di sostegno. Questo vale ancora di più per la responsabilità che possiede nella generazione e nella formazione alla vita cristiana. Non possono mancare nella comunità le parole e soprattutto i gesti per incontrare e accogliere le persone con disabilità. Specialmente la Liturgia domenicale dovrà saperle includere, perché l’incontro con il Signore Risorto e con la stessa comunità possa essere sorgente di speranza e di coraggio nel cammino non facile della vita.

La catechesi, in modo particolare, è chiamata a scoprire e sperimentare forme coerenti perché ogni persona, con i suoi doni, i suoi limiti e le sue disabilità, anche gravi, possa incontrare nel suo cammino Gesù e abbandonarsi a Lui con fede. Nessun limite fisico e psichico potrà mai essere un impedimento a questo incontro, perché il volto di Cristo risplende nell’intimo di ogni persona. Inoltre stiamo attenti, specialmente noi ministri della grazia di Cristo, a non cadere nell’errore neo-pelagiano di non riconoscere l’esigenza della forza della grazia che viene dai Sacramenti dell’iniziazione cristiana. Impariamo a superare il disagio e la paura che a volte si possono provare nei confronti delle persone con disabilità. Impariamo a cercare e anche a “inventare” con intelligenza strumenti adeguati perché a nessuno manchi il sostegno della grazia. Formiamo – prima di tutto con l’esempio! – catechisti sempre più capaci di accompagnare queste persone perché crescano nella fede e diano il loro apporto genuino e originale alla vita della Chiesa. Da ultimo, mi auguro che sempre più nella comunità le persone con disabilità possano essere loro stesse catechisti, anche con la loro testimonianza, per trasmettere la fede in modo più efficace.

Vi ringrazio per il vostro lavoro di questi giorni e per il vostro servizio nella Chiesa. La Madonna vi accompagni. Vi benedico di cuore. E vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me.

Grazie!"

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10/05/18

Lo sbattezzo

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03/04/18

L’intelligenza artificiale secondo Mancuso (teologo).

Se è vero che il pensiero non è esclusivo dell'essere umano ma di tutti gli esseri viventi, è altresì vero che è esclusivo dell'essere umano il pensiero libero, non funzionale solo alla sopravvivenza. Secondo il filosofo Hans Jonas, infatti, l'homo pictor è ciò che ci ha caratterizzati come esseri viventi; è quando l'uomo diventa "pictor" nelle caverne e fa delle cose senza scopo che mostra la propria peculiarità e si distacca dagli altri esseri viventi. L'homo pictor è quindi il punto di incontro tra homo faber e homo sapiens; se l'uomo fosse solo homo faber nulla ci distinguerebbe dall'animale.

Premesso cosa sia il pensiero, si può affermare che la tecnologia sia un pericolo al pensare, perché questo nasce dal silenzio, dal distacco, dal vuoto. Se ritorniamo dalla cosmologia biblica troviamo che all’inizio il mondo è lo spazio vuoto: un abisso. Si parla di chaos che in greco significa spazio vuoto e che solo in seguito ha assunto l’accezione di disordine. Perché ci possa essere cosmogenesi ci deve essere il vuoto. La mente riesce ad agire quando non si sofferma sul problema, ma si distacca da questo. Il rischio delle macchine è che per queste non ci sia mai il vuoto. Le macchine producono REAZIONE, non azione. Tutto è regolato come in una società lineare, ma senza discontinuità non c'è evoluzione. 

Il rapporto uomo – nuovo tecnologie, paradossalmente, è ritrovare il rapporto che l’uomo antico aveva con le divinità. Gli dei sono stati inventati dagli uomini e noi ne siamo diventati schiavi. Lo stesso Dio biblico è una proiezione della volontà di potenza dei maschi, intesa come il voler schiacciare i nemici, la ricerca della supremazia, il dio degli eserciti. E visto che siamo noi a creare le macchine, allora il rischio che diventino il nuovo dio degli eserciti esiste.


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