Caricamento in corso...

Attivitˆ dello studio

Adozioni

L’adozione è l’istituto giuridico con cui (gli adottanti) due coniugi sposati da almeno 3 anni – sono conteggiati anche gli anni di convivenza prematrimoniale more uxorio - assumono civilmente come figlio un soggetto (l’adottato) con cui non hanno legami di sangue e con il quale intercorre una differenza di età compresa tra i 18 e i 45 anni.

L’adozione può essere nazionale o internazionale.

Indietro

Attivitˆ dello studio

Responsabilità medica

Responsabilità professionale del medico per i danni derivanti dalla propria illecita condotta (commissiva od omissiva) posta in essere in violazione di una norma.

Indietro

Attivitˆ dello studio

Diritto minorile

Tutela dei diritti dei minori, quali:
  1. diritto innato alla vita;
  2. diritto ad un nome;
  3. diritto a conservare l’identità, la nazionalità, il nome e le relazioni familiari;
  4. diritto a non essere separato dai genitori, salvo che tale separazione sia nell’interesse superiore del fanciullo;
  5. diritto a formarsi una propria opinione; alla libertà di espressione, alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione;
  6. diritto all'educazione;
  7. diritto al riposo, allo svago ed al gioco;
  8. diritto ad essere protetto contro lo sfruttamento economico e da qualsiasi tipo di lavoro rischioso;
  9. diritto ad essere protetto contro ogni forma di sfruttamento sessuale e violenza sessuale;
  10. diritto a non essere sottoposto a tortura, o a trattamenti e punizioni crudeli, inumani o degradanti;
  11. diritto a non partecipare a conflitti armati se di età tra i quindici e i diciotto.

Indietro

Attivitˆ dello studio

Diritto di famiglia (separazioni, divorzi, unioni civili)

Indietro

Attivitˆ dello studio

Successioni

Indietro

Attivitˆ dello studio

Diritto ecclesiastico (contratti IOR)

Indietro

Attivitˆ dello studio

Diritto ecclesiastico (nullità matrimoniali)

Indietro

Attivitˆ dello studio

Attività di consulenza e di assistenza in materia commerciale

...

Attività di consulenza e di assistenza in materia commerciale sia nella fase stragiudiziale di negoziazione, redazione dei contratti, che nella fase giudiziale di nullità o annullamento contrattuale, nonchè di risoluzione per inadempimento.

Indietro

Studio Legale Mauro e Attasi

Viale America, 125
00144 Roma
tel. +39 06.5913779 - +39 06.54281338
fax +39 06.54210345
email: segreteria@studiolegalemauroattasi.it

Studio Legale Rotale Avv. Piera Attasi

E-mail: segreteria@studiolegalemauroattasi.it

La Consulenza Legale


Per richiedere una consulenza legale, compilate la scheda in basso con i vostri dati e una breve indicazione del tema in esame con formulazione del quesito; verrete contattati entro 48 ore. 

Per informazioni, potete chiamare i numeri 06 591 3779 - 06 542 103 45 o scrivere a: consulenze@studiolegalemauroattasi.it


Per informazioni

Riferimenti

Studio Legale Mauro e Attasi
Viale America, 125
00144 Roma
+39 06.5913779 - +39 06.54281338
+39 06.54210345
segreteria@studiolegalemauroattasi.it
v.mauro@studiolegalemauroattasi.it
p.attasi@studiolegalemauroattasi.it

Avv. Vincenzo Mauro

  • Laureato alla Università di Roma ‘’La Sapienza’’ nel 1992 esercita la professione in Roma dal 1997, con abilitazione dinanzi la Corte di Cassazione e le Giurisdizioni Superiori dal 2010.
  • Inizialmente collabora con lo studio dell’avv. Dante de Marco fino al 2003 dove approfondisce le tematiche relative al diritto commerciale, societario e delle cooperative, oltre il diritto del lavoro nei diversi aspetti precontenziosi e giudiziali; partecipa alla costituzione dello studio legale M&A nel 2013.
  • Nel corso degli anni ha sviluppato specifiche conoscenze nell’ambito del diritto della proprietà, del diritto immobiliare, delle locazioni e del condominio, nonché nel diritto delle successioni e delle divisioni, maturando esperienze significative sia nell’ambito del contenzioso giudiziale che nell’ambito della conciliazione e mediazione nella fase stragiudiziale.
  • Ha maturato significative esperienze nella consulenza in gestioni patrimoniali ed immobiliari, dalla costituzione, alla amministrazione e fino alla divisione.
  • Gestisce con estrema cura le esigenze e gli interessi del cliente per il raggiungimento di soluzioni conciliative al fine di evitare lunghi contenziosi giudiziari e limitare i relativi oneri economici e costi.

Contatta l'Avv. Vincenzo Mauro: v.mauro@studiolegalemauroattasi.it

Indietro

Avv. Piera Attasi

  • Esercita la professione forense dal 2000 e nel 2010 partecipa alla fondazione dello studio M&A, con abilitazione dinanzi la Corte di Cassazione e le Giurisdizioni Superiori dal 2014.
  • Ha acquisito con passione e abnegazione una comprovata e qualificata competenza in materia di diritto di famiglia e diritto minorile. Ha sviluppato ulteriori e specifiche competenze ed esperienze nella gestione dei patrimoni familiari, nel diritto immobiliare, internazionale in particolare in Egitto, Svizzera e America.
  • Nel 2013 amplia le sue qualifiche e si licenzia in Diritto Canonico, divenendo anche Avvocato Ecclesiastico e Consulente nelle procedure di nullità del matrimonio canonico.

Contatta l'Avv. Piera Attasi: p.attasi@studiolegalemauroattasi.it

Indietro

News


Questo è il nostro giornale di bordo, dove mettiamo a disposizione una collezione di articoli, pensieri, idee ed altre informazioni da consultare, per approfondire gli argomenti delle materie di cui ci occupiamo.

13/01/20

Legge 22 maggio 1978, n. 194 - Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Legge 22 maggio 1978, n. 194

Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza

(Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Gazzetta Ufficiale del 22 maggio 1978, n. 140)

 

Articolo 1

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale

della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo

delle nascite.

Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e

sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia

usato ai fini della limitazione delle nascite.

 

Articolo 2

I consultori familiari istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, fermo restando quanto stabilito dalla

stessa legge, assistono la donna in stato di gravidanza:

a) informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi

sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio;

b) informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro

a tutela della gestante;

c) attuando direttamente o proponendo allo ente locale competente o alle strutture sociali operanti

nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i

quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a);

d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della

gravidanza. I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i

fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di

associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.

La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi

necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è

consentita anche ai minori.

 

Articolo 3

Anche per l’adempimento dei compiti ulteriori assegnati dalla presente legge ai consultori familiari,

il fondo di cui all’articolo 5 della legge 29 luglio 1975, n. 405, è aumentato con uno stanziamento di

L. 50.000.000.000 annui, da ripartirsi fra le regioni in base agli stessi criteri stabiliti dal suddetto

articolo.

Alla copertura dell’onere di lire 50 miliardi relativo all’esercizio finanziario 1978 si provvede

mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto nel capitolo 9001 dello stato di

previsione della spesa del Ministero del tesoro per il medesimo esercizio. Il Ministro del tesoro è

autorizzato ad apportare, con propri decreti, le necessarie variazioni di bilancio.

 

Articolo 4

Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi

circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero

un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue

condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o

a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito

ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura sociosanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.

 

Articolo 5

Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici,

hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza

sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della

gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel

rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del

concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la

porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di

lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna,

offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.

Quando la donna si rivolge al medico di sua fiducia questi compie gli accertamenti sanitari

necessari, nel rispetto della dignità e della libertà della donna; valuta con la donna stessa e con il

padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della

donna e della persona indicata come padre del concepito, anche sulla base dell’esito degli

accertamenti di cui sopra, le circostanze che la determinano a chiedere l’interruzione della

gravidanza; la informa sui diritti a lei spettanti e sugli interventi di carattere sociale cui può fare

ricorso, nonché sui consultori e le strutture socio-sanitarie.

Quando il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, riscontra

l’esistenza di condizioni tali da rendere urgente l’intervento, rilascia immediatamente alla donna un

certificato attestante l’urgenza. Con tale certificato la donna stessa può presentarsi ad una delle

sedi autorizzate a praticare la interruzione della gravidanza. Se non viene riscontrato il caso di

urgenza, al termine dell’incontro il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il

medico di fiducia, di fronte alla richiesta della donna di interrompere la gravidanza sulla base delle

circostanze di cui all’articolo 4, le rilascia copia di un documento, firmato anche dalla donna,

attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta, e la invita a soprassedere per sette giorni.

Trascorsi i sette giorni, la donna può presentarsi, per ottenere la interruzione della gravidanza,

sulla base del documento rilasciatole ai sensi del presente comma, presso una delle sedi

autorizzate.

 

Articolo 6

L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata:

a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;

b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o

malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della

donna.

 

Articolo 7

I processi patologici che configurino i casi previsti dall’articolo precedente vengono accertati da un

medico del servizio ostetrico-ginecologico dell’ente ospedaliero in cui deve praticarsi l’intervento,

che ne certifica l’esistenza. Il medico può avvalersi della collaborazione di specialisti. Il medico è

tenuto a fornire la documentazione sul caso e a comunicare la sua certificazione al direttore

sanitario dell’ospedale per l’intervento da praticarsi immediatamente. Qualora l’interruzione della

gravidanza si renda necessaria per imminente pericolo per la vita della donna, l’intervento può

essere praticato anche senza lo svolgimento delle procedure previste dal comma precedente e al

di fuori delle sedi di cui all’articolo 8. In questi casi, il medico è tenuto a darne comunicazione al

medico provinciale. Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della

gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell’articolo 6 e il medico che

esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto.

 

Articolo 8

L’interruzione della gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso

un ospedale generale tra quelli indicati nell’articolo 20 della legge 12 febbraio 1968, numero 132, il

quale verifica anche l’inesistenza di controindicazioni sanitarie.

Gli interventi possono essere altresì praticati presso gli ospedali pubblici specializzati, gli istituti ed

enti di cui all’articolo 1, penultimo comma, della legge 12 febbraio 1968, n. 132, e le istituzioni di

cui alla legge 26 novembre 1973, numero 817, ed al decreto del Presidente della Repubblica 18

giugno 1958, n. 754, sempre che i rispettivi organi di gestione ne facciano richiesta.

Nei primi novanta giorni l’interruzione della gravidanza può essere praticata anche presso case di

cura autorizzate dalla regione, fornite di requisiti igienico-sanitari e di adeguati servizi ostetricoginecologici.

Il Ministro della sanità con suo decreto limiterà la facoltà delle case di cura autorizzate, a praticare

gli interventi di interruzione della gravidanza, stabilendo:

1) la percentuale degli interventi di interruzione della gravidanza che potranno avere luogo, in

rapporto al totale degli interventi operatori eseguiti nell’anno precedente presso la stessa casa di

cura;

2) la percentuale dei giorni di degenza consentiti per gli interventi di interruzione della gravidanza,

rispetto al totale dei giorni di degenza che nell’anno precedente si sono avuti in relazione alle

convenzioni con la regione.

Le percentuali di cui ai punti 1) e 2) dovranno essere non inferiori al 20 per cento e uguali per tutte

le case di cura.

Le case di cura potranno scegliere il criterio al quale attenersi, fra i due sopra fissati.

Nei primi novanta giorni gli interventi di interruzione della gravidanza dovranno altresì poter essere

effettuati, dopo la costituzione delle unità socio-sanitarie locali, presso poliambulatori pubblici

adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali ed autorizzati dalla regione.

Il certificato rilasciato ai sensi del terzo comma dell’articolo 5 e, alla scadenza dei sette giorni, il

documento consegnato alla donna ai sensi del quarto comma dello stesso articolo costituiscono

titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento e, se necessario, il ricovero.

 

Articolo 9

Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle

procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando

sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. La dichiarazione dell’obiettore deve

essere comunicata al medico provinciale e, nel caso di personale dipendente dello ospedale o

dalla casa di cura, anche al direttore sanitario, entro un mese dall’entrata in vigore della presente

legge o dal conseguimento della abilitazione o dall’assunzione presso un ente tenuto a fornire

prestazioni dirette alla interruzione della gravidanza o dalla stipulazione di una convenzione con

enti previdenziali che comporti l’esecuzione di tali prestazioni.

L’obiezione può sempre essere revocata o venire proposta anche al di fuori dei termini di cui al

precedente comma, ma in tale caso la dichiarazione produce effetto dopo un mese dalla sua

presentazione al medico provinciale.

L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal

compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a

determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente

all’intervento.

Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo

espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione

della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla

e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività

ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è

indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.

L’obiezione di coscienza si intende revocata, con effetto, immediato, se chi l’ha sollevata prende

parte a procedure o a interventi per l’interruzione della gravidanza previsti dalla presente legge, al

di fuori dei casi di cui al comma precedente.

 

Articolo 10

L’accertamento, l’intervento, la cura e la eventuale degenza relativi alla interruzione della

gravidanza nelle circostanze previste dagli articoli 4 e 6, ed attuati nelle istituzioni sanitarie di cui

all’articolo 8, rientrano fra le prestazioni ospedaliere trasferite alle regioni dalla legge 17 agosto

1974, n. 386.

Sono a carico della regione tutte le spese per eventuali accertamenti, cure o degenze necessarie

per il compimento della gravidanza nonché per il parto, riguardanti le donne che non hanno diritto

all’assistenza mutualistica.

Le prestazioni sanitarie e farmaceutiche non previste dai precedenti commi e gli accertamenti

effettuati secondo quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 5 e dal primo comma

dell’articolo 7 da medici dipendenti pubblici, o che esercitino la loro attività nell’ambito di strutture

pubbliche o convenzionate con la regione, sono a carico degli enti mutualistici, sino a che non sarà

istituito il servizio sanitario nazionale.

 

Articolo 11

L’ente ospedaliero, la casa di cura o il poliambulatorio nei quali l’intervento è stato effettuato sono

tenuti ad inviare al medico provinciale competente per territorio una dichiarazione con la quale il

medico che lo ha eseguito dà notizia dell’intervento stesso e della documentazione sulla base della

quale è avvenuto, senza fare menzione dell’identità della donna.

Le lettere b) e f) dell’articolo 103 del testo unico delle leggi sanitarie, approvato con il regio decreto

27 luglio 1934, n. 1265, sono abrogate.

 

Articolo 12

La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta

personalmente dalla donna.

Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l’interruzione della gravidanza è richiesto lo

assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela. Tuttavia, nei primi novanta giorni,

quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti

la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro

difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le

procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del

proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque

giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione

trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione

della gravidanza.

Qualora il medico accerti l’urgenza dell’intervento a causa di un grave pericolo per la salute della

minore di diciotto anni, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà o la tutela e

senza adire il giudice tutelare, certifica l’esistenza delle condizioni che giustificano l’interruzione

della gravidanza. Tale certificazione costituisce titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento e, se

necessario, il ricovero.

Ai fini dell’interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, si applicano anche alla minore

di diciotto anni le procedure di cui all’articolo 7, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la

potestà o la tutela.

 

Articolo 13

Se la donna è interdetta per infermità di mente, la richiesta di cui agli articoli 4 e 6 può essere

presentata, oltre che da lei personalmente, anche dal tutore o dal marito non tutore, che non sia

legalmente separato.

Nel caso di richiesta presentata dall’interdetta o dal marito, deve essere sentito il parere del tutore.

La richiesta presentata dal tutore o dal marito deve essere confermata dalla donna.

Il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, trasmette al giudice

tutelare, entro il termine di sette giorni dalla presentazione della richiesta, una relazione

contenente ragguagli sulla domanda e sulla sua provenienza, sull’atteggiamento comunque

assunto dalla donna e sulla gravidanza e specie dell’infermità mentale di essa nonché il parere del

tutore, se espresso.

Il giudice tutelare, sentiti se lo ritiene opportuno gli interessati, decide entro cinque giorni dal

ricevimento della relazione, con atto non soggetto a reclamo.

Il provvedimento del giudice tutelare ha gli effetti di cui all’ultimo comma dell’articolo 8.

 

Articolo 14

Il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e

le indicazioni sulla regolazione delle nascite, nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi,

che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna.

In presenza di processi patologici, fra cui quelli relativi ad anomalie o malformazioni del nascituro,

il medico che esegue l’interruzione della gravidanza deve fornire alla donna i ragguagli necessari

per la prevenzione di tali processi.

 

Articolo 15

Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del

personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e

responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle

tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose

per l’interruzione della gravidanza. Le regioni promuovono inoltre corsi ed incontri ai quali possono

partecipare sia il personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sia le persone interessate ad

approfondire le questioni relative all’educazione sessuale, al decorso della gravidanza, al parto, ai

metodi anticoncezionali e alle tecniche per l’interruzione della gravidanza.

Al fine di garantire quanto disposto dagli articoli 2 e 5, le regioni redigono un programma annuale

d’aggiornamento e di informazione sulla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali,

sanitari e assistenziali esistenti nel territorio regionale.

 

Articolo 16

Entro il mese di febbraio, a partire dall’anno successivo a quello dell’entrata in vigore della

Presente legge, il Ministro della sanità presenta al Parlamento una relazione sull’attuazione della

legge stessa e sui suoi effetti, anche in riferimento al problema della prevenzione.

Le regioni sono tenute a fornire le informazioni necessarie entro il mese di gennaio di ciascun

anno, sulla base di questionari predisposti dal Ministro.

Analoga relazione presenta il Ministro di grazia e giustizia per quanto riguarda le questioni di

specifica competenza del suo Dicastero.

Articolo 17

Chiunque cagiona ad una donna per colpa l’interruzione della gravidanza è punito con la

reclusione da tre mesi a due anni.

Chiunque cagiona ad una donna per colpa un parto prematuro è punito con la pena prevista dal

comma precedente, diminuita fino alla metà.

Nei casi previsti dai commi precedenti, se il fatto è commesso con la violazione delle norme poste

a tutela del lavoro la pena è aumentata.

 

Articolo 18

Chiunque cagiona l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito con la

reclusione da quattro a otto anni. Si considera come non prestato il consenso estorto con violenza

o minaccia ovvero carpito con l’inganno.

La stessa pena si applica a chiunque provochi l’interruzione della gravidanza con azioni dirette a

provocare lesioni alla donna.

Detta pena è diminuita fino alla metà se da tali lesioni deriva l’acceleramento del parto.

Se dai fatti previsti dal primo e dal secondo comma deriva la morte della donna si applica la

reclusione da otto a sedici anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la

reclusione da sei a dodici anni; se la lesione personale è grave questa ultima pena è diminuita.

Le pene stabilite dai commi precedenti sono aumentate se la donna è minore degli anni diciotto.

 

Articolo 19

Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle modalità

indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni.

La donna è punita con la multa fino a lire centomila.

Se l’interruzione volontaria della gravidanza avviene senza l’accertamento medico dei casi previsti

dalle lettere a) e b) dell’articolo 6 o comunque senza l’osservanza delle modalità previste

dall’articolo 7, chi la cagiona è punito con la reclusione da uno a quattro anni.

La donna è punita con la reclusione sino a sei mesi.

Quando l’interruzione volontaria della gravidanza avviene su donna minore degli anni diciotto, o

interdetta, fuori dei casi o senza l’osservanza delle modalità previste dagli articoli 12 e 13, chi la

cagiona è punito con le pene rispettivamente previste dai commi precedenti aumentate fino alla

metà. La donna non è punibile.

Se dai fatti previsti dai commi precedenti deriva la morte della donna, si applica la reclusione da tre

a sette anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da due a

cinque anni; se la lesione personale è grave questa ultima pena è diminuita.

Le pene stabilite dal comma precedente sono aumentate se la morte o la lesione della donna

derivano dai fatti previsti dal quinto comma.

 

Articolo 20

Le pene previste dagli articoli 18 e 19 per chi procura l’interruzione della gravidanza sono

aumentate quando il reato è commesso da chi ha sollevato obiezione di coscienza ai sensi

dell’articolo 9.

 

Articolo 21

Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 326 del codice penale, essendone venuto a

conoscenza per ragioni di professione o di ufficio, rivela l’identità - o comunque divulga notizie

idonee a rivelarla - di chi ha fatto ricorso alle procedure o agli interventi previsti dalla presente

legge, è punito a norma dell’articolo 622 del codice penale.

 

Articolo 22

Il titolo X del libro II del codice penale è abrogato.

Sono altresì abrogati il n. 3) del primo comma e il n. 5) del secondo comma dell’articolo 583 del

codice penale.

Indietro

13/01/20

Senza Titolo

Indietro

22/11/19

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

(adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948)

 

Preambolo

 

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da 8 Dichiarazione universale dei diritti umani norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti

umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L'ASSEMBLEA GENERALE

Proclama la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza

distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli

schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o

degradanti.

Articolo 6

Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7

Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8

Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che

violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10

Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11

Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.

Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13

Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio

paese.

Articolo 14

Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15

Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16

Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.

La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società

e dallo Stato.

Articolo 17

Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18

Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.

Articolo 19

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20

Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica. Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.

Articolo 21

Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.

La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23

Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.

Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.

Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Articolo 24

Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25

Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza.

Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Articolo 26

Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.

L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27

Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29

Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità. Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.

Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

Indietro

04/11/19

Chi paga l'IMU in caso di separazione tra i coniugi?

L‘assegnazione della casa coniugale ad un coniuge, a seguito del provvedimento di separazione legale, da parte di un giudice, configura l’insorgere di un diritto di abitazione, il quale fa sorgere l’obbligo del versamento IMU in capo al coniuge assegnatario.

Con la Risoluzione n. 2/E/2013 l'Agenzia delle Entrate ha chiarito definitivamente la questione, affermando che in presenza di coniugi separati l’assegnatario della casa di abitazione sarà obbligato al pagamento dell’IMU per il suo intero ammontare

Indietro

11/10/19

Vendita della casa familiare assegnata: l'opponibilità del provvedimento giudiziale di assegnazione.

L’immobile assegnato ad uno dei coniugi in sede di separazione o divorzio può comunque essere oggetto di trasferimento di proprietà. Infatti, l’assegnazione è un diritto di godimento e non impedisce il cambio della titolarità del proprietario.

Il provvedimento giudiziale, però, avendo data certa può essere opposto – anche se non trascritto – al terzo acquirente. Il periodo di opponibilità sarà limitato a nove anni in caso di provvedimento non trascritto, ovvero senza limiti di tempo nel caso in cui il provvedimento sia stato trascritto (sempre che nel frattempo non sia venuta meno l’assegnazione).

Tuttavia, se la trascrizione del titolo di acquisto fosse anteriore alla data della trascrizione del provvedimento giudiziale di assegnazione l’opponibilità sarà comunque limitata a nove anni. Di contro, nel caso in cui sia stato trascritto il solo titolo di acquisto, allora l’opponibilità varrà sempre per i nove anni ma solo nei confronti dei terzi acquirenti che erano a conoscenza della situazione di convivenza dei coniugi separati.

Indietro

09/10/19

Le novità introdotte dal cd. "Codice Rosso".

La Legge 19 luglio 2019, n. 69 (recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”), anche denominata “Codice Rosso”, ha introdotto importanti modifiche al diritto penale sostanziale e processuale.

Tra le novità in ambito procedurale, per alcuni reati come quelli di maltrattamenti in famiglia, stalking, violenza sessuale, gli eventuali provvedimenti di protezione delle vittime saranno adottati più celermente. Inoltre, è previsto che la polizia giudiziaria, acquisita la notizia di reato, possa riferire immediatamente al pubblico ministero, anche in forma orale e che il pubblico ministero, nelle ipotesi ove proceda per i delitti di violenza domestica o di genere, entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, deve assumere informazioni dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti di reato (il termine di tre giorni può essere prorogato solamente in presenza di imprescindibili esigenze di tutela di minori o della riservatezza delle indagini, pure nell’interesse della persona offesa). Infine, gli atti d’indagine delegati dal pubblico ministero alla polizia giudiziaria devono avvenire senza ritardo. 

È stata modificata la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, nella finalità di consentire al giudice di garantirne il rispetto anche per il tramite di procedure di controllo attraverso mezzi elettronici o ulteriori strumenti tecnici, come il braccialetto elettronico. Il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi viene ricompreso tra quelli che permettono l’applicazione di misure di prevenzione.

Sono stati introdotti poi 4 nuovi reati:   

 

- il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate (cd. revenge porn), punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5mila a 15mila euro: la pena si applica anche a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video, li diffonde a sua volta per provocare un danno agli interessati. La condotta può essere commessa da chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, diffonde, senza il consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati. La fattispecie è aggravata se i fatti sono commessi nell’ambito di una relazione affettiva, anche cessata, ovvero mediante l’impiego di strumenti informatici.

- il reato di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, sanzionato con la reclusione da otto a 14 anni. Quando, per effetto del delitto in questione, si provoca la morte della vittima, la pena è l’ergastolo;

- il reato di costrizione o induzione al matrimonio, punito con la reclusione da uno a cinque anni. La fattispecie è aggravata quando il reato è commesso a danno di minori e si procede anche quando il fatto è commesso all’estero da o in danno di un cittadino italiano o di uno straniero residente in Italia;

- violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, sanzionato con la detenzione da sei mesi a tre anni. 

Vengono poi inasprite le sanzioni già previste dal codice penale:

- il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi, da un intervallo compreso tra un minimo di due e un massimo di sei anni, passa a un minimo di tre e un massimo di sette; 

- lo stalking passa da un minimo di sei mesi e un massimo di cinque anni a un minimo di un anno e un massimo di sei anni e sei mesi; 

- la violenza sessuale passa da sei a 12 anni, mentre prima andava dal minimo di cinque e il massimo di dieci;

- la violenza sessuale di gruppo passa a un minimo di otto e un massimo di 14, prima era punita col minimo di sei e il massimo di 12.

Da ultimo, degno di nota, è l’estensione del termine concesso alla persona offesa dal reato di violenza sessuale per sporgere querela (dagli attuali 6 mesi a 12 mesi). Vengono inoltre ridisegnate ed inasprite le aggravanti per l’ipotesi ove la violenza sessuale sia commessa in danno di minore di età ed è stata inserita un’ulteriore circostanza aggravante per il delitto di atti sessuali con minorenne: la pena è aumentata fino a un terzo quando gli atti sono posti in essere con individui minori di 14 anni, in cambio di denaro o di qualsiasi altra utilità, pure solo promessa. Nell’omicidio viene estesa l’applicazione delle circostanze aggravanti, facendovi rientrare finanche le relazioni personali.

Indietro

09/09/19

Il "Codice Rosso" (Legge 19 luglio 2019, n. 69).

LEGGE 19 luglio 2019, n. 69

Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. (19G00076)

(GU n.173 del 25-7-2019)

Vigente al: 9-8-2019

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Promulga la seguente legge:

Art. 1

Obbligo di riferire la notizia del reato

1. All'articolo 347, comma 3, del codice di procedura penale, dopo le parole: « nell'articolo 407, comma 2, lettera a), numeri da 1) a 6) » sono inserite le seguenti: « , del presente codice, o di uno dei delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, 612-bis e 612-ter del codice penale, ovvero dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del medesimo codice penale, ».

Art. 2

Assunzione di informazioni

1. Dopo il comma 1-bis dell'articolo 362 del codice di procedura penale è aggiunto il seguente:

«1-ter. Quando si procede per i delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis del codice penale, ovvero dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del medesimo codice, il pubblico ministero assume informazioni dalla persona offesa e da chi ha presentato denuncia, querela o istanza, entro il termine di tre giorni dall'iscrizione della notizia di reato, salvo che sussistano imprescindibili esigenze di tutela di minori di anni diciotto o della riservatezza delle indagini, anche nell'interesse della persona offesa».

Art. 3

Atti diretti e atti delegati

1. Dopo il comma 2 dell'articolo 370 del codice di procedura penale sono inseriti i seguenti:

«2-bis. Se si tratta di uno dei delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, 612-bis e 612-ter del codice penale, ovvero dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5, 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del medesimo codice, la polizia giudiziaria procede senza ritardo al compimento degli atti delegati dal pubblico ministero.

2-ter. Nei casi di cui al comma 2-bis, la polizia giudiziaria pone senza ritardo a disposizione del pubblico ministero la documentazione dell’attività nelle forme e con le modalità previste dall'articolo 357».

Art. 4

Introduzione dell'articolo 387-bis del codice penale in materia di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa

1. Dopo l'articolo 387 del codice penale è inserito il seguente:

«Art. 387-bis (Violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa). - Chiunque, essendovi legalmente sottoposto, violi gli obblighi o i divieti derivanti dal provvedimento che applica le misure cautelari di cui agli articoli 282-bis e 282-ter del codice di procedura penale o dall'ordine di cui all'articolo 384-bis del medesimo codice è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni».

Art. 5

Formazione degli operatori di polizia

1. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, la Polizia di Stato, l'Arma dei carabinieri e il Corpo di Polizia penitenziaria attivano presso i rispettivi istituti di formazione specifici corsi destinati al personale che esercita funzioni di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria in relazione alla prevenzione e al perseguimento dei reati di cui agli articoli 1, 2 e 3 o che interviene nel trattamento penitenziario delle persone per essi condannate. La frequenza dei corsi è obbligatoria per il personale individuato dall'amministrazione di appartenenza.

2. Al fine di assicurare l’omogeneità dei corsi di cui al comma 1, i relativi contenuti sono definiti con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri per la pubblica amministrazione, dell'interno, della giustizia e della difesa.

Art. 6

Modifica all'articolo 165 del codice penale in materia di sospensione condizionale della pena

1. All'articolo 165 del codice penale, dopo il quarto comma è inserito il seguente:

«Nei casi di condanna per i delitti di cui agli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis, nonché' agli articoli 582 e 583-quinquies nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, la sospensione condizionale della pena è comunque subordinata alla partecipazione a specifici percorsi di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per i medesimi reati».

 2. Dall'attuazione delle disposizioni di cui al comma 1 non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Gli oneri derivanti dalla partecipazione ai corsi di recupero di cui all'articolo 165 del codice penale, come modificato dal citato comma 1, sono a carico del condannato.

Art. 7

Introduzione dell'articolo 558-bis del codice penale in materia di costrizione o induzione al matrimonio 1. Dopo l'articolo 558 del codice penale è inserito il seguente:

 «Art. 558-bis (Costrizione o induzione al matrimonio). - Chiunque, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

La stessa pena si applica a chiunque, approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità psichica o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità derivante dall'affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile.

La pena è aumentata se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni diciotto.

La pena è da due a sette anni di reclusione se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni quattordici.

Le disposizioni del presente articolo si applicano anche quando il fatto è commesso all'estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia».

Art. 8

Modifica all'articolo 11 della legge 11 gennaio 2018, n. 4, in materia di misure in favore degli orfani per crimini domestici e delle famiglie affidatarie

1. All'articolo 11 della legge 11 gennaio 2018, n. 4, il comma 1 è sostituito dal seguente:

«1. La dotazione del Fondo di cui all'articolo 2, comma 6-sexies, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, come modificato dall'articolo 14 della legge 7 luglio 2016, n. 122, è incrementata di 2 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017 e 2018, di 5 milioni di euro per l'anno 2019 e di 7 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2020, per le seguenti finalità a valere su tale incremento:

a) una quota pari a 2 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2017 è destinata all'erogazione di borse di studio in favore degli orfani per crimini domestici e al finanziamento di iniziative di orientamento, di formazione e di sostegno per l'inserimento dei medesimi nell’attività lavorativa ai sensi delle disposizioni della presente legge, assicurando che almeno il 70 per cento di tale somma sia destinato agli interventi in favore dei minori e che la quota restante, ove ne ricorrano i presupposti, sia destinata agli interventi in favore dei soggetti maggiorenni economicamente non autosufficienti;

b) una quota pari a 3 milioni di euro per l'anno 2019 e a 5 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2020 è destinata, in attuazione di quanto disposto dall'articolo 5, comma 4, della legge 4 maggio 1983, n. 184, a misure di sostegno e di aiuto economico in favore delle famiglie affidatarie, secondo criteri di equità fissati con apposito decreto del Ministro dell'economia e delle finanze entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione».

2. Alla copertura dei maggiori oneri derivanti dall'attuazione delle disposizioni di cui al comma 1, pari a 3 milioni di euro per l'anno 2019 e a 5 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2020, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2019-2021, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2019, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al medesimo Ministero.

Art. 9

Modifiche agli articoli 61, 572 e 612-bis del codice penale, nonché' al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

1. All'articolo 61, numero 11-quinquies, del codice penale, le parole: «, contro la libertà personale nonché' del delitto di cui all'articolo 572,» sono sostituite dalle seguenti: «e contro la libertà personale,».

2. All'articolo 572 del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo comma, le parole: «da due a sei anni» sono sostituite dalle seguenti: «da tre a sette anni»;

b) dopo il primo comma è inserito il seguente:

«La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso in presenza o in danno di persona minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità come definita ai sensi dell'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero se il fatto è commesso con armi»;

c) è aggiunto, in fine, il seguente comma:

«Il minore di anni diciotto che assiste ai maltrattamenti di cui al presente articolo si considera persona offesa dal reato.».

3. All'articolo 612-bis, primo comma, del codice penale, le parole:

«da sei mesi a cinque anni» sono sostituite dalle seguenti: «da un anno a sei anni e sei mesi».

4. All'articolo 4, comma 1, lettera i-ter), del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, le parole: «del delitto di cui all'articolo 612-bis» sono sostituite dalle seguenti: «dei delitti di cui agli articoli 572 e 612-bis».

5. All'articolo 8, comma 5, del codice di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, le parole da: «di cui» fino alla fine del comma sono sostituite dalle seguenti: «di cui agli articoli 1, comma 1, lettera c), e 4, comma 1, lettera i-ter), il divieto di avvicinarsi a determinati luoghi, frequentati abitualmente dalle persone cui occorre prestare protezione o da minori».

Art. 10

Introduzione dell'articolo 612-ter del codice penale in materia di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti 1. Dopo l'articolo 612-bis del codice penale è inserito il seguente:

«Art. 612-ter (Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000.

La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.

La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.

La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.

Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procede tuttavia d'ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonché' quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d'ufficio».

Art. 11

Modifiche all'articolo 577 del codice penale 1. All'articolo 577 del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo comma, numero 1, dopo le parole: «o il discendente» sono inserite le seguenti: «anche per effetto di adozione di minorenne» e le parole: «o contro la persona legata al colpevole da relazione affettiva e con esso stabilmente convivente» sono sostituite dalle seguenti: «o contro la persona stabilmente convivente con il colpevole o ad esso legata da relazione affettiva»;

b) al secondo comma, dopo le parole: «l'altra parte dell'unione civile, ove cessata,» sono inserite le seguenti: «la persona legata al colpevole da stabile convivenza o relazione affettiva, ove cessate,» e dopo le parole: «la sorella,» sono inserite le seguenti:

«l'adottante o l'adottato nei casi regolati dal titolo VIII del libro primo del codice civile,»;

c) dopo il secondo comma è aggiunto il seguente:

«Le circostanze attenuanti, diverse da quelle previste dagli articoli 62, numero 1, 89, 98 e 114, concorrenti con le circostanze aggravanti di cui al primo comma, numero 1, e al secondo comma, non possono essere ritenute prevalenti rispetto a queste».

Art. 12

Modifiche al codice penale in materia di deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, nonché modifiche all'articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 1. Dopo l'articolo 583-quater del codice penale è inserito il seguente:

«Art. 583-quinquies (Deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso). - Chiunque cagiona ad alcuno lesione personale dalla quale derivano la deformazione o lo sfregio permanente del viso è punito con la reclusione da otto a quattordici anni.

La condanna ovvero l'applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell'articolo 444 del codice di procedura penale per il reato di cui al presente articolo comporta l'interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, alla curatela e all'amministrazione di sostegno».

2. All'articolo 576, primo comma, numero 5, del codice penale, dopo la parola: «572,» è inserita la seguente: «583-quinquies,».

3. All'articolo 583, secondo comma, del codice penale, il numero 4 è abrogato.

4. All'articolo 585, primo comma, del codice penale, dopo la parola: «583-bis» è inserita la seguente: «, 583-quinquies».

5. All'articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1-quater, dopo le parole: «per i delitti di cui agli articoli» è inserita la seguente: «583-quinquies,»;

b) al comma 1-quinquies, dopo le parole: «per i delitti di cui agli articoli» è inserita la seguente: «583-quinquies,».

Art. 13

Modifiche agli articoli 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-septies e 609-octies del codice penale

1. All'articolo 609-bis, primo comma, del codice penale le parole:

«da cinque a dieci anni» sono sostituite dalle seguenti: «da sei a dodici anni».

2. All'articolo 609-ter del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo comma:

1) all'alinea, le parole: «La pena è della reclusione da sei a dodici anni se i fatti di cui all'articolo 609-bis» sono sostituite dalle seguenti: «La pena stabilita dall'articolo 609-bis è aumentata di un terzo se i fatti ivi previsti»;

2) il numero 1) è sostituito dal seguente:

«1) nei confronti di persona della quale il colpevole sia l'ascendente, il genitore, anche adottivo, o il tutore»;

3) il numero 5) è sostituito dal seguente:

«5) nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni diciotto»;

b) il secondo comma è sostituito dal seguente:

«La pena stabilita dall'articolo 609-bis è aumentata della metà se i fatti ivi previsti sono commessi nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni quattordici. La pena è raddoppiata se i fatti di cui all'articolo 609-bis sono commessi nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni dieci».

3. All'articolo 609-quater del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) dopo il secondo comma è inserito il seguente:

«La pena è aumentata se il compimento degli atti sessuali con il minore che non abbia compiuto gli anni quattordici avviene in cambio

di denaro o di qualsiasi altra utilità, anche solo promessi»;

b) al terzo comma, le parole: «tre anni» sono sostituite dalle seguenti: «quattro anni».

4. All'articolo 609-septies del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo comma, le parole: «articoli 609-bis, 609-ter e 609-quater» sono sostituite dalle seguenti: «articoli 609-bis e 609-ter»;

b) al secondo comma, la parola: «sei» è sostituita dalla seguente: «dodici»;

c) al quarto comma, il numero 5) è abrogato.

5. All'articolo 609-octies del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al secondo comma, le parole: «da sei a dodici anni» sono sostituite dalle seguenti: «da otto a quattordici anni»;

b) al terzo comma, le parole: «La pena è aumentata se concorre taluna delle» sono sostituite dalle seguenti: «Si applicano le».

Art. 14

Modifiche alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale e agli articoli 90-bis e 190-bis del codice di procedura penale

1. Dopo l'articolo 64 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, è inserito il seguente:

 «Art. 64-bis (Trasmissione obbligatoria di provvedimenti al giudice civile). - 1. Ai fini della decisione dei procedimenti di separazione personale dei coniugi o delle cause relative ai figli minori di età o all'esercizio della potestà genitoriale, copia delle ordinanze che applicano misure cautelari personali o ne dispongono la sostituzione o la revoca, dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari, del provvedimento con il quale è disposta l'archiviazione e della sentenza emessi nei confronti di una delle parti in relazione ai  reati previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, 612-bis e 612-ter del codice penale, nonché' dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del codice penale è trasmessa senza ritardo al giudice civile procedente».

2. All'articolo 90-bis, comma 1, lettera p), del codice di procedura penale, le parole: «e alle case rifugio» sono sostituite dalle seguenti: «, alle case rifugio e ai servizi di assistenza alle vittime di reato».

3. All'articolo 190-bis, comma 1-bis, del codice di procedura penale, le parole: «anni sedici» sono sostituite dalle seguenti:

«anni diciotto».

Art. 15

Modifiche agli articoli 90-ter, 282-ter, 282-quater, 299 e 659 del codice di procedura penale

1. All'articolo 90-ter del codice di procedura penale è aggiunto, in fine, il seguente comma:

«1-bis. Le comunicazioni previste al comma 1 sono sempre effettuate alla persona offesa e al suo difensore, ove nominato, se si procede per i delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis del codice penale, nonché' dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del codice penale».

2. Al comma 1 dell'articolo 282-ter del codice di procedura penale sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, anche disponendo l'applicazione delle particolari modalità di controllo previste dall'articolo 275-bis».

3. Al comma 1 dell'articolo 282-quater del codice di procedura penale, dopo le parole: «alla parte offesa» sono inserite le seguenti: «e, ove nominato, al suo difensore».

4. Al comma 2-bis dell'articolo 299 del codice di procedura penale, le parole: «al difensore della persona offesa o, in mancanza di questo, alla persona offesa» sono sostituite dalle seguenti: «alla persona offesa e, ove nominato, al suo difensore».

5. Dopo il comma 1 dell'articolo 659 del codice di procedura penale e' inserito il seguente:

«1-bis. Quando a seguito di un provvedimento del giudice di sorveglianza deve essere disposta la scarcerazione del condannato per

uno dei delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis del codice penale, nonché' dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del codice penale, il pubblico ministero che cura l'esecuzione ne dà immediata comunicazione, a mezzo della polizia giudiziaria, alla persona offesa e, ove nominato, al suo difensore».

Art. 16

Modifica all'articolo 275 del codice di procedura penale 1. All'articolo 275, comma 2-bis, del codice di procedura penale, dopo la parola: «612-bis» è inserita la seguente: «, 612-ter».

Art. 17

Modifiche all'articolo 13-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento psicologico per i condannati per reati  sessuali, per maltrattamenti contro familiari o conviventi e per  atti persecutori

1. All'articolo 13-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1, le parole: «nonché' agli articoli 609-bis e 609-octies del medesimo codice, se commessi in danno di persona minorenne» sono sostituite dalle seguenti: «nonché' agli articoli 572, 583-quinquies, 609-bis, 609-octies e 612-bis del medesimo codice»;

b) è aggiunto, in fine, il seguente comma:

«1-bis. Le persone condannate per i delitti di cui al comma 1 possono essere ammesse a seguire percorsi di reinserimento nella societa' e di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per i medesimi reati, organizzati previo accordo tra i suddetti enti o associazioni e gli istituti penitenziari»;

c) la rubrica e' sostituita dalla seguente: «Trattamento psicologico per i condannati per reati sessuali, per maltrattamenti contro familiari o conviventi e per atti persecutori».

Art. 18

Modifica all'articolo 5-bis del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, in materia di riequilibrio territoriale dei centri antiviolenza 1. All'articolo 5-bis, comma 2, lettera d), del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, le parole da: «, riservando un terzo» fino alla fine della lettera sono soppresse.

Art. 19

Modifiche al decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 204, recante attuazione della direttiva 2004/80/CE relativa all'indennizzo delle vittime di reato 1. Al decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 204, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all'articolo 1, le parole: «la procura generale della Repubblica presso la corte d'appello» sono sostituite, ovunque ricorrono, dalle seguenti: «la procura della Repubblica presso il tribunale»;

b) all'articolo 3, comma 1, le parole: «procura generale della Repubblica presso la corte d'appello» sono sostituite dalle seguenti:

«procura della Repubblica presso il tribunale»;

c) all'articolo 4, le parole: «procura generale della Repubblica presso la corte d'appello» sono sostituite, ovunque ricorrano, dalle seguenti: «procura della Repubblica presso il tribunale»;

d) all'articolo 7, comma 1, le parole: «delle procure generali presso le corti d'appello» sono sostituite dalle seguenti: «delle procure della Repubblica presso i tribunali».

Art. 20

Modifica all'articolo 11 della legge 7 luglio 2016, n. 122, in  materia di indennizzo in favore delle vittime di reati intenzionali  violenti

1. All'articolo 11, comma 2, della legge 7 luglio 2016, n. 122, dopo le parole: «secondo comma, del codice penale» sono inserite le seguenti: «nonche' per il delitto di deformazione dell'aspetto mediante lesioni permanenti al viso di cui all'articolo 583-quinquies del codice penale».

Art. 21

Clausola di invarianza finanziaria

1. Dall'attuazione delle disposizioni di cui alla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni interessate provvedono ai relativi adempimenti con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara' inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi' 19 luglio 2019

MATTARELLA

Conte, Presidente del Consiglio dei ministri

Bonafede, Ministro della giustizia

Visto, il Guardasigilli: Bonafede

 

Indietro

04/09/19

La legittima difesa dopo l'entrata in vigore della L. 26 aprile 2019, n. 102.

La riforma della legittima difesa (26 Aprile 2019, n. 102) ha profondamente modificato le regole della legittima difesa all'interno di case o luoghi di lavoro. La legittima difesa all'esterno di case o luoghi di lavoro è tuttora regolata dalla legge del 1930, mentre la nuova legge distingue tra legittima difesa contro un aggressore che entra nella casa o nel luogo di lavoro senza violenza o minaccia e aggressore che lo fa con violenza o minaccia. 

Nel primo caso, la legge del 13 Febbraio 2006 n. 59 è stata confermata (stabiliva che la proporzionalità della reazione doveva essere considerata 'presunta': così, qualsiasi forma di reazione era giustificata, anche contro l'aggressore, per proteggere i propri beni patrimoniali (confermando, comunque, gli altri elementi di scriminante, come la rilevanza del pericolo). 

Nel secondo caso, tutti gli elementi di scriminante sono stati considerati ' presunti' (la persona che si difende agisce sempre per legittima difesa): così, il diritto di legittima difesa si trasforma in licenza di uccidere e viola chiaramente ciò che è stabilito dalla Costituzione italiana e dalle regole Cedu. 

Per quanto riguarda il secondo caso, la legge del 2019 ha anche stabilito che, in caso di eccesso di legittima difesa, la punizione sia sempre esclusa per chi ha agito in condizione di 'grave turbamento', offrendo così ulteriore impunità a coloro che eccedono nella legittima difesa. Infatti, è ragionevole ritenere che, tenendo in considerazione quanto sia difficile stabilire il livello di 'turbamento', il giudice tenderà a riconoscere la gravità del turbamento e perciò a considerare non punibile chi colpevolmente ha reagito superando i limiti della scriminante.

 

Di seguito, pubblichiamo il testo della riforma:

 

LEGGE 26 aprile 2019, n. 36 


Modifiche al codice penale e altre disposizioni in materia di legittima difesa. (19G00042) 

 

(GU n. 102 del 3-5-2019)

 

Vigente al: 18-5-2019 

 

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato; 


IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 

 

Promulga 

 

la seguente legge: 

 

Art. 1 

Modifiche all'articolo 52 del codice penale  

1. All'articolo 52 del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni: 

a) al secondo comma, dopo la parola: «sussiste» e' inserita la seguente: «sempre»; 

b) al terzo comma, le parole: «La disposizione di cui al secondo comma si applica» sono sostituite dalle seguenti: «Le disposizioni di cui al secondo e al quarto comma si applicano»; 

c) dopo il terzo comma, e' aggiunto il seguente: «Nei casi di cui al secondo e al terzo comma agisce sempre in stato di legittima difesa colui che compie un atto per respingere l'intrusione posta in essere, con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica, da parte di una o piu' persone». 

Art. 2 

Modifica all'articolo 55 del codice penale  

1. Dopo il primo comma dell'articolo 55 del codice penale e' aggiunto il seguente: «Nei casi di cui ai commi secondo, terzo e quarto dell'articolo 52, la punibilita' e' esclusa se chi ha commesso il fatto per la salvaguardia della propria o altrui incolumita' ha agito nelle condizioni di cui all'articolo 61, primo comma, n. 5)
ovvero in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto». 

Art. 3 

Modifiche all'articolo 165 del codice penale  

1. All'articolo 165 del codice penale, dopo il quinto comma e' aggiunto il seguente: «Nel caso di condanna per il reato previsto dall'articolo 624-bis, la sospensione condizionale della pena e' comunque subordinata al pagamento integrale dell'importo dovuto per il risarcimento del danno alla persona offesa». 

Art. 4 

Modifiche all'articolo 614 del codice penale  

1. All'articolo 614 del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni: 

a) al primo comma, le parole: «da sei mesi a tre anni» sono sostituite dalle seguenti: «da uno a quattro anni»; 

b) al quarto comma, le parole: «da uno a cinque anni» sono sostituite dalle seguenti: «da due a sei anni». 

Art. 5 

Modifiche all'articolo 624-bis del codice penale  

1. All'articolo 624-bis del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni: 

a) al primo comma, le parole: «da tre a sei anni» sono sostituite dalle seguenti: «da quattro a sette anni»; 

b) al terzo comma, le parole: «da quattro a dieci anni e della multa da euro 927 a euro 2.000» sono sostituite dalle seguenti: «da cinque a dieci anni e della multa da euro 1.000 a euro 2.500». 

Art. 6 

Modifiche all'articolo 628 del codice penale  

1. All'articolo 628 del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni: 

a) al primo comma, la parola: «quattro» e' sostituita dalla seguente: «cinque»; 

b) al terzo comma, alinea, la parola: «cinque» e' sostituita dalla seguente: «sei» e le parole: «da euro 1.290 a euro 3.098» sono sostituite dalle seguenti: «da euro 2.000 a euro 4.000»; 

c) al quarto comma, la parola: «sei» e' sostituita dalla seguente: «sette» e le parole: «da euro 1.538 a euro 3.098» sono sostituite dalle seguenti: «da euro 2.500 a euro 4.000». 

Art. 7 

Modifica all'articolo 2044 del codice civile  

1. All'articolo 2044 del codice civile sono aggiunti, infine, i seguenti commi: 

«Nei casi di cui all'articolo 52, commi secondo, terzo e quarto, del codice penale, la responsabilita' di chi ha compiuto il fatto e' esclusa. 

Nel caso di cui all'articolo 55, secondo comma, del codice penale, al danneggiato e' dovuta una indennita' la cui misura e' rimessa all'equo apprezzamento del giudice, tenuto altresi' conto della gravita', delle modalita' realizzative e del contributo causale della condotta posta in essere dal danneggiato». 

Art. 8 

Disposizioni in materia di spese di giustizia  

1. Dopo l'articolo 115 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, e' inserito il seguente: 

«Art. 115-bis (L) (Liquidazione dell'onorario e delle spese per la difesa di persona nei cui confronti e' emesso provvedimento di archiviazione o sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento nel caso di legittima difesa). - 1. L'onorario e le spese spettanti al difensore, all'ausiliario del magistrato e al consulente tecnico di parte di persona nei cui confronti e' emesso provvedimento di archiviazione motivato dalla sussistenza delle condizioni di cui all'articolo 52, commi secondo, terzo e quarto, del codice penale o sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento perche' il fatto non costituisce reato in quanto commesso in presenza delle condizioni di cui all'articolo 52, commi secondo, terzo e quarto, del codice penale nonche' all'articolo 55, secondo comma, del medesimo codice, sono liquidati dal magistrato nella misura e con le modalita' previste dagli articoli 82 e 83 ed e' ammessa opposizione ai sensi dell'articolo 84. Nel caso in cui il difensore sia iscritto nell'albo degli avvocati di un distretto di corte d'appello diverso da quello dell'autorita' giudiziaria procedente, in deroga all'articolo 82, comma 2, sono sempre dovute le spese documentate e le indennita' di trasferta nella misura minima consentita. 

2. Nel caso in cui, a seguito della riapertura delle indagini, della revoca o della impugnazione della sentenza di non luogo a procedere o della impugnazione della sentenza di proscioglimento, sia pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, lo Stato ha diritto di ripetere le somme anticipate nei confronti della persona condannata». 

2. Agli oneri derivanti dall'attuazione del presente articolo, valutati in 590.940 euro annui a decorrere dall'anno 2019, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2019-2021, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2019, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero della giustizia. 

3. Il Ministro dell'economia e delle finanze e' autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio. 

Art. 9 

Modifica all'articolo 132-bis delle norme di attuazione del codice di procedura penale  

1. Al comma 1 dell'articolo 132-bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, dopo la lettera a-bis) e' inserita la seguente: «a-ter) ai processi relativi ai delitti di cui agli articoli 589 e 590 del codice penale verificatisi in presenza delle circostanze di cui agli articoli 52, secondo, terzo e quarto comma, e 55, secondo comma, del codice penale». 

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara' inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. 

Data a Roma, addi' 26 aprile 2019 


MATTARELLA 


Conte, Presidente del Consiglio dei ministri 


Visto, il Guardasigilli: Bonafede


Indietro

03/09/19

Il mancato riconoscimento anagrafico dei minori nati all’estero da maternità surrogata

Nel nostro ordinamento giuridico è posto l’esplicito divieto della gestazione per altri o maternità surrogata in quanto contraria alle disposizioni in materia di adozione dei minori. A tale scopo il comma 6 dell’art. 12 della legge n. 40 vieta questa pratica asserendo che “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”. La surrogazione di maternità quindi, integra la fattispecie di affidamento illegale di minore, anche se fatta senza fini di lucro.

Tuttavia tale pratica non è altrettanto vietata in altri paesi del mondo, tra i quali il Canada, nel quale è consentita la surrogazione di maternità purché avvenga a titolo gratuito. In tali ipotesi il giudice straniero, in seguito alla nascita del neonato, accerta il rapporto di filiazione tra il minore ed il c.d. genitore d’intenzione ovvero colui che non ha alcun rapporto biologico.

Tale attività è stata oggetto di attenta analisi da parte della Corte di Cassazione, in seguito alla richiesta avanzata da una coppia omossessuale di Trento, sposata secondo la legge canadese ed esercenti la potestà genitoriale nei confronti di due minori, cittadini sia italiani che canadesi, nati grazie all’utilizzo della maternità surrogata, che aveva chiesto la trascrizione negli atti dello stato civile del Comune di Trento del provvedimento di accertamento di genitorialità precedentemente emesso dalla Corte di Giustizia dell’Ontario.

La questione è stata dapprima analizzata dalla Corte di Appello di Trento, dove la coppia aveva fatto ricorso a fronte del rifiuto della richiesta di trascrizione, la quale aveva accolto la domanda dei ricorrenti ritenendo che il giusto parametro in virtù del quale valutare la spettanza del riconoscimento dell’efficacia del provvedimento straniero sia costituito dalla compatibilità dello stesso con l’ordine pubblico internazionale; secondo i giudici d’appello infatti la nozione di ordine pubblico deve comporsi non solo dei principi fondamentali della Costituzione ma anche dei diritti fondamentali dell’uomo individuati nei Trattati fondativi e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e della CEDU. Di conseguenza, in merito al divieto posto dalla legge n.40/2004 i giudici di merito hanno ritenuto che lo stesso non possa rappresentare valido ostacolo alla tutela del superiore interesse dei minori non costituendo espressione di alcun principio fondamentale costituzionalmente tutelato.

Avverso tale ordinanza però, proponevano ricorso per Cassazione il Pubblico Ministero, il Ministero dell’Interno e il Sindaco di Trento ai quale resisteva con controricorso la coppia di genitori. 

Il tema ha sollevato delicatissime questioni di diritto oltre che etiche, ed è stato infatti diversamente affrontato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che hanno statuito che non è consentito trascrivere in Italia nei registri di stato civile il provvedimento straniero che riconosce il rapporto di filiazione tra il minore e il componente di una coppia gay uniti da alcun legame biologico, visto l’utilizzo della maternità surrogata. Le Sezioni Unite hanno argomentato tale decisione affermando che, pur riconoscendo valore nel nostro ordinamento ai principi e valori giuridici emergenti dal processo di armonizzazione tra gli ordinamenti, ciò non è sufficiente a condurre i giudici di legittimità ad elidere il divieto della surrogazione di maternità previsto dall’art. 12, comma sesto imposto  della legge n.40 del 2004, qualificabile come principio di ordine pubblico, in quanto posto a tutela di tali valori, non irragionevolmente ritenuti prevalenti sull’interesse del minore, nell’ambito di un bilanciamento effettuato  direttamente dal legislatore, al quale il giudice non può sostituire la propria valutazione. La legge sopra richiamata rappresenta, per quanto non contraddista da un contenuto costituzionalmente vincolato, una norma “costituzionalmente necessaria” atta a definire l’esatto punto di equilibrio tra contrapposte esigenze.

Per tale ragione che la Corte di Cassazione ha posto l’esplicito divieto alla trascrizione all’anagrafe italiana dell’atto di filiazione di minori concepiti all’estero tramite utero in affitto, per i genitori che non hanno alcun rapporto biologico con i minori. A tal riguardo ha richiamato la giurisprudenza della Corte EDU la quale non ha ravvisato nei casi in cui non fosse riconosciuto il rapporto di filiazione con genitore intenzionale alcuna violazione del minore alla vita familiare. Il legame biologico o genetico rappresenta dunque anche a parere della Corte EDU il limite oltre il quale interviene la discrezionalità del legislatore statale il quale individua le soluzioni più appropriate per la costituzione del rapporto genitoriale.

Le Sezioni Unite concludono stabilendo che il rapporto di filiazione ottenuto da madre surrogata non può essere riconosciuto in Italia anche se attestato da un giudice straniero; tuttavia nel nostro ordinamento vi sono strumenti legislativi, come l’adozione in casi particolari, in grado di tutelare l’interesse del minore, pur ove esso subisca una limitazione a fronte di diritti invece altrimenti non tutelabili, e al contempo l’interesse di un soggetto, a realizzare il proprio progetto di genitorialità pur in assenza di legami biologici.

Indietro

06/08/19

Disconoscimento paternità.

In tema di disconoscimento di paternità, il quadro normativo (art. 30 Cost, art. 24 Cost., comma 2, della Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE, e art. 244 cc) e giurisprudenziale attuale impone un bilanciamento fra il diritto all'identità personale legato all'affermazione della verità biologica e l'interesse alla certezza degli status ed alla stabilità dei rapporti familiari, nell'ambito di una sempre maggiore considerazione del diritto all'identità personale, non necessariamente correlato alla verità biologica ma ai legami affettivi e personali sviluppatesi all'interno di una famiglia, specie quando trattasi di un minore infraquattordicenne.

Tale bilanciamento non può costituire il risultato di una valutazione astratta, ma occorre un accertamento in concreto dell'interesse superiore del minore nelle vicende che lo riguardano, con particolare riferimento agli effetti del provvedimento richiesto in relazione all'esigenza di uno sviluppo armonico dal punto di vista psicologico, affettivo, educativo e sociale.

Indietro

25/02/20

L'onere probatorio per l'assegno alimentare provvisorio ricade sulla parte che ne fa richiesta.

Secondo la Cassazione, l'onere probatorio dello stato di bisogno e di non essere in grado di provvedere al proprio mantenimento grava sul coniuge che richiede la prestazione alimentare ex art. 446 c.c. 

(Cass. civ., Sez. I, 16.1.2020, n. 770).

Indietro

25/02/20

L'accordo di separazione relativo ad attribuzioni patrimoniali, dopo l'omologazione, è titolo per la trascrizione.

Con ordinanza 27409/2019 la Corte di Cassazione ha stabilito che gli accordi di separazione personale tra coniugi, contenenti attribuzioni patrimoniali concernenti beni mobili o immobili, hanno effetti immediatamente traslativi della proprietà ed il verbale nel quale sono trasfusi costituisce, dopo l'omologazione, titolo per la trascrizione a norma dell'art. 2657 c.c. 

Secondo la Cassazione, infatti, gli accordi di separazione personale tra coniugi contenenti attribuzioni patrimoniali afferenti a beni mobili o immobili, rispondono alla volontà di regolare i rapporti in occasione dell'evento di separazione consensuale, che sfugge alle connotazioni tradizionali dell'atto di donazione e dell'atto di vendita, manifestando una sua tipicità propria la quale poi, di volta in volta, può assumere i tratti dell'onerosità o della gratuità, in ragione dell'eventuale ricorrenza, in concreto, degli aspetti di una sistemazione solutorio-compensativa più estesa e globale, di tutta quell'ampia serie di possibili rapporti aventi significati patrimoniali, anche solo riflessi, maturati durante la vita matrimoniale.

(Cass. civ., Sez. II, Ord., 25.10.2019, n. 27409).

Indietro

25/02/20

Il cognome paterno è attribuito al figlio tardivamente riconosciuto solo se rientra nel suo superiore interesse.

Lo ha ribadito la Cassazione con la decisione 772/2020, individuando in concreto l'interesse del minore, nonché evidenziandone plurimi profili segnatamente a) l'auspicabile evoluzione positiva del rapporto con il genitore, anche per effetto dell'assunzione dell'ulteriore cognome; b) la facilitazione del legame con gli altri figli del padre; c) l'interesse del figlio ad affermare e palesare la propria appartenenza alla famiglia paterna. 

Secondo la Cassazione, infatti, in tema di minori è legittima, in ipotesi di secondo riconoscimento da parte del padre, l'attribuzione del patronimico, in aggiunta al cognome della madre, purché non gli arrechi pregiudizio in ragione della cattiva reputazione del padre e purché non ne sia lesivo dell'identità personale, ove questa si sia definitivamente consolidata con l'uso del solo matronimico nella trama dei rapporti personali e sociali.

(Cass. civ., Sez. VI - 1, Ord., 16.1.2020, n. 772).

Indietro

25/02/20

La negoziazione assistita tra coniugi in sede di separazione o divorzio va autenticata dal notaio se è previsto anche il trasferimento di un immobile

Per la Cassazione, la negoziazione assistita tra coniugi in sede di separazione o divorzio deve essere autenticata dal notaio qualora sia previsto anche il trasferimento di un immobile, ad esempio parte della casa familiare. Non può riconoscersi un analogo potere certificativo in capo agli avvocati che assistono le parti.

(Cass., II civ., sent. n. 1202/2020)

Indietro

25/02/20

Rifiuto del padre di sottoporsi ad indagini ematologiche per l'accertamento della paternità naturale.

Nel giudizio promosso per l'accertamento della paternità naturale, il rifiuto del preteso padre di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile dal giudice, ex art. 116, comma 2, c. p.c., di così elevato valore indiziario da consentire, esso solo, di ritenere fondata la domanda.

(Cass. Civ., Sez. 6 - 1, Ordinanza n. 28886 del 08/11/2019.)

Indietro

25/02/20

Riconoscimento della sentenza straniera di adozione legittimante.

Si rimette alle Sezioni Unite della Cassazione la decisione di stabile se, in assenza di un legame biologico tra il minore adottato ed entrambi i genitori adottivi dello stesso sesso, è possibile il riconoscimento della sentenza straniera di adozione legittimante, e se, in tal caso, il sindacato del Giudice italiano si debba estendere anche alla fase della valutazione straniera sullo stato di adottabilità.

(Corte di Cassazione, Sez. I, Ord. 11 novembre 2019, n. 29071)

Indietro

24/02/20

Figli minori non residenti in Italia.

In tema di giudizio di divorzio introdotto innanzi al Giudice italiano, qualora siano avanzate domande inerenti la responsabilità genitoriale ed il mantenimento di figli minori non residenti abitualmente in Italia (ma in un altro Stato membro dell'Unione Europea), la giurisdizione su tali domande spetta all'Autorità giudiziaria dello Stato di residenza abituale dei minori al momento della loro proposizione, dovendosi salvaguardare l'interesse superiore e preminente dei medesimi a che i provvedimenti che li riguardano siano adottati dal Giudice più vicino al luogo di residenza effettiva degli stessi.
(Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Ord. 2 ottobre 2019, n. 24608)

Indietro

13/02/20

Saranno le Sezioni unite a stabilire se il trasferimento immobiliare tra coniugi ed ex coniugi è valido anche senza il Notaio.

Le Sezioni Unite stabiliranno se il trasferimento immobiliare tra coniugi ed ex coniugi sotto la supervisione del Giudice è valido anche senza «la verifica di conformità ipocatastale da parte del notaio». La Cassazione, con ordinanza interlocutoria 3089, consapevole dell’impatto che l’interpretazione delle norme potrebbe avere, rimette la questione alle Sezioni unite.

Indietro

11/02/20

Assegno di mantenimento: per la Cassazione non è reato versare di meno.

La Cassazione, con la sentenza n. 5236/2020, accoglie il ricorso di un padre condannato per violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione e divorzio ai sensi dell'art. 570 bis c.p., perché in virtù di un accordo con la ex moglie ha ridotto l'importo mensile a 800 euro. Gli Ermellini ribadiscono infatti che non rileva che l'accordo intercorso con la moglie non sia stato omologato dal giudice e che il fatto stesso che l'uomo abbia comunque continuato a contribuire, seppur in misura ridotta, al mantenimento dei figli, fa venire meno il dolo, elemento costitutivo fondamentale del reato contemplato dall'art. 570 bis c.p.

(Cassazione, sentenza n. 5236/2020)

Indietro

11/02/20

Sezioni Unite: sì ad adeguata remunerazione per i medici specializzandi tra il 1982 e il 1990

Con sentenza n. 20348 del 31 luglio 2018, la Corte di Cassazione Sezioni Unite ha stabilito che una adeguata remunerazione spetta di diritto a tutti coloro che abbiano intrapreso qualsiasi tipo di formazione come medico specialista dall'anno 1982 fino all'anno 1990, tenendo conto del periodo che va dal primo gennaio 1983 fino alla conclusione della formazione stessa.
Tale obbligo di remunerazione è imposto dalla direttiva 75/363/CE e prescinde dalla misure di trasposizione dell'ulteriore direttiva 82/76/CEE da parte dello Stato membro.

La pronuncia in esame è frutto dell'adeguamento della Cassazione italiana alla sentenza dell'Ottava Sezione della Corte di Giustizia dell'Unione Europea del 24 gennaio 2018, e segna l'inizio di un inevitabile adattamento alla giurisprudenza comunitaria che d'ora in poi il Giudice nazionale dovrà operare a seguito della predetta sentenza di CGUE. Tale provvedimento ha infatti stabilito che:" qualsiasi formazione (...) come medico specialista iniziata nel corso dell'anno 1982 e proseguita fino all'anno 1990 deve essere oggetto di remunerazione adeguata."

Indietro

29/01/20

L'invidia porta alla guerra

Meditazione mattutina del Santo Padre nella Cappella della Domus Sanctae Marthae (24 gennaio 2020)

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA

DOMUS SANCTAE MARTHAE

 

L'INVIDIA PORTA ALLA GUERRA

 

(Venerdì, 24 gennaio 2020)

 

Stare attenti al tarlo dell’invidia e della gelosia, che «ci porta a giudicare male la gente», a

entrare in concorrenza in famiglia, nel quartiere e sul lavoro: «È il seme di una guerra»,

un «chiacchiericcio» con noi stessi che uccide l’altro, ma che se ci si pensa bene «non ha

consistenza» e finisce in «una bolla di sapone». Papa Francesco, nell’omelia della messa a

Casa Santa Marta, venerdì mattina 24 gennaio, ha tratto questo insegnamento di vita

dalla Prima lettura proposta dalla liturgia, che descrive come si sgonfia la gelosia del re

Saul verso Davide.

Il Pontefice ha ricordato che la gelosia descritta nel primo Libro di Samuele, nasce dal

canto di vittoria delle giovani, per Saul che ha ucciso mille nemici, mentre Davide

diecimila. Comincia così «l’inquietudine della gelosia», come «un tarlo che ti rode dentro».

Così «Saul esce con l’esercito per uccidere Davide». «Le gelosie sono criminali — ha

commentato Francesco — cercano sempre di uccidere». E a chi dice «sì, sono geloso di

questo, ma non sono un assassino», il Pontefice ha detto: «adesso. Ma se continui può

finire male». Perché si può uccidere facilmente «con la lingua, con la calunnia».

E la gelosia, ha proseguito il Papa, cresce «parlando con se stesso», interpretando le cose

con la chiave della gelosia. Nel «chiacchiericcio con se stesso», il geloso «è incapace di

vedere la realtà», e solo «un fatto molto forte» può aprirgli gli occhi. Così nella fantasia di

Saul, «la gelosia lo ha portato a credere che Davide era un assassino, un nemico».

«Anche noi — ha ammonito il Papa — quando ci viene l’invidia, la gelosia, facciamo così».

Da qui l’invito a chiedersi: «Perché questa persona mi è insopportabile? Perché quell’altra

non la voglio neppure vedere? Perché quell’altra...». E tante volte si scopre «che sono

fantasie nostre. Fantasie, che però crescono in quel chiacchiericcio con me stesso». E alla

fine, ha spiegato Francesco, «è una grazia di Dio quando il geloso incontra una realtà

come è successo a Saul: la gelosia scoppia come una bolla di sapone, perché la gelosia e

l’invidia non hanno consistenza».

La salvezza di Saul sta nell’amore di Dio, ha ricordato il Pontefice, che «gli aveva detto

che se non avesse obbedito, gli avrebbe tolto il regno, ma gli voleva bene». E così «gli dà

la grazia di far scoppiare quella bolla di sapone che non aveva consistenza». Francesco ha

raccontato l’episodio biblico, con Saul che entra nella caverna — dove Davide e i suoi si

sono nascosti — «per fare i suoi bisogni». Gli amici dicono a Davide di approfittarne per

uccidere il re, ma lui rifiuta: «mai metterò le mai sull’unto del Signore». Si vede, ha

commentato il Pontefice, «la nobiltà di Davide a confronto con la gelosia assassina di

Saul». Così, in silenzio, taglia soltanto un pezzo di stoffa dall’orlo del manto del re, «e lo

porta con sé».

Quindi, ha proseguito il Papa, Davide esce dalla caverna e chiama Saul con rispetto: «O

re, mio signore!» anche se «quello cerca di ucciderlo». E gli chiede: «Perché ascolti la

voce di chi dice: “Ecco, Davide cerca il tuo male”?». E gli fa vedere l’orlo del manto,

dicendo: «Io avrei potuto ucciderti. No, non l’ho fatto». Questo, ha commentato il Papa,

«fa scoppiare la bolla di sapone della gelosia di Saul», che riconosce Davide «come se

fosse un figlio e torna alla realtà», dicendo: «Tu sei più giusto di me, perché mi hai reso il

bene, mentre io ti ho reso il male».

«È una grazia — ha chiosato Francesco — quando l’invidioso, il geloso, si trova di fronte

ad una realtà che fa scoppiare quella bolla di sapone che è il suo vizio di gelosia o di

invidia». E invita a guardare quando «siamo antipatici con una persona, non le vogliamo

bene». Infatti bisognerebbe chiedersi: «Cosa c’è dentro di me? C’è il tarlo della gelosia

che cresce, perché lui ha qualcosa che io non ho o c’è una rabbia nascosta?». Dobbiamo,

è il consiglio del Pontefice, «proteggere il nostro cuore da questa malattia, da questo

chiacchiericcio con me stesso, che fa crescere questa bolla di sapone che poi non ha

consistenza, ma fa tanto male». E anche quando qualcuno viene «a sparlare di un altro»,

dobbiamo fargli capire che, spesso, non sta parlando con serenità, ma «con passione». E

in quella passione «c’è il male dell’invidia e il male della gelosia».

«Stiamo attenti — è tornato ad ammonire Papa Francesco — perché questo è un tarlo

che entra nel cuore di tutti noi» e «ci porta a giudicare male la gente», perché comincia

la «concorrenza: lui ha una cosa che io non ho». Questo «ci porta a scartare la gente», a

«una guerra domestica, una guerra di quartiere, una guerra di posti di lavoro». È «il seme

di una guerra: l’invidia e la gelosia».

Da qui la conclusione del Papa a stare attenti «quando sentiamo questa antipatia per

qualcuno»; occorrerebbe chiedersi: «Perché io sento questo?» e non permettere che

questo «chiacchiericcio» faccia pensare male, «perché questo fa crescere la bolla di

sapone».

«Chiediamo al Signore — è stata l’invocazione finale di Francesco — la grazia di avere un

cuore trasparente come quello di Davide. Un cuore trasparente che cerca soltanto la

giustizia, cerca la pace. Un cuore amichevole, un cuore che non vuole uccidere nessuno,

perché la gelosia e l’invidia uccidono».

 

Indietro

29/01/20

Discorso del Santo Padre Francesco in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana

25 gennaio 2020

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

IN OCCASIONE DELL'INAUGURAZIONE DELL'ANNO GIUDIZIARIO

DEL TRIBUNALE DELLA ROTA ROMANA

 

Sala Clementina

Sabato, 25 gennaio 2020

 

Signor Decano,

Reverendissimi Prelati Uditori,

cari Officiali nella Rota Romana!

Sono felice di potermi oggi incontrare con voi in occasione dell’inaugurazione del Nuovo

Anno Giudiziario di codesto Tribunale. Ringrazio vivamente Sua Eccellenza il Decano per

le nobili parole a me rivolte e per i saggi propositi metodologici formulati.

Desidero ricollegarmi alla catechesi svolta nell’udienza generale di mercoledì 13 novembre

2019, offrendo oggi a voi un’ulteriore riflessione sul ruolo primario della coppia di sposi

Aquila e Priscilla come modelli di vita coniugale. Infatti la Chiesa, per seguire Gesù, deve

operare secondo tre condizioni avvalorate dallo stesso divino Maestro: itineranza,

prontezza e decisione (cfr Angelus, 30 giugno 2019). La Chiesa è, per sua natura, in

movimento, non resta tranquilla nel proprio recinto, è aperta ai più vasti orizzonti. La

Chiesa è inviata a portare il Vangelo nelle strade e raggiungere periferie umane ed

esistenziali. Ci fa ricordare la coppia di sposi neotestamentaria Aquila e Priscilla.

Lo Spirito Santo ha voluto porre accanto all’Apostolo [Paolo] questo esempio mirabile di

coppia di sposi itineranti: difatti, sia negli Atti degli Apostoli sia nella descrizione di Paolo

non sono mai fermi, ma sempre in continuo movimento. E ci domandiamo come mai

questo modello di sposi itineranti non abbia avuto, nella pastorale della Chiesa, una

propria identità di sposi evangelizzatori per molti secoli. È quello di cui avrebbero bisogno

le nostre parrocchie, soprattutto nelle zone urbane, nelle quali il parroco e i suoi

collaboratori chierici mai potranno avere tempo e forza per raggiungere fedeli che, pur

dichiarandosi cristiani, restano assenti dalla frequenza dei Sacramenti e privi, o quasi,

della conoscenza di Cristo.

Sorprende quindi, a distanza di tanti secoli, l’immagine moderna di questi santi sposi in

movimento perché Cristo sia conosciuto: evangelizzavano essendo maestri della passione

per il Signore e per il Vangelo, una passione del cuore che si traduce in gesti concreti di

prossimità, di vicinanza ai fratelli più bisognosi, di accoglienza e di cura.

Nel proemio alla riforma del Processo matrimoniale, ho insistito sulle due perle: prossimità

e gratuità. Non va dimenticato questo. San Paolo trovò in questi sposi il modo di essere

prossimo ai lontani, e li amò vivendo con loro più di un anno, a Corinto, perché sposi

maestri di gratuità. Tante volte sento paura davanti al giudizio di Dio che noi avremo su

queste due cose. Nel giudicare, sono stato prossimo al cuore della gente? Nel giudicare,

ho aperto il cuore alla gratuità o sono stato preso da interessi commerciali? Il giudizio di

Dio sarà molto forte su questo.

Gli sposi cristiani dovrebbero apprendere da Aquila e Priscilla come innamorarsi di Cristo e

farsi prossimi alle famiglie, prive spesso della luce della fede, non per la loro colpa

soggettiva, ma perché lasciate al margine della nostra pastorale: pastorale d’élite che

dimentica il popolo.

Quanto vorrei che questo discorso non restasse soltanto una sinfonia di parole, ma

spingesse, da una parte, i pastori, i vescovi, i parroci a cercare di amare, come fece

l’Apostolo Paolo, coppie di sposi quali missionari umili e disponibili a raggiungere quelle

piazze e quei palazzi delle nostre metropoli, nelle quali la luce del Vangelo e la voce di

Gesù non giunge e non penetra. E, d’altra parte, sposi cristiani che abbiano l’ardire di

scuotere il sonno, come fecero Aquila e Priscilla, capaci di essere agenti non diciamo in

modo autonomo, ma certo carichi di coraggio fino al punto di svegliare dal torpore e dal

sonno i pastori, forse troppo fermi o bloccati dalla filosofia del piccolo circolo dei perfetti.

Il Signore è venuto a cercare i peccatori, non i perfetti.

San Paolo VI, nella Lettera Enciclica Ecclesiam suam, osservava: «Bisogna, prima ancora

di parlare, ascoltare la voce, anzi, il cuore dell’uomo; comprenderlo, e per quanto

possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo» (n. 90). Ascoltare il cuore dell’uomo.

Si tratta, come ho raccomandato ai Vescovi italiani, di «ascoltare il gregge, […] porsi

accanto alla gente, attenti a impararne la lingua, ad accostare ognuno con carità,

affiancando le persone lungo le notti delle loro solitudini, delle loro inquietudini e dei loro

fallimenti» (Discorso all’Assemblea generale della C.E.I., 19 maggio 2014).

Dobbiamo essere consapevoli che non sono i pastori ad inventare, con la loro umana

intraprendenza – sia pure in buona fede – le sante coppie cristiane; esse sono opera dello

Spirito Santo, che è il protagonista della missione, sempre, e sono già presenti nelle

nostre comunità territoriali. Sta a noi pastori illuminarle, dare loro visibilità, farne sorgenti

di nuova capacità nel vivere il matrimonio cristiano; e anche custodirle perché non cadano

nelle ideologie. Queste coppie, che lo Spirito certamente continua ad animare, devono

essere pronte «a uscire da se stessi, aprirsi agli altri, a vivere la prossimità, lo stile di vita

insieme, che trasforma ogni relazione interpersonale in un’esperienza di fraternità»

(Catechesi 16 ottobre 2019). Pensiamo al lavoro pastorale nel catecumenato

prematrimoniale e post-matrimoniale: sono queste coppie che devono farlo e andare

avanti.

Occorre vigilare perché non cadano nel pericolo del particolarismo, scegliendo di vivere in

gruppi prescelti; al contrario, occorre «aprirsi all’universalità della salvezza» (ibid.).

Infatti, se siamo grati a Dio per la presenza nella Chiesa di movimenti e associazioni che

non trascurano la formazione di sposi cristiani, d’altronde si deve con forza affermare che

la parrocchia è per sé il luogo ecclesiale dell’annuncio e della testimonianza; perché è in

quel contesto territoriale che già vivono sposi cristiani degni di far luce, i quali possono

essere testimoni attivi della bellezza e dell’amore coniugale e familiare (cfr Esort. ap.

postsin. Amoris laetitia, 126-130).

L’azione apostolica delle parrocchie, dunque, nella Chiesa si illumina della presenza di

sposi come quelli del Nuovo Testamento, descritti da Paolo e da Luca: mai fermi, sempre

in movimento, certamente con prole, secondo quanto ci è tramandato dall’iconografia

delle Chiese orientali. Pertanto, i Pastori si lascino illuminare dallo Spirito anche oggi,

affinché si avveri questo annuncio salvifico da parte di coppie spesso già pronte, ma non

chiamate. Ci sono.

Ecco, di coppie di sposi in movimento necessita oggi la Chiesa, dovunque nel mondo;

partendo però idealmente dalle radici della Chiesa dei primi quattro secoli e cioè dalle

catacombe, come fece San Paolo VI alla fine del Concilio recandosi nelle Catacombe di

Domitilla. In quelle Catacombe, quel santo Pontefice affermò: «Qui il cristianesimo

affondò le sue radici nella povertà, nell’ostracismo dei poteri costituiti, nella sofferenza di

ingiuste e sanguinose persecuzioni; qui la Chiesa fu spoglia di ogni umano potere, fu

povera, fu umile, fu pia, fu oppressa, fu eroica. Qui il primato dello Spirito di cui ci parla il

Vangelo ebbe la sua oscura, quasi misteriosa, ma invitta affermazione, la sua

testimonianza incomparabile, il suo martirio» (Omelia, 12 settembre 1965).

Se lo Spirito non è invocato e dunque rimane sconosciuto e assente (cfr Omelia a S.

Marta, 9 maggio 2016) nel contesto delle nostre Chiese particolari, saremo privi di quella

forza che faccia delle coppie di sposi cristiani l’anima e la forma dell’evangelizzazione. In

concreto: vivendo la parrocchia come quel territorio giuridico-salvifico, perché «casa tra le

case», famiglia di famiglie (cfr Omelia ad Albano, 21 settembre 2019); Chiesa – cioè

parrocchia – povera per i poveri; catena di sposi entusiasti e innamorati della loro fede

nel Risorto, capaci di una nuova rivoluzione della tenerezza dell’amore, come Aquila e

Priscilla, mai appagati o ripiegati su sé stessi.

Verrebbe da pensare che questi santi sposi del Nuovo Testamento non ebbero tempo di

mostrarsi stanchi. Così, in effetti, sono descritti da Paolo e da Luca, per i quali furono

compagni quasi indispensabili, proprio perché non chiamati da Paolo ma suscitati dallo

Spirito di Gesù. È qui che si fonda la loro dignità apostolica di sposi cristiani. È lo Spirito

che li ha suscitati. Pensiamo a quando arriva il missionario in un posto: lì già c’è lo Spirito

Santo che lo aspetta. Certo, lascia alquanto perplessi il fatto del lungo silenzio, nei secoli

trascorsi, su queste sante figure della prima Chiesa.

Invito e sollecito i fratelli Vescovi e i Pastori tutti a indicare questi santi sposi della prima

Chiesa come compagni fedeli e luminosi dei Pastori di allora; come sostegno, oggi, ed

esempio di come gli sposi cristiani, giovani e anziani, possano rendere il matrimonio

cristiano sempre fecondo di figli in Cristo. Dobbiamo essere convinti, e vorrei dire sicuri,

che nella Chiesa simili coppie di sposi sono già un dono di Dio e non per nostro merito,

per il fatto che sono frutto dell’azione dello Spirito, che mai abbandona la Chiesa.

Piuttosto, lo Spirito si attende l’ardore da parte dei Pastori, affinché non venga spenta la

luce che queste coppie diffondono nelle periferie del mondo (cfr Gaudium et spes, 4-10).

Lasciate, perciò, che rinnovi lo Spirito a non rassegnarsi a una Chiesa di pochi, quasi a

gradire di rimanere solo lievito isolato, privi di quella capacità degli sposi del Nuovo

Testamento di moltiplicarsi nell’umiltà e nell’obbedienza allo Spirito. Lo Spirito che illumina

ed è capace di rendere salvifica la nostra attività umana e la nostra stessa povertà; è

capace di rendere salvifica tutta la nostra attività; restando convinti che la Chiesa non

cresce per proselitismo ma per attrazione – la testimonianza di queste persone attira –, e

assicurando sempre e comunque la firma della testimonianza.

Di Aquila e Priscilla non sappiamo se morirono martiri, ma di certo essi sono, per i nostri

sposi di oggi, segno del martirio, almeno spirituale, cioè testimoni capaci di essere lievito

che va nella farina, di essere lievito nella massa, che muore per diventare la massa (cfr

Discorso alle Associazioni di famiglie cattoliche in Europa, 1 giugno 2017). Questo è

possibile oggi, dovunque.

Cari Giudici della Rota Romana, il buio della fede o il deserto della fede che le vostre

decisioni, a partire già da un ventennio, hanno denunciato come possibile circostanza

causale della nullità del consenso, offrono a me, come già al mio predecessore Benedetto

XVI (cfr Allocuzioni alla Rota Romana 23 gennaio 2015 e 22 gennaio 2016; 22 gennaio

2011; cfr art. 14 Ratio procedendi del Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus), il motivo

di un grave e pressante invito ai figli della Chiesa nell’epoca che viviamo, a sentirsi tutti e

singoli chiamati a consegnare al futuro la bellezza della famiglia cristiana.

La Chiesa necessita ubicunque terrarum di coppie di sposi come Aquila e Priscilla, che

parlino e vivano con l’autorità del Battesimo, che «non consiste nel comandare e farsi

sentire, ma nell’essere coerenti, essere testimoni e per questo essere compagni di strada

nella via del Signore» (Omelia a S. Marta, 14 gennaio 2020).

Rendo grazie al Signore perché dà ancora oggi ai figli della Chiesa il coraggio e la luce per

tornare agli inizi della fede e ritrovare la passione degli sposi Aquila e Priscilla, che siano

riconoscibili in ogni matrimonio celebrato in Cristo Gesù.


Indietro

13/06/19

Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili (26 marzo 2019).

LETTERA APOSTOLICA 
IN FORMA DI «MOTU PROPRIO»

DEL SOMMO PONTEFICE 
FRANCESCO

SULLA PROTEZIONE DEI MINORI E DELLE PERSONE VULNERABILI

La tutela dei minori e delle persone vulnerabili fa parte integrante del messaggio evangelico che la Chiesa e tutti i suoi membri sono chiamati a diffondere nel mondo. Cristo stesso infatti ci ha affidato la cura e la protezione dei più piccoli e indifesi: «chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5). Abbiamo tutti, pertanto, il dovere di accogliere con generosità i minori e le persone vulnerabili e di creare per loro un ambiente sicuro, avendo riguardo in modo prioritario ai loro interessi. Ciò richiede una conversione continua e profonda, in cui la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la credibilità dell’annuncio evangelico e a rinnovare la missione educativa della Chiesa.

Desidero, quindi, rafforzare ulteriormente l’assetto istituzionale e normativo per prevenire e contrastare gli abusi contro i minori e le persone vulnerabili affinché nella Curia Romana e nello Stato della Città del Vaticano:

- sia mantenuta una comunità rispettosa e consapevole dei diritti e dei bisogni dei minori e delle persone vulnerabili, nonché attenta a prevenire ogni forma di violenza o abuso fisico o psichico, di abbandono, di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamento che possano avvenire sia nelle relazioni interpersonali che in strutture o luoghi di condivisione;

- maturi in tutti la consapevolezza del dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto;

- sia efficacemente perseguito a norma di legge ogni abuso o maltrattamento contro minori o contro persone vulnerabili;

- sia riconosciuto a coloro che affermano di essere stati vittima di sfruttamento, di abuso sessuale o di maltrattamento, nonché ai loro familiari, il diritto ad essere accolti, ascoltati e accompagnati;

- sia offerta alle vittime e alle loro famiglie una cura pastorale appropriata, nonché un adeguato supporto spirituale, medico, psicologico e legale;

- sia garantito agli imputati il diritto a un processo equo e imparziale, nel rispetto della presunzione di innocenza, nonché dei principi di legalità e di proporzionalità fra il reato e la pena;

- venga rimosso dai suoi incarichi il condannato per aver abusato di un minore o di una persona vulnerabile e, al contempo, gli sia offerto un supporto adeguato per la riabilitazione psicologica e spirituale, anche ai fini del reinserimento sociale;

- sia fatto tutto il possibile per riabilitare la buona fama di chi sia stato accusato ingiustamente;

- sia offerta una formazione adeguata per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

Pertanto, con la presente Lettera stabilisco che:

1. I competenti organi giudiziari dello Stato della Città del Vaticano esercitano la giurisdizione penale anche in ordine ai reati di cui agli articoli 1 e 3 della Legge N. CCXCVII, sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabilidel 26 marzo 2019, commessi, in occasione dell’esercizio delle loro funzioni, dai soggetti di cui al punto 3 del Motu Proprio «Ai nostri tempi», dell’11 luglio 2013.

2. Fatto salvo il sigillo sacramentale, i soggetti di cui al punto 3 del Motu Proprio «Ai nostri tempi», dell’11 luglio 2013, sono obbligati a presentare, senza ritardo, denuncia al promotore di giustizia presso il tribunale dello Stato della Città del Vaticano ogniqualvolta, nell’esercizio delle loro funzioni, abbiano notizia o fondati motivi per ritenere che un minore o una persona vulnerabile sia vittima di uno dei reati di cui all’articolo 1 della Legge N. CCXCVII, qualora commessi anche alternativamente:

i. nel territorio dello Stato;

ii. in pregiudizio di cittadini o di residenti nello Stato;

iii. in occasione dell’esercizio delle loro funzioni, dai pubblici ufficiali dello Stato o dai soggetti di cui al punto 3 del Motu Proprio «Ai nostri tempi», dell’11 luglio 2013.

3. Alle persone offese dai reati di cui all’articolo 1 della Legge N. CCXCVII è offerta assistenza spirituale, medica e sociale, compresa l’assistenza terapeutica e psicologica di urgenza, nonché informazioni utili di natura legale, tramite il Servizio di accompagnamento gestito dalla Direzione di Sanità e Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano.

4. L’Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica organizza, di concerto con il Servizio di accompagnamento della Direzione di Sanità e Igiene, programmi di formazione per il personale della Curia Romana e delle Istituzioni collegate con la Santa Sede circa i rischi in materia di sfruttamento, di abuso sessuale e di maltrattamento dei minori e delle persone vulnerabili, nonché sui mezzi per identificare e prevenire tali offese e sull’obbligo di denuncia.

5. Nella selezione e nell’assunzione del personale della Curia Romana e delle Istituzioni collegate con la Santa Sede, nonché di coloro che prestano collaborazione in forma volontaria, deve essere accertata l’idoneità del candidato ad interagire con i minori e con le persone vulnerabili.

6. I Dicasteri della Curia Romana e le Istituzioni collegate con la Santa Sede a cui abbiano accesso i minori o le persone vulnerabili adottano, con l’assistenza del Servizio di accompagnamento della Direzione di Sanità e Igiene, buone prassi e linee guida per la loro tutela.

Stabilisco che la presente Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» venga promulgata mediante la pubblicazione su L’Osservatore Romano e, successivamente, inserita negli Acta Apostolicae Sedis.

Dispongo che quanto stabilito abbia pieno e stabile valore, anche abrogando tutte le disposizioni incompatibili, a partire dal primo giugno 2019.

Dato a Roma presso San Pietro, il 26 marzo dell’anno 2019, settimo del Pontificato.

 

FRANCESCO

Indietro

04/02/19

Discorso del Santo Padre Francesco al Tribunale della Rota Romana per l'inaugurazione dell'anno giudiziario (2019)

Martedì, 29 gennaio 2019

Eccellenza,
Cari Prelati Uditori
,

rivolgo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto, ad iniziare dal Decano, che ringrazio per le sue parole. Saluto quanti prendono parte a questo incontro: gli Officiali, gli Avvocati e gli altri collaboratori del Tribunale Apostolico della Rota Romana. A tutti formulo sinceri voti augurali per l’Anno giudiziario che oggi inauguriamo.

La società in cui viviamo è sempre più secolarizzata, e non favorisce la crescita della fede, con la conseguenza che i fedeli cattolici fanno fatica a testimoniare uno stile di vita secondo il Vangelo, anche per quanto riguarda il Sacramento del matrimonio. In tale contesto, è necessario che la Chiesa, in tutte le sue articolazioni, agisca concordemente per offrire adeguato sostegno spirituale e pastorale. Nel quotidiano ministero a servizio del matrimonio cristiano, voi fate esperienza di due fondamentali capisaldi non solo della teologia e del diritto matrimoniale canonico, ma anche e ancor prima dell’essenza stessa della Chiesa di Cristo: l’unità e la fedeltà. Questi due beni matrimoniali, infatti, prima di essere, anzi, per essere obblighi giuridici di ogni unione coniugale in Cristo, devono essere epifania della fede battesimale.

Perché sia validamente contratto, il matrimonio richiede che si stabilisca in ciascuno dei nubendi una piena unità e armonia con l’altro, affinché, attraverso il mutuo scambio delle rispettive ricchezze umane, morali e spirituali – quasi a modo di vasi comunicanti – i due coniugi diventino una sola cosa. Il matrimonio richiede anche un impegno di fedeltà, che assorbe tutta la vita, diventando stabilmente consortium totius vitae (can.1135).

Unità e fedeltà sono due valori importanti e necessari non solo tra i coniugi, ma in generale nei rapporti interpersonali e in quelli sociali. Tutti siamo consapevoli degli inconvenienti che determinano, nel consorzio civile, le promesse non mantenute, la mancanza di fedeltà alla parola data e agli impegni assunti.

L’unità e la fedeltà. Questi due beni irrinunciabili e costitutivi del matrimonio, richiedono di essere non solo adeguatamente illustrati ai futuri sposi, ma sollecitano l’azione pastorale della Chiesa, specialmente dei vescovi e dei sacerdoti, per accompagnare la famiglia nelle diverse tappe della sua formazione e del suo sviluppo. Tale azione pastorale naturalmente non può limitarsi all’espletamento delle pratiche, pur necessarie e da svolgere con cura. Occorre una triplice preparazione al matrimonio: remota, prossima e permanente. Quest’ultima è bene che comprenda in modo serio e strutturale le diverse tappe della vita coniugale, mediante una formazione accurata, volta ad accrescere negli sposi la consapevolezza dei valori e degli impegni propri della loro vocazione.

I soggetti principali di questa formazione matrimoniale, in virtù del loro ufficio e ministero, sono i pastori; tuttavia, è quanto mai opportuno, anzi, necessario coinvolgere le comunità ecclesiali nelle loro diverse componenti, che sono corresponsabili di questa pastorale sotto la guida del Vescovo diocesano e del parroco. L’obbligo è quindi in solidum, con responsabilità primaria dei pastori e la partecipazione attiva della comunità nel promuovere il matrimonio e accompagnare le famiglie con il sostegno spirituale e formativo.

Per comprendere questa necessità pastorale, ci farà bene considerare, nelle Scritture, l’esperienza dei santi sposi Aquila e Priscilla. Essi furono tra i più fedeli compagni della missione di San Paolo, che li chiama con grato affetto suoi sinergoi, cioè collaboratori in pieno dell’ansia e del lavoro dell’Apostolo. Si resta colpiti e commossi da questo riconoscimento alto da parte di Paolo verso l’opera missionaria di questi sposi; e nello stesso tempo si può riconoscere come tale sinergia fosse un dono prezioso dello Spirito alle prime comunità cristiane. Chiediamo pertanto allo Spirito Santo di donare anche oggi alla Chiesa sacerdoti capaci di apprezzare e valorizzare i carismi dei coniugi con fede robusta e spirito apostolico come Aquila e Priscilla.

La cura pastorale costante e permanente della Chiesa per il bene del matrimonio e della famiglia richiede di essere realizzata con i vari mezzi pastorali: l’accostamento alla Parola di Dio, specialmente mediante la lectio divina; gli incontri di catechesi; il coinvolgimento nella celebrazione dei Sacramenti, soprattutto l’Eucaristia; il colloquio e la direzione spirituale; la partecipazione ai gruppi familiari e di servizio caritativo, per sviluppare il confronto con altre famiglie e l’apertura ai bisogni dei più svantaggiati.

D’altra parte, i coniugi che vivono il loro matrimonio nell’unità generosa e con amore fedele, sostenendosi a vicenda con la grazia del Signore e con il necessario supporto della comunità ecclesiale, rappresentano a loro volta un prezioso aiuto pastorale alla Chiesa. Infatti, offrono a tutti un esempio di vero amore e diventano testimoni e cooperatori della fecondità della Chiesa stessa. Davvero tanti sposi cristiani sono una predica silenziosa per tutti, una predica “feriale” direi, di tutti i giorni, e dobbiamo purtroppo constatare che una coppia che vive da tanti anni insieme non fa notizia - è triste questo -, mentre fanno notizia gli scandali, le separazioni, i divorzi… (cfr Omelia a S. Marta, venerdì 18 maggio 2018).

Gli sposi che vivono nell’unità e nella fedeltà riflettono bene l’immagine e la somiglianza di Dio. Questa è la buona notizia: che la fedeltà è possibile, perché è un dono, negli sposi come nei presbiteri. Questa è la notizia che dovrebbe rendere più forte e consolante anche il ministero fedele e pieno di amore evangelico di vescovi e sacerdoti; come furono di conforto per Paolo e Apollo l’amore e la fedeltà coniugale degli sposi Aquila e Priscilla.

Cari Prelati Uditori, rinnovo a ciascuno la mia gratitudine per il bene che fate al popolo di Dio, servendo la giustizia mediante le vostre sentenze. Esse, oltre al rilievo del giudizio in sé per le parti interessate, concorrono ad interpretare correttamente il diritto matrimoniale. Tale diritto si pone al servizio della salus animarum e della fede degli sposi. Pertanto, si comprende il puntuale riferimento delle sentenze Rotali ai principi della dottrina cattolica, per quanto riguarda l’idea naturale del matrimonio, con relativi obblighi e diritti, e ancor più per quanto concerne la sua realtà sacramentale.

Grazie di cuore per il vostro lavoro! Invoco su di esso la divina assistenza e vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!

Indietro

28/01/19

il matrimonio contratto tra persone di orientamento religioso differente.

Oggi a causa della globalizzazione e delle migrazioni vi sono sempre più di frequente religioni, culture e nazionalità diverse che si incontrano.

Nei matrimoni contratti tra persone di religioni diverse vi sono differenti regimi giuridici matrimoniali i quali determinano conflitti di norme.

Gli artt. 2-4 della “Dignitas Connubi” (DC) contengono le norme di conflitto per i tribunali ecclesistici, questi ultimi sono competenti a valutare la validità di un matrimonio, anche nel caso in cui entrambi i coniugi non siano cattolici.

Per quanto concerne il diritto sostanziale, il giudice dovrà applicare il diritto cui siano soggetti i coniugi acattolici.

Nel Concilio Vaticano Secondo, la chiesa cattolica ha modificato il proprio atteggiamento nei confronti delle altre confessioni cristiane, delle religioni non cristiane e delle concezioni del mondo non religiose; all’art. 16 della “Unitatis redintegratio” esso chiarisce che le Chiese d’Oriente hanno la facoltà di regolarsi in base alle loro discipline. Mentre in riferimento alle comunità religiose lo stesso all’art 4 comma 2 della “Dignitatis Humanae” ha stabilito il diritto di reggersi secondo le proprie norme.

In tutto ciò è compresa la libertà di rispettare e avere un proprio ordinamento giuridico.

Se il matrimonio è contratto con un coniuge non cattolico, il tribunale ecclesiastico è competente sempre se l’altro coniuge è cattolico, ciò perché la di loro competenza sulla parte cattolica si ripercuote anche sul coniuge non cattolico tramite il matrimonio; se invece il matrimonio è contratto tra due persone con cattoliche, i tribunali ecclesiastici cattolici sono competenti anche nei matrimoni in cui nessuno dei due coniugi sia cattolico, solo qualora lo stato libero di una delle due parti sia provato davanti alla Chiesa cattolica.

Il caso più frequente per la prova dello stato libero si realizza quando il coniuge acattolico voglia sposare un cattolico, poiché risulta necessario verificare se ci sia un vincolo matrimoniale esistente che impedisce ciò.

Ve ne sono altri di casi: ad esempio il coniuge che intende convertirsi oppure che si trovi nello stato di catecumeno o il caso in cui la sentenza riguardante la validità del matrimonio sia pregiudiziale per la risoluzione di un’altra questione rientrante nella giurisdizione ecclesiastica.

È inoltre opportuno dire che ogni procedimento innanzi a un tribunale ecclesiastico deve svolgersi secondo il diritto processuale canonico, ciò deriva dal fatto che secondo il “Dignitas connubi” la causa di nullità di un matrimonio contratto tra due non battezzati deve svolgersi secondo le norme di tale diritto e nulla dice nel caso in cui si fa riferimento a matrimoni contratti da due acattolici battezzati o tra un cattolico e un acattolico.

La “Dignitas connubi” si basa sul principio in base al quale ad ogni matrimonio deve essere applicata la legge secondo la quale lo stesso sia stato contratto dai coniugi. A tal proposito vi sono diversi casi da prendere in considerazione: ad esempio per quanto concerne il matrimonio tra acattolici battezzati il DC afferma l’applicabilità del diritto proprio della Chiesa o della Comunità ecclesiale di appartenenza del non cattolico infatti le chiese ortodosse e le comunità anglicane per esempio hanno un loro diritto matrimoniale. Se invece la comunità ecclesiale non possiede un proprio diritto matrimoniale, il matrimonio deve essere giudicato secondo la legge vigente nella Comunità ecclesiale, la quale sarà nella maggior parte dei casi una legge statale, un esempio è dato dalle Comunità ecclesiali protestanti poiché le stesse pur avendo una legge sul matrimonio, lasciano allo Stato la disciplina dello stesso.

Altro caso è dato dal matrimonio tra due non cristiani, nello stesso la nullità del matrimonio è decisa in base alle norme del diritto a cui erano soggette le parti al tempo della celebrazione del matrimonio. Ma anche se non viene specificato quale diritto debba essere applicato, sarebbe opportuno sostenere che in via principale deve essere applicato il diritto della comunità religiosa a cui appartengono le parti, e deve essere applicata la legge statale solo se la comunità non abbia un proprio diritto matrimoniale. Tale interpretazione rappresenta tuttavia una novità poiché finora i non cristiani sono vincolati principalmente dalla legge statale di riferimento.

Ulteriore caso riguarda il matrimonio tra un cattolico e un battezzato non cattolico, quindi il caso diverso rispetto a quelli finora presi in considerazione dove entrambi i coniugi appartenevano alla medesima comunità religiosa, in tal caso invece essi appartengono a diverse confessioni e a tal proposito vi sono due ordinamenti giuridici da prendere in considerazione: secondo un primo ordinamento il matrimonio concluso tra un cattolico e un battezzato non cattolico è regolato dal diritto canonico perché un coniuge è cattolico; il secondo orientamento invece ritiene che tale tipo di matrimonio sia regolato anche dal diritto della parte non cattolica.

Dalla presentazione delle norme di conflitto della DC finora compiuta però è stata esclusa l’importante questione del diritto divino il quale si dice si applichi a tutti gli uomini senza distinzione di religione o cittadinanza. Per tale ragione esso deve essere preso in considerazione anche in quelle cause matrimoniali nelle quali siano coinvolti dei non cattolici.

Il diritto divino quindi può essere applicato come diritto sostanziale anche quando siano coinvolti dei non cattolici oppure può avere l’effetto di escludere l’applicazione della legge matrimoniale straniera in contrasto con la legge divina.

Indietro

04/01/19

il diritto dei figli all'educazione religiosa.

La libertà di educazione religiosa del minore si colloca tradizionalmente nell’ambito della disciplina dei rapporti familiari, poiché la famiglia viene ritenuta il luogo primario per l’attuazione del progetto educativo.

Lo Stato non può imporre ai genitori l’educazione religiosa, essa risulta libera, ovviamente ciò entro i limiti del rispetto della persona e dei diritti del minore. A tal proposito infatti lo Stato non può né intromettersi nella elezione dei valori da trasmettere alla prole, né tantomeno operare una valutazione preferenziale verso una determinata appartenenza religiosa.

Questa libertà dei genitori di educare la prole secondo i dettami del proprio credo religioso, peraltro riconosciuta e garantita dalla legislazione statale e da quella internazionale recepita dai singoli ordinamenti, risulta circoscritta, oltre che dal limite dell’interesse del minore, anche al riconoscimento dell’attitudine dello stesso a sviluppare un certo grado di autodeterminazione.

 Secondo l’ordinamento giuridico italiano i genitori debbono delineare congiuntamente, e liberamente, l’indirizzo educativo, anche religioso, da impartire alla prole, ma consapevoli del fatto che quell’educazione rappresenta in realtà un mero avviamento, perché il minore, raggiunta la maturità necessaria, dovrà vedersi riconosciuto il diritto a scegliere il proprio indirizzo religioso.

Ma tale educazione religiosa dei figli, concepita libera dai vari ordinamenti statali, costituisce invece nell’ordinamento canonico l’adempimento di uno specifico dovere.

Il codice vigente, al canone 795, afferma che la vera educazione deve perseguire la formazione integrale della persona umana. La formazione spirituale non può certo essere esclusa da questa “realizzazione integrale” della persona, e la famiglia cristiana è considerata l’ambiente naturale e necessario in cui darvi attuazione. Questo ruolo è stato ribadito più recentemente nei due Sinodi dei Vescovi del 2014 e del 2015, in occasione dei quali si è tornato a evidenziare il ruolo della famiglia quale soggetto attivo dell’evangelizzazione.

Occorre precisare che il compito di fornire ai figli l’educazione religiosa, in quanto completamento del diritto-dovere “naturale” di provvedere al pieno sviluppo della prole, grava su tutti i genitori, anche quelli non battezzati.

Il diritto-dovere di educare i figli nella fede cattolica è delineato al canone 793 CIC, secondo tale norma i genitori sono vincolati dall'obbligo, e insieme hanno il diritto, di educare la prole; inoltre, i genitori cattolici hanno anche il dovere e il diritto di scegliere mezzi e istituzioni attraverso i quali provvedere, nel modo più opportuno, all'educazione cattolica dei figli.

Educare cristianamente i figli è dunque oggetto della responsabilità di entrambi i genitori e questa educazione deve essere impartita sin dai primi anni di vita.

Risulta invece più faticosa l’educazione religiosa da impartire alla prole nei matrimoni tra coniugi di diversa fede. A tal proposito per l’ordinamento canonico risulterebbe sufficiente un insegnamento del genitore cattolico il più possibile vicino a quello della Chiesa, qualora non sia fattibile educare la prole dichiaratamente nella fede cattolica. Questo consentirebbe di trattenere uno degli ostacoli più significativi alla comunione di vita dei coniugi di fede diversa, ossia la conflittualità sull’orientamento religioso da impartire ai figli.

 

 

 

 

Indietro

31/08/18

Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti all'incontro "European Jesuits in Formation".

Buongiorno. Sono contento di accogliervi. Grazie tante di questa visita, mi fa bene. Quando io ero studente, quando si doveva andare dal Generale, e quando con il Generale dovevamo andare dal Papa, si portava la talare e il mantello. Vedo che questa moda non c’è più, grazie a Dio.

Mi ha fatto ridere il sacerdote quando ha parlato di unificare la pastorale dei Gesuiti. Io avevo capito che si trattasse di unificare le anime e i cuori dei Gesuiti, non le modalità, perché se si fa questo finisce la Compagnia di Gesù. Si diceva che il primo ruolo del Generale era di “pascolare i Gesuiti”, e un altro diceva: “Sì, ma è come pascolare un gregge di rospi”: uno di qua, uno di là… Ma questo è bello, perché ci vuole una grande libertà, senza libertà non si può essere Gesuita. E una grande obbedienza al pastore; il quale deve avere il grande dono del discernimento per permettere a ognuno dei “rospi” di scegliere quello che sente che il Signore gli chiede. Questa è l’originalità della Compagnia: unità con grande diversità.

Il Beato Paolo VI ci ha detto, nella XXXII Congregazione generale, che lì dove ci sono gli incroci delle idee, dei problemi, delle sfide, lì c’è un Gesuita. Leggete quel discorso: a mio avviso è il discorso più bello che un Papa abbia fatto alla Compagnia. Era un momento difficile per la Compagnia, e il Beato Paolo VI incomincia il discorso così: “Perché dubitate? Un momento di dubbi? No! Coraggio!”. E vorrei collegarlo con un altro discorso, non di un Papa bensì di un Generale, di Pedro Arrupe: è stato il suo “canto del cigno”, nel campo rifugiati in Thailandia, non so se a Bangkok o a sud di Bangkok. Ha fatto quel discorso presso l’aereo ed è atterrato a Fiumicino con l’ictus. È stata la sua ultima predica, il suo testamento. In questi due discorsi c’è la cornice di quello che oggi la Compagnia deve fare: coraggio, andare alle periferie, agli incroci delle idee, dei problemi, della missione… Lì c’è il testamento di Arrupe, il “canto del cigno”, la preghiera. Ci vuole coraggio per essere Gesuita. Non vuol dire che un Gesuita debba essere incosciente, o temerario, no. Ma avere coraggio. Il coraggio è una grazia di Dio, quella parresia paolina… E ci vogliono ginocchia forti per la preghiera. Credo che con questi due discorsi voi avrete l’ispirazione per andare dove lo Spirito Santo vi dirà, nel cuore.

Poi si parla di comunicazione, che è uno dei vostri temi. A me piace tanto il metodo comunicativo di San Pietro Favre: sì, Favre comunicava e lasciava che gli altri comunicassero. Leggete il memoriale: è un monumento alla comunicazione, sia quella interiore con il Signore, sia quella esterna con la gente.

E vi ringrazio per quello che fate. Andate avanti, agli incroci, senza paura. Ma siate ancorati al Signore.

Pregate per me, non dimenticatevi! Questo lavoro [del Papa] non è facile… Forse questa sembra un’eresia, ma abitualmente è divertente. Grazie.

Abbiamo ancora alcuni minuti: se qualcuno di voi vuole fare qualche domanda o qualche riflessione, approfittiamo di questi minuti. Così io imparo dalle vostre eresie…

Domanda [in inglese]:
Grazie per le Sue parole, Santo Padre. Il tema dei nostri incontri è la comunicazione, i giovani. Qualcuno una volta mi ha detto che essere religiosi o sacerdoti significa che una cosa che non dovremo mai affrontare è la disoccupazione. Ma molti giovani, anche con una preparazione elevata, si trovano a rischiare la disoccupazione. Trovo che questo sia una sfida per me, per vedere le cose dal loro punto di vista, perché so che la Compagnia di Gesù e la Chiesa avranno sempre un compito per me, da qualche parte. Trovo che questa sia una grande sfida per la comunicazione: questa è un’esperienza di disoccupazione che so che non avrò mai. E’ una cosa che trovo difficile…

Papa Francesco:

Forse questo è uno dei problemi più acuti e più dolorosi per i giovani, perché va proprio al cuore della persona. La persona che non ha lavoro, si sente senza dignità. Ricordo una volta, nella mia terra, una signora è venuta a dirmi che sua figlia, universitaria, parlava parecchie lingue, non trovava lavoro. Io mi sono mosso con alcuni laici, lì, e hanno trovato un lavoro. Quella donna mi ha scritto un biglietto che diceva: “Grazie, Padre, perché Lei ha aiutato mia figlia a ritrovare la dignità”. Non avere lavoro toglie la dignità. E di più: non è il fatto di non poter mangiare, perché può andare alla Caritas e le danno da mangiare. Il problema è non poter portare il pane a casa: toglie la dignità. Quando io vedo – voi vedete – tanti giovani senza lavoro, dovremo domandarci perché. Troverete sicuramente la ragione: c’è una risistemazione dell’economia mondiale, dove l’economia, che è concreta, lascia il posto alla finanza, che è astratta. Al centro c’è la finanza, e la finanza è crudele: non è concreta, è astratta. E lì si gioca con un immaginario collettivo che non è concreto, ma è liquido o gassoso. E al centro c’è questo: il mondo della finanza. Al suo posto avrebbero dovuto esserci l’uomo e la donna. Oggi questo è, credo, il grande peccato contro la dignità della persona: spostarla dal suo posto centrale. Parlando l’anno scorso con una dirigente del Fondo Monetario Internazionale, lei mi ha detto che aveva avuto il desiderio di fare un dialogo fra l’economia, l’umanesimo e la spiritualità. E mi ha detto: “Sono riuscita a farlo. Poi mi sono entusiasmata e ho voluto farlo tra la finanza, l’umanesimo e la spiritualità. E non sono riuscita a farlo, perché l’economia, anche quella di mercato, si può aprire all’economia sociale di mercato, come aveva chiesto Giovanni Paolo II; invece, la finanza non è capace, perché tu non puoi afferrare la finanza: è ‘gassosa’ ”. La finanza assomiglia su scala mondiale alla catena di Sant’Antonio! Così, con questo spostamento della persona dal centro e col mettere al centro una cosa come la finanza, così “gassosa”, si generano vuoti nel lavoro.

Ho voluto dire questo in generale perché lì ci sono le radici del problema della mancanza di lavoro, posto dalla tua domanda: “Come posso io capire, comunicare e accompagnare un giovane che è in quella situazione di non lavoro?”. Fratelli, ci vuole creatività! In ogni caso. Una coraggiosa creatività, per cercare il modo di venire incontro a questa situazione. Ma non è una domanda superficiale, quella che tu hai fatto. Il numero dei suicidi giovanili è in aumento, ma i governi – non tutti – non pubblicano il numero esatto: pubblicano fino a un certo punto, perché è scandaloso. E perché si impiccano, si suicidano questi giovani? La ragione principale di quasi tutti i casi è la mancanza di lavoro. Sono incapaci di sentirsi utili e finiscono… Altri giovani non se la sentono di affrontare il suicidio, ma cercano un’alienazione intermedia con le dipendenze, e la dipendenza, oggi, è una via di fuga da questa mancanza di dignità. Pensate che dietro ad ogni dose di cocaina – pensiamo – c’è una grande industria mondiale che rende possibile questo, e probabilmente – non sono sicuro – il movimento di denaro più grande nel mondo. Altri giovani sul telefonino vedono cose interessanti come progetto di vita: almeno danno un lavoro… Questo è reale, succede! “Ah, io prendo l’aereo e vado ad arruolarmi nell’Isis: almeno avrò mille dollari in tasca ogni mese e qualcosa da fare!”. Suicidi, dipendenze e uscita verso la guerriglia sono le tre opzioni che i giovani hanno oggi, quando non c’è lavoro. Questo è importante: capire il problema dei giovani; far sentire [a quel giovane] che io lo capisco, e questo è comunicare con lui. E poi muoversi per risolvere questo problema. Il problema ha soluzione, ma bisogna trovare il modo, c’è bisogno della parola profetica, c’è bisogno di inventiva umana, bisogna fare tante cose. Sporcarsi le mani… È un po’ lunga la mia risposta alla tua domanda, ma sono tutti elementi per prendere una decisione nella comunicazione con un giovane che non ha lavoro. Hai fatto bene a parlare di questo, perché è un problema di dignità.

E cosa succede quando un Gesuita non ha lavoro? Lì c’è un problema grosso! Parla presto con il padre spirituale, con il superiore, fai un bel discernimento sul perché…

Grazie. Non ti do più lavoro [rivolto al traduttore].

Domani è la festa di San Pietro Favre: pregatelo perché ci dia la grazia di imparare a comunicare.

Preghiamo la Madonna: Ave o Maria…

[Benedizione]

E non dimenticatevi, per favore, quei due discorsi: quello del Beato Paolo VI, nel 1974, alla XXXII Congregazione generale, e quello di padre Arrupe in Tailandia, il suo canto del cigno, il suo testamento.


Indietro

31/08/18

Nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica sulla pena di morte – Rescriptum “ex Audentia SS.mi”, 02.08.2018.

Indietro

25/07/18

Le mutilazioni genitali femminili e il concetto di violenza alla luce della normativa europea.


L'espressione "mutilazioni genitali femminili" (MGF), utilizzata nel diritto europeo, si riferisce a interventi sugli organi genitali femminili. Le singole pratiche che le compongono sono meglio note, a seconda del grado differente di ablazione, con le seguenti espressioni: escissione, fibulazione o, in inglese, "female genital cutting" (FGC).
Per delineare le forme che le ablazioni in questione possono assumere sono stati storicamente compiuti alcuni tentativi di classificazione. Tra questivi è quella utilizzata dalla dottoressa Marie- Hélène Mottin-Sylla nello studio Excision au Sénégal (1991), riportato dalla sociologa Isabelle Gillette, la quale individua due macro tipi, ciascuno dei quali si declina in tre gradi diversi, corrispondenti all'escissione vera e propria, e un terzo tipo, corrispondente all’infibulazione. Il primo tipo, detta escissione “sunna”, opera unicamente sul clitoride. Si può distinguere in un intervento cosiddetto benigno, che prevede l’ablazione del cappuccio del clitoride soltanto (grado I); un ntervento medio, che prevede l’ablazione del cappuccio e del glande del clitoride (grado II); un intervento severo, che prevede l’ablazione totale del clitoride (grado III). Il secondo tipo consiste in una clitoridectomia e in un’ablazione delle piccole e/o grandi labbra. Si possono distinguere la clitoridectomia e l’ablazione delle piccole labbra (grado I); la clitoridectomia, ablazione delle piccole labbra e l’ablazione parziale delle grandi labbra (grado II); la clitoridectomia e l’ablazione totale delle piccole e grandi labbra (grado III). Il terzo tipo, l’infibulazione, consiste nella clitoridectomia, nell’ablazione degli organi genitali esterni e nell’operazione per richiudere la piaga in modo più o meno completo. La distinzione tra l’escissione vera e propria e l’infibulazione sembra coerente con i diversi significati a esse attributi dalla letteratura. A seguito del fenomeno migratorio, quest’ultima è ormai diffusa anche nei paesi cosiddetti “occidentali”. Essa implica l’esistenza di un ordinamento normativo che considera gli individui come parte di un gruppo i cui interessi prevalgono sui suoi membri. Confligge con i diritti fondamentali riconosciuti dagli Stati moderni, in particolare il diritto all'integrità fisica, alla salute, alla non discriminazione in base al genere, all’etnia, alla cultura. Le condotte a essa relative sono considerate in questi Stati al pari delle altre forme di mutilazione genitale, “reati culturalmente motivati”. Sono infatti state introdotte norme, a livello nazionale, sovranazionale e internazionale per vietare e sanzionare tali interventi sui genitali femminili.
In tutti gli anni 2000 si è assistito a un intensificarsi degli interventi in materia di MGF da parte di istituzioni dell’UE, quali il Parlamento europeo, la Commissione europea, il Consiglio dell’Unione europea, così come da parte del Consiglio d’Europa. Tali interventi hanno consolidato l’associazione tra escissione e violenza, in particolare riconducendo l’escissione, tramite la categoria della mutilazione, nell’alveo della violenza di genere. Quanto suddetto emerge ancora più esplicitamente dalla direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, e sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI8. Essa afferma infatti che la violenza di genere «comprende la violenza nelle relazioni strette, la violenza sessuale compresi lo stupro, l’aggressione sessuale e le molestie sessuali), la tratta di esseri umani, la schiavitù e varie forme di pratiche dannose, quali i matrimoni forzati, la mutilazione genitale femminile e i cosiddetti “reati d’onore”». Tali pratiche sono annoverate, dunque, tra le "forme di violenza di cui le donne sono vittime in quanto donne" (comunicazione della Commissione al PE, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale europeo e al Comitato delle Regioni sulla strategia per la parità tra donne e uomini 2010-2015, adottata dalla Commissione il 21 settembre 2010). Rientrano nell'alveo dei "crimini" e, pertanto, meritano repressione, punizione e "tolleranza zero" (cit. "Giornata internazionale della tolleranza zero nei confronti della mutilazione genitale femminile", Bruxelles, 5 febbraio 2018).

Indietro

22/06/18

Il Papa: no all'eugenetica che sopprime gli imperfetti.

"Cari fratelli e sorelle,

Mi rallegra incontrarvi, soprattutto perché in questi giorni avete affrontato un tema di grande importanza per la vita della Chiesa nella sua opera di evangelizzazione e formazione cristiana: La catechesi e le persone con disabilità. Ringrazio S.E. Mons. Fisichella per la sua introduzione, il Dicastero da lui presieduto per il suo servizio e tutti voi per il vostro lavoro in questo campo.

Conosciamo il grande sviluppo che nel corso degli ultimi decenni si è avuto nei confronti della disabilità. La crescita nella consapevolezza della dignità di ogni persona, soprattutto di quelle più deboli, ha portato ad assumere posizioni coraggiose per l’inclusione di quanti vivono con diverse forme di handicap, perché nessuno si senta straniero in casa propria. Eppure, a livello culturale permangono ancora espressioni che ledono la dignità di queste persone per il prevalere di una falsa concezione della vita. Una visione spesso narcisistica e utilitaristica porta, purtroppo, non pochi a considerare come marginali le persone con disabilità, senza cogliere in esse la multiforme ricchezza umana e spirituale. E’ ancora troppo forte nella mentalità comune un atteggiamento di rifiuto di questa condizione, come se essa impedisse di essere felici e di realizzare sé stessi. Lo prova la tendenza eugenetica a sopprimere i nascituri che presentano qualche forma di imperfezione. In realtà, tutti conosciamo tante persone che, con le loro fragilità, anche gravi, hanno trovato, pur con fatica, la strada di una vita buona e ricca di significato. Come d’altra parte conosciamo persone apparentemente perfette e disperate! D’altronde, è un pericoloso inganno pensare di essere invulnerabili. Come diceva una ragazza che ho incontrato nel mio recente viaggio in Colombia, la vulnerabilità appartiene all’essenza dell'uomo.

La risposta è l’amore: non quello falso, sdolcinato e pietistico, ma quello vero, concreto e rispettoso. Nella misura in cui si è accolti e amati, inclusi nella comunità e accompagnati a guardare al futuro con fiducia, si sviluppa il vero percorso della vita e si fa esperienza della felicità duratura. Questo – lo sappiamo – vale per tutti, ma le persone più fragili ne sono come la prova. La fede è una grande compagna di vita quando ci consente di toccare con mano la presenza di un Padre che non lascia mai sole le sue creature, in nessuna condizione della loro vita. La Chiesa non può essere “afona” o “stonata” nella difesa e promozione delle persone con disabilità. La sua vicinanza alle famiglie le aiuta a superare la solitudine in cui spesso rischiano di chiudersi per mancanza di attenzione e di sostegno. Questo vale ancora di più per la responsabilità che possiede nella generazione e nella formazione alla vita cristiana. Non possono mancare nella comunità le parole e soprattutto i gesti per incontrare e accogliere le persone con disabilità. Specialmente la Liturgia domenicale dovrà saperle includere, perché l’incontro con il Signore Risorto e con la stessa comunità possa essere sorgente di speranza e di coraggio nel cammino non facile della vita.

La catechesi, in modo particolare, è chiamata a scoprire e sperimentare forme coerenti perché ogni persona, con i suoi doni, i suoi limiti e le sue disabilità, anche gravi, possa incontrare nel suo cammino Gesù e abbandonarsi a Lui con fede. Nessun limite fisico e psichico potrà mai essere un impedimento a questo incontro, perché il volto di Cristo risplende nell’intimo di ogni persona. Inoltre stiamo attenti, specialmente noi ministri della grazia di Cristo, a non cadere nell’errore neo-pelagiano di non riconoscere l’esigenza della forza della grazia che viene dai Sacramenti dell’iniziazione cristiana. Impariamo a superare il disagio e la paura che a volte si possono provare nei confronti delle persone con disabilità. Impariamo a cercare e anche a “inventare” con intelligenza strumenti adeguati perché a nessuno manchi il sostegno della grazia. Formiamo – prima di tutto con l’esempio! – catechisti sempre più capaci di accompagnare queste persone perché crescano nella fede e diano il loro apporto genuino e originale alla vita della Chiesa. Da ultimo, mi auguro che sempre più nella comunità le persone con disabilità possano essere loro stesse catechisti, anche con la loro testimonianza, per trasmettere la fede in modo più efficace.

Vi ringrazio per il vostro lavoro di questi giorni e per il vostro servizio nella Chiesa. La Madonna vi accompagni. Vi benedico di cuore. E vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me.

Grazie!"

Indietro

La tua richiesta è stata inviata con successo!


Sarà nostra cura contattarvi appena possibile, al massimo entro 48 ore.
Grazie per aver scelto il nostro studio legale.
OK

Il tuo messaggio è stato inviato con successo!


Sarà nostra cura contattarvi appena possibile, al massimo entro 48 ore.
Grazie per aver scelto il nostro studio legale.
OK