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La risoluzione è l'unico strumento con il quale i creditori possono liberarsi di tutti gli effetti prodotti dal concordato.

I debiti concordatari possono fondare la dichiarazione di fallimento dell'impresa della quale sia stato omologato il concordato preventivo solo a seguito della risoluzione del concordato.

(Corte App. Firenze, 16.5.2019)

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Il patto di compensazione è opponibile indipendentemente dal fatto che il debito dell'istituto di credito sia divenuto liquido ed esigibile dopo la domanda di concordato.

Il patto di compensazione stipulato contestualmente al deposito dei titoli acquistati presso la banca ed a garanzia del credito derivante dal finanziamento da questa concesso al debitore ammesso alla procedura è opponibile indipendentemente dal fatto che il debito dell'istituto di credito sia divenuto liquido ed esigibile dopo la domanda di concordato. 

(Cass. civ., sez. I ord., 10.4.2019, n. 10091).

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La prededuzione dei crediti opera anche tra procedure concorsuali consecutive.

Il fenomeno della consecuzione funge da elemento di congiunzione tra procedure distinte e consente di traslare dall'una all'altra procedura la precedenza procedimentale in cui consiste la prededuzione, facendo sì che la stessa valga non solo nell'ambito in cui è maturata, ma anche nell'altro che alla prima sia conseguito. Tale il principio di diritto espressamente enunciato dal giudice di legittimità in una recente pronuncia.

(Cass. civ., sez. I, 11.6.2019, n. 15724).

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IVA: data a decorrere dalla quale si può emettere la nota di credito in presenza di un concordato preventivo con continuità aziendale.

L'Agenzia delle Entrate, con la risposta ad istanza di interpello del 18 dicembre 2018, n. 113, ha resi nuovi chiarimenti in merito alla tempistica per l'emissione delle note di variazione IVA nel caso di società sottoposta alla procedura di concordato preventivo con continuità aziendale. Il piano prevedeva: 

- la focalizzazione dell'attività sui prodotti con maggiori margini di guadagno; 

- la liquidazione di beni che non erano più funzionali allo svolgimento dell'attività ridefinita; 

- la suddivisione in tre classi dei creditori chirografari, con diverse percentuali di soddisfacimento dei relativi crediti.

Per effetto del concordato, sarebbe rimasta insoddisfatta una parte dei crediti vantati dai creditori chirografari nei confronti della società assoggettata alla procedura di concordato (falcidia dei crediti). L'Agenzia delle Entrate ha specificato che le note di variazione devono essere emesse dai creditori chirografari (i cui crediti sono stati falcidiati) dal momento in cui il piano di riparto viene portato a compimento (dies a quo). Inoltre, l'Agenzia delle Entrate ha specificato che le note di variazione devono essere emesse dai creditori chirografari (i cui crediti sono stati falcidiati) dal momento in cui il piano di riparto viene portato a compimento (dies a quo). Pertanto, l'emissione della nota di variazione emessa decorsi i termini per poter esercitare il diritto alla detrazione di cui all'art. 19, comma 1, D.P.R. n. 633/1972, non legittima l'emittente alla detrazione e non obbliga alla registrazione chi la riceve. 

(Interpello 18 dicembre 2018, n. 113).

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Non riconosciuta la deducibilità degli oneri se il contribuente non provvede a trasmettere la dichiarazione di esecuzione delle opere con attestazione del loro costo.

Non può essere riconosciuta la deducibilità degli oneri se il contribuente non provvede a trasmettere la dichiarazione di esecuzione delle opere con attestazione del loro costo. La Cassazione ha precisato che l'art. 1, comma 1, lett. d), del D.M. n. 41 del 1998 prevede che il contribuente, per potersi avvalere, nei limiti previsti, della deducibilità degli oneri sostenuti per interventi di ristrutturazione edilizia debba tra l'altro trasmettere, per i lavori il cui importo complessivo supera la somma di € 51.645,69, dichiarazione di esecuzione dei lavori con indicazione del loro costo, sottoscritta da un soggetto iscritto negli albi degli ingegneri, architetti e geometri, ovvero da altro soggetto abilitato all'esecuzione degli stessi. L'art. 4 del D.M. citato dispone, poi, che la detrazione non è riconosciuta in caso di violazione di quanto previsto all'art. 1, commi 1 e 2. Non può essere riconosciuta la deducibilità degli oneri, pertanto, se il contribuente non provvede a trasmettere la dichiarazione di esecuzione delle opere con attestazione del loro costo.

(Cass. civ., sez. V, 11 luglio 2019, n. 18611).

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Il ritardo del conduttore nella riconsegna della cosa locata legittima soltanto la condanna generica al risarcimento del danno da occupazione.

Il mero ritardo del conduttore nella riconsegna della cosa locata legittima soltanto la condanna generica al risarcimento del danno da occupazione; ogni differente danno, sia esso derivante da danneggiamento dell'immobile o da perdita di opportunità di vendita-locazione, deve essere adeguatamente provato.

(Cass. civ., sez. III, 16 luglio 2019, n. 18946)

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In caso di pluralità di locatori il singolo può agire al fine di ottenere il rilascio dell'immobile.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 17933 del 4 luglio 2019, ha stabilito che in caso di pluralità di locatori ciascuno di essi gode di pieni poteri gestori. In difetto di prova contraria, il singolo può agire al fine di ottenere il rilascio dell'immobile, dovendosi pertanto escludere la necessità di integrazione del contraddittorio.

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Il pignoramento delle quote di proprietà dell'immobile determina l'automatica cessazione di efficacia del contratto di locazione.

Il pignoramento di alcune quote di proprietà dell'immobile determina l'automatica cessazione di efficacia del contratto di locazione. La Corte di Cassazione con sentenza del 19 luglio 2019, n. 19522 ha precisato che la comune volontà dei comproprietari locatori, in ipotesi diretta a consentirne l'eventuale rinnovazione, si sarebbe dovuta necessariamente formare previa autorizzazione del giudice dell'esecuzione.


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Anche il condomino danneggiato dalle infiltrazioni d'acqua paga pro quota i lavori di riparazione.

Secondo la Corte di Appello di Catania (sentenza del 4 giugno 2019, n. 1273) anche "il condomino danneggiato dalle infiltrazioni d'acqua paga pro quota i lavori di riparazione in quanto comproprietario della stessa corte comune e come tale corresponsabile, al pari degli altri condomini, della manutenzione della stessa corte comune". Qualora, quindi, si debba procedere alla riparazione del cortile o viale di accesso all'edificio condominiale, che funga anche da copertura per i locali sotterranei di proprietà esclusiva di un singolo condomino, ai fini della ripartizione delle relative spese non si può ricorrere ai criteri previsti dall'art. 1126 c.c., ma si deve, invece, procedere ad un'applicazione analogica dell'art. 1125 c.c., il quale costituisce ipotesi particolare del principio generale dettato dall'art. 1123, comma 2, c.c.

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Sequestro dei beni intestati a persona estranea al reato.

In tema di reati tributari, nel caso di sequestro preventivo per equivalente avente ad oggetto beni formalmente intestati a persona estranea al reato, incombe sul giudice una pregnante valutazione sulla disponibilità effettiva degli stessi. A tal fine, è necessaria la prova, con onere a carico del Pubblico Ministero, della riferibilità concreta degli stessi all'indagato. 

(cfr. Cass. Pen., 2 luglio 2019, n. 28583).

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Conferimento d'azienda e successiva cessione totalitaria delle partecipazioni.

Ai fini dell'imposta di registro, l'operazione di conferimento d'azienda e successiva cessione totalitaria delle partecipazioni, posti in essere dal contribuente e unitariamente considerati, non comporta il conseguimento di un vantaggio d'imposta indebito e quindi non è abusiva.

(Agenzia delle entrate, risp. 18 giugno 2019, n. 196).

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Il diritto di difesa dei genitori nel procedimento di dichiarazione di stato di adottabilità verso le relazioni degli assistenti sociali.

Con ordinanza n. 1883/2019 la Cassazione ha stabilito che nel procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità di un minore le relazioni degli assistenti sociali e degli psicologi, ancorché non asseverate da giuramento, costituiscono, nel quadro dei rapporti informativi, degli accertamenti e delle indagini da compiere in via sommaria e secondo il rito camerale, indizi sui quali il giudice può fondare il proprio convincimento e la cui valutazione non comporta violazione del diritto di difesa dei genitori.

(Cass. civ., Sez. I, Ord., 23.1.2019, n. 1883).

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Sequestro preventivo annullabile solo in caso di sgravio dell'Amministrazione finanziaria

Non è possibile disporre o mantenere il sequestro preventivo, in caso di annullamento della cartella esattoriale da parte della Commissione Tributaria, con sentenza anche non definitiva, e di correlato provvedimento di "sgravio" da parte dell'Amministrazione finanzia in quanto il provvedimento di sgravio dell'Agenzia delle entrate produce l'effetto estintivo del debito erariale.

(cfr. Cass. Pen., 2 luglio 2019, n. 28575).

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Il procedimento di adottabilità in cui il minore non sia assistito da un legale è nullo.

Con l'ordinanza n. 12020/2019 la Cassazione ha stabilito che il procedimento volto all'accertamento dello stato di adottabilità deve svolgersi, fin dalla sua apertura, con l'assistenza legale del minore, il quale ne è parte, e, in mancanza di una disposizione specifica, sta in giudizio a mezzo di un rappresentante legale ovvero, se sussista conflitto di interessi, di un curatore speciale, soggetti cui compete la nomina del difensore tecnico.

(Cass. civ., Sez. I, Ord., 7.5.2019, n. 12020).

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Il diritto di impugnazione della delibera assembleare del rappresentante comune.

L'art. 2347, co. 1 c.c. (secondo cui "…nel caso di comproprietà di un'azione, i diritti dei comproprietari devono essere esercitati da un rappresentante comune…"), in quanto diretto ad assicurare un corretto e trasparente svolgimento dei rapporti tra società e comunisti, comporta che il diritto di impugnazione della delibera assembleare spetti esclusivamente al rappresentante comune.

(cfr. Trib. di Roma, sez. specializzata in materia di impresa, 3 luglio 2018).

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Coppie coniugate e coppie conviventi sono equiparate anche nel caso del ricongiungimento familiare.

Il TAR di Reggio Calabria, con decisione del 10 maggio 2019 n. 231, ha affermato che l'equiparazione tra coppie coniugate e quelle conviventi deve ritenersi sussistente anche nel caso del ricongiungimento familiare, anche quando richiesto da un appartenente al Corpo dell'Arma dei Carabinieri, in quanto siffatto istituto è diretto a rendere effettivo il diritto all'unità della famiglia: tale diritto si esprime nella garanzia della convivenza del nucleo familiare e, pur nel silenzio della L. n. 76/2016, può essere invocato non solo dai coniugi e dai soggetti uniti civilmente, ma anche dai conviventi di fatto.

(TAR Reggio Calabria, 10 maggio 2019, n. 231)

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Domanda di scioglimento dell'unione civile e mancato invio della raccomandata e della formale dichiarazione innanzi all'Ufficiale dello Stato Civile.

In tema di accoglimento della domanda di scioglimento dell'unione civile, il Tribunale adito può deliberare la predetta domanda pur in difetto di invio della raccomandata e della formale dichiarazione innanzi all'Ufficiale dello Stato Civile, nel caso in cui l'attore abbia notificato il ricorso introduttivo del giudizio al partner, abbia ribadito in sede di udienza presidenziale la propria volontà di sciogliere il vincolo e tra la fase presidenziale e quella in cui viene emesso il provvedimento definitivo sia trascorso un lasso di tempo pari o superiore a tre mesi.

(Tribunale Civile di Novara, 5 luglio 2018, Presid. Lamanna - Est. Iaquinta)

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La formazione di una famiglia di fatto.

La formazione di una famiglia di fatto costituisce espressione di una scelta di vita esistenziale e consapevole, con assunzione del rischio della cessazione del rapporto, rescindendo ogni collegamento con il tenore ed il modello di vita legati al coniugio e quindi escludendo la solidarietà post-matrimoniale dell'altro coniuge.

(Tribunale di Como, Ord. 12 aprile 2018, Est. Montanari)

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Il rifiuto della moglie ad intrattenere rapporti intimi con il marito e l'addebito della separazione.

Non è addebitabile alla moglie la separazione della coppia se il rifiuto della stessa ad intrattenere rapporti intimi con il marito è causato da circostanze oggettive che ostacolano la normale vita di coppia, come ad esempio una malattia o l'atmosfera opprimente instaurata in casa dal marito.

(Cassazione Civile, Sez. VI, Ord. 15 febbraio 2019, n. 4653)

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Linea guida per l'assegno di divorzio.

Il contrasto giurisprudenziale venutosi a creare conseguentemente al differente orientamento assunto di recente dalla Corte di Cassazione è stato chiarito dalle SS.UU. con la sentenza dell'11 luglio 2018 n. 18287.

Secondo la Corte, il riconoscimento dell'assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale e in pari misura compensativa e perequativa, richiede l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi o comunque dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l'applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma di cui all'art. 5, comma 6, della L. n. 898/1970, e successive modifiche, i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e dell'età dell'avente diritto (funzione assistenziale).

All'assegno va poi riconosciuta una funzione compensativa perequativa che conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate. Da qui ne consegue che la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita familiare, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall'ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi.

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IL RISARCIMENTO DEL DANNO DA DIFFAMAZIONE.

Il nostro codice penale parla di “diffamazione” all’art 595, dicendo che per diffamazione si intende una condotta che mira ad offendere l’altrui reputazione, bene giuridico tutelato dal nostro ordinamento. Il reato di ingiuria prevede sempre l’offesa alla reputazione di qualcuno ma, al contrario della diffamazione, vi è una minore offensività del fatto poiché la persona offesa è presente e quindi può difendersi. L’insulto della diffamazione invece è molto più subdolo poiché si consuma in assenza della persona offesa, pertanto la pena sarà maggiore.

La “Diffamazione a mezzo stampa” ex art 595.3 c.p. costituisce la forma aggravata del reato di diffamazione, tenendo conto della notevole diffusività del mezzo, l’offesa è condotta a un numero indeterminato di soggetti, la norma prende in considerazione la stampa periodica (giornali, settimanali ecc), quella non periodica (libri ecc.) e quella clandestina.

Ma al reato di diffamazione a mezzo stampa, si accosta il “diritto di cronaca e di critica” sancito dall’art 21 della Costituzione. La Sentenza n.5259/1984 della Corte di Cassazione “Il decalogo del giornalista” disciplina l’esercizio di questo diritto rispettando nel contempo il bene giuridico della reputazione. Infatti, affinchè il diritto di cronaca non integri il reato di diffamazione occorrono tre condizioni:

1) la verità della notizia pubblicata= i fatti come sono accaduti e i fatti come sono narrati.
2) l’interesse pubblico alla conoscenza del fatto (c.d. pertinenza) = impone che notizie e fatti riportati abbiano un concreto interesse per l’opinione pubblica, non necessariamente intesa nella sua totalità.
3) la correttezza formale nella esposizione (c.d. continenza) = consiste nella forma civile dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione, cioè non eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire.

Come agire in caso di lesione da diffamazione?

Dopo la sentenza sopracitata è stato riconosciuto ai soggetti diffamati il diritto di tutelare la propria reputazione in sede civile senza necessità di attivare l’azione penale. Il soggetto offeso ha il diritto al risarcimento del danno, a prescindere dalla circostanza che il fatto lesivo integri o meno un reato, poiché ai fini risarcitori è del tutto irrilevante che il fatto sia stato commesso con dolo o con colpa. La condotta in questo caso integrerà l’illecito civilistico di cui. all’art. 2043 c.c e quindi si risolverà in un’attività che ha causato un danno ingiusto: bisogna specificare però che costituisce illecito civile ove la lesione del diritto all’identità personale avviene mediante distorsione dell’effettiva identità personale o alterazione, travisamento, offuscamento del patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, ideologico, professionale, mentre si ritiene sussistente il reato di diffamazione ex art 595 c.p. quando, invece, alla lesione si pervenga mediante offesa alla reputazione.

Liquidazione del danno.

L’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano, ha pubblicato, i criteri orientativi per la liquidazione del danno che sono:

 -la notorietà del diffamante, carica pubblica o ruolo istituzionale o professionale ricoperto dal diffamato;

-la natura della condotta diffamatoria condotte reiterate, intensità dell’elemento psicologico in capo all’autore della diffamazione (se vi sia animus diffamandi, se il dolo sia eventuale);

-il mezzo con cui è stata perpetrata la diffamazione e relativa diffusione, eventualmente anche con edizione on line del giornale

-la risonanza mediatica suscitata dalle notizie diffamatorie imputabile al diffamante(es. falso scoop con la consapevolezza di avvio di campagna stampa diffamatoria, ovvero notizia data ad agenzia tipo Ansa che la diffonde universalmente), natura ed entità delle conseguenze sull’attività professionale e sulla vita del diffamato, se siano evidenziati profili concreti di danno o meno, reputazione già compromessa (es. ampio coinvolgimento in procedimento penale), limitata riconoscibilità del diffamato (es. foto di spalle, mancata indicazione del nome), ampio lasso temporale tra fatto e domanda giudiziale, rettifica successiva e/o spazio dato a dichiarazioni correttive del diffamato o rifiuto degli stessi, pubblicazione della sentenza.

L’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano ha in sostanza, individuato, cinque tipologie di diffamazione a cui ha parametrato la liquidazione equitativa del danno:

·         Diffamazione di tenue gravità, con un danno liquidabile nell’importo da euro 1.000,00 ad euro 10.000,00: la diffamazione di tenue gravità si ha in presenza dei seguenti elementi: limitata/assente notorietà del diffamante, tenuità dell’offesa considerata nel contesto fattuale di riferimento, minima/limitata diffusione del mezzo diffamatorio, minimo/limitato spazio della notizia diffamatoria, assente risonanza mediatica, tenue intensità elemento soggettivo, intervento riparatorio/rettifica del convenuto.

·         Diffamazione di modesta gravità, con danno liquidabile da euro 11.000,00 ad euro 20.000,00. La diffamazione di modesta gravità, ricorre in presenza dei seguenti elementi: limitata notorietà del diffamante, limitata diffusione del mezzo diffamatorio, modesto spazio della notizia diffamatoria.

·         Diffamazione di media gravità, con danno liquidabile da euro 21.000,00 ad euro 30.000,00. La diffamazione di media gravità, ricorre in presenza dei seguenti elementi: media notorietà del diffamante, significativa gravità delle offese attribuite al diffamato sul piano personale/professionale, uno o più episodi diffamatori, media/significativa diffusione del mezzo diffamatorio, eventuale pregiudizio al diffamato sotto il profilo personale e professionale, natura eventuale del dolo.

·         Diffamazione di elevata gravità, con danno liquidabile da euro 31.000,00 ad euro 50.000,00.La diffamazione di elevata gravità, elevata notorietà del diffamante, ricorre in presenza dei seguenti elementi: uno o più episodi diffamatori di ampia diffusione (diffusione su quotidiano/trasmissione a diffusione nazionale), notevole gravità del discredito e eventuale rilevanza penale/disciplinare dei fatti attribuiti al diffamato, eventuale utilizzo di espressioni dequalificanti/denigratorie/ingiuriose, elevato pregiudizio al diffamato sotto il profilo personale, professionale e istituzionale, risonanza mediatica della notizia diffamatoria, elevata intensità elemento soggettivo.

·         Diffamazioni di eccezionale gravità, con un danno liquidabile in importo superiore ad euro 50.000,00.

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LE QUOTE DI PROPRIETÀ DI UN IMMOBILE SOTTOPOSTE A PIGNORAMENTO DETERMINANO LA CESSAZIONE DEL CONTRATTO DI LOCAZIONE

La Corte di Cassazione con sentenza del 19.07.2019 n 19522 ha precisato che la volontà comune dei comproprietari locatori, si sarebbe dovuta necessariamente formare previa autorizzazione del giudice dell'esecuzione per consentirne l’eventuale rinnovazione in caso di pignoramento di alcune quote di proprietà dell’immobile.

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DEQUALIFICAZIONE PROFESSIONALE DEL LAVORATORE E VALUTAZIONE EQUITATIVA DEL DANNO

La Corte di Cassazione in una recente ordinanza n.16595 20.6.2019, cassando con rinvio la pronuncia impugnata, ha ribadito che in sede di determinazione del danno da dequalificazione professionale del lavoratore, i criteri di valutazione equitativa, scelti dal giudice, devono consentire una valutazione adeguata e proporzionata, in modo tale da ristorare il pregiudizio effettivamente subito dal danneggiato.

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LA MAGGIORE ETÀ DELL’ADOTTANDO

Se durante il procedimento per l’adottabilità l’adottando raggiunge la maggiore età, il processo si estingue per cessazione della materia del contendere perché il risultato del procedimento non è più conseguibile.

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LEGITTIMAZIONE AL RISARCIMENTO DEL DANNO

L’art. 82 GDPR dispone che il risarcimento del danno riguardi i danni "materiali e immateriali",ricalcando la formulazione inglese “material or non-material damage” e richiamando il concetto di “danno patrimoniale” e “danno non patrimoniale”. Questo articolo prevede che il legittimato passivo sia in primo luogo il titolare del trattamento coinvolto nelle operazioni di trattamento, ma l’elemento innovativo concerne il riconoscimento della legittimazione passiva anche in capo al responsabile del trattamento. Bisogna specificare però che il responsabile è tenuto al risarcimento quando: 1) ha agito in modo difforme o contrario alle istruzioni impartite dal titolare del trattamento violando l’obbligo contrattuale, 2) quando il titolare ha violato gli obblighi posti a suo carico dal GDPR.

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Le quote di proprietà di un immobile sottoposte a pignoramento determinano la cessazione del contratto di locazione.

La Corte di Cassazione con sentenza del 19.07.2019 n 19522 ha precisato che la volontà comune dei comproprietari locatori, si sarebbe dovuta necessariamente formare previa autorizzazione del giudice dell'esecuzione per consentirne l’eventuale rinnovazione in caso di pignoramento di alcune quote di proprietà dell’immobile.

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Dequalificazione professionale del lavoratore e valutazione equitativa del danno.

La Corte di Cassazione in una recente ordinanza n.16595 20.6.2019, cassando con rinvio la pronuncia impugnata, ha ribadito che in sede di determinazione del danno da dequalificazione professionale del lavoratore, i criteri di valutazione equitativa, scelti dal giudice, devono consentire una valutazione adeguata e proporzionata, in modo tale da ristorare il pregiudizio effettivamente subito dal danneggiato.

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Assegno divorzile: pur in presenza di un evidente divario economico tra i coniugi non sussiste il diritto all’assegno qualora tale disparità non possa essere ricondotta ad alcun apprezzabile sacrificio compiuto dalla richiedente durante la vita matrimonia

Secondo il Tribunale di Milano (sentenza n. 6665/2019), le condizioni economiche e patrimoniali dei coniugi non costituiscono più il punto di riferimento principale per l’attribuzione del diritto a un assegno di mantenimento, poiché le stesse rilevano solo ove eziologicamente connesse al contributo di ciascuno nel corso della vita matrimoniale. L’eventuale e rilevante squilibrio tra le posizioni economico-patrimoniali dei coniugi, quindi, non solo non è condizione necessaria e sufficiente al riconoscimento dell’assegno, ma deve anche essere riferibile a scelte fatte in conseguenza del matrimonio o all’interno di esso.

Più precisamente, non sussiste il diritto all’assegno di divorzio – pur in presenza di un evidente divario economico tra i coniugi – qualora tale disparità non possa essere ricondotta ad alcun apprezzabile sacrificio compiuto dalla richiedente durante la vita matrimoniale (Trib. Treviso, 8 gennaio 2019, ivi). Tale conclusione si giustifica in quanto all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate (App. Genova, 1 marzo 2019, ivi).

(Tribunale di Milano, sentenza 5 luglio 2019, n. 6665)

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Alienazione parentale.

L’alienazione parentale (anche detta Sindrome da alienazione parentale PAS) secondo il Dott. Richard Gardner, è il risultato di una programmazione dei figli da parte di uno dei due genitori (genitore alienante) che porta i figli a rappresentare un rifiuto nei confronti dell’altro genitore (genitore alienato). È una dinamica psicologica disfunzionale che si manifesta nei figli minori durante le separazioni dei genitori caratterizzate da conflittualità, ed è inoltre un concetto molto usato nei contenziosi legali di separazione. Questa condotta ha lo scopo di lacerare il rapporto con l’altro genitore, facendo leva sulla limitata capacità di discernimento del minore, ed è in netto contrasto con l’art 337 ter c.c. che così recita “Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale (…) La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all'istruzione, all'educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.” L’alienazione parentale però è compiuta anche attraverso la strumentalizzazione del diniego del figlio e la costruzione di “realtà virtuali familiari”. Tale condotta ostruzionistica protratta conduce a recidere il rapporto con l’altra figura genitoriale, la cui presenza è fondamentale per la crescita ed educazione del minore. Sia la figura materna che quella paterna possono rappresentare il “genitore alienante” ma l’Avvenire in un articolo dell’anno 2017 sostiene come nel 90 per cento dei casi siano i padri a subire l’alienazione da parte delle madri. Al momento della separazione genitoriale si tende ad affidare i figli ad entrambi i genitori, si parla infatti di bigenitorialità, introdotta con L. n. 54/2006, che prevede il mantenimento economico e morale del figlio da parte di entrambi i genitori. Il genitore alienante può incorrere in varie conseguenze giuridiche se disattende i provvedimenti definiti dall’autorità giudicante: infatti vi è la possibilità che vengano modificate le condizioni riguardanti il collocamento del figlio e nei casi più gravi può essere disposto l’affidamento esclusivo presso il genitore alienato e il risarcimento del danno subito. Inoltre il genitore alienante può essere condannato ai sensi dell’art 388, 2 c.p. per mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice e ai sensi dell’art 572 c.p. per maltrattamenti contro familiari o conviventi.

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In fase di attuazione di un piano urbanistico, il vicino può fare ricorso per bloccare i lavori..

È stato stabilito dal Consiglio di Stato nella Sentenza 4233/2019 che “la lesione di un interesse o di un diritto deve essere direttamente collegata agli atti adottati dall’Amministrazione”, infatti il vicino che si sente danneggiato in fase di attuazione di un piano urbanistico, può fare ricorso per bloccare i lavori.

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La figura dell'Avvocato Istruttore.

La figura dell’Avvocato Istruttore è una novità che potrebbe avere un effetto incisivo nel processo civile infatti è deputato a raccogliere confessioni e dichiarazioni in fase di negoziazione assistito, con la possibilità di utilizzare tali mezzi di prova nel successivo giudizio. È una figura volta ad alleggerire il carico di lavoro del giudice ma non è apprezzato dall’Associazione nazionale magistrati poiché si vedrebbero privati di questo compito. L’Anm infatti sostiene che l'attività di ammissione ed espletamento dei mezzi di prova è ineliminabile infatti è una parte dell'attività giurisdizionale che ha ad oggetto l'accertamento dei fatti che concorrono alla decisione e che, pertanto, devono poter essere governati dal giudice terzo ed imparziale sin dalla loro preliminare selezione in punto di ammissibilità e rilevanza.

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Il coniuge superstite non ha diritto di abitazione se separato.

L’art. 540, comma 2, sancisce che “al coniuge del defunto sia riservato il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare, nonché quello di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni.” Ma la Corte di Cassazione, seconda sezione civile, nell’ordinanza n. 15277/ 2019 ha ritenuto questo diritto non spettante al coniuge superstite qualora sia precedentemente intervenuta una separazione legale dal de cuius: infatti non vi è un’effettiva esistenza, al momento dell'apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare, evenienza che non ricorre allorché sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi dopo la separazione.

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Principio di continuità affettiva.

La Corte Costituzionale con ordinanza n. 4524/ 2019 ha stabilito che non è impugnabile con ricorso in Cassazione, il provvedimento tramite il quale il Tribunale per i Minorenni regolamenta gli incontri tra gli affidatari e i minori adottandi abbinati ad altra coppia in violazione del principio di continuità affettiva.  Questo principio infatti pone al centro il minore e il rapporto affettivo continuato e stabile nel tempo è un bene prezioso che il legislatore non può non tutelare.

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Art 2477 c.c. in tema di SRL

L’art 2477 modificato ex art. 2-bis, D.L.18 aprile 2019, n. 32, convertito in L. 14 giugno 2019, n. 55, dice che la nomina dell’organo di controllo o del revisore è obbligatoria se la società:

a)       è tenuta alla redazione del bilancio consolidato;

b)       controlla una società obbligata alla revisione legale dei conti;

c)       ha superato per due esercizi consecutivi almeno uno dei seguenti limiti: 1) totale dell'attivo dello stato patrimoniale: 4 milioni di euro; 2) ricavi delle vendite e delle prestazioni: 4 milioni di euro; 3) dipendenti occupati in media durante l'esercizio: 20 unità.

L'obbligo di nomina dell'organo di controllo o del revisore di cui alla lettera c) del secondo comma cessa quando, per tre esercizi consecutivi, non è superato alcuno dei predetti limiti.

L'assemblea che approva il bilancio in cui vengono superati i limiti su indicati deve provvedere, entro trenta giorni, alla nomina dell'organo di controllo o del revisore. Se l'assemblea non provvede, alla nomina provvede il Tribunale su richiesta di qualsiasi soggetto interessato o su segnalazione del conservatore del registro delle imprese.

Si applicano le disposizioni dell'art. 2409 c.c. (denunzia al Tribunale) anche se la società è priva di organo di controllo.


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Separazioni e divorzi: agevolazioni e esenzioni fiscali.

La Commissione Tributaria della Regione Liguria accoglie il ricorso di un notaio a cui è stato richiesto il pagamento dell'imposta di registro in seguito a un trasferimento immobiliare avvenuto in virtù di un accordo di separazione, perché formalizzato a 22 anni di distanza. Per l'Agenzia delle Entrate il contribuente non ha diritto all'esenzione a causa dell'intento elusivo del rinvio e della prescrizione dell'accordo. La CTR Liguria però non è d'accordo non solo perché dal rinvio del trasferimento formale il contribuente non ottiene alcun beneficio fiscale, ma anche perché la prescrizione non può essere invocata da un soggetto diverso a quello nel cui interesse è prevista.


La Commissione però non è d'accordo, non solo perché non rileva un intento elusivo da parte degli ex coniugi, poiché il rinviare il trasferimento immobiliare su cui era è raggiunto l'accordo in sede di separazione di fatto non produce alcun beneficio dal punto di vista fiscale, ma anche perché l'eccezione del termine di prescrizione può essere sollevata solo dalla parte nel cui interesse è posta e non dall'Amministrazione tributaria.

(Ctr Liguria sentenza 437-2019)

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Gli atti di nascita formati all'estero di minori nati da surrogacy non sono trascrivibili nel nostro ordinamento.

Con la decisione n. 12193 depositata il giorno 8 maggio 2019, le Sezioni Unite hanno stabilito che gli atti di nascita formati all'estero di minori nati da surrogacy non sono trascrivibili nel nostro ordinamento perché contrari all'ordine pubblico, tuttavia non viene esclusa la possibilità di conferire rilievo al rapporto genitoriale mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici quali l'adozione in casi particolari prevista dall'art. 44, comma 1, lett d), L. n. 184 del 1983.

Il processo di armonizzazione tra gli ordinamenti, di cui costituisce espressione il riferimento ai valori giuridici condivisi dalla comunità internazionale, non esige la realizzazione di un’assoluta uniformità nella disciplina delle singole materie, spettando alla discrezionalità del legislatore l'individuazione degli strumenti più opportuni per dare attuazione a quei valori, compatibilmente con i principi ispiratori del diritto interno, senza che ciò consenta di declassare automaticamente a mera normativa di dettaglio le disposizioni a tale fine adottate. In tal senso depongono gli artt. 64 e ss della legge n. 218 del 1995, i quali nel disciplinare l'ingresso nel nostro ordinamento di atti e provvedimenti formati all'estero non prevedono affatto il recepimento degli istituti ivi applicati, così come sono disciplinati dagli ordinamenti di provenienza, ma si limitano a consentire la produzione dei relativi effetti, nella misura in cui gli stessi risultino compatibili con la nozione di ordine pubblico.

(C. civ., S.U., 8.5.2019, n. 12193)

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È legittima l'assegnazione della casa familiare nella quale la famiglia non vi abbia abitato in precedenza.

Secondo la I Sezione Civile della Corte di Cassazione è legittima l'assegnazione della casa familiare alla madre collocataria della minore, in esecuzione di una pattuizione convenzionale tra gli ex coniugi, in base alla quale le parti, intendendo assicurare una stabile dimora per la figlia minore, hanno destinato a tale scopo un'abitazione diversa da in cui in precedenza aveva abitato il nucleo familiare.

La separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale - il consenso reciproco a vivere separati, l'affidamento dei figli, l'assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti - ed un contenuto eventuale, che trova solo occasione nella separazione, costituito da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all'instaurazione di un regime di vita separata, tanto che "in relazione a questi ultimi, detti patti non sono suscettibili di modifica (o conferma) in sede di ricorso "ad hoc" ex art. 710 c.p.c. o anche in sede di divorzio, la quale può riguardare unicamente le clausole aventi causa nella separazione personale, ma non i patti autonomi, che restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell'art. 1372 c.c. Va altresì ricordato che i patti di separazione in tanto possono essere omologati in quanto siano conformi ai superiori interessi della famiglia.

(Cass. civ., Sez. I, 7.5.2019, n. 12023)

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E' ammissibile la prova per testimoni per dimostrare l'esistenza di un testamento smarrito?

La prova testimoniale per gli atti per i quali è richiesta la forma scritta, o ad substantiam o ad probationem, è ammessa solo dopo che sia acquisita la prova di una serie di circostanze di fatto preliminari, quali: a) l'esistenza del documento; b) il suo contenuto, onde controllare la sua validità formale e sostanziale; c) la prestazione di ogni possibile diligenza, tipica del buon padre di famiglia, nella custodia del documento ovvero di una condotta priva di elementi di imprudenza e di negligenza, nel caso di perdita; d) l'evento naturale o imputabile a terzi, che abbia determinato la perdita del documento. In caso di sparizione di un presunto testamento, è dunque necessario rispettare la condizione di cui all'art. 2724 c.c., n. 3, interpretando la sua formula nel senso che, dove si parla di contraente, deve intendersi richiamato l'interessato alla ricostruzione del testamento (che nella specie è sicuramente anche il ricorrente, in quanto largamente beneficiato dall'atto), il quale, ove sia stato in possesso del documento, deve dimostrare di essere incolpevole in ordine al suo smarrimento, mentre nel caso in cui egli non sia stato custode della scheda, il suo onere probatorio riguarda, oltre al fatto di non averla mai posseduta, anche la circostanza che egli non fosse particolarmente tenuto a procurarsene la detenzione, pertanto di non essere stato in colpa circa il fatto di non averla posseduta.

(Cass. civ. Sez. II, 30/04/2019, n. 11465)

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Fornitura di gas interrotta. L'amministratore è responsabile se non agisce contro i condomini morosi.

Non basta la morosità di alcuni condomini per escludere la responsabilità dell'amministratore verso il condominio in caso di interruzione della fornitura di gas condominiale. L'amministratore, per andare esente da responsabilità, deve, infatti, dimostrare la mancanza in cassa del denaro per corrispondere quanto dovuto all'azienda fornitrice del gas e di essersi attivato tempestivamente, anche per via giudiziale, per il recupero degli oneri condominiali non pagate, in base ai poteri che la legge gli conferisce.


(Tribunale di Roma, 15 maggio 2018, n. 9877)

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Responsabilità civile derivante da sinistro stradale: quando il conducente è persona diversa dal proprietario del veicolo.

A norma dell’art. 2054 c.c. “Il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.”. Il terzo comma dell’articolo citato prevede poi che “Il proprietario del veicolo (..) è responsabile in solido col conducente, se non prova che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà.” Dunque la responsabilità civile derivante da sinistro stradale prevede l’obbligo di risarcire il danno prodotto a persona o cosa dalla circolazione del veicolo, ad eccezione che non si provi di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. La norma prosegue definendo la responsabilità del conducente e del proprietario del veicolo come solidale, salvo che quest’ultimo dimostri che la circolazione sia accaduta senza il suo consenso. Invero, per escludere la responsabilità solidale del proprietario, è necessario che lo stesso dimostri che la circolazione sia avvenuta contro la sua volontà. In particolare, non è sufficiente dimostrare che la condotta sia avvenuta semplicemente a sua insaputa. “Tale volontà contraria deve desumersi da un concreto ed idoneo comportamento ostativo, specificamente inteso a vietare ed impedire la circolazione del veicolo ed estrinsecatosi in atti e fatti rivelatori della diligenza e delle cautele allo scopo adottate”[1] [2]. A tal proposito al proprietario che non voglia incorrere nella responsabilità da sinistro stradale condotto da terzo, è richiesto l’utilizzo di alcune misure in grado di prevenire ed impedire concretamente la circolazione del veicolo a terzi quale ad esempio l’attenta custodia delle chiavi. La Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi su di un caso analogo a quello descritto, ha ritenuto non potersi escludere la responsabilità del proprietario in solido con il conducente, poichè il proprietario dell’autovettura custodiva le chiavi in luogo noto e pertanto accessibile a tutti[3].



[1] Cassazione civile, Sez. VI-3, ordinanza n. 1820 del 29 gennaio 2016. 
[2] Costante giurisprudenza (Cass. 14.7.2011 n. 15478; Cass., sez. 3, 07-07-2006, n. 15521; Cass., sez. 3, 01-08-2000, n. 10027; Cass., Sez. 3, 17-10-1994, n. 8461; Cass., 12-04-1990, n. 3138; Cass., 14-12-1989, n. 5601; Cass., 18-11-1987, n. 8495; Cass., 17-05-1982, n. 3038; Cass. 25.9.1979 n. 4945; Cass. 13.10.1975 n. 3299; Cass. 14.2.1975 n. 591; Cass. 13.12.1974 n. 4260; Cass. 15.11.1972 n. 3406; Cass. 29.10.1971 n. 3062; Cass. 30.1.1968 n. 300; Cass. 23.6.1964 n. 1635). [3] Cassazione civile, Sez. VI-3, ordinanza n. 1820 del 29 gennaio 2016.

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L'assegno divorzile nella nuova sentenza del 23 Aprile 2019 n. 11178 della Corte di Cassazione.

Successivamente al dibattito (dottrinale e giurisprudenziale) acceso dalla sentenza della Cassazione n. 11504/2017, la stessa Corte, con l'intervento nomofilattico della sentenza dell’11 luglio 2018 n.18287 (a Sezioni Unite) ha sancito che, al fine di stabilire se, ed eventualmente in quale entità, debba riconoscersi l’invocato assegno divorzile, il giudice: a) procede alla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali delle parti; b) qualora risulti l’inadeguatezza dei mezzi del richiedente, o, comunque, l’impossibilità di procurarseli per ragioni obiettive, deve accertarne rigorosamente le cause e, in particolare, se quella sperequazione sia, o meno, la conseguenza del contributo fornito dal richiedente medesimo alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno dei due, con sacrificio delle proprie aspettative professionali e reddituali, in relazione all’età dello stesso e alla durata del matrimonio; c) quantifica l’assegno rapportandolo non al pregresso tenore di vita familiare, né al parametro dell’autosufficienza economica, ma in misura tale da garantire all’avente diritto un livello reddituale adeguato al contributo sopra richiamato.

Ciò premesso, con sentenza del 23 Aprile 2019, n. 11178, la Corte, in considerazione del fatto che l’applicazione di tale nuova regola giuridica comporta la valorizzazione di aspetti fattuali non considerati dalla vecchia regola sostituita, perché irrilevanti, ha cassato con rinvio la sentenza impugnata con conseguente vincolo per il giudice ad quem di attenersi alla nuova regola e ferma restando la possibilità di rimettere le parti nei poteri di allegazione e prove conseguenti al dictum delle Sezioni Unite.

(Cassazione civile, sez. I, 23 Aprile 2019, n. 11178. Est. Campese)

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L'audizione del minore nei procedimenti di famiglia secondo Giuseppe Buffone (Magistrato).

L'audizione dei minori, già prevista nell'articolo 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, è divenuta un adempimento necessario, nelle procedure giudiziarie che li riguardino, ed in particolare in quelle relative al loro affidamento ai genitori, ai sensi dell'articolo 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la L. n. 77 del 2003, e dell'articolo 155-sexies c.c., introdotto dalla L. n. 54 del 2006 (v. oggi art. 336-bis c.c.), salvo che l'ascolto possa essere in contrasto con gli interessi superiori del minore. Costituisce, pertanto violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto che non sia sorretto da espressa motivazione sull'assenza di discernimento che ne può giustificare l'omissione, in quanto il minore è portatore d'interessi contrapposti e diversi da quelli del genitore, in sede di affidamento e diritto di visita e, per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale. 

L'audizione del minore infradodicenne capace di discernimento può avvenire direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l'esame manifestamente superfluo o in contrasto con l'interesse del minore. 

L'ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età minore ove capace di discernimento, costituisce una modalità, tra le più rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonché elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse, anche se le sue dichiarazioni non vincolano il giudice nell'adozione dei provvedimenti nel superiore interesse del minore.

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Assegno di divorzio all'ex secondo equità.

La Corte di Cassazione, prima sezione civile, con la sentenza n. 13415/2019 ha respinto il ricorso della ex moglie che aveva contestato l'ammontare dell'assegno come fissato dal giudice di merito. In particolare, l'assegno era stato determinato dalla Corte territoriale in via equitativa in ragione di una serie di parametri, ovvero: del disequilibrio dei redditi delle parti e dell'incapacità della donna, coniuge più debole, di continuare a godere del tenore di vita su cui si fondava l'unione matrimoniale; della percezione da parte della ricorrente di una retribuzione mensile di 700 euro; della cessazione del godimento della ex casa familiare; dell'eta dei coniugi; della durata del matrimonio e del contributo dato della richiedente alla famiglia. 

Il Collegio spiega che vale il principio per il quale "l'esercizio del potere discrezionale di determinazione in via equitativa dell'ammontare dell'assegno di divorzio, espressione del più generale potere di cui all'art. 115 c.p.c., dà luogo non già a un giudizio di equità, che a norma dell'art. 114 c.p.c. attiene alla decisione nel merito della controversia e presuppone sempre una concorde richiesta delle parti, ma a una decisione adottata secondo le norme di diritto, alla stregua della normativa vigente e quindi caratterizzata dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva o integrativa, destinata come tale, in applicazione di parametriche, a determinare del primo importo, con la conseguenza che la sentenza pronunciata dal giudice nell'esercizio di tale potere non è ricorribile in cassazione per violazione di legge ai sensi dell'art. 114 c.p.c. ove adottata in difetto di concorde richiesta delle parti (cfr. Cass., n. 21103/2013). 
La Corte d'Appello ha dunque riconosciuto l'assegno divorzile in corretta applicazione delle norme di diritto come sostenute dalla più autorevole affermazione della Cassazione, per poi provvedere a integrarne il quantum facendo ricorso all'equità integrativa.

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Niente mantenimento se la ex è giovane e il matrimonio dura poco.

La Cassazione, nell'ordinanza n. 13902/2019, ha dichiarato inammissibile il ricorso, condividendo le conclusioni a cui è giunta la sentenza oggetto d'impugnazione. Per la Corte d'Appello infatti sono diversi i fattori che le hanno fatto ritenere di non dover riconoscere l'assegno di mantenimento alla ex moglie. La giovane età della donna, lo svolgimento di un'attività lavorativa, la breve durata del matrimonio e l'assenza di prove in relazione al tenore di vita goduto in costanza dello stesso fanno ritenere che alla stessa non spetti l'assegno di mantenimento.

Per la Cassazione, dunque, la motivazione della sentenza d'Appello risulta essere "puntuale, coerente e perfettamente idonea a consentire di individuare il procedimento logico-giuridico che ne costituisce fondamento …. che, infatti, la corte di merito, nel negare al coniuge l'assegno di mantenimento, ha tenuto conto della effettiva capacità di produrre reddito dell'odierna ricorrente (la quale verosimilmente svolge attività lavorativa ed è di giovane età); del tenore di vita goduto dai coniugi durante la convivenza familiare (restando indimostrato il suo carattere elevato), nonché dalla oggettivamente breve durata della coabitazione...".

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L'infedeltà e l'abbandono del tetto coniugale non sono sufficienti a far scattare l'addebito se il partner che lo richiede non dimostra che hanno determinato la crisi di coppia.

La Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con l'ordinanza n. 14591/2019 ha ribadito che grava sul coniuge che richiede l'addebito della separazione, contestando al partner l'abbandono del tetto coniugale e l'infedeltà, l'onere di dimostrare che tali comportamenti hanno determinato la crisi di coppia. Queste violazioni dei doveri coniugali, infatti, non sono di per sè sufficienti a far scattare l'addebito se il giudice rileva che la coppia fosse già precedentemente in crisi.

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L'ex perde l'assegnazione della casa familiare se la figlia torna solo nel weekend.

La Cassazione, con ordinanza n. 11844/2019, respinge il ricorso di una mamma in cui contesta la revoca dell'assegnazione della casa familiare e la riduzione del contributo al mantenimento per la figlia maggiorenne. Gli Ermellini motivano la loro decisione precisando che ai fini dell'assegnazione occorre che il figlio del genitore assegnatario dell'abitazione familiare viva stabilmente in essa, requisito che viene meno se torna a casa solo nei week end. In questo caso non si può parlare infatti di convivenza, ma di mera ospitalità.
Per la Corte occorre considerare come "La nozione di convivenza rilevante agli effetti dell'assegnazione della casa familiare comporti la stabile dimora del figlio presso l'abitazione di uno dei genitori, con eventuali, sporadici allontanamenti per brevi periodi e con esclusione, quindi della ipotesi di saltuario ritorno presso detta abitazione per i fine settimana, ipotesi nella quale si configura invece il rapporto di mera ospitalità; deve pertanto sussistere un collegamento stabile con l'abitazione del genitore, benché la coabitazione possa non essere quotidiana, essendo tale concetto compatibile con l'assenza del figlio anche per periodi brevi per motivi di studio o di lavoro, purché egli vi faccia ritorno regolarmente appena possibile, quest'ultimo criterio, tuttavia, deve coniugarsi con quello della prevalenza temporale dell'effettiva presenza, in relazione ad una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese)."

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Tribunale di Rieti: divieto alla nuova partner di un padre divorziato di condividere sui social network le foto dei figli di quest’ultimo senza il consenso dei genitori.

Con ordinanza del 7 marzo 2019, il Tribunale di Rieti proibisce alla nuova partner di un padre divorziato di condividere sui social network le foto dei figli di quest’ultimo senza il consenso dei genitori.

Nel caso oggetto del provvedimento, una donna aveva pubblicato a più riprese, sia sul proprio profilo Facebook che su altri social network, le foto dei figli del compagno, nati dal precedente matrimonio di quest'ultimo. La pubblicazione era avvenuta sia prima che dopo il divorzio del compagno dalla madre dei minori e, anzi, era proseguita nonostante l’espresso inserimento nelle condizioni del divorzio congiunto della seguente clausola: “la pubblicazione di fotografie dei figli minori sui social network sarà consentita esclusivamente ai genitori e non a terze persone, salvo consenso congiunto di entrambi”. Da ultimo, fallite le ripetute diffide e le richieste di cessare la pubblicazione delle foto (peraltro, spesso accompagnate da commenti offensivi proprio nei confronti della madre dei minori), l’ex moglie si rivolgeva al Tribunale per ottenere un provvedimento cautelare che inibisse il comportamento, ritenuto pregiudizievole per i figli. Il Giudice monocratico di Rieti accoglieva in toto il ricorso, ritenendo sussistenti entrambi i presupposti della tutela cautelare, cioè rispettivamente il fumus boni iuris e il periculum in mora. In particolare, il Tribunale reatino osserva che tali requisiti, nel particolare ambito della pubblicazione e divulgazione, a mezzo social network, di immagini e dati riguardanti soggetti minori, devono essere valutati “tenendo conto di elementi quali l’a – territorialità della rete, che consente agli utenti di entrare in contatto ovunque, con chiunque, spesso anche attraverso immagini e conversazioni simultanee, nonché la possibilità, insita nello strumento, di condividere dati con un pubblico potenzialmente mondiale e globalizzato, per un tempo non circoscrivibile”.

Inoltre, l’ordinanza in esame passa in rassegna quelle che, nel nostro ordinamento, sono le fonti della tutela della vita privata e dell’immagine dei minori: l’art. 10 del c.c. (concernente la tutela dell’immagine); il combinato disposto degli artt. art. 4 del codice privacy, art. 8 del codice privacy, 8 e art. 145 del codice privacy del D. Lgs. n. 196/2003 (concernenti la tutela della riservatezza dei dati personali); gli artt. 1 e 16 I co. della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20.11.1989, ratificata dall’Italia con legge n. 176/1991. Tale quadro normativo “tradizionale” si è recentemente arricchito per la necessità di far fronte all’evoluzione dei sistemi di diffusione delle immagini legate allo sviluppo della rete. Così, ad esempio, il Regolamento UE in materia di protezione dei dati personali n. 679/2016 (cosiddetto GDPR), prevede che: “i minori meritano una specifica protezione relativamente ai loro dati personali, in quanto possono essere meno consapevoli dei rischi, delle conseguenze e delle misure di salvaguardia interessate nonché dei loro diritti in relazione al trattamento dei dati personali”.

Inoltre, in tema di consenso, il medesimo GDPR stabilisce che il trattamento di dati personali del minore è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni; qualora, invece, il minore abbia un’età inferiore ai 16 anni, tale trattamento è lecito soltanto se e nella misura in cui il consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale, salva la facoltà per gli Stati membri di fissare con legge un’età inferiore (comunque non meno di 13 anni: in Italia tale limite è stato stabilito in 14 anni).

 Nel caso oggetto della pronuncia, la fondatezza della domanda in punto di fumus boni iuris deve considerarsi rafforzata proprio dalla menzionata condizione contenuta nell’accordo di divorzio, volta a impedire anche a terzi la condivisione di immagini dei figli minori senza il consenso congiunto di entrambi i genitori. Quanto al profilo del periculum in mora, il Tribunale di Rieti osserva: “l’inserimento di foto di minori sui social network deve considerarsi un’attività in sé pregiudizievole in ragione delle caratteristiche proprie della rete internet. Il web, infatti, consente la diffusione dati personali e di immagini ad alta rapidità, rendendo difficoltose ed inefficaci le forme di controllo dei flussi informativi ex post”. 

La diffusione sui social network delle immagini dei minori, come sottolinea la più recente giurisprudenza, “determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto on-line”, oltre all’ulteriore pericolo rappresentato “dalla condotta di soggetti che “taggano” le foto on-line dei minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare fra gli interessati, come ripetutamente evidenziato dagli organi di polizia”. In altri termini il pregiudizio per il minore, secondo la giurisprudenza formatasi in materia, è insito nella stessa diffusione della sua immagine sui social networks. 

Pertanto, in accoglimento del ricorso, il Tribunale ha condannato la responsabile delle condotte lesive alla rimozione dai propri profili social delle immagini relative ai minori, con il contestuale divieto della futura diffusione di tali immagini, in assenza del consenso di entrambi i genitori. Inoltre, l’ordinanza ha fissato anche, ai sensi dell’art. 614 bis del c.p.c. una somma di denaro per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine di rimozione nonché per ogni episodio di violazione dell’inibitoria, in favore dei minori in solido tra loro, da versarsi su conto corrente intestato ai minori stessi.

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Responsabilità medica: la Cassazione affronta il tema della prova del danneggiato e del danneggiante.

Con sentenza numero 5487/2019, la Cassazione ha analizzato nuovamente il tema del risarcimento del danno da responsabilità medica e, più in particolare, l'onere della prova a carico del danneggiato e del danneggiante.

Secondo i Giudici di Piazza Cavour colui che assume di essere stato danneggiato da un trattamento (od omesso trattamento) medico sanitario deve dimostrare la sussistenza del nesso di causalità tra l'insorgenza di una patologia (o il suo aggravamento) e la condotta del sanitario; mentre quest'ultimo - asserito danneggiante - deve invece dimostrare che la prestazione è stata resa impossibile da una causa imprevedibile e inevitabile.

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Contratto di locazione: valida la clausola con cui il conduttore si obbliga a farsi carico di ogni tassa, imposta ed onore.


Con la Sentenza n. 6882 dell'8.3.2019, La Cassazione ha ritenuto valida la clausola del contratto di locazione ad uso diverso da abitazione secondo la quale nel corso dell'intera durata del rapporto il conduttore si farà carico di ogni tassa, imposta e onere relativo al bene locato ed al contratto tenendo conseguentemente manlevato il locatore relativamente agli stessi, il quale sarà, invece, tenuto al pagamento delle tasse, imposte e oneri relativi al proprio reddito. 
Detta clausola non prevede un obbligo diretto del conduttore verso il fisco di pagamento delle imposte a vario titolo gravanti sull'immobile, bensì solo del pagamento dei relativi oneri nei confronti del locatore, non determinando detta pattuizione una traslazione in capo al conduttore delle imposte gravanti sull'immobile a carico del proprietario, ma la mera integrazione del canone di locazione dovuto. 
La clausola va intesa come prevedente una ulteriore voce o componente costituente integrazione del canone locativo, concorrendo a determinarne l'ammontare complessivo a tale titolo dovuto dal conduttore.

(Cass. civ. Sez. Unite, 08/03/2019, n. 6882)

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Parental sharing: giurisprudenza in tema di suddivisione paritetica della frequentazione tra genitori separati e figli minori.

In tema di separazione e divorzi, è sempre più voga il termine “parental sharing”, ovverosia suddivisione paritetica della frequentazione tra genitori separati e figli minori, in luogo del collocamento prevalente presso il padre o presso la madre.

Di recente il Tribunale di Catanzaro ha avuto modo di trattare, in modo articolato, la questione, dapprima esaminando i provvedimenti in tema di collocamento paritario dei minori e la lettura scientifica sull’argomento e poi ripercorrendo il percorso della legislazione e della giurisprudenza in materia.

In particolare, il Decreto n.443/2019 ha dato atto che la giurisprudenza italiana dell’ultimo decennio ha preferito la formula dell’affido condiviso della prole, ma con una tendenza a prevedere il collocamento prevalente presso uno dei due genitori, in barba alla riforma apportata dalla L. n.56/2006. A fronte di una shared legal custody, quindi, permane – di fatto - una sole physical custody.

Concludendo, il Tribunale di Catanzaro afferma che il collocamento dei figli presso entrambi i genitori con tempi paritetici è preferibile laddove ve ne siano le condizioni di fattibilità, tenendo sempre in considerazione le caratteristiche del caso concreto.

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Assegno di divorzio: dietrofront della Cassazione che ritorna al principio del “tenore di vita”

Con l’ordinanza n. 4523 del 14 febbraio 2019 la Prima sezione della Corte di Cassazione ha stabilito che ai fini della determinazione dell’assegno di divorzio in favore dell’ex moglie deve applicarsi il principio del “tenore di vita goduto in costanza di matrimonio”.

Con questa ordinanza, infatti, la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Catania che a sua volta aveva confermato la sentenza di primo grado in cui era stato liquidato un assegno di divorzio in favore della moglie guardano alle concrete condizioni personali della resistente che si trovava alla soglia dei sessanta anni, priva di attività lavorativa e di possibili prospettive lavorative future visto l’attuale mercato del lavoro e sprovvista altre fonti di reddito.

Con tale pronuncia la Cassazione si distanzia dalla nota sentenza 11504 del 2017 in cui aveva abbracciato il principio secondo cui l’assegno di divorzio deve prescindere dal tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

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Anche in caso di convivenza more uxorio si deve applicare l’azione di arricchimento dell’art. 2041 cc.

Con l’ordinanza n. 4659 del 15 febbraio 2019 la Sesta Sezione della Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Torino che aveva condannato un uomo alla restituzione della somma di 25.000,00 che la ex convivente aveva investito in un immobile intestato al solo convenuto e costruito con il notevole contributo economico dell’attrice.

In tale ordinanza si richiamano espressamente altri precedenti giurisprudenziali che già avevano chiarito che si configura “l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente “more uxorio” nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza - il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto - e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza (Cass. n. 11330/2009; cfr. anche Cass. n. 1277/2014 e Cass. n. 14732/2018)”.

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I potenziali incrementi di reddito incidono anche sulla somma di mantenimento per i figli

Con l’ordinanza n. 5449 del 25 febbraio 2019 la Sesta sezione della Corte di Cassazione ha nuovamente confermato che l’incremento dei redditi di un professionista genitore non affidatario consente una rideterminazion dell’assegno di mantenimento in favore della prole.

Infatti, secondo quanto previsto dall’art. 147 c.c., i figli conservano il diritto a mantenere un tenore di vita il più possibile corrispondente a quello vissuto in famiglia prima della separazione o del divorzio.

Il giudice di merito dovrà quindi prima analizzare le risorse che la famiglia ha destinato ai figli e, successivamente, il singolo apporto che ciascun genitore potrà e dovrà fornire ai figli a seguito della separazione o del divorzio.

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Affidamento condiviso dell'animale domestico.

Il Tribunale di Sciacca, con ordinanza del 19 febbraio 2019, ha applicato per il cane di una coppia separata le norme previste per l'affido dei figli. Ha infatti stabilito che l'animale starà una settimana con la moglie ed una settimana con il marito. 

Il Tribunale riconosce che "il sentimento per gli animali costituisce un valore meritevole di tutela, anche in relazione al benessere dell’animale stesso". Quindi legittima l’applicazione dei paletti previsti dalla legge per l’affidamento dei figli, alla luce della "mancanza di accordi condivisi" tra i coniugi e a fronte di una evidente lacuna normativa per quanto riguarda gli animali collocati all’interno di una famiglia in crisi.

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La volontà della figlia di non incontrare il padre è irrilevante ai fini dell’assegno di mantenimento.

In caso di separazione, la volontà della figlia di non incontrare il padre non interferisce, in termini economici, col fatto che il ricorrente non vada incontro ad alcun diretto esborso o ad alcuna cura in favore della stessa. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-1, sentenza 30 gennaio 2019, n. 2735.

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Illecito (disciplinare) sportivo e reato: dare una testata all’avversario durante la partita di calcetto è reato se il gioco è fermo.

La sentenza della Cassazione penale n. 3144, del 23 gennaio 2019, consente di affermare che l’utilità sociale dello sport diviene relativa e soccombe di fronte a condotte volontarie poste al di fuori di un collegamento funzionale tra evento di danno e competizione sportiva ovvero sproporzionate e neppure finalizzate al risultato sportivo ma gratuitamente aggressive. Quando il gioco è fermo non può giustificarsi alcun fatto di aggressione, poiché in quel momento l’ansia agonistica non può consentire il raggiungimento, con quella modalizzazione, di alcun risultato "sportivo". In particolare, secondo la Cassazione, "non è applicabile la scriminante del rischio consentito, nè tantomeno quelle dell'esercizio del diritto o del consenso dell'avente diritto, qualora, come nella specie, l'imputato colpisca l'avversario con una testata al di fuori di un'azione ordinaria di gioco, trattandosi di dolosa aggressione fisica per ragioni avulse dalla peculiare dinamica sportiva, considerato che nella disciplina calcistica l'azione di gioco è quella focalizzata dalla presenza del pallone ovvero da movimenti, anche senza palla, funzionali alle più efficaci strategie tattiche (blocco degli avversari, marcamenti, tagli in area ecc.) e non può ricomprendere indiscriminatamente tutto ciò che avvenga in campo, sia pure nei tempi di durata regolamentare dell'incontro (Sez. 5, n. 42114 del 04/07/2011, B., Rv. 251703; Sez. 5, n. 33275 del 28/03/2017, Sansica, Rv. 270498)".

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L'ascolto del minore.

Il termine ascolto risale al XV secolo: ascoltare, significa: porgere, prestare, dare attenzione, dare retta. La nozione è il mondo giuridico è nuova perché l’adempimento era guardato con sospetto in quanto si riteneva che l’audizione fosse traumatizzante ed eccessivamente responsabilizzante per il minore, che era considerato per di più inattendibile, in quanto il suo racconto, spesso alterato da fantasie, può essere condizionato dagli adulti e dalle dinamiche affettive. Solo le nuove acquisizioni delle scienze umane, trafuse poi in importanti documenti internazionali, hanno posto l’ascolto tra i bisogni primari del bambino, anche nei procedimenti giudiziali.

Secondo i nuovi principi il minore ha ora il diritto di essere informato, per quanto possibile, di ogni passaggio procedimentale, perché possa rendersi conto di ciò che accade intorno a lui ed esprimere, entro i suddetti limiti, la sua opinione, così partecipando alla elaborazione di decisioni che incidono profondamente sulla sua vita e sulle sue relazioni familiari.

Alcuni riferimenti alla necessità dell’ascolto del minore erano già presenti nelle leggi : Convenzione europea sul rimpatrio dei minori, sottoscritta all’Aja nel 1970; nella Convenzione europea sul riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia di affidamento dei minori e di ristabilimento dell’affidamento, Lussemburgo 1980; nella Convenzione sugli aspetti civili della sottrazione internazionale di minori, Aja 1980. Ancora, il principio dell’ascolto è stato formalmente introdotto e solennemente proclamato da alcune importanti convenzioni internazionali: la fondamentale Convenzione ONU di New York del 1989; Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, Strasburgo 1996; Carta dei diritti fondamentali dell’Unione di Nizza del 2000; Carta dei diritti fondamentali della UE, Strasburgo 2007.

La legislazione italiana si è progressivamente adeguata al principio sovranazionale dell’ascolto, fino a recepirlo pienamente con le novelle del 2012 e 2013.  Nell’ordinamento italiano le norme cardini in merito all’ascolto sono gli artt. 315bis c.c. e 336 bis c.c.

Grande rilievo sul tema assume la Carta di Noto. Premettendo che si rende necessario valutare la capacità del minore di elaborare le informazioni, il contesto di relazioni familiari ed extrafamiliari, con opportuno aiuto di scienze pedagogiche, psicologiche e sessuologiche al fine di poter parlare di attendibilità.

La sopra menzionata Carta di Noto, aggiornata nel 2017, espone le linee guida per l’esame del minore. Il punto 8 di tale Carta riporta: “Durante l’intervista va verificato se il minore ha raccontato in precedenza i presunti fatti ad altre persone e con quali modalità.”.

Il punto 14 invece riporta: “In sede di accertamento dell’idoneità è necessario chiarire e considerare le circostanze e le modalità attraverso cui il minore ha narrato i fatti a familiari, operatori sociali, Polizia Giudiziaria ed altri soggetti”.

La Carta di Noto evidenzia la necessità di analizzare le dichiarazioni rese dal minore considerando le modalità attraverso le quali il medesimo ha narrato i fatti ai familiari, alla Polizia Giudiziaria, all’Autorità Giudiziaria e ad altri soggetti, tenuto conto di sollecitazioni e modalità di racconto, se la narrazione fosse spontanea o sollecitata e fino a che punto sollecitata da parte di figure di rilievo come un genitore o un parente, nonché dal contenuto delle primissime dichiarazioni rilasciate.

Al punto 18 invece, la Carta di Noto riporta: “Non esistono segnali psicologici, emotivi e comportamentali validamente assumibili come rilevatori o “indicatori” di una vittimizzazione. Non è scientificamente fondato […]”.

Infine al punto 19: “Non è possibile diagnosticare un disturbo post-traumatico da stess o un disturbo dell’adattamento ricavandone l’esistenza dalla sola presenza di sintomi, i quali potrebbero avere altra origine”.

Possono influire sulle dichiarazioni dei minori altre circostanze, ovvero:

-          Allarmi generati solo dopo l’emergere di un’ipotesi di abuso;

-          Fenomeni di suggestione e di “contagio dichiarativo”;

-          Condizionamenti o manipolazioni anche involontarie.

Nonostante il giudice possa trarre il proprio convincimento in ordine alla responsabilità penale anche unicamente dalle dichiarazioni rese dalla persona offesa, sempre che sia sottoposta al vaglio positivo la sua attendibilità, senza la necessità di applicare le regole probatorie di cui all’art. 192 co. 3 e 4, c.p.p., è stato tuttavia precisato che nel caso di parte offesa dei reati sessuali di età minore è necessario che l’esame della credibilità sia onnicomprensivo e tenga conto di più elementi.

Benchè, il divieto di porre domande suggestive non operi a proposito delle domande poste dal giudice, non possono comunque essere poste domande nocive, dovendo essere salvaguardata la genuinità delle dichiarazioni e non compromessa l’attendibilità della loro fonte. Si deve inoltre tenere conto della problematicità connessa alla distanza cronologica tra il momento di verificazione dei fatti e quello in cui le persone offese vengono esaminate, con il conseguente onere per il giudice di una motivazione rafforzata che dia conto della inidoneità del distacco temporale ed incidere sull’attendibilità di tali dichiarazioni, in particolare in presenza di fattori di disturbo o comunque in grado di alterare il corretto ricordo dei fatti.

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Modificabilità delle condizioni di separazione: i "giustificati motivi".

In materia di assegno di mantenimento, i "giustificati motivi", la cui sopravvenienza consente di rivedere le determinazioni adottate in sede di separazione dei coniugi, sono ravvisabili nei fatti nuovi sopravvenuti, modificativi della situazione in relazione alla quale la sentenza era stata emessa o gli accordi erano stati stipulati, con la conseguenza che esulano da tale oggetto i fatti preesistenti alla separazione, ancorché non presi in considerazione in quella sede per qualsiasi motivo.

(Cassazione civile, sez. VI, 28 novembre 2017. Pres., est. Scaldaferri)

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Effetti dello scioglimento dell'unione civile.

Un primo profilo di particolare interesse, attiene alla possibilità di prevedere, in caso di scioglimento dell’unione civile, un assegno a titolo di contributo per il mantenimento del partner cd. “debole”, in virtù al principio della cd. Solidarietà post coniugale. Il comma 25 dell’art. 1 della legge n. 76 del 2016, si occupa delle possibili conseguenze di natura personale ed economica connesse alle reciproche aspettative che possano sorgere dopo la fine dell’unione civile.

Al partner più debole potrebbe essere riconosciuto, ove ne ricorrano le condizioni, esclusivamente il diritto agli alimenti a carico dell’altro, e non anche un più ampio diritto al mantenimento, oltre all’assegnazione della casa familiare.

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Ipotesi di scioglimento dell'unione civile.

La prima ipotesi di “scioglimento automatico” dell’unione civile è quella della morte o dichiarazione di morte presunta di una delle parti, prevista all’art. 1, comma 22, della legge n. 76/2016. Il comma 22 equipara espressamente all’evento morte la dichiarazione di morte presunta ai fini dello scioglimento automatico dell’unione civile. Va sottolineato che non si avrà causa di scioglimento dell’unione civile in caso di scomparsa di una delle parti né in caso di assenza dichiarata giudizialmente. Affinchè si abbia scioglimento, occorre che l’assenza segua la dichiarazione di morte presunta dell’assente. Solo in tale ipotesi, la parte successivamente, potrà contrarre nuova unione civile o matrimonio, avendo riacquistato il requisito della libertà di stato.

Le altre ipotesi di “scioglimento automatico dell’unione civile” riprendono la normativa in materia di divorzio. Ai sensi del comma 23, infatti, l’unione civile si scioglie anche nei casi previsti dall’art. 3, n. 1 e n.2, lettere a), c), d9 ed e), della legge n. 898 del 1970.

Il comma 24 dell’art. 1 disciplina lo scioglimento dell’unione civile per “volontà dichiarata” manifestata anche disgiuntamente dai suoi componenti. Il comma 24 prevede che gli uniti civilmente possono sciogliere la loro unione solo dopo che siano trascorsi almeno tre mesi dalla cd. Manifestazione delle volontà di scioglimento, espressa o dinnanzi all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza, ovvero del Comune di iscrizione della costituzione dell’unione civile. Il termine di tre mesi serve per consentire agli uniti di meditare sulla loro reale volontà di scioglimento dell’unione; sino a quando non sarà terminato l’iter previsto dalla normativa, infatti, vi sarà sempre spazio per un ripensamento o una conciliazione.

In caso di mancato accordo sullo scioglimento, la parte che intende sciogliere l’unione lo dovrà preventivamente comunicare all’altra parte, a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento, ovvero con altra forma di comunicazione parimenti idonea. Solo successivamente a questo adempimento la parte dovrà recarsi innanzi all’ufficiale di stato civile del comune ove l’unione è stata costituita per consegnare, da un lato, la prova dell’avvenuta previa comunicazione e dall’altro, per manifestare nuovamente in tale sede la sua volontà di procedere allo scioglimento dell’unione.

Al termine di tale procedura, e decorso un tempo minimo non inferiore a tre mesi, le parti potranno proporre disgiuntamente domanda di scioglimento utilizzando una delle seguenti procedure: giudiziale, innanzi al Tribunale ordinario, ai sensi della legge n. 898 del 1970 sul divorzio; amministrativa, innanzi all’ufficiale di Stato civile, ai sensi dell’art 12 della legge n. 162 del 2014; con negoziazione assistita dagli avvocati, ai sensi dell’art. 6 della legge n. 162 del 2014.

Detto ciò sembra potersi concludere che la dichiarazione di cui al comma 24 abbia effetti di natura meramente procedimentale e non anche di natura sostanziale. La mera dichiarazione infatti, non appare idonea a far venir meno il vincolo dell’unione civile, né la comunione legale tra gli uniti.

Gli uniti civilmente, possono concordemente e volontariamente concludere un accordo di scioglimento anche innanzi al Sindaco, quale ufficiale di stato civile del comune di residenza di uno di loro o del comune presso cui è stata costituita unione civile. In tal caso l’assistenza di un avvocato sarà meramente facoltativa. Tale procedura potrà essere utilizzata anche per concludere un accordo di modifiche delle condizioni di scioglimento dell’unione civile. Questo accordo non potrà però contenere patti di trasferimento patrimoniale, sarà invece possibile provvedere in tale sede un assegno di mantenimento a favore di una delle parti, quando ne ricorrano i presupposti di legge.

L’ufficiale di stato civile, quindi, in caso di accordo, riceverà da ciascuna delle parti personalmente la dichiarazione contenente la volontà di scioglimento della unione civile e provvederà alla relativa trascrizione nei registri dello stato civile; inoltre, in accordo con le parti, fisserà la data dell’atto e quella della sottoscrizione della conferma dell’accordo di scioglimento. Il periodo intercorrente tra le due date, non potrà essere inferiore a 30 giorni, durante i quali il sindaco dovrà svolgere idonei controlli sulla veridicità delle dichiarazioni ricevute. Raccolta la conferma dell’atto di scioglimento da parte degli uniti civilmente, procederà con gli adempimenti previsti dalla legge, compresa la comunicazione di variazione dello stato civile al comune di residenza delle parti. Qualora le parti o una di esse non si presenti il giorno fissato per la conferma dell’accordo di scioglimento, tale comportamento cd “diritto al ripensamento”, verrà inteso quale mancata conferma dell’accordo e di tale evento si prenderà atto mediante annotazione nei registri dello stato civile.

È necessario precisare che l’accordo di scioglimento concluso dalle parti innanzi all’ufficiale di stato civile produce gli stessi effetti dei provvedimenti giudiziali in materia. Nel caso in cui, al contrario, la dichiarazione di cui all’art. 1 co. 24 della legge n. 76/2016 sia unilaterale il sindaco potrà procedere con l’iscrizione solo nel caso in cui il dichiarante dia prova di aver informato l’altra parte della sua volontà di scioglimento mediante lettera raccomandata a.r., o altra forma di comunicazione parimenti idonea, inviata all’indirizzo di residenza, o in mancanza all’ultimo indirizzo noto.

Infine, nel caso di manifestazione di volontà di entrambi gli uniti ma in forma disgiunta, ai sensi dell’art 63 d.P.R. n. 396 del 2000, ai fini del computo dei termini dei tre mesi, decorsi i quali sarà possibile proporre domanda di scioglimento innanzi al tribunale competente, rileverà la dichiarazione previamente iscritta in seguito a valida informativa all’altra.

La volontà unilaterale di scioglimento dell’unione, rappresenta una “nuova” ipotesi di divorzio, in presenza della quale il giudice potrà solo prenderne atto, ferme restando le sue competenze ad adottare i provvedimenti susseguenti necessari.

Altra modalità per giungere allo scioglimento  dell’unione è l’utilizzo della negoziazione assistita per volontà delle parti, di cui alla legge n,162 del 2014, nel verbale della quale gli avvocati sono tenuti a dar atto di aver tentato di conciliare le stesse; in caso di mancata conciliazione una copia dell’accordo di scioglimento dell’unione - preventivamente trasmessa al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale competente il quale, quando non ravvisi la irregolarità, abbia comunicato agli avvocati delle parti il nulla osta – dovrà essere trasmessa, entro il termine perentorio di 10 giorni, all’ufficiale dello stato civile del comune davanti al quale era stata formulata la dichiarazione costitutiva dell’unione, in modo che si proceda alla relativa annotazione  e trascrizione nei registri dello stato civile. L’accordo raggiunto dalle parti inseguito a negoziazione assistita, produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali in materia.

Lo scioglimento dell’unione civile si può ottenere, anche tramite ricorso presentato innanzi al Tribunale del luogo in cui si trova l’ultima residenza comune degli uniti civilmente o, in mancanza, del luogo in cui il partner convenuto ha residenza o domicilio. La domanda di scioglimento, può essere presentata, con ricorso, anche disgiuntamente; al ricorso andrà allegata copia autentica della dichiarazione dio voler sciogliere l’unione civile iscritta nei registri dello stato civile.

In caso di domanda proposta da una sola parte nei confronti dell’altra, il ricorso deve contenere l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali la domanda è fondata. Il Presidente del Tribunale fisserà con decreto la data di comparizione delle parti innanzi a sé stesso e durante tale udienza esperirà il tentativo di conciliazione obbligatorio. Se quest’ultimo non ha esito positivo, il Presidente pronuncerà con ordinanza i provvedimenti temporanei ed urgenti che reputa necessari nell’interesse di entrambi i partner, li autorizzerà a vivere separati, nominerà il giudice istruttore e fisserà l’udienza di comparizione innanzi a quest’ultimo.

Il processo si conclude con sentenza che scioglie il vincolo dell’unione. La sentenza costitutiva dello scioglimento produce i suoi effetti con il passaggio in giudicato e deve essere annotata nei registri dello stato civile dall’ufficiale del comune in cui l’unione fu trascritta.

Un particolare caso di scioglimento automatico è presentato dall’art. 1 comma 26, in base al quale si può avere scioglimento per intervenuta sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso di una delle parti. Il comma 27 invece, disciplina la cd. Conversione del vincolo matrimoniale in unione civile, attribuendo ai coniugi la facoltà di optare per la trasformazione del vincolo giuridico in seguito a rettificazione del sesso di uno di essi. Da come si può notare, sussiste una disparità di trattamento tra unione civile e matrimonio dovuta al fatto che mentre i coniugi possono optare per una conversione del loro rapporto in unione civile nel caso di cambiamento di sesso di uno di essi, non è prevista l’ipotesi inversa per gli uniti civilmente.

 

 

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Lo scioglimento dell'unione civile.

Il riconoscimento giuridico delle coppie same sex nel nostro ordinamento ha comportato, l’emersione di un sistema dualistico che vede, accanto al matrimonio, l’affermazione dell’istituto dell’unione civile. Inevitabile il raffronto con il matrimonio, che rappresenta il modello da cui per prossimità o per differenza l’unione civile si taglia, marcando peculiarmente i suoi contorni.

Molteplici e significative appaiono le dissonanze tra matrimonio e unione civile con riferimento alla fase della cessazione della vita comune. Basti pensare che nel caso di crisi dell’unione non è previsto l’istituto della separazione: svanisce, la struttura bifasica dello scioglimento del rapporto matrimoniale. L’unico rimedio previsto per la crisi dell’unione civile è il divorzio.

La legge n.76/2016, realizza ciò che non si era riusciti a fare con la legge n.55/2015 sul cd. Divorzio breve.

Importante è la circostanza in base alla quale l’unione civile si scioglie per “volontà dichiarata” manifestata anche disgiuntamente. Il procedimento tracciato dal comma 24, appare particolare, atteso che: la procedura di scioglimento può avviarsi “decorsi tre mesi dalla data di manifestazione di volontà di scioglimento dell’unione”. Si materializza una sorta di “divorzio immediato” in cui non è previsto alcun dovere di motivazione: in particolare, non va dedotta la intollerabilità della convivenza.

Non solo “dissonanze” ma anche qualche “assonanza”. A tal proposito, gli effetti patrimoniali del divorzio delle coppie dello stesso sesso sono gli stessi previsti dalla legge per coniugi. Pertanto dopo lo scioglimento al partener spetta l’assegno divorzile, assistito dalle garanzie di legge e modificabile al sopravvenire di giustificati motivi, la pensione di reversibilità una quota dell’indennità di fine rapporto.

Anche in materia di unione civile, la violazione dei doveri di lealtà ed assistenza morale e materiale potrà comportare un danno ingiusto risarcibile ex artt. 2043 e 2059 c.c. Diversamente dai coniugi, per gli uniti civilmente, la mancata previsione del dovere di fedeltà, determina l’impossibilità di chiedere un risarcimento del danno endofamiliare basato su tale violazione.

 

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Delitti contro la morale familiare

L’art. 564 c.p. sancisce il delitto di incesto. Fattispecie posta al centro di una grande disputa. Da un lato, vi sono coloro che ne chiedono l’abrogazione o almeno la depenalizzazione, e dall’altro lato, vi è chi la difende quale presidio dell’istruzione familiare nel suo complesso.

Questa fattispecie si trova ad affrontare la sfida della mutata natura del fare famiglia. Non solo per il sentire sociale ma anche per il legislatore: se cambia la famiglia, cambia inevitabilmente anche la morale familiare da preservare quale oggetto di tutela.

La fattispecie in oggetto ha subito gli effetti delle recenti modifiche in tema di diritto di famiglia. Di rilievo nella rinnovata materia civilistica risulta essere il riconoscimento dei figli incestuosi. Dapprima con la legge 10 dicembre 2012, n. 219 e poi con il d. lgs 28 dicembre 2013, n. 154, è, infatti, stato modificato l’art. 251 c.c., con l’obiettivo di rendere la riconoscibilità dei figli nati da rapporti incestuosi non più un’ipotesi, ma la regola generale.

Occorre a questo punto interrogarsi sul rapporto tra riconoscimento del figlio incestuoso e responsabilità penale dei relativi genitori. Il genitore che chiede il riconoscimento del figlio finisce, per auto-accusarsi, esponendosi al rischio di un rimprovero penale, laddove dovesse ritenersi che la dichiarazione resa alle competenti autorità sia sufficiente ad integrare la predetta condizione.

Chi, ritiene che si tratti di elemento costitutivo del reato, non considera sufficiente la conoscenza all’esterno del rapporto, ma richiede che la conoscenza esterna della relazione derivi da un comportamento colpevole dei soggetti coinvolti, così escludendo che il mero riconoscimento, possa determinare l’avverarsi della condizione e quindi il presupposto per l’incriminazione.

Quanto infine, al rapporto tre le fattispecie in esame e le nuove forme di aggregati familiari che si vanno via via sempre più diffondendo nel tessuto sociale, va ricordato come l’incesto sia un esempio di reato proprio, potendo essere commesso solamente dai soggetti indicati in modo tassativo nell’art. 564 c.p.

Ne rimangono, quindi, esclusi tutti i rapporti nascenti dalle famiglie di fatto, sempre che non coinvolgano rapporti diretti di discendenza.

La punibilità dei coniugi protagonisti di una relazione incestuosa è subordinata al verificarsi del cd. Pubblico scandalo. Solo dove la relazione incestuosa sia di pubblico dominio si ritiene giustificabile l’intervento dell’Autorità Giudiziaria, lasciando invece impunite tutte quelle relazioni che rimangono nel segreto delle mura domestiche. Questa limitazione trova per i più giustificazione nella necessità di tutelare l’immagine esteriore della famiglia, evidentemente ormai già compromessa dalla diffusione delle voci popolari circa la relazione incestuosa: laddove invece, tali voci non si diffondano, sarà preferibile lasciare impuniti i colpevoli onde evitare gli effetti ancora più deleteri che sull’aggregato familiare genera il coinvolgimento in un procedimento penale. Ovviamente la valutazione circa il configurarsi del “pubblico scandalo” è rimessa all’interprete nel caso concreto.

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Il delitto di infanticidio


Il Codice Rocco tutela il bene della vita umana fin dal suo momento iniziale attraverso i delitti dell’omicidio e dell’infanticidio. Quest’ultima figura criminis, assurge a fattispecie criminosa autonoma in presenza dell’elemento specializzante delle condizioni.

La condotta prevista dall’art. 578 c.p. si realizza dal momento del distacco, naturale o indotto, del feto dall’utero materno, durante il parto se si tratta di un “feto!” o immediatamente dopo il parto se si tratta di un neonato. Si presuppone quindi, un dato cronologico: l’uccisione deve avvenire nella fase di passaggio tra il distacco del feto dall’alveo materno e il momento in cui il concepito acquista vita autonoma, oppure “immediatamente” dopo, fin quando però durino le condizioni di abbandono connesse al parto.

Qualora la condotta diretta a sopprimere il prodotto del concepimento sia posta in essere dopo il distacco del feto dall’utero materno, il fatto, in assenza dell’elemento specializzante delle condizioni di abbandono materiale e morale della madre, sancito dall’art. 578 c.p., configura il delitto di omicidio volontario di cui agli artt. 575 e 577, n.1, c.p.

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Ai fini del calcolo dell’assegno di mantenimento, vale il reddito netto o lordo?

Con l'ordinanza n. 651/2019 del 14.2.2019, la Corte di Cassazione, oltre a ricordare i criteri di calcolo dell’assegno divorzile e a ribadire le istruzioni fornite dalla sentenza delle Sezioni Unite pubblicata il mese di luglio 2018, chiarisce che la valutazione in ordine alle capacità economiche del coniuge obbligato ai fini del riconoscimento e della determinazione dell’assegno di mantenimento a favore dell’altro coniuge non può che essere operata sul reddito netto e non già su quello lordo, poiché, in costanza di matrimonio, la famiglia fa affidamento sul reddito netto ed ad esso rapporta ogni possibilità di spesa.

(Cass. ord. n. 651/19 del 14.1.2019)

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Riconoscimento del minore infrasedicenne.

Sul tema si è espressa la Suprema Corte con sentenza N.14/2003.

La Cassazione riporta: “In tema di riconoscimento di figlio naturale, l’art.250 cod. civ. che, nell’ipotesi di minore infrasedicenne, subordina la possibilità del secondo riconoscimento al consenso del genitore che detto riconoscimento ha già effettuato, dispone altresì che al compimento del sedicesimo anno il minore divenga titolare di un autonomo potere di incidere sul diritto del secondo genitore al riconoscimento stesso. Ne consegue che il raggiungimento da parte del minore della “maggiore età” ritenuta dal legislatore adeguata ad esprimere un mediato giudizio determina il venir meno della necessità del consenso del primo genitore al riconoscimento da parte dell’altro genitore e, in difetto, dell’intervento del giudice. (Nel caso di specie S.C., preso atto del compimento del sedicesimo anno del minore, ha dichiarato la cessazione della materia del contendere ed ha cassato senza rinvio la sentenza impugnata).”   

Ad oggi, la legge n.219 del 10.12.2012, ha modificato il comma 2 dell’art. 250: “il riconoscimento del figlio che ha compiuto quattordici anni non produce effetto senza il suo assenso”. Si evince come il tetto di età sia stato abbassato e come il principio giurisprudenziale abbia ceduto il passo alla legge.

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Il diritto di pernottamento del figlio con il padre

Con decreto datato il 5 settembre 2018 dal Tribunale di Trieste si era preso in considerazione il caso di una richiesta da parte del padre di pernottamento del figlio di tenera età presso di lui.

Nonostante la madre del bambino non fosse d’accordo con tale richiesta poiché reputava il figlio troppo piccolo e che potesse pernottare con il padre solo dopo aver compiuto il terzo anno di età, il Tribunale di Trieste con il provvedimento sopra citato ha deciso di accogliere la richiesta del padre ritenendo appunto che non ci siamo elementi di inadeguatezza dello stesso ad occuparsi del figlio anche se molto piccolo.

Richiesta questa che fu accolta tendendo conto comunque degli impegni lavorativi di entrambi i coniugi.

Nel caso in esame non avendo quindi le parti contestato le rispettive capacità genitoriali è stato ritenuto pacifico disporre l’affido condiviso del minore.

È stata presa questa decisione da parte del Tribunale ritenendo che il pernotto con entrambi i genitori favorisce e tutela il minore e il suo legame con gli stessi indipendentemente dalla separazione della coppia. Principio questo ribadito anche dall’art. 337-ter c.c in base al quale il figlio minore ha diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi. Tali provvedimenti sono presi quindi dal giudice nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole.

 

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Il diritto al risarcimento del danno al coniuge sopravvissuto.

La perdita del coniuge rappresenta uno strazio morale, portando anche se non sempre con se, un danno patrimoniale. Si presume che ci sia tra moglie e marito quel legame affettivo che se rotto crea un danno. Ma ciò rappresenta una presunzione che può essere superata dal fatto che i coniugi sono separati.

Il coniuge superstite deve dimostrare in qualche modo di aver subito tale patimento.

Questo tema è stato affrontato dalla Suprema Corte di Cassazione con sentenza 31950/2018, dove il giudice, decidendo in riferimento ad un sinistro stradale tra l’autovettura condotta da Tizia, deceduta in seguito al sinistro ed il mezzo agricolo non assicurato condotto da Caio, ha ritenuto sussistente un concorso di colpa tra i due conducenti e ha condannato pertanto l’impresa per il fondo di garanzia per le vittime della strada al risarcimento del danno subito dal padre, dai figli e dai fratelli della vittima.  Ha però rigettato l’appello proposto da Tizio, con conseguente respingimento della domanda di risarcimento del danno non patrimoniale subito a seguito del decesso del coniuge.

Il Giudice dell’Appello ha inoltre disposto che, in riferimento alla pari responsabilità dei due conducenti, Caio, che era alla guida del veicolo agricolo, circolava su strada pubblica che versava in condizioni di scarsa visibilità, Tizia invece percorreva la strada senza prestare attenzione all’ostacolo visibile e senza indossare le cinture di sicurezza.

Contro la suddetta sentenza, Tizio proponeva ricorso per cassazione, lamentando che la Corte d’appello, sulla base di una relazione extraconiugale e della nascita di un figlio, abbia ritenuto insussistente il legame affettivo tra i coniugi al momento dell’incidente ed abbia quindi rigettato la richiesta di risarcimento del danno.

Il peso del marito della vittima veniva respinto per infondatezza del motivo, a tal riguardo la corte territoriale ha rilevato che il fatto illecito costituito dalla uccisione di un congiunto appartenente al nucleo familiare genera un danno patrimoniale presunto, dovendosi ritenere sussistente tra detti congiunti un vincolo affettivo ed un progetto di vita in comune. In tal caso solitamente il soggetto danneggiato non ha l’obbligo di provare di aver subito il danno non patrimoniale.

Questa presunzione può essere superata da tali elementi: la separazione legale o l’esistenza di una relazione extraconiugale con conseguente nascita di un figlio tre mesi prima della morte del coniuge. Questi elementi non comportano l’insussistenza del danno non patrimoniale in capo al coniuge superstite, ma impongono allo stesso di provare di aver effettivamente subito tale danno.

A tal riguardo, la corte territoriale ha ritenuto che il tizio non avesse fornito la prova del danno non patrimoniale e ha pertanto rigettato la domanda risarcitoria.

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La Cassazione si pronuncia ancora sul rimborso delle spese straordinarie relative ai figli.

In materia di separazione personale dei coniugi, la controversia relativa al rimborso della quota parte delle spese straordinarie relative ai figli, sostenute dal coniuge affidatario, non è solo soggetta agli ordinari criteri di competenza, in quanto diversa da quella concernente il regolamento dei rapporti tra coniugi, ma, ove le somme non risultino previamente determinate o determinabili, in base al titolo e con un semplice calcolo aritmetico, è anche caratterizzata dalla necessità di un accertamento circa l’insorgenza dell’obbligo di pagamento e dell’esatto ammontare della spesa, da effettuarsi in comparazione con quanto stabilito dal giudice della separazione.

(Cassazione civile, sez. I, 18 gennaio 2017, Est. Terrusi)

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Il ritiro della licenza del porto d'armi durante una separazione "conflittuale"


Il Tar Firenze ha stabilito che il ritiro della licenza del porto d’armi e il divieto di detenzione delle armi durante un processo di separazione “conflittuale” deve essere stabilito dalla Prefettura soltanto dopo un’indagine accurata.

Dall’indagine devono emergere effettive minacce o atti violenti nei confronti dell’altro coniuge o la sussistenza di una concreta situazione conflittuale tra i due tale da indurre “ragionevoli dubbi sull’affidabilità dell’interessato nel corretto utilizzo delle armi. Diversamente opinando, a fronte di qualunque separazione coniugale sarebbe necessario inibire l’uso delle armi poiché ogni separazione comporta inevitabilmente un certo grado di conflittualità”.

Nel caso di specie l’Amministrazione non aveva assunto nessun elemento concreto relativo a episodi di minacce o di violenza nei confronti della ex compagna e in più la denuncia querela (presentata dalla ex coniuge due anni prima) che aveva dato origine al procedimento di ritiro del porto d’armi era risultata completamente falsa al termine del procedimento penale. Il quadro istruttorio è rimasto privo degli elementi univoci idonei a porre in dubbio l’affidabilità del ricorrente nel corretto uso delle armi.

Per tali motivi il Tar Firenze ha annullato il decreto della Prefettura di Livorno con cui era stato predisposto il divieto di detenzione delle armi.

(Tar Firenze, sent. n. 1658/2018, pubblicata il 19/12/2018)

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La donazione ai futuri coniugi.

La comunione della proprietà di una casa tra due coniugi non è esclusa anche quando la somma di denaro necessaria per acquistare l’immobile è stata donata dalla madre di uno dei due coniugi.

Infatti quando il donante (la madre di uno dei due coniugi) consente che la casa sia intestata anche alla futura nuora, sta donando a lei il 50% della proprietà dell’immobile stesso.

(Cassazione, VI Sez., Sent. 20532/2018)

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Applicabilità diretta in Italia dell’istituto kafalah.

Trib. Mantova, sez I., decreto giudice tutelare 10 maggio 2018, Est. Alessandra Venturini

Il provvedimento di kafalah – istituto contemplato dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo e dalla Convenzione dell’Aja - che consiste nell’affido di un minore a un soggetto che si impegna a curarlo, educarlo e mantenerlo sino al raggiungimento della maggiore età senza che il minore entri a far parte della famiglia dell’affidatario, deve ritenersi direttamente efficace anche nel nostro ordinamento (ai sensi degli artt. 65 e 66 della legge .218/1995).

Ciò significa che non vi è luogo a provvedere alla richiesta di nomina di un tutore per il minore, ex artt. 343 ss. c.c., poiché questo è già stato affidato tramite kafalah ad un adulto che ne ha già la rappresentanza legale.

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Scioglimento dell'unione civile: secondo il Tribunale di Novara la dichiarazione di scioglimento dell'unione civile non costituisce condizione di procedibilità della domanda.

In tema di scioglimento dell’unione civile, il Tribunale di Novara – in composizione collegiale - ha stabilito che, ai fini della legittimità della dichiarazione giudiziale di scioglimento, la c.d. fase amministrativa della dichiarazione di scioglimento dell'unione civile non costituisce condizione di procedibilità della domanda.

Più precisamente, il Collegio ha ritenuto che “al ricorrere di determinate condizioni, che si andranno appresso indicando, il Tribunale adito possa comunque delibare la domanda di scioglimento dell'unione civile, pur in difetto di invio della predetta raccomandata e della formale dichiarazione innanzi all'ufficiale dello stato civile. In particolare, ad avviso del Collegio, nel caso in cui l'attore abbia notificato ritualmente il ricorso introduttivo del giudizio al partner, abbia ribadito in sede presidenziale la propria volontà di sciogliere il vincolo e, tra la fase presidenziale ed il momento in cui viene emesso da parte del Tribunale il provvedimento definitorio del giudizio, sia trascorso un lasso di tempo pari o superiore a tre mesi, allora si deve ritenere che l'omissione della fase amministrativa innanzi all'ufficiale di stato civile non pregiudichi la valutazione nel merito della domanda”.

Secondo il Collegio, infatti, “l'invocato comma 24, pur stabilendo che la parte renda la dichiarazione innanzi all'ufficiale di stato civile, non qualifica espressamente tale dichiarazione come condizione di procedibilità dell'azione, né fa discendere alcuna conseguenza dall'inadempimento di tale incombente. Inoltre e soprattutto, come ha avuto modo di precisare la dottrina, da tale dichiarazione non derivano altre conseguenze se non quella di determinare il dies a quo per la decorrenza di quel termine di tre mesi al quale i commentatori hanno pressoché unanimemente riconosciuto il significato di spatiucm deliberandi, momento di riflessione prodromico alla instaurazione del giudizio. Tanto chiarito, si può allora agevolmente ritenere che la rituale notifica del ricorso al partner possa tenere luogo all'invio della lettera raccomandata, in quanto idonea al raggiungimento dello scopo che la norma si prefigge, ovvero notiziare in maniera formale il partner della propria volontà di sciogliere il vincolo. Parimenti si può ben sostenere che la manifestazione di volontà ribadita innanzi al Presidente del Tribunale possa tenere luogo alla mancata dichiarazione innanzi all'ufficiale di stato civile. Ed invero, vale la pena ribadire in proposito che alla dichiarazione resa innanzi all'ufficiale di stato civile la legge non ha attribuito alcuna conseguenza, ad esempio in ordine allo scioglimento del regime di comunione legale dei beni eventualmente in essere, se non quella di fissare la decorrenza del periodo di riflessione di tre mesi. In definitiva, l'unico scopo attribuito a tale dichiarazione è quello di cristallizzare in maniera formale il momento in cui il partner manifesta la propria volontà di sciogliere l'unione al fine di consentire il decorrere del termine di tre mesi. Stando così le cose, allora, non si rinvengono argomenti di ordine letterale né sistematico che portino ad escludere la possibilità di equiparare, quanto a sacralità e formalità, la dichiarazione resa innanzi all'ufficiale di stato civile a quella resa innanzi al Presidente del Tribunale”.

(Trib. Novara, 05.07.2018)


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Affido condiviso: stessa quantità di tempo da trascorrere con i figli?

Con ordinanza 31902 del 10.12.2018, la Corte di Cassazione ha stabilito che, pur in presenza di un affido condiviso, i genitori separati non hanno diritto a trascorrere la stessa quantità di tempo con i figli, ma passa più giorni con il minore chi è in grado di instaurare un legame affettivo molto forte e di farlo crescere in un ambiente sociale più consono. 

Secondo i Giudici di Piazza Cavour, il principio di bigenitorialità si traduce nel diritto di ciascun genitore a essere presente in maniera significativa nella vita del figlio nel reciproco interesse, ma ciò non comporta una proporzione matematica in termini di parità dei tempi di frequentazione del minore in quanto l'esercizio del diritto deve essere armonizzato in concreto con le complessive esigenze di vita del figlio e dell'altro genitore. Infatti, “in tema di affidamento dei figli minori, il giudizio prognostico che il giudice, nell'esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve operare circa le capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell'unione, va formulato tenendo conto, in base ad elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità a un assiduo rapporto, nonché della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell'ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore, fermo restando, in ogni caso, il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione”.


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Case popolari e il vincolo del prezzo massimo di cessione dell'immobile in regime di edilizia agevolata. L'affrancazione.

Il vincolo del prezzo massimo di cessione dell'immobile in regime di edilizia agevolata ex art. 35 della l. n. 865 del 1971, qualora non sia intervenuta la convenzione di rimozione ex art. 31, comma 49 bis, della l. n. 448 del 1998, segue il bene nei passaggi di proprietà, a titolo di onere reale, con efficacia indefinita, attesa la "ratio legis" di garantire la casa ai meno abbienti, senza consentire operazioni speculative di rivendita. In tal caso, il preliminare di compravendita nel quale sia convenuto un prezzo superiore a quello imposto è dunque parzialmente nullo, ai sensi dell'art. 1419 c.c., per contrarietà a norma imperativa, ed opera l'integrazione automatica della clausola di "prezzo imposto", ex art. 1339 c.c.

(Cass. civ. Sez. Unite Sent., 16/09/2015, n. 18135)

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Figlio grande ed economicamente non indipendente: l'assegnazione della casa familiare.

Secondo il Tribunale di Perugia (Sentenza 1082/2018), quando il figlio, seppur non indipendente, raggiunge un’età tale da far ritenere che il suo stato di disoccupazione dipenda dalla sua volontà e non da condizioni esterne, spetta a quest'ultimo dimostrare il motivo per cui dovrebbe continuare a ottenere l’assegno di mantenimento. 

Quanto alla casa familiare, questa può essere attribuita all’ex coniuge soltanto se il figlio maggiorenne non è autonomo senza sua colpa. In base al principio di autoresponsabilità, infatti, deve essere il figlio ormai grande a dimostrare le ragioni per cui dovrebbe persistere il sostentamento a carico del padre. Nel caso di specie, Giudice, ritenendo il giovane in qualche modo inserito nel mondo del lavoro, visto anche l'acquisto da questo effettuato di una macchina di discreto valore, non ha assegnato la casa familiare alla madre.


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Il datore di lavoro del coniuge inadempiente provvede al pagamento dell'assegno di mantenimento.

Con ordinanza pubblicata il 22 agosto 2018 dalla prima sezione civile del Tribunale di Roma, la moglie ottiene che sia il datore di lavoro del marito a versarle ogni mese la somma stabilita dal giudice in sede di separazione, trattenendo la somma dalla retribuzione del coniuge inadempiente.

In base all'art 156 c.c., infatti, "In caso di inadempienza, su richiesta dell'avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all'obbligato, che una parte di esse venga versata direttamente agli aventi diritto".

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Sì all'affido esclusivo se il minore manifesta il proprio rifiuto nei confronti di un genitore.

Affido esclusivo a uno dei coniugi se durante l'audizione del minore il giudice percepisce il rifiuto verso l'altro genitore, nel caso di specie, manifestato da un ragazzo tredicenne nei confronti del padre arrogante e prevaricatore. 

Il Tribunale di Verbania, nell'ambito di una causa di divorzio, con la sentenza n. 390/2018 ha affidato i figli adolescenti alla madre, assegnandole anche la casa.

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Limitazione del diritto di visita a causa dell'alta conflittualità dei coniugi.

Con l'ordinanza n. 22219 del 12 settembre 2018, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un padre che lamentava di non avere tempo sufficiente per educare e instaurare un rapporto con la figlia. 

La vicenda riguarda una coppia separatasi poco dopo la nascita della figlia. I giudici avevano affidato la minore a entrambi i genitori, collocandola presso la madre alla quale era stata assegnata la casa coniugale. Il diritto di visita del padre era stato fissato in un giorno a settimana, vista l'alta conflittualità fra i due. 

Anche per la Cassazione la decisione è corretta. I Giudici di Piazza Cavour hanno infatti precisato che la regola dell'affidamento condiviso dei figli a entrambi i genitori non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l'altro genitore. Attiene poi ai poteri del giudice di merito fornire una concreta regolazione del regime di visita secondo modalità che non sono sindacabili, nelle loro specifiche articolazioni, in sede di giudizio di legittimità, ove invece è possibile denunciare che il giudice di merito abbia provveduto a disciplinare le frequentazioni dei genitori dichiarando di ispirarsi a criteri diversi da quello fondamentale, previsto in passato dall'art. 155 c.c. e ora dall'art. 337 ter c.c., dell'esclusivo interesse morale e materiale dei figli. 

In particolare, nel caso sottoposto all'esame della Corte, i giudici di merito hanno inteso correttamente riportarsi a tali principi laddove, dopo aver registrato le buone condizioni della minore pur in presenza di una esasperata conflittualità tra i genitori, hanno provveduto a stabilire in maniera rigida tempi e modalità di frequentazione fra il padre e la figlia per sedare il continuo contrasto esistente fra i genitori ed evitare che la bambina fosse costretta a difendersi dai loro conflitti.

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Danno morale per omesso versamento dell'assegno divorzile.

Secondo il Tribunale di Roma, va riconosciuto il danno morale a carico dell'uomo che dopo la sentenza di divorzio non paga il mantenimento ai minori e l'assegno alla ex costringendo la donna al pignoramento presso terzi e esponendola allo sfratto da casa insieme ai figli perché non può più pagare l'affitto.

Il risarcimento va liquidato in via equitativa e oltre al reato dell'omesso versamento a carico dell'onerato si configura anche quello di minaccia, integrato dagli sms sul cellulare della donna in cui l'uomo promette che l'avrebbe fatta morire di fame. 

(Trib. Roma, Sez. I, Sentenza n. 17144/18 del 12 settembre 2018).

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Nozze nulle anche se la convivenza che si protrae oltre i tre anni in caso di incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio.

È legittima la delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio, anche durato oltre tre anni, in caso di incapacità di un coniuge di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio. Con una decisione che sembra sconfessare il limite più stringente alla nullità delle nozze, e cioè la convivenza che si protrae oltre i tre anni, con la sentenza n. 24729 dell'8 ottobre 2018 la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della Procura generale presentato contro la delibazione. 



Cass. civ. Sez. I, Sent., (ud. 21/12/2017) 08-10-2018, n. 24729
MATRIMONIO
Sentenze ecclesiastiche di nullità, delibazione


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco - Presidente -

Dott. DE CHIARA Carlo - rel. Consigliere -

Dott. TRICOMI Laura - Consigliere -

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro - Consigliere -

Dott. NAZZICONE Loredana - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;

- ricorrente -

contro

P.L., rappresentato e difeso dall'Avv. Aldo Vangi, con domicilio eletto presso il suo studio in Mesagne, Via L. da Vinci n. 34;

- controricorrente -

e nei confronti di:

V.M.L.;

- intimata -

avverso la sentenza della Corte d'appello di Lecce n. 298/2017 depositata il 23 marzo 2017.

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 21 dicembre 2017 dal Consigliere Dott. Carlo De Chiara;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Francesca Ceroni, che ha concluso per la rimessione degli atti alle Sezione Unite e, in subordine, per l'accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

1. La Corte d'appello di Lecce, su domanda del sig. P.L. e nella contumacia della convenuta sig.ra V.M.L., ha dichiarato, con il parere favorevole del PM, efficace nella Repubblica italiana la sentenza del Tribunale ecclesiastico regionale pugliese di Bari dell'8 dicembre 2015, con la quale era stata dichiarata la nullità del matrimonio concordatario delle parti, celebrato il 21 luglio 1983, per grave discrezione di giudizio circa i diritti e doveri matrimoniali e per incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio, per cause di natura psichica, da parte del marito, che aveva promosso il giudizio di nullità.

La Corte ha negato l'esistenza di ostacoli alla dichiarazione di efficacia derivante da principi di ordine pubblico, in particolare quello della tutela dell'affidamento incolpevole dell'altro coniuge, non invocato dalla parte interessata.

2. Il Procuratore generale presso questa Corte ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi.

Si è difeso, con controricorso e memoria, l'intimato sig. P..

Motivi della decisione

1. Va preliminarmente affermata l'ammissibilità del ricorso del Procuratore generale presso questa Corte ai sensi dell'art. 72 c.p.c., commi 3 e 5, per le ragioni indicate, da ultima, da Cass. 2486/2017.

2. Con il primo motivo di ricorso si denuncia violazione degli artt. 7, 29 e 30 Cost., dell'art. 8 CEDU, dell'art. 7 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (c.d. Carta di Nizza), dell'art. 797 c.p.c., della L. 4 maggio 1983, n. 184, art. 6 e della L. 25 marzo 1985, n. 121, artt. 8 e ss.. Si richiamano i precedenti delle Sezioni Unite di questa Corte nn. 16379 e 16380 del 2014, secondo cui alla favorevole delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio osta, quale limite di ordine pubblico interno, la convivenza delle parti come coniugi protrattasi per almeno un triennio e si fa presente che dagli atti risulta appunto che i coniugi P. - V. avevano convissuto per circa 27 anni e avevano avuto due figli.

3. Con il secondo motivo, denunciando violazione degli artt. 2, 29 e 30 Cost., degli artt. 167 e 797 cod. proc. civ. e della L. 25 marzo 1985, n. 121, art. 8, si critica tuttavia la statuizione, contenuta nelle suddette sentenze delle Sezioni Unite, secondo cui tale limite di ordine pubblico non sarebbe rilevabile d'ufficio dal giudice, ma esclusivamente su eccezione di parte (eccezione in senso stretto), ravvisando in tale affermazione un contrasto, riguardante la "categoria processuale dell'eccezione in senso stretto con riferimento specifico alla compatibilità con la nozione di ordine pubblico", rispetto alla precedente giurisprudenza di legittimità, che si conforma invece alla regola della rivelabilità d'ufficio delle eccezioni, salvi i casi espressamente previsti dalla legge o nei quali l'iniziativa di parte è strutturalmente prevista quale elemento integrativo della fattispecie difensiva (come nel caso di eccezioni corrispondenti alla titolarità di un'azione costitutiva); contrasto per la risoluzione del quale si chiede quindi rimettersi nuovamente gli atti alle Sezioni Unite.

4. Con il terzo motivo, denunciando violazione degli artt. 6-8 CEDU e degli artt. 291 e 292 cod. proc. civ., si sostiene che la qualificazione del limite di ordine pubblico in questione quale oggetto di eccezione in senso stretto, configura una lesione del diritto al giusto processo del coniuge contumace e si chiede, pertanto, rimettersi gli atti alle Sezioni Unite di questa Corte anche su tale questione, quale questione di massima di particolare importanza, nonché investirsi la Corte di giustizia dell'Unione Europea di un rinvio pregiudiziale, ai sensi dell'art. 267 TFUE, sull'interpretazione del Regolamento n. 2201/2003, artt. 22 ("La decisione di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio non è riconosciuta... quando è resa in contumacia, ovvero la domanda giudiziale o un atto equivalente non è stato notificato o comunicato al convenuto contumace in tempo utile e in modo tale da poter presentare le proprie difese, salvo che sia stato accertato che il convenuto ha accettato inequivocabilmente la decisione") e 46 ("Gli atti pubblici formati e aventi efficacia esecutiva in uno Stato membro nonché gli accordi tra le parti aventi efficacia esecutiva nello Stato membro di origine sono riconosciuti ed eseguiti alle stesse condizioni previste per le decisioni").

5. I motivi di ricorso possono essere esaminati congiuntamente, attesa la loro connessione, e vanno respinti per le seguenti ragioni.

5.1. Premesso che il Collegio ritiene di conformarsi, condividendone il contenuto, ai richiamati precedenti delle Sezioni Unite nn. 16379 e 16380 del 2014, anche quanto alla non rilevabilità di ufficio del limite di ordine pubblico alla dichiarazione di efficacia della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio concordatario costituito dalla convivenza triennale delle parti come coniugi, va osservato che il Collegio neppure ritiene di dover rimettere gli atti alle Sezioni Unite affinché risolvano il contrasto giurisprudenziale denunciato con il ricorso.

Le Sezioni Unite, infatti, nelle più volte richiamate sentenze "gemelle", si sono date carico del consolidato orientamento giurisprudenziale restrittivo in tema di eccezioni in senso stretto, richiamato nel ricorso della Procura generale, concludendo tuttavia motivatamente che l'eccezione relativa alla convivenza triennale come coniugi, ostativa alla positiva delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio, rientra appunto tra quelle che l'ordinamento riserva alla disponibilità della parte interessata; e ciò argomentando sia dalla "complessità fattuale" delle circostanze sulle quali essa si fonda e dalla connessione molto stretta di tale complessità con l'esercizio di diritti, con l'adempimento di doveri e con l'assunzione di responsabilità personalissimi di ciascuno dei coniugi, sia dalla espressa previsione della necessità dell'eccezione di parte nell'analoga fattispecie dell'impedimento al divorzio costituito dall'interruzione della separazione, ai sensi della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 3.

5.2. Non si ravvisano inoltre ragioni per ritenere che la rilevabilità solo ad eccezione di parte del limite di ordine pubblico in discussione contrasti con il diritto al giusto processo della parte rimasta contumace, considerato il carattere volontario della contumacia stessa, dichiarabile solo in presenza della prova della rituale notifica della domanda giudiziale.

Nè, infine, ricorrono i presupposti per il rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell'Unione Europea, ai sensi dell'art. 267 TFUE, sulla interpretazione delle norme del regolamento CE n. 2201/2003 richiamate nel ricorso, per l'assorbente ragione che tale regolamento è "relativo alla competenza, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale" adottate in un diverso Stato membro dell'Unione Europea, non delle decisioni dei tribunali ecclesiastici.

6. Il ricorso va in conclusione respinto.

Non vi è luogo a provvedere sulle spese processuali attesa la natura della parte ricorrente.

Poichè dagli atti il processo risulta esente dal contributo unificato, non trova applicazione il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 21 dicembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 8 ottobre 2018



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Decadenza del diritto al mantenimento dell’altro coniuge che ha formato una nuova famiglia di fatto.

Trib. Como, Sent. n. 19800 del 30.5.2018

Nonostante il persistente status di separazione, il diritto al mantenimento dell’altro coniuge decade quando quest’ultimo ha formato una nuova famiglia di fatto, pur non convivendo con il nuovo partner. Tale atto è espressione di una scelta di vita esistenziale e consapevole e rescinde ogni collegamento con il tenore e il modello di vita legati al coniugio e quindi esclude la solidarietà post-matrimoniale.

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Pensione di reversibilità: il requisito della titolarità dell'assegno dell'assegno divorzile.

Ai fini del riconoscimento della pensione di reversibilità, in favore del coniuge nei cui confronti è stato dichiarato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, ai sensi dell’art. 9 della legge 1 dicembre 1970 n. 898 (così come modificato dall’art. 13 della legge 6 marzo 1987 n. 74) la titolarità dell’assegno, di cui all’art. 5 della stessa legge 1 dicembre 1970 n. 899, deve intendersi come titolarità attuale e concretamente fruibile dell’assegno divorzile, al momento della morte dell’ex coniuge, e non già come titolarità astratta del diritto all'assegno divorzile che è stato in precedenza soddisfatto con la corresponsione in un’unica soluzione.

(Cassazione, Sezioni Unite, Sent. 22434/2018)

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La Corte di Giustizia sul diritto di visita dei nonni nei confronti dei loro nipoti.

Corte di Giustizia, sez. I, sent. 31 maggio 2018 (Valcheva c/ Babanarakis)

La nozione di “diritto di visita”, contenuta all’art. 1, par. 2, lett. a) nonché all’art.2, punti 7 e 10, del regolamento CE n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento CE n. 1347/2000, deve essere interpretata nel senso che essa comprende il diritto di visita dei nonni nei confronti dei loro nipoti.




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Coniuge divorziato: spetta la pensione di reversibilità?

Cass. S.U. sent. n. 22434/18 del 24.09.2018.

Secondo la Corte (Cass. S.U. sent. n. 22434/18 del 24.09.2018.), in caso di divorzio, il coniuge superstite ha diritto al riconoscimento della pensione di reversibilità, o di una quota della stessa, solo se:
a) non si è risposato; 
b) se il giudice gli ha riconosciuto un assegno divorzile; 
c) l’assegno divorzile veniva versato mensilmente; 
d) il rapporto di lavoro per il quale il defunto ha maturato il diritto al trattamento pensionistico deve essere stato avviato prima della sentenza di divorzio.

Come si è visto poc'anzi, condizione per avere la reversibilità dopo il divorzio è l’essere titolare di un assegno divorzile versato mensilmente. Se l’ex coniuge superstite ha ricevuto l’assegno divorzile in unica soluzione, la prestazione previdenziale non gli è più dovuta. Essa, infatti, viene riconosciuta come sostegno per il venir meno dell’aiuto economico costituito, in precedenza, dall’assegno divorzile versato in vita dal defunto. "Se infatti la finalità del legislatore è quella di sovvenire a una situazione di deficit economico derivante dalla morte dell’avente diritto alla pensione, l’indice per riconoscere l’operatività in concreto di tale finalità è quello dell’attualità della contribuzione economica venuta a mancare; attualità che si presume per il coniuge superstite e che non può essere attestata che dalla titolarità dell’assegno, intesa come fruizione attuale di una somma periodicamente versata all’ex coniuge come contributo al suo mantenimento. Viceversa un diritto che è già stato completamente soddisfatto non è più attuale e concretamente fruibile o esercitabile, perché di esso si è esaurita la titolarità".

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Riforma affido: alcuni tratti del Disegno di Legge del senatore Pillon.

La disgregazione di una coppia, specialmente quando ci sono dei figli, non incide solo sui sentimenti ma anche sulle questioni più materiali. Di fronte a un’emergenza sociale la politica dovrebbe studiare forme di supporto serio per impedire che le famiglie, con la separazione, siano gettate sul lastrico. Il Disegno di Legge del senatore Pillon di riforma dell’affidamento sembra invece andare nel senso opposto. Le nuove norme prevedono che chi vorrà separarsi dovrà obbligatoriamente rivolgersi a un “mediatore familiare” (art.7 e art. 22), figura professionale, a pagamento, che trova una sua collocazione proprio nel progetto di riforma (art. 1). 

Il DDL prevede l’eliminazione - salvo rari casi - dell’assegno di mantenimento a favore del genitore meno capace economicamente. Ma non è tutto, all'art. 11 è previsto che chi non ha la possibilità di ospitare il figlio in spazi adeguati non ha il diritto di tenerlo con sé secondo tempi “paritetici”. Vanno inoltre considerate le norme sulla casa: se la casa viene, in via del tutto eccezionale, assegnata a uno dei due genitori, costui deve versare all’altro un’indennità di occupazione che, però, sarà soggetta a tassazione.

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Concorso scuola: profili di legittimità costituzionale

La VI Sezione del Consiglio di Stato, con ordinanza n. 5134 pubblicata il 3 settembre 2018, ha sollevato due diverse questioni di legittimità costituzionale per i commi 2 lettera b) e 3 dell’art. 17 del decreto legislativo 59 del 2017 (attuativo della riforma Buona Scuola).

La prima questione riguarda la parte del decreto in cui è stato indetto un concorso riservato ai soli docenti in possesso del titolo abilitante poiché “il possesso, ovvero il mancato possesso, di un’abilitazione all’insegnamento dipende da circostanze non legate al merito, ma soltanto casuali”.

La seconda, invece, sul fatto che, qualora fosse ritenuta legittima la natura straordinaria del concorso –  ovvero qualora fosse corretta la previsione che inibisce la partecipazione ai docenti non abilitati –, il decreto non include tra i titoli abilitanti anche il dottorato di ricerca.

In attesa della decisione ha disposto l’ammissione al concorso con riserva dei ricorrenti.

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Vacanze rovinate: fino a 3 anni per chiedere il risarcimento dei danni.

Con il nuovo d.lgs. n. 62/2018, in vigore dal 1° luglio 2018, vengono prescritte maggiori tutele, maggiori informazioni precontrattuali e una migliore assistenza nei confronti dei viaggiatori che acquistano pacchetti turistici.

Infatti, il decreto sostituisce in toto il Capo I del Titolo VI dell'Allegato 1 al d.lgs. n. 79/2011 (Codice del Turismo) con tutta una serie di nuove disposizioni che si applicano ai c.d. pacchetti turistici offerti in vendita o venuti da professionisti ai viaggiatori e ai c.d. servizi turistici collegati la cui offerta o vendita ai viaggiatori sia agevolata da professionisti.

Si pone una particolare attenzione alla materia degli eventuali "difetti di conformità", ovvero laddove si realizzi un inadempimento dei servizi turistici inclusi nel pacchetto. Il viaggiatore, infatti, avrà diritto di ricevere dall'organizzatore, senza ingiustificato ritardo, il risarcimento adeguato per qualunque danno che può aver subito in conseguenza di un difetto di conformità.

Il risarcimento, tuttavia, non gli sarà riconosciuto ove l'organizzatore dimostri che il difetto di conformità è imputabile al viaggiatore o a un terzo estraneo alla fornitura dei servizi turistici inclusi nel contratto di pacchetto turistico ed è imprevedibile o inevitabile oppure è dovuto a circostanze inevitabili e straordinarie. Il diritto alla riduzione del prezzo o al risarcimento dei danni, chiarisce il decreto, si prescrive in due anni, a decorrere dalla data del rientro del viaggiatore nel luogo di partenza. Sempre a partire dalla data di rientro, si prescriverà in tre anni il diritto al risarcimento dei danni alla persona. Il documento menziona anche il c.d. "Risarcimento del danno da vacanza rovinata" laddove l'inadempimento delle prestazioni che formano oggetto del contratto sia di non scarsa importanza ex art. 1455 del codice civile. In tal caso, il viaggiatore potrà chiedere all'organizzatore o al venditore, secondo la responsabilità derivante dalla violazione dei rispettivi obblighi assunti con i rispettivi contratti, oltre e indipendentemente dalla risoluzione del contratto, anche un risarcimento del danno correlato al tempo di vacanza inutilmente trascorso e all'irripetibilità dell'occasione perduta.

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Chi allontana con un comportamento ostruzionistico i figli dall'altro genitore perde l'affidamento dei figli.

Con la separazione i genitori devono impegnarsi a crescere i figli psico-fisicamente in corretta bigenitorialità. Ove questo non dovesse accadere, chi allontana ad esempio con un comportamento ostruzionistico i figli dall'altro genitore perde l'affidamento dei figli.

Vedasi sul punto le determinazioni del Tribunale di Castrovillari (sentenza numero 728/2018) dove alla madre è stato tolto l'affidamento dei figli:

https://mega.nz/#!3r5F1B7D!L1EEjUEZFvhr76cEcVKnncimY_qbV2Gw2WIKWS9oW5U


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Responsabilità medica: condizioni di procedibilità della domanda.

Prima di avviare una causa per responsabilità medica, devono essere svolte alcune indispensabili attività preliminari: rivolgersi a un medico specialista del settore di interesse per chiedere una consulenza tesa a valutare l'effettiva sussistenza di un errore tale da giustificare un risarcimento; inviare, per il tramite dell'avvocato, una lettera contenente la richiesta di risarcimento al medico o alla struttura sanitaria (eventualmente anche alle compagnie presso le quali gli stessi sono assicurati).

Se non vi sono margini di accordo, prima di procedere con l'azione giudiziaria nei confronti del medico o della struttura sanitaria, è necessario avviare il procedimento di consulenza tecnica preventiva previsto e disciplinato dall'articolo 696-bis cpc o, in alternativa, il procedimento di mediazione di cui al decreto legislativo numero 28/2010. In difetto di risoluzione, il paziente non potrà far altro che agire in giudizio ricorrendo al procedimento di cui all'articolo 702-bis cpc.

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Fondo patrimoniale: debiti contratti per finalità estranee ai bisogni della famiglia.

Il criterio identificativo dei crediti, il cui soddisfacimento può essere realizzato in via esecutiva sui beni conferiti nel fondo, va ricercato non già nella natura delle obbligazioni, bensì nella relazione esistente tra il fatto generatore di esse ed i bisogni della famiglia, con la conseguenza che, ove la fonte e la ragione del rapporto obbligatorio, ancorché consistente in un fatto illecito, abbiano inerenza diretta ed immediata con le esigenze familiari, deve ritenersi operante la regola della piena responsabilità del fondo. Da ciò consegue che, in sede di opposizione al pignoramento, spetta al debitore provare che il creditore conosceva l'estraneità del credito ai bisogni della famiglia, sia perché i fatti negativi (v. ignoranza) non possono formare oggetto di prova, sia perché esiste una presunzione di inerenza dei debiti ai detti bisogni.

(Trib. Treviso, Sez. II, 14 marzo 2018)

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Trattamento sanitario: il consenso informato della persona inabilitata.

Il consenso informato della persona inabilitata è espresso dalla medesima persona inabilitata. Nel caso in cui sia stato nominato un amministratore di sostegno la cui nomina preveda l'assistenza necessaria o la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario, il cui consenso informato è espresso o rifiutato anche dall'amministratore di sostegno ovvero solo da quest'ultimo, tenendo conto della volontà del beneficiario, in relazione al suo grado di capacità di intendere e di volere.

(Trib. Modena, Sez. II, 27 marzo 2018, Est. Masoni)

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Il decreto ingiuntivo non opposto relativo al pagamento dei canoni di locazione arretrati equivale a una sentenza di condanna esecutiva.

Il decreto ingiuntivo non opposto (relativo al pagamento dei canoni di locazione arretrati) spiega conseguenze giuridiche sia in relazione al rapporto di locazione sottostante e al relativo diritto di credito afferente i canoni rimasti insoluti, che in merito all'inesistenza di fatti impeditivi, estintivi o compensativi del credito azionato in sede monitoria. Più in generale, infatti, oggetto del giudizio è non solo la pretesa ed il relativo obbligo azionato in sede monitoria, ma anche l'intero rapporto nel suo complesso e, pertanto, pure l'inesistenza di tutti i fatti impeditivi, modificativi ed estintivi, dedotti o deducibili.

Ciò perché il decreto ingiuntivo non opposto è equiparabile ad una sentenza di condanna passata in giudicato che copre l'esistenza del credito azionato, ma anche tutte le vicende del credito precedenti al ricorso per ingiunzione e non dedotte con l'opposizione. Questi i principi resi con l'ordinanza n. 19113, della VI Sezione civile della Corte di Cassazione, depositata in data 18 luglio 2018.


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L'efficacia della sentenza straniera di condanna al pagamento degli alimenti al figlio minore.

È efficace la sentenza straniera di condanna al pagamento degli alimenti al figlio minore. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 13271 del 28 maggio 2018. Gli ermellini hanno dichiarato inammissibile il ricorso di un padre nei confronti delle pretese alimentari del figlio. Secondo la Cassazione, la corte d'appello polacca aveva adeguatamente valutato il merito esecutivo delle prestazioni alimentari attribuite a carico del genitore da un tribunale di primo grado. 

(Cass. civ., Sez. I, Sent. 28.05.2018, n. 13271)

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I principi di ermeneutica contrattuale sono applicabili al testamento?

Con la decisione n. 10882 del 7 maggio 2018, la Corte di Cassazione ha ribadito che nell'interpretazione del testamento, il giudice di merito deve accertare, secondo il principio generale di ermeneutica enunciato dall'art. 1362 c.c., - applicabile, con gli opportuni adattamenti, anche in materia testamentaria - quale sia stata l'effettiva volontà del testatore comunque espressa, considerando congiuntamente ed in modo coordinato l'elemento letterale e quello logico dell'atto unilaterale mortis causa). L'accertamento della volontà del testatore si risolve, infatti, in una indagine di fatto da parte del giudice di merito sindacabile in sede di legittimità solo per violazione delle regole di ermeneutica dettate dal codice civile in tema di contratti (applicabili al testamento con la sola eccezione di quelle incompatibili con la natura di atto unilaterale non recettizio del negozio mortis causa) nonché per vizi logici e giuridici attinenti alla motivazione. 

(Cass. civ. Sez. II, Ord., 07.05.2018, n. 10882)

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La Corte di giustizia dell'Unione Europea si pronuncia sul riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso.

Con il deposito dell'attesa sentenza "Coman", la Corte di Giustizia ha stabilito che se un cittadino dell'Unione Europea abbia consolidato un legame familiare con un cittadino di uno Stato terzo dello stesso sesso, al quale si sia unito con un matrimonio legalmente contratto nello Stato membro ospitante, l'articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che le autorità competenti dello Stato membro di cui il cittadino dell'Unione ha la cittadinanza debbano riconoscere il diritto di soggiorno sul territorio di detto Stato membro al coniuge omosessuale appartenente allo Stato terzo, nonostante che l'ordinamento di tale Stato membro non consenta il matrimonio tra persone dello stesso sesso. 

(Corte di Giustizia dell'Unione Europea, 05.06.2018, causa C-673/16).

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Assegno di divorzio: la decisione delle Sezioni Unite.

Ai sensi dell’articolo 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970, dopo le modifiche introdotte con la l. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio – cui deve attribuirsi una funzione assistenziale e in pari una misura compensativa e perequativa – richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e dell’età dell’avente diritto. All’assegno di divorzio deve attribuirsi una funzione assistenziale e, in pari misura, compensativa e perequativa. 

Ai fini del riconoscimento dell’assegno si deve adottare un criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future e all’età dell’avente diritto. Il parametro così indicato si fonda sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l’unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo. Il contributo fornito alla conduzione della vita familiare costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell’unione matrimoniale.



Cass. civ. Sez. Unite, Sent., (ud. 10/04/2018) 11-07-2018, n. 18287
DIVORZIO
Assegno di divorzio


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAMMONE Giovanni - Primo Presidente -

Dott. SCHIRO' Stefano - Presidente di Sezione -

Dott. CRISTIANO Magda - Presidente di Sezione -

Dott. VIRGILIO Biagio - Presidente di Sezione -

Dott. SCALDAFERRI Andrea - Consigliere -

Dott. FRASCA Raffaele - Consigliere -

Dott. ACIERNO Maria - rel. Consigliere -

Dott. GIUSTI Alberto - Consigliere -

Dott. CIRILLO Francesco Maria - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23138-2017 proposto da:

C.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA XX SETTEMBRE 3, presso lo studio dell'avvocato BRUNO NICOLA SASSANI, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati MARGHERITA BARIE' e FRANCESCA BALDI;

- ricorrente -

C.O., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA QUINTINO SELLA 41, presso lo studio dell'avvocato CAMILLA BOVELACCI, rappresentato e difeso dall'avvocato BRUNELLA BERTANI;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 1429/2017 della CORTE D'APPELLO di BOLOGNA, depositata il 15/06/2017.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/04/2018 dal Consigliere dott.ssa MARIA ACIERNO;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell'Avvocato Generale Dott. MATERA MARCELLO, che ha concluso per l'accoglimento, p.q.r., del primo motivo del ricorso, assorbito il secondo motivo;

uditi gli avvocati Bruno Nicola Sassani, Margherita Bariè e Brunella Bertani.

Svolgimento del processo

1. Il matrimonio concordatario tra le parti è stato celebrato nel (OMISSIS). La separazione personale consensuale reca la data del (OMISSIS). Le parti, in questa sede, hanno raggiunto un accordo fondato sul riequilibrio dei loro patrimonio che non prevedeva la corresponsione di alcun assegno da parte di un coniuge il favore dell'altro.

2. La cessazione degli effetti civili del matrimonio è stata pronunciata con sentenza parziale del Tribunale di Reggio Emilia il (OMISSIS). Con sentenza definitiva il Tribunale ha posto a carico dell'ex marito la somma di Euro 4000,00 mensili a titolo di assegno divorzile in favore della ex moglie.

3. La Corte d'Appello, in riforma della sentenza impugnata, ha negato il diritto della ex moglie al riconoscimento di un assegno di divorzio condannandola alla ripetizione delle somme ricevute a tale titolo specifico.

3.1. A sostegno della decisione assunta, la Corte ha applicato l'orientamento espresso nella pronuncia di questa Corte n. 11504 del 2017 secondo il quale il fondamento dell'attribuzione dell'assegno divorzile è la mancanza di autosufficienza economica dell'avente diritto. Nel merito ha escluso che la parte appellata fosse in tale condizione, in quanto titolare e percettrice di uno stipendio decisamente superiore alla media nonchè di un patrimonio mobiliare ed immobiliare molto cospicuo. Ha, pertanto, precisato che l'attribuzione dell'assegno di divorzio si era fondata sull'orientamento, superato da quello più recente cui era stata prestata adesione, fondato sul criterio del tenore di vita, peraltro potenziale, goduto dal richiedente, nel corso dell'unione coniugale, da valutarsi alla stregua delle capacità patrimoniali ed economiche delle parti. Nella specie pur essendovi un'evidente sperequazione delle predette capacità economiche e patrimoniali in favore dell'ex marito, l'agiatezza della ex moglie aveva condotto ad escludere la ricorrenza dei requisiti attributivi dell'assegno, dovendosene escludere il difetto di autosufficienza economica.

4. Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione C.L., con richiesta, accolta con provvedimento del 30 ottobre 2017, di rimessione del ricorso alle Sezioni Unite. Ha resistito con controricorso C.O.. La parte ricorrente ha depositato memoria.

Motivi della decisione

5. Nel primo motivo di ricorso viene dedotta la violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5 e successive modificazioni per le seguenti ragioni:

5.1 il criterio dell'indipendenza od autosufficienza economica non trova alcun riscontro nel testo della norma che detta i criteri per l'attribuzione e determinazione dell'assegno di divorzio. Inoltre, non risulta chiaro quali siano i parametri al quale ancorarlo tra le diverse alternative proponibili, ovvero l'indice medio delle retribuzioni degli operai ed impiegati; la pensione sociale; un reddito medio rapportato alla classe economico sociale di appartenenza dei coniugi e alle possibilità dell'obbligato. Nell'ultima ipotesi, peraltro, il tenore di vita verrebbe ripreso in considerazione perchè i mezzi adeguati non potrebbero che essere rapportati alla condizione sociale ed economica delle parti in causa e ai loro redditi;

5.2 la lettura logico sistematica della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6 e successive modificazioni conduce al ripristino del criterio del tenore di vita, tenuto conto che l'art. 5, al comma 9 prevede espressamente la possibilità per il Tribunale, in caso di contestazioni, di disporre indagini sull'effettivo tenore di vita. La stessa Corte Costituzionale con la sentenza n. 11 del 2015 ha ritenuto del tutto legittimo tale criterio, allora costantemente seguito dalla giurisprudenza;

5.3 l'applicazione del criterio dell'autosufficienza economica è foriero di gravi ingiustizie sostanziali, in particolare per i matrimoni di lunga durata ove il coniuge più debole che abbia rinunciato alle proprie aspettative professionali per assolvere agli impegni familiari improvvisamente deve mutare radicalmente la propria conduzione di vita;

5.4 il richiamo, contenuto nella sentenza n. 11504 del 2017, all'art. 337 septies c.c. che fissa il criterio dell'indipendenza economica ai fini del riconoscimento del diritto ad un contributo per il mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti non risulta condivisibile in quanto le condizioni soggettive rispettivamente dell'ex coniuge e del figlio maggiorenne non autosufficiente non sono comparabili: il figlio maggiorenne ha il compito sociale, prima che giuridico, di mettersi nelle condizioni di essere economicamente indipendente e l'obbligo di mantenimento è definito temporalmente in funzione del raggiungimento dell'obiettivo; il coniuge, specie se non più giovane, che abbia rinunciato, per scelta condivisa anche dall'altro, ad essere economicamente indipendente o abbia ridotto le proprie aspettative professionali per l'impegno familiare si può trovare, in virtù dell'applicazione del criterio dell'indipendenza economica, in una situazione di irreversibile grave disparità. Infine, l'obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne non autosufficiente perdura fino a quando non sia raggiunto un livello di indipendenza adeguato al percorso di studi e professionale seguito, mentre all'esito del divorzio per il coniuge che abbia le caratteristiche soggettive sopra delineate, la condizione deteriore in cui versa non ha alcuna possibilità di essere emendata, essendo fondata su una sperequazione reddituale e patrimoniale non più colmabile. Tale è la condizione della ricorrente rispetto al livello economico-patrimoniale molto più elevato dell'ex marito.

5.5 Il nuovo orientamento lede il principio della solidarietà post matrimoniale, sottolineato, invece, dal legislatore sia in ordine al diritto alla pensione di reversibilità che in relazione alla quota del trattamento di fine rapporto spettanti al titolare dell'assegno. Il criterio adottato porta ad una lettura sostanzialmente abrogativa dell'art. 5.

6. Nel secondo motivo viene dedotta la violazione dell'art. 2033 c.c. con riferimento alla condanna alla ripetizione di quanto indebitamente versato. La statuizione della sentenza d'appello non è idonea a configurare un indebito oggettivo perchè dispone per l'avvenire. Inoltre vige, nella specie, il principio dell'irripetibilità, impignorabilità e non compensabilità delle prestazioni assistenziali, del tutto disatteso nella specie.

7. L'esame della questione rimessa alle Sezioni Unite richiede l'illustrazione preliminare del quadro legislativo interno di riferimento, anche sotto il profilo diacronico, dal momento che le modifiche medio tempore intervenute hanno notevolmente influenzato gli orientamenti della giurisprudenza anche di legittimità.

8. IL QUADRO LEGISLATIVO INTERNO. 8.1. Il testo originario della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 5, comma 6, e gli orientamenti giurisprudenziali relativi.

Il testo originario della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6 della aveva il seguente contenuto:

Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale dispone, tenuto conto delle condizioni economiche dei coniugi e delle ragioni della decisione, l'obbligo per uno dei coniugi di somministrare a favore dell'altro periodicamente un assegno in proporzione alle proprie sostanze e ai propri redditi. Nella determinazione di tale assegno il giudice tiene conto del contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di entrambi. Su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in una unica soluzione. L'obbligo di corresponsione dell'assegno cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze.

Il coniuge, al quale non spetti l'assistenza sanitaria per nessun altro titolo, conserva il diritto nei confronti dell'ente mutualistico da cui sia assistito l'altro coniuge. Il diritto si estingue se egli passa a nuove nozze.

La lettura della norma, già nella sua formulazione originaria, poteva dare luogo ad interpretazioni diverse. Valorizzando la distinzione di significato tra l'espressione "il Tribunale dispone" con la quale si apriva l'elencazione dei criteri di cui si doveva "tenere conto" ai fini del diritto alla corresponsione dell'assegno di divorzio e l'incipit della seconda parte della norma "nella determinazione di tale assegno il giudice tiene conto" emergeva, sul piano testuale una distinzione tra criteri attributivi (le condizioni economiche dei coniugi - profilo assistenziale; le ragioni della decisione - profilo risarcitorio) e determinativi (contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi - profilo compensativo).

La dottrina prevalente e la giurisprudenza di questa Corte avevano, tuttavia, ritenuto che l'assegno di divorzio, alla luce della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6 avesse una natura mista senza alcuna diversificazione e graduazione tra i criteri attributivi e determinativi.

In particolare le Sezioni Unite, poco dopo l'entrata in vigore della norma affermarono che l'assegno previsto dalla L. 1 dicembre 1970 n 898, art. 5 aveva natura composita "in relazione ai criteri che il giudice per legge deve applicare quando è chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di corresponsione: assistenziale in senso lato, con riferimento al criterio che fa leva sulle condizioni economiche dei coniugi; risarcitoria in senso ampio, con riguardo al criterio che concerne le ragioni della decisione; compensativa, per quanto attiene al criterio del contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge alla condizione della famiglia ed alla formazione del patrimonio di entrambi. Il giudice, che pur deve applicare tali criteri nei confronti di entrambi i coniugi e nella loro necessaria coesistenza, ha ampio potere discrezionale, soprattutto in ordine alla quantificazione dell'assegno (S.U. 1194 del 1974; conf. 1633 del 1975).

La coesistenza dei criteri, come espresso efficacemente nella massima, ne evidenziava la equiordinazione e costituiva una prescrizione di primario rilievo per la valutazione che doveva essere svolta dal giudice di merito al quale veniva riconosciuto un ampio potere discrezionale nella determinazione nell'ammontare dell'assegno ma non gli era consentito di considerare recessivo, in astratto ed in linea generale, un criterio rispetto ad un altro, salvo che il rilievo concreto di alcuno di essi non fosse marginale od insussistente. Nella giurisprudenza immediatamente successiva, la formulazione generale del principio venne puntualizzata in relazione a ciascun parametro. In particolare la Corte escluse che l'assegno potesse avere carattere alimentare proprio in relazione allo scioglimento definitivo del vincolo di parentela, dal momento che tale tipologia di obbligazioni postulava la permanenza del vincolo stesso e non la sua cessazione (Cass. 256 del 1975). Venne sottolineato come il fulcro dell'accertamento da svolgere, in questa prima fase storica di applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, dovesse incentrarsi sulla natura e misura dell'indebolimento della complessiva sfera economico-patrimoniale del coniuge richiedente l'assegno in relazione a tutti i fattori che possano concorrere a determinare questa sperequazione, quali l'età, la salute, l'esclusivo svolgimento di attività domestiche all'interno del nucleo familiare, il contributo fornito al consolidamento del patrimonio familiare e dell'altro coniuge etc. (Cass. 835 del 1975). Gli orientamenti furono certamente influenzati dal contesto socio economico nel quale la L. n. 898 del 1970 si è innestata, in quanto caratterizzato da un modello coniugale formato su ruoli endofamiliari distinti ed eziologicamente condizionanti la posizione economico patrimoniale di ciascuno dei coniugi dopo lo scioglimento dell'unione matrimoniale. Il rilievo paritario attribuito a tutti i parametri venne condizionato dalla vis espansiva del principio di parità ed uguaglianza tra i coniugi così come innovativamente consacrato e reso effettivo dalla riforma del diritto di famiglia.

Il criterio assistenziale, in particolare, assume, già in questa prima fase di applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, una funzione perequativa della condizione di "squilibrio ingiusto" (Cass. 660 del 1977) che può determinarsi in relazione alla situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi, a causa dello scioglimento del vincolo, in particolare quando la disparità di condizioni si giustifica in funzione di scelte endofamiliari comuni che hanno prodotto una netta diversificazione di ruoli tra i due coniugi così da escludere o da ridurre considerevolmente l'impegno verso la costruzione di un livello reddituale individuale autonomo adeguato a quello familiare. Risultava evidente, pertanto, già negli orientamenti degli anni 70 che il profilo strettamente assistenziale si contaminava con quello compensativo, soprattutto in relazione alla durata del matrimonio, così da dar luogo all'inizio degli anni 80 a principi ancora più decisamente ispirati all'esigenza di ristabilire "un certo equilibrio nella posizione dei coniugi dopo lo scioglimento del matrimonio" (Cass. 496 del 1980) da realizzarsi assumendo il parametro relativo alle condizioni economiche dei coniugi non come criterio esclusivo o prevalente ma come elemento di giudizio da porsi in relazione con gli altri concorrenti, in considerazione delle complessive condizioni di vita garantite nel corso dell'unione coniugale e delle aspettative che tali condizioni potevano indurre (Cass. 496 del 1980).

La funzione dell'assegno di divorzio si caratterizza, sempre più, negli anni 80, sotto il vigore del testo originario della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, come strumento perequativo della situazione di squilibrio economico patrimoniale che si sia determinata a vantaggio di un ex coniuge ed in pregiudizio dell'altro. A questo fine i tre criteri contenuti nella norma operano come "presupposti di attribuzione" (Cass. 5714 del 1988) dell'assegno stesso. All'interno di questo orientamento, la funzione dell'assegno si risolve in uno strumento volto ad intervenire su una situazione di squilibrio "ingiusto" non in senso astratto, ovvero fondato sulla mera comparazione quantitativa delle sfere economico-patrimoniali o delle capacità reddituali degli ex coniugi ma in concreto, ponendo in luce la correlazione tra la situazione economico patrimoniale fotografata al momento dello scioglimento del vincolo ed i ruoli svolti dagli ex coniugi all'interno della relazione coniugale. Al riguardo sempre più frequentemente entrava nella valutazione complessiva e paritaria dei criteri ex art. 5, comma 6 il rilievo dell'apporto personale al soddisfacimento delle esigenze domestiche di uno solo dei coniugi (Cass. 3390 del 1985) ed, in particolare, l'effetto negativo sull'acquisizione di esperienze lavorative e professionali che può determinare un impegno versato essenzialmente nell'ambito domestico e familiare (Cass. 3520 del 1983), tanto da far affermare che, anche in relazione all'età, il giudice del merito avrebbe dovuto accertare se fosse in concreto possibile per l'ex coniuge richiedente l'assegno essere competitivo sul mercato del lavoro senza dover svolgere attività lavorative troppo usuranti od inadeguate rispetto al profilo complessivo della persona, (Cass. 3520 del 1983).

Da questi orientamenti emerge l'incidenza del principio costituzionale della parità sostanziale tra i coniugi, così come declinato nell'art. 29 Cost. nella valutazione in concreto dei criteri, ed in particolare di quello assistenziale e compensativo, sempre meno scindibili nel giudizio complessivo relativo al diritto all'assegno. L'interconnessione tra i due parametri viene precisata dall'affermazione contenuta nella pronuncia n. 6719 del 1987, secondo la quale la funzione dell'assegno di divorzio non è remunerativa ma compensativa, essendo preordinata all'obiettivo del "giusto mantenimento" in relazione, non solo all'apporto del coniuge richiedente alla conduzione della vita familiare, ma anche alla formazione del patrimonio comune ed in particolare al rafforzamento della sfera economico patrimoniale dell'altro coniuge.

Deve essere sottolineato come l'applicazione equilibrata dei tre criteri, assistenziale, compensativo e risarcitorio, sia stata ritenuta adeguata alla varietà delle situazioni concrete ed idonea a far emergere l'effettiva situazione di squilibrio (od equilibrio) conseguente alle scelte ed all'andamento effettivo della vita familiare, tenuto conto delle condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi e delle cause, con particolare riferimento a quelle maturate in corso di matrimonio, che hanno concorso a determinarle.

I principi giurisprudenziali illustrati, tuttavia, furono sottoposti a revisione critica dalla dottrina, in particolare per l'eccessiva discrezionalità rimessa ai giudici di merito che l'equiordinazione dei criteri aveva determinato. Si lamentava l'assenza di un fondamento unitario e coerente nella composizione mista dei parametri di attribuzione e determinazione dell'assegno di divorzio. Si sottolineava come l'an ed il quantum dell'assegno fossero stati tendenzialmente stabiliti del tutto discrezionalmente e l'applicazione dei criteri, proprio in quanto composita, fosse stata utilizzata per giustificare ex post la decisione, invece che dettarne le coordinate. Inoltre, vennero poste in luce le profonde mutazioni nella società civile, l'affermazione del principio di autoresponsabilità ed autodeterminazione, da ritenere determinanti anche nelle scelte relazionali, oltre che l'evoluzione del ruolo femminile all'interno della famiglia e nella società. Si gettavano le basi, pur sottolineandosi la funzione complessivamente perequativa dell'assegno di divorzio, per la riforma della norma.

8.2. L'intervento della L. 6 marzo 1987 e la modifica della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6; l'interpretazione del nuovo testo nella giurisprudenza di legittimità.

In questo rinnovato contesto, è stato modificato l'art. 5, comma 6 dalla L. n. 74 del 1987, art. 10 nel modo che segue:

"Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive. La sentenza deve stabilire anche un criterio di adeguamento automatico dell'assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria. Il tribunale può, in caso di palese iniquità, escludere la previsione con motivata decisione. Su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal tribunale. In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico.

I coniugi devono presentare all'udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull'effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria)). L'obbligo di corresponsione dell'assegno cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze.

Il coniuge, al quale non spetti l'assistenza sanitaria per nessun altro titolo, conserva il diritto nei confronti dell'ente mutualistico da cui sia assistito l'altro coniuge. Il diritto si estingue se egli passa a nuove nozze.

Il confronto testuale con la formulazione originaria della norma pone immediatamente in luce alcune differenze:

a) il rilievo dell'indagine comparativa dei redditi e dei patrimoni degli ex coniugi, fondato sull'obbligo di deposito dei documenti fiscali delle parti e sull'attribuzione di poteri istruttori officiosi al giudice in precedenza non esistenti in funzione dell'effettivo accertamento delle condizioni economico patrimoniali delle parti, nella fase conclusiva della relazione matrimoniale;

b) l'accorpamento di tutti gli indicatori che compongono rispettivamente il criterio assistenziale ("le condizioni dei coniugi" ed "il reddito di entrambi"), quello compensativo ("il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune") e quello risarcitorio ("le ragioni della decisione") nella prima parte della norma, come fattori di cui si deve "tenere conto" nel disporre sull'assegno di divorzio;

c) la condizione (che costituisce l'innovazione più significativa, perchè assente nella precedente formulazione della norma) dell'insussistenza di mezzi adeguati e dell'impossibilità di procurarli per ragioni obiettive, in capo all'ex coniuge che richieda l'assegno.

La rigida bipartizione tra criteri attributivi e determinativi, sorta per delineare più specificamente e rigorosamente i parametri sulla base dei quali disporre l'an ed il quantum dell'assegno di divorzio, e la ricerca del parametro dell'adeguatezza/inadeguatezza dei mezzi al di fuori degli indicatori contenuti nell'art. 5, comma 6, novellato, raggruppati nella prima parte della stesso, non costituisce una conseguenza necessaria della nuova formulazione della norma. In primo luogo, come nella versione originaria, il legislatore impone di "tenere conto" dei fattori che compongono i tre criteri, fornendone, rispetto alla formulazione antevigente un'elencazione completa. In secondo luogo nella norma s'introducono, al fine di sottolineare il rilievo indefettibile dell'indagine, poteri istruttori officiosi in capo al giudice del merito in ordine all'accertamento delle condizioni economico-patrimoniali di entrambe le parti, tanto da imporre l'obbligo di produrre la documentazione fiscale fin dagli atti introduttivi del giudizio. Proprio in virtù delle due nuove caratteristiche di questa fase istruttoria (previsione ex lege di produzione della documentazione fiscale e poteri officiosi d'indagine), deve ritenersi che essa costituisca, per tutte le controversie nelle quali si discuta dell'assegno di divorzio, un accertamento ineludibile rivolto ad entrambe le parti, con la conseguenza che la conoscenza comparativa di tali condizioni costituisce, secondo quanto risulta dall'esame testuale della norma, pregiudiziale a qualsiasi successiva indagine sui presupposti dell'assegno. In terzo luogo, il dato testuale dal quale è scaturita l'opzione interpretativa della netta bipartizione tra an e quantum e della individuazione del parametro dell'adeguatezza dei mezzi al di fuori degli indicatori contenuti nella norma, non presenta l'univocità che gli orientamenti, ancorchè contrapposti, in ordine al metro di valutazione dell'adeguatezza dei mezzi, hanno voluto ravvisarvi. La norma stabilisce, nell'ultima parte del primo periodo, che l'obbligo per un coniuge di "somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno (di divorzio n.d.r.)" sorge quando il richiedente non ha mezzi adeguati e non può procurarseli per ragioni oggettive, ma il periodo si apre con la prescrizione espressa e completa dei criteri di cui il giudice deve tenere conto, valutandone il peso in relazione alla durata del matrimonio quando dispone sull'assegno di divorzio.

Al fine di comprendere le ragioni dell'affermazione dell'opzione ermeneutica che ha dato luogo al contrasto di orientamenti su cui si fonda l'intervento delle S.U., deve rilevarsi che il dibattito che ha accompagnato la nascita della novella legislativa, si era incentrato su una netta contrapposizione di posizioni. Da un lato si sosteneva la necessità di ancorare il diritto all'assegno di divorzio esclusivamente all'accertamento di una condizione di non autosufficienza economica, variamente declinata come autonomia od indipendenza economica, od anche capacità idonea a consentire un livello di vita dignitoso, dall'altro si poneva in luce come la comparazione delle condizioni economico-patrimoniali delle parti non potesse dirsi esclusa dall'accertamento rimesso al giudice di merito, essendo una delle novità introdotte dalla novella proprio l'attribuzione di poteri istruttori officiosi all'organo giudicante, oltre al rilievo, del tutto attuale, della sostanziale marginalizzazione degli indici contenuti nella prima parte della norma, ove l'accertamento fosse esclusivamente incentrato sulla condizione economico patrimoniale del creditore. Le S.U. con la sentenza n.11490 del 1990 hanno ritenuto centrali questi ultimi profili, dando vita ad un orientamento, rimasto fermo per un trentennio, fino al mutamento determinato dalla sentenza n. 11504 del 2017. Nella sentenza del 1990 hanno affermato che l'assegno ha carattere esclusivamente assistenziale dal momento che il presupposto per la sua concessione deve essere rinvenuto nell'inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza degli stessi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità di cui possa disporre, a conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio. E' stato però chiarito che non è necessario l'accertamento di uno stato di bisogno, assumendo rilievo, invece, l'apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche, le quali devono essere tendenzialmente ripristinate, per ristabilire un certo equilibrio. I criteri indicati nella prima parte della norma hanno funzione esclusivamente determinativa dell'assegno, da attribuirsi, tuttavia, sulla base dell'esclusivo parametro dell'inadeguatezza dei mezzi. Ove sussista tale presupposto, la liquidazione in concreto deve essere effettuata in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri enunciati dalla legge (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio), con riguardo al momento della pronuncia di divorzio.

A questo consolidato orientamento si è di recente contrapposto quello affermato dalla sentenza n. 11504 del 2017 che, pur condividendo la premessa sistematica relativa alla rigida distinzione tra criterio attributivo e determinativo, ha individuato come parametro dell'inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, la non autosufficienza economica dello stesso ed ha stabilito che solo all'esito del positivo accertamento di tale presupposto possano essere esaminati in funzione ampliativa del quantum i criteri determinativi dell'assegno indicati nella prima parte della norma.

Entrambe le sentenze si sono richiamate ai lavori preparatori della nuova legge. In particolare, la recente sentenza n. 11504 del 2017 ha valorizzato un passaggio contenuto nella relazione accompagnatoria della novella, dal quale poteva desumersi che l'intentio legis fosse quella di limitare l'accertamento sull'an debeatur alle condizioni economico-patrimoniali del creditore-richiedente l'assegno, ma si deve obiettare a questa argomentazione, per un verso, l'intrinseca ambiguità dell'intentio legis e dall'altro che il testo della norma, come ricordato nella sentenza delle S.U. n. 11490 del 1990, ha subito un significativo mutamento rispetto a quello predisposto dalla Commissione Giustizia del Senato, nel quale l'adeguatezza dei mezzi era correlata al conseguimento di un dignitoso mantenimento, disancorato da quello goduto in costanza di matrimonio.

8.2.1. L'interpretazione dell'art. 5, comma 6, novellato, nella giurisprudenza di legittimità.

La lettura del nuovo testo della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, non offre indicazioni applicative univoche, in ordine all'esatta determinazione del sintagma "mezzi adeguati" non essendo espressamente precisato quale sia il parametro di riferimento cui ancorare il giudizio di adeguatezza.

Questa indeterminatezza ha dato luogo a due orientamenti contrapposti, ancorchè entrambi fondati sull'esigenza di limitare la discrezionalità dei giudici di merito, ai quali era lasciata la comparazione, la selezione e, in concreto la graduazione della rilevanza dei tre criteri (assistenziale, compensativo e risarcitorio) contenuti nella norma. In particolare, sia l'orientamento della sentenza n. 1652 del 1990, che legava l'adeguatezza dei mezzi al conseguimento di un'esistenza libera e dignitosa, intesa come autonomia ed indipendenza economica da valutarsi prescindendo dalle condizioni di vita matrimoniale e senza un accertamento comparativo della situazione economico-patrimoniale delle parti al momento dello scioglimento del vincolo, sia l'orientamento opposto (Cass. 1322 del 1989 e 2799 del 1990) fatto proprio dalla sentenza delle S.U. 11540 del 1990, secondo il quale l'inadeguatezza dei mezzi deve riconoscersi quando il richiedente non abbia mezzi adeguati per conseguire un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di rapporto coniugale, partono da un postulato ermeneutico comune dell'art. 5, comma 6 novellato. Entrambi gli orientamenti, forti anche di sostegno dottrinale, ritengono che la norma imponga una distinzione tra il criterio attributivo dell'assegno, di natura assistenziale, e gli altri, meramente determinativi. Il legislatore, avendo condizionato l'obbligo di somministrare periodicamente (od in un'unica soluzione) l'assegno di divorzio all'accertamento sull'inadeguatezza dei mezzi e sull'impossibilità oggettiva di procurarli, avrebbe inteso separare nettamente il piano assistenziale da quello compensativo e risarcitorio.

A questa premessa unitaria si aggiunge, l'ulteriore profilo comune costituito dal rinvenimento del parametro dell'adeguatezza/inadeguatezza al di fuori degli indicatori contenuti nella norma. Entrambi i parametri, il tenore di vita matrimoniale (specie se potenziale) e l'autonomia od indipendenza economica (anche nella nuova versione dell'autosufficienza economica, introdotta dalla sentenza n. 11504 del 2017) sono esposti al rischio dell'astrattezza e del difetto di collegamento con l'effettività della relazione matrimoniale. Tale collegamento diventa meramente eventuale ove si assuma come parametro l'autosufficienza economica ma può perdere di rilievo anche con l'ancoraggio al tenore di vita ove questo criterio venga assunto esclusivamente sulla base della comparazione delle condizioni economico-patrimoniali delle parti e, dunque valutando la potenzialità e non l'effettività delle condizioni di vita matrimoniale.

Le due parti della norma sono state interpretate in modo dicotomico pur essendo legate da un nesso di dipendenza logica testuale che ne impone un esame esegetico unitario. Il giudice dispone sull'assegno di divorzio in relazione all'inadeguatezza dei mezzi ma questa valutazione avviene tenuto conto dei fattori indicati nella prima parte della norma. La scissione tra le due parti della norma e quella conseguente tra i criteri attributivi e determinativi, può condurre ad escludere nella prevalenza dei casi, l'esame degli indicatori la cui valutazione è imposta dall'art. 5, comma 6, oltre che dal contesto costituzionale e convenzionale di riferimento nel quale deve essere inquadrato il diritto all'assegno di divorzio quando ne ricorrano le condizioni.

9. L'ESAME COMPARATIVO DEI DUE ORIENTAMENTI. Esaminati gli aspetti che accomunano i due orientamenti occorre rilevarne le ragioni di forte contrapposizione che li contraddistinguono.

Preliminarmente è necessario evidenziare che l'orientamento fissato nella sentenza n. 11490 del 1990, è stato costantemente seguito dalla giurisprudenza di legittimità e di merito, ancorchè con adattamenti determinati dalle esigenze concrete che di volta in volta si sono prospettate. In particolare, l'astrattezza del criterio del tenore di vita, anche solo potenzialmente, tenuto durante la relazione matrimoniale è stata temperata tanto in funzione della durata del rapporto, (Cass. 7295 del 2013; 6164 del 2015), per cui la estrema limitatezza temporale della relazione coniugale può determinare l'azzeramento del diritto all'assegno, quanto in funzione della creazione di un nuovo nucleo relazionale, caratterizzato dalla convivenza e dalla condivisione della vita quotidiana (c.d. famiglia di fatto), essendo tale circostanza ritenuta, (Cass. 6455 del 2015; 2466 del 2016) fattore definitivamente impeditivo del riconoscimento del diritto dell'assegno.

Tuttavia, nonostante i criteri determinativi possano, in concreto, incidere sull'entità dell'assegno, come fattori limitativi, deve condividersi il duplice rilievo critico che viene mosso al parametro del tenore di vita goduto o fruibile nel corso della relazione coniugale. Il primo rilievo riguarda l'assoluta preminenza della comparazione delle condizioni economico-patrimoniali dei coniugi nel giudizio sul diritto all'assegno. Questa valutazione, ove costituisca il fattore determinante l'an debeatur dell'assegno, non può sottrarsi a forti rischi di locupletazione ingiustificata dell'ex coniuge richiedente in tutte quelle situazioni in cui egli possa godere comunque non solo di una posizione economica autonoma ma anche di una condizione di particolare agiatezza oppure quando non abbia significativamente contribuito alla formazione della posizione economico-patrimoniale dell'altro ex coniuge. I criteri determinativi, ed in particolare quello relativo all'apporto fornito dall'ex coniuge nella conduzione e nello svolgimento della complessa attività endofamiliare, cui il Collegio ritiene di attribuire primaria e peculiare importanza, risultano marginalizzati, con conseguente ingiustificata sottovalutazione dell'autoresponsabilità. Tale aspetto costituisce, invece, uno dei cardini delle scelte individuali e relazionali, sia nelle situazioni analoghe a quella sopradescritta, sia nelle situazioni opposte, caratterizzate da condizioni economico-patrimoniali che presentino uno squilibrio nella valutazione comparativa, nelle quali la situazione di disparità economico-patrimoniale, riscontrabile alla fine del rapporto, sia il frutto esclusivo o prevalente delle scelte adottate dai coniugi in ordine ai ruoli ed al contributo di ciascuno alla vita familiare. In questa peculiare situazione, peraltro molto frequente, il criterio compensativo non può essere esclusivamente un fattore di moderazione, dovendosene tenere conto al pari degli altri elementi alla luce dell'inquadramento costituzionale delle ragioni giustificative del diritto all'assegno di divorzio, così come fattori quali la salute o l'età in relazione alle capacità lavorativo-professionali e di produzione di reddito. Gli indicatori contenuti nella L. n. 898 del 1978, art. 5, comma 6, prima parte, hanno un contenuto perequativo-compensativo che la preminenza assoluta della comparazione quantitativa tra le condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi rischia di offuscare. Tuttavia, il rischio di trascurare del tutto i predetti indicatori, è ancora più incisivo alla luce dell'opposto orientamento, già preesistente e consacrato nella sentenza n. 1564 del 1990 ma, di recente, riaffermato, ed arricchito di rilievi critici e di nuovi elementi di valutazione giuridici e metagiuridici, con la sentenza n. 11504 del 2017.

La ragione di fondo, espressa nella motivazione di quest'ultima pronuncia che ha dato luogo alla modifica del consolidato orientamento giurisprudenziale in ordine al criterio attributivo dell'assegno di divorzio, risiede nell'indicata inattualità del precedente orientamento e nella sua inadeguatezza rispetto ad una mutata valorizzazione delle scelte personali e delle loro conseguenze sotto il profilo dell'autoresponsabilità, da valutarsi nel contesto costituzionale all'interno del quale tali scelte e la loro protezione giuridica si collocano.

L'opzione di fondo della pronuncia coglie un elemento di rilievo ma ne trascura altri. L'autodeterminazione individuale e la libertà di scegliere il percorso da imprimere alla propria esistenza costituisce certamente un valore assiologico portante nel sistema dei diritti della persona, ma è necessario che la declinazione di questo profilo dinamico dell'autodeterminazione sia effettiva ovvero non sia sconnessa dall'altro profilo fondante, quello della dignità personale, atteso che la libertà di scegliere e di determinarsi è eziologicamente condizionata dalla possibilità concreta di esercitare questo diritto. Per questa ragione, i diritti inviolabili della persona sono vivificati nella nostra Costituzione dal principio di effettività che permea l'art. 3 Cost.. Alla luce di tale specifico richiamo, devono essere posti in rilievo alcuni elementi che anche il legislatore, nella composita indicazione di fattori incidenti sull'assegno di divorzio ha inteso valorizzare. In primo luogo deve sottolinearsi che con la cessazione dell'unione matrimoniale si realizza, nella prevalenza delle situazioni concrete, un depauperamento di entrambi gli ex coniugi e si crea uno squilibrio economico-patrimoniale conseguente a tale determinazione.

I ruoli all'interno della relazione matrimoniale costituiscono un fattore, molto di frequente, decisivo nella definizione dei singoli profili economico-patrimoniali post matrimoniali e sono frutto di scelte comuni fondate sull'autodeterminazione e sull'autoresponsabilità di entrambi i coniugi all'inizio e nella continuazione della relazione matrimoniale. Inoltre, non può trascurarsi, per la ricchezza ed univocità dei riscontri statistici al riguardo, la perdurante situazione di oggettivo squilibrio di genere nell'accesso al lavoro, tanto più se aggravata dall'età.

La valutazione svolta nella sentenza n. 11504 del 2017 è rilevante ma incompleta, in quanto non radicata sui fattori oggettivi e interrelazionali che determinano la condizione complessiva degli ex coniugi dopo lo scioglimento del vincolo.

Lo stesso limite dell'incompletezza si deve rilevare in ordine alla ratio posta a sostegno del criterio attributivo dell'assegno di divorzio, individuato nella carenza di autosufficienza economica della parte richiedente. Solo questo parametro viene ritenuto coerente con i principi di autodeterminazione ed autoresponsabilità che permeano la solidarietà post coniugale, su cui, in via esclusiva, si rinviene il fondamento dell'assegno. Il sostegno costituzionale della ratio solidaristica viene desunto dall'art. 2 Cost.dall'art. 23 Cost.. La garanzia costituzionale della riserva di legge in ordine al prelievo fiscale ed ad ogni forma di obbligo tributario anche inteso in senso lato, risulta del tutto estraneo al contesto giuridico-costituzionale all'interno del quale deve collocarsi la cd. solidarietà post coniugale, riguardando esclusivamente la relazione tra il cittadino-contribuente e l'autorità statuale o pubblica in senso ampio. Essa tuttavia costituisce la premessa coerente del contenuto riduttivo che nella pronuncia si attribuisce al principio di autodeterminazione ed autoresponsabilità, ancorchè formalmente ancorati all'art. 2 Cost.. Della norma costituzionale viene, tuttavia, azzerata la parte, di primaria importanza, che colloca il principio di autodeterminazione all'interno delle formazioni sociali nelle quali si sviluppa la personalità dell'individuo.

La giurisprudenza costituzionale ha, del resto, ancorato proprio all'art. 2 Cost. ed alla dignità costituzionale che assume la modalità relazionale nello sviluppo della personalità umana, il fondamento costituzionale delle unioni e delle convivenze di fatto (Corte Cost. n. 404 del 1988; 559 del 1989) estendendo ad esse, strumenti di tutela propri dell'unione matrimoniale (diritto a succedere nella titolarità del rapporto di locazione etc.) mediante un processo di adeguamento incrementato dalla giurisprudenza di merito e di legittimità (Cass. 12278 del 2011; 9178 del 2018). Lo stesso fondamento costituzionale è stato riconosciuto alle unioni omoaffettive (Corte Cost. n. 138 del 2010; Cass. 2184 del 2012) prima dell'entrata in vigore della L. n. 76 del 2016. La liberta di scelta e l'autoresponsabilità, che della libertà è una delle principali manifestazioni, costituiscono il fondamento costituzionale dell'unione matrimoniale, una delle formazioni sociali che la Costituzione riconosce come modello relazionale-familiare preesistente e tipizzato. Il canone dell'uguaglianza, posto a base dell'art. 29 Cost., può essere attuato e reso effettivo soltanto all'interno di una relazione governata da scelte che sono frutto di determinazioni assunte liberamente dai coniugi in particolare in ordine ai ruoli ed ai compiti che ciascuno di essi assume nella vita familiare. L'uguaglianza si coniuga indissolubilmente con l'autodeterminazione e determina la peculiarità della relazione coniugale così come declinata nell'art. 143 c.c., norma che ne costituisce la perfetta declinazione.

L'autodeterminazione non si esaurisce con la facoltà anche unilaterale di sciogliersi dal vincolo ma preesiste a tale determinazione e connota tutta la relazione ed, in particolare la definizione e la condivisione dei ruoli endofamiliari. Ugualmente l'autoresponsabilità costituisce il cardine dell'intera relazione matrimoniale, su di essa fondandosi l'obbligo reciproco di assistenza e di collaborazione nella conduzione della vita familiare così come tratteggiati nell'art. 143 c.c..

Nella sentenza n. 11504 del 2017, invece, lo scioglimento del vincolo coniugale, comporta una netta soluzione di continuità tra la fase di vita successiva e quella anteriore. L'autodeterminazione e l'autoresponsabilità costituiscono la giustificazione di questa radicale cesura e vengono assunti come principi informatori dei residui, limitati effetti, della cessata relazione coniugale. La previsione legislativa relativa all'assegno di divorzio, alle condizioni previste dalla legge, viene ritenuta prescrizione di carattere eccezionale e derogatorio, in relazione al riacquisto dello stato libero realizzato con il divorzio. All'assegno viene, di conseguenza, riconosciuta una natura giuridica strettamente ed esclusivamente assistenziale, rigidamente ancorata ad una condizione di mancanza di autonomia economica, da valutare in considerazione della condizione soggettiva del richiedente, del tutto svincolata dalla relazione matrimoniale ed unicamente orientata, per il presente e per il futuro, dalle scelte e responsabilità individuali. Si deve osservare, tuttavia, che questa impostazione, pur condivisibile nella parte in cui coglie la potenzialità deresponsabilizzante del parametro del tenore di vita, omette di considerare che i principi di autodeterminazione ed autoresponsabilità hanno orientato non solo la scelta degli ex coniugi di unirsi in matrimonio ma, ciò che è più rilevante ai fini degli effetti conseguenti al suo scioglimento così come definiti nella L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, hanno determinato il modello di relazione coniugale da realizzare, la definizione dei ruoli, il contributo di ciascun coniuge all'attuazione della rete di diritti e doveri fissati dall'art. 143 c.c. La conduzione della vita familiare è il frutto di decisioni libere e condivise alle quali si collegano doveri ed obblighi che imprimono alle condizioni personali ed economiche dei coniugi un corso, soprattutto in relazione alla durata del vincolo, anche irreversibile. Alla reversibilità della scelta relativa al legame matrimoniale non consegue necessariamente una correlata duttilità e flessibilità in ordine alle condizioni soggettive e alla sfera economico patrimoniale dell'ex coniuge al momento della cessazione dell'unione matrimoniale.

Il legislatore è stato largamente consapevole del forte condizionamento che il modello di relazione matrimoniale prescelto dai coniugi può determinare sulla loro condizione economico-patrimoniale successiva allo scioglimento. Per questa ragione ha imposto al giudice di "tenere conto" di una serie d'indicatori che sottolineano il significato del matrimonio come atto di libertà e di auto responsabilità, nonchè come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita. Queste declinazioni del modello costituzionale dell'unione coniugale, incentrata sulla pari dignità dei ruoli che i coniugi hanno svolto nella relazione matrimoniale, non possono entrare in via esclusivamente eventuale nella valutazione che il giudice deve effettuare quando dispone sull'assegno di divorzio. La relazione coniugale è orientata fin dall'inizio dai principi di libertà ed autoresponsabilità ed il legislatore ha inteso valorizzare la funzione conformativa di questi principi nel regime giuridico dell'unione matrimoniale anche in relazione agli effetti che possono conseguire dopo lo scioglimento del vincolo, senza incidere sulla efficacia solutoria di tale determinazione, volta al riacquisto dello stato libero ma anche senza azzerare l'esperienza della relazione coniugale alla quale si dà forte rilevanza nella norma che prefigura gli effetti di natura economica che conseguono al divorzio.

L'immanenza del principio di autoresponsabilità risulta cristallizzata nei criteri fissati nell'incipit dell'art. 5, comma 6, individuati dal legislatore nelle condizioni dei coniugi, nelle ragioni della decisione, nel contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, nel reddito di entrambi, nella durata del matrimonio e, di conseguenza non può essere mai tenuta fuori dall'accertamento del diritto alla corresponsione di un assegno divorzile.

Nell'orientamento affermato dalle S.U. n. 11490 del 1990, la comparazione delle condizioni economico-patrimoniali degli ex coniugi conduceva sia pure in modo riflesso a tenere conto dei criteri determinativi, ma in funzione esclusivamente limitativa dell'astratta quantificazione dell'assegno fondata sul parametro del tenore di vita. Nell'orientamento più recente, tali ultimi criteri, ed in particolare quello, direttamente conseguente dal principio costituzionale della pari dignità dei coniugi, relativo al contributo dato da ciascuno di essi nella conduzione della vita familiare e nella formazione del patrimonio comune e di ciascuno, diventano meramente eventuali prospettandosi sostanzialmente una lettura dell'art. 5, comma 6 abrogatrice della prima parte, in quanto l'opzione ermeneutica prescelta è fondata sul rilievo nettamente preminente se non esclusivo del criterio attributivo dell'assegno.

10. LA SOLUZIONE INTERPRETATIVA ADOTTATA. Le rilevanti modificazioni sociali che hanno inciso sulla rappresentazione simbolica del legame matrimoniale e sulla disciplina giuridica dell'istituto, sia per l'attribuzione a ciascuno dei coniugi del diritto unilaterale di sciogliersi dal vincolo sia per la natura di scelta libera e responsabile che caratterizza la decisione di unirsi in matrimonio, hanno determinato l'esigenza di valutare criticamente il criterio attributivo dell'assegno cristallizzato nella sentenza delle S.U. n. 11490 del 1990, soprattutto in relazione al rischio di creare rendite di posizione disancorate dal contributo personale dell'ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune o dell'altro ex coniuge, ed a quello connesso della deresponsabilizzazione conseguente all'adozione di un criterio fondato solo sulla comparazione delle condizioni economico-patrimoniale delle parti. Rimangono fermi, tuttavia, i rilevi formulati alla soluzione radicalmente opposta proposta da Cass. 11504 del 2017.

Al fine d'indicare un percorso interpretativo che tenga conto sia dell'esigenza riequilibratrice posta a base dell'orientamento proposto dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 11490 del 1990 sia della necessità di attualizzare il diritto al riconoscimento dell'assegno di divorzio anche in relazione agli standards europei, questa Corte ritiene di dover abbandonare la rigida distinzione tra criteri attributivi e determinativi dell'assegno di divorzio, alla luce di una interpretazione dell'art. 5, comma 6, più coerente con il quadro costituzionale di riferimento costituito, come già evidenziato, dagli artt. 2, 3 e 29 Cost..

Giova premettere che l'inclusione dell'art.29 Cost. nell'orizzonte in cui deve collocarsi l'interpretazione dell'art. 5, comma 6, deriva anche dalla sentenza della Corte Cost. n. 11 del 2015, sollecitata proprio in sede di denunzia d'illegittimità costituzionale del criterio attributivo dell'assegno di divorzio costituito dal tenore di vita goduto durante il matrimonio.

Questo richiamo diretto al modello costituzionale del matrimonio, fondato sui principi di uguaglianza, pari dignità dei coniugi, libertà di scelta, reversibilità della decisione ed autoresponsabilità sono stati tenuti in primaria considerazione dal legislatore in sede di definizione degli effetti economico patrimoniali conseguenti allo scioglimento del vincolo.

L'art. 5, comma 6 attribuisce all'assegno di divorzio una funzione assistenziale, riconoscendo all'ex coniuge il diritto all'assegno di divorzio quando non abbia mezzi "adeguati" e non possa procurarseli per ragioni obiettive. Il parametro dell'adeguatezza ha, tuttavia, carattere intrinsecamente relativo ed impone una valutazione comparativa che entrambi gli orientamenti illustrati traggono al di fuori degli indicatori contenuti nell'incipit della norma, così relegando ad una funzione residuale proprio le caratteristiche dell'assegno di divorzio fondate sui principi di libertà, autoresponsabilità e pari dignità desumibili dai parametri costituzionali sopra illustrati e dalla declinazione di essi effettuata dall'art. 143 c.c..

L'intrinseca relatività del criterio dell'adeguatezza dei mezzi e l'esigenza di pervenire ad un giudizio comparativo desumibile proprio dalla scelta legislativa, non casuale, di questo peculiare parametro inducono ad un'esegesi dell'art. 5, comma 6, diversa da quella degli orientamenti passati. Il fondamento costituzionale dei criteri indicati nell'incipit della norma conduce ad una valutazione concreta ed effettiva dell'adeguatezza dei mezzi e dell'incapacità di procurarseli per ragioni oggettive fondata in primo luogo sulle condizioni economico-patrimoniali delle parti, da accertarsi anche utilizzando i poteri istruttori officiosi attribuiti espressamente al giudice della famiglia a questo specifico scopo. Tale verifica è da collegare causalmente alla valutazione degli altri indicatori contenuti nella prima parte dell'art. 5, comma 6, al fine di accertare se l'eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all'atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell'assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata, fattore di cruciale importanza nella valutazione del contributo di ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e/o del patrimonio dell'altro coniuge, oltre che delle effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione della relazione matrimoniale, anche in relazione all'età del coniuge richiedente ed alla conformazione del mercato del lavoro.

Il richiamo all'attualità, avvertito dalla sentenza n. 11504 del 2017, in funzione della valorizzazione dell'autoresponsabilità di ciascuno degli ex coniugi deve, pertanto, dirigersi verso la preminenza della funzione equilibratrice-perequativa dell'assegno di divorzio. Il principio di solidarietà, posto a base del riconoscimento del diritto, impone che l'accertamento relativo all'inadeguatezza dei mezzi ed all'incapacità di procurarseli per ragioni oggettive sia saldamente ancorato alle caratteristiche ed alla ripartizione dei ruoli endofamiliari. L'accertamento del giudice non è conseguenza di un'inesistente ultrattività dell'unione matrimoniale, definitivamente sciolta tanto da determinare una modifica irreversibile degli status personali degli ex coniugi, ma della norma regolatrice del diritto all'assegno, che conferisce rilievo alle scelte ed ai ruoli sulla base dei quali si è impostata la relazione coniugale e la vita familiare. Tale rilievo ha l'esclusiva funzione di accertare se la condizione di squilibrio economico patrimoniale sia da ricondurre eziologicamente alle determinazioni comuni ed ai ruoli endofamiliari, in relazione alla durata del matrimonio e all'età del richiedente. Ove la disparità abbia questa radice causale e sia accertato che lo squilibrio economico patrimoniale conseguente al divorzio derivi dal sacrificio di aspettative professionali e reddituali fondate sull'assunzione di un ruolo consumato esclusivamente o prevalentemente all'interno della famiglia e dal conseguente contribuito fattivo alla formazione del patrimonio comune e a quello dell'altro coniuge, occorre tenere conto di questa caratteristica della vita familiare nella valutazione dell'inadeguatezza dei mezzi e dell'incapacità del coniuge richiedente di procurarseli per ragioni oggettive. Gli indicatori, contenuti nella prima parte dell'art. 5, comma 6, prefigurano una funzione perequativa e riequilibratrice dell'assegno di divorzio che permea il principio di solidarietà posto a base del diritto.

Il giudizio di adeguatezza impone una valutazione composita e comparativa che trova nella prima parte della norma i parametri certi sui quali ancorarsi. La situazione economico-patrimoniale del richiedente costituisce il fondamento della valutazione di adeguatezza che, tuttavia, non va assunta come una premessa meramente fenomenica ed oggettiva, svincolata dalle cause che l'hanno prodotta, dovendo accertarsi se tali cause siano riconducibili agli indicatori delle caratteristiche della unione matrimoniale così come descritti nella prima parte dell'art. 5, comma 6, i quali, infine, assumono rilievo direttamente proporzionale alla durata del matrimonio. Solo mediante una puntuale ricomposizione del profilo soggettivo del richiedente che non trascuri l'incidenza della relazione matrimoniale sulla condizione attuale, la valutazione di adeguatezza può ritenersi effettivamente fondata sul principio di solidarietà che, come illustrato, poggia sul cardine costituzionale fondato della pari dignità dei coniugi. (artt. 2, 3 e 29 Cost.).

Il parametro dell'adeguatezza contiene in sè una funzione equilibratrice e non solo assistenziale-alimentare. Il rilievo del profilo perequativo non si fonda su alcuna suggestione criptoindissolubilista (l'espressione è stata usata nell'ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale che ha dato luogo alla sentenza n. 11 del 2015), ma esclusivamente sul rilievo che tale principio assume nella norma regolativa dell'assegno. La piena ed incondizionata reversibilità del vincolo coniugale non esclude il rilievo pregnante che questa scelta, unita alle determinazioni comuni assunte in ordine alla conduzione della vita familiare, può imprimere sulla costruzione del profilo personale ed economico-patrimoniale dei singoli coniugi, non potendosi trascurare che l'impegno all'interno della famiglia può condurre all'esclusione o limitazione di quello diretto alla costruzione di un percorso professionale-reddituale.

Ne consegue che la funzione assistenziale dell'assegno di divorzio si compone di un contenuto perequativo-compensativo che discende direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà e che conduce al riconoscimento di un contributo che, partendo dalla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali dei due coniugi, deve tener conto non soltanto del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da garantire l'autosufficienza, secondo un parametro astratto ma, in concreto, di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell'età del richiedente. Il giudizio di adeguatezza ha, pertanto, anche un contenuto prognostico riguardante la concreta possibilità di recuperare il pregiudizio professionale ed economico derivante dall'assunzione di un impegno diverso. Sotto questo specifico profilo il fattore età del richiedente è di indubbio rilievo al fine di verificare la concreta possibilità di un adeguato ricollocamento sul mercato del lavoro.

L'eliminazione della rigida distinzione tra criterio attributivo e criteri determinativi dell'assegno di divorzio e la conseguente inclusione, nell'accertamento cui il giudice è tenuto, di tutti gli indicatori contenuti nell'art. 5, comma 6 in posizione equiordinata, consente, in conclusione, senza togliere rilevanza alla comparazione della situazione economico-patrimoniale delle parti, di escludere i rischi d'ingiustificato arricchimento derivanti dalla adozione di tale valutazione comparativa in via prevalente ed esclusiva, ma nello stesso tempo assicura tutela in chiave perequativa alle situazioni, molto frequenti, caratterizzate da una sensibile disparità di condizioni economico-patrimoniali ancorchè non dettate dalla radicale mancanza di autosufficienza economica ma piuttosto da un dislivello reddituale conseguente alle comuni determinazioni assunte dalle parti nella conduzione della vita familiare.

11. IL QUADRO COMPARATISTICO EUROPEO ED EXTRAEUROPEO. La soluzione prospettata è largamente coerente con il quadro della legislazione dei paesi dell'Unione europea. Il confronto, pur non essendo la materia nè di competenza dell'Unione Europea nè oggetto di diversa disciplina convenzionale, non può essere eluso, in considerazione della natura dei diritti in gioco e della composizione del principio solidaristico ad essi sottesi. La comparazione con alcuni ordinamenti europei (in particolare quello francese e tedesco) evidenzia, in particolare, la natura specificamente perequativo-compensativa attribuita all'assegno di divorzio correlata alla previsione della temporaneità dell'obbligo in quanto prevalentemente finalizzato a colmare la disparità economico patrimoniale determinatasi con lo scioglimento del vincolo. Possono, tuttavia, porsi in luce alcuni principi comuni, posti in luce dai lavori svolti dalla Commissione Europea del diritto di famiglia (C.E.F.L.), sorta al fine di armonizzare i principi che regolano il diritto di famiglia in considerazione della competenza del diritto dell'Unione Europea in ordine alla giurisdizione, al riconoscimento ed alla circolazione delle decisioni in materia di scioglimento dell'unione coniugale e responsabilità genitoriale. Si è riscontrata, in particolare, la tendenziale eliminazione del divorzio per colpa che, anche all'interno del nostro ordinamento, trova riscontro nella progressiva riduzione dell'importanza del c.d. criterio risarcitorio fin dall'accertamento dell'addebito in sede di separazione; la natura consensuale del divorzio e la preminenza del principio di autoresponsabilità anche in sede di regolazione dell'assegno le cui caratteristiche sono da cogliere nell'ancoraggio ad un criterio perequativo-assistenziale in funzione di riequilibrio della posizione dell'ex coniuge più svantaggiato (sistema francese); nel favor verso un sistema di riequilibrio economico-patrimoniale realizzato con la ripartizione pregressa delle risorse e del patrimonio familiare cui consegue l'eccezionalità dell'assegno di divorzio (sistema tedesco) ed infine nella temporaneità della disposizione, in quanto finalizzata alla ricomposizione di un quadro di parità economico patrimoniale.

Sia le linee di tendenza comuni che le differenze di regime giuridico sono ispirate dal medesimo obiettivo della pari dignità degli ex coniugi. In questa priorità si coglie l'esclusivo elemento di continuità tra i postulati costituzionali dell'unione matrimoniali e la finalità dell'assegno di divorzio.

La conferma della centralità del principio di uguaglianza effettiva tra i coniugi anche alla luce dell'esame comparatistico delle legislazioni di paesi occidentali trova riscontro effettivo nel VII Protocollo addizionale alla Convenzione Europea dei Diritti Umani, nell'art. 5. Nella norma viene stabilito che: "I coniugi godono dell'uguaglianza di diritti e di responsabilità di carattere civile tra di essi e nelle loro relazioni con i loro figli riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e in caso di suo scioglimento. Il presente articolo non impedisce agli Stati di adottare le misure necessarie nell'interesse dei figli".

Il principio è un'evoluzione di quanto già contenuto nell'art. 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani proclamata il 10 dicembre 1948. Nell'articolo è indicato che uomini e donne hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.

Emerge, in conclusione, corrispondenza tra la collocazione dell'assegno di divorzio nell'alveo degli artt. 2, 3 e 29 Cost. con la conseguente preminenza della funzione perequativa ad esso attribuibile ed il quadro europeo e convenzionale di riferimento. Gli elementi che appaiono in contrasto con tale quadro, ovvero l'eccezionalità del ricorso all'assegno e la temporaneità dello stesso non scalfiscono la comune provenienza dal principio di parità effettiva.

In particolare la mancanza di temporaneità trova puntuale correttivo nel meccanismo legislativo della revisione delle condizioni della sentenza di divorzio in presenza di fatti sopravvenuti mentre il riconoscimento dell'assegno per importi poco elevati ed in unzione perequativa riguarda una percentuale molto modesta delle controversie in tema di divorzio. L'attenzione deve rivolgersi, al fine di rendere effettiva la funzione perequativa dell'assegno al rigoroso accertamento probatorio dei fatti posti a base della disparità economico-patrimoniale conseguente allo scioglimento del vincolo, dovendo trovare giustificazione causale negli indicatori contenuti nella prima parte dell'art. 5, comma 6 ed in particolare nel contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e, conseguentemente, alla formazione del patrimonio familiare e personale dell'altro coniuge. Di tale contributo la parte richiedente deve fornire la prova con ogni mezzo anche mediante presunzioni. Del superamento della disparità determinata dalle cause sopraindicate, la parte che chiede la riduzione o la eliminazione dell'assegno posto originariamente a suo carico, deve fornire la prova contraria. La sostanziale assenza di preclusioni, salvo l'allegazione di mutamenti di fatto, nel procedimento di revisione, rende reversibile e modificabile sine die la determinazione originaria in ordine all'assegno di divorzio, escludendo anche sotto tale profilo, i rischi della c.d. cripto indissolubilità.

12. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE. Si ritiene utile, prima di procedere alla decisione riguardante il primo motivo di ricorso, fornire un quadro sintetico conclusivo dei principi relativi alla individuazione dei criteri sulla base dei quali può essere riconosciuto il diritto all'assegno di divorzio.

Si deve premettere una considerazione di carattere fattuale. La determinazione e l'attuazione della scelta di sciogliere l'unione matrimoniale, determinano un deterioramento complessivo nelle condizioni di vita del coniuge meno dotato di capacità reddituali, economiche e patrimoniali proprie.

Il legislatore impone di accertare, preliminarmente, l'esistenza e l'entità dello squilibrio determinato dal divorzio mediante l'obbligo della produzione dei documenti fiscali dei redditi delle parti ed il potenziamento dei poteri istruttori officiosi attribuiti al giudice, nonostante la natura prevalentemente disponibile dei diritti in gioco. All'esito di tale preliminare e doveroso accertamento può venire già in evidenza il profilo strettamente assistenziale dell'assegno, qualora una sola delle parti non sia titolare di redditi propri e sia priva di redditi da lavoro. Possono, tuttavia, riscontrarsi più situazioni comparative caratterizzate da una sperequazione nella condizione economico-patrimoniale delle parti, di entità variabile.

In entrambe le ipotesi, in caso di domanda di assegno da parte dell'ex coniuge economicamente debole, il parametro sulla base del quale deve essere fondato l'accertamento del diritto ha natura composita, dovendo l'inadeguatezza dei mezzi o l'incapacità di procurarli per ragioni oggettive essere desunta dalla valutazione, del tutto equiordinata degli indicatori contenuti nella prima parte dell'art. 5, comma 6, in quanto rivelatori della declinazione del principio di solidarietà, posto a base del giudizio relativistico e comparativo di adeguatezza. Pertanto, esclusa la separazione e la graduazione nel rilievo e nella valutazione dei criteri attributivi e determinativi, l'adeguatezza assume un contenuto prevalentemente perequativo-compensativo che non può limitarsi nè a quello strettamente assistenziale nè a quello dettato dal raffronto oggettivo delle condizioni economico patrimoniali delle parti. Solo così viene in luce, in particolare, il valore assiologico, ampiamente sottolineato dalla dottrina, del principio di pari dignità che è alla base del principio solidaristico anche in relazione agli illustrati principi CEDU, dovendo procedersi all'effettiva valutazione del contributo fornito dal coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio comune e alla formazione del profilo economico patrimoniale dell'altra parte, anche in relazione alle potenzialità future. La natura e l'entità del sopraindicato contributo è frutto delle decisioni comuni, adottate in sede di costruzione della comunità familiare, riguardanti i ruoli endofamiliari in relazione all'assolvimento dei doveri indicati nell'art. 143 c.c.. Tali decisioni costituiscono l'espressione tipica dell'autodeterminazione e dell'autoresponsabilità sulla base delle quali si fonda, ex artt. 2 e 29 Cost. la scelta di unirsi e di sciogliersi dal matrimonio.

Alla luce delle considerazioni svolte, ritiene il Collegio che debba essere prescelto un criterio integrato che si fondi sulla concretezza e molteplicità dei modelli familiari attuali. Se si assume come punto di partenza il profilo assistenziale, valorizzando l'elemento testuale dell'adeguatezza dei mezzi e della capacità (incapacità) di procurarseli, questo criterio deve essere calato nel "contesto sociale" del richiedente, un contesto composito formato da condizioni strettamente individuali e da situazioni che sono conseguenza della relazione coniugale, specie se di lunga durata e specie se caratterizzata da uno squilibrio nella realizzazione personale e professionale fuori nel nucleo familiare. Lo scioglimento del vincolo incide sullo status ma non cancella tutti gli effetti e le conseguenze delle scelte e delle modalità di realizzazione della vita familiare. Il profilo assistenziale deve, pertanto, essere contestualizzato con riferimento alla situazione effettiva nella quale s'inserisce la fase di vita post matrimoniale, in particolare in chiave perequativa-compensativa. Il criterio attributivo e quello determinativo, non sono più in netta separazione ma si coniugano nel cd. criterio assistenziale-compensativo.

L'elemento contributivo-compensativo si coniuga senza difficoltà a quello assistenziale perchè entrambi sono finalizzati a ristabilire una situazione di equilibrio che con lo scioglimento del vincolo era venuta a mancare. Il nuovo testo dell'art. 5 non preclude la formulazione di un giudizio di adeguatezza anche in relazione alle legittime aspettative reddituali conseguenti al contributo personale ed economico fornito da ciascun coniuge alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno ed a quello comune. L'adeguatezza dei mezzi deve, pertanto, essere valutata, non solo in relazione alla loro mancanza o insufficienza oggettiva ma anche in relazione a quel che si è contribuito a realizzare in funzione della vita familiare e che, sciolto il vincolo, produrrebbe effetti vantaggiosi unilateralmente per una sola parte. Il superamento della distinzione tra criterio attributivo e criteri determinativi dell'assegno di divorzio non determina, infine, un incremento ingiustificato della discrezionalità del giudice di merito, perchè tale superamento non comporta la facoltà di fondare il riconoscimento del diritto soltanto su uno degli indicatori contenuti nell'incipit dell'art. 5, comma 6 essendone necessaria una valutazione integrata, incentrata sull'aspetto perequativo-compensativo, fondata sulla comparazione effettiva delle condizioni economico-patrimoniali alla luce delle cause che hanno determinato la situazione attuale di disparità. Inoltre è necessario procedere ad un accertamento probatorio rigoroso del rilievo causale degli indicatori sopraindicati sulla sperequazione determinatasi, ed, infine, la funzione equilibratrice dell'assegno, deve ribadirsi, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale ma soltanto al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall'ex coniuge economicamente più debole alla realizzazione della situazione comparativa attuale.

In conclusione, alla pluralità di modelli familiari consegue una molteplicità di situazioni personali conseguenti allo scioglimento del vincolo. Il criterio individuato proprio per la sua natura composita ha l'elasticità necessaria per adeguarsi alle fattispecie concrete perchè, a differenza di quelli che si sono in precedenza esaminati non ha quelle caratteristiche di generalità ed astrattezza variamente criticate in dottrina.

13. ACCOGLIMENTO DEL PRIMO MOTIVO E PRINCIPIO DI DIRITTO. Alla luce delle considerazioni svolte, deve essere accolto il primo motivo di ricorso. La sentenza impugnata si è fondata esclusivamente sul criterio dell'autosufficienza economica, escludendo dalla propria indagine l'accertamento dell'eventuale incidenza degli indicatori concorrenti contenuti nella L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, ed in particolare quello relativo al contributo fornito dalla richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla conseguente formazione del patrimonio comune e personale dell'altro ex coniuge. Al riguardo nel ricorso alle pagine 14 e 15 viene sottolineato l'omesso esame di tale criterio, unitamente a tutti quelli non riconducibili al profilo strettamente assistenziale dell'autosufficienza economica. Limitatamente a tale specifica violazione dell'art. 5, comma 6, pertanto, il motivo deve essere accolto essendo necessario integrare alla luce delle allegazioni fattuali della parte ricorrente ed in relazione alla comparazione della situazione economico patrimoniale delle parti e della intervenuta suddivisione del patrimonio familiare, se possa riconoscersi il diritto all'assegno diverso in funzione specificamente perequativo-compensativa, così come prospettato in ricorso. L'accoglimento del primo motivo determina l'assorbimento del secondo. Alla cassazione della sentenza impugnata consegue il rinvio alla Corte d'Appello di Bologna che dovrà attenersi al seguente principio di diritto:

"Ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, dopo le modifiche introdotte con la L. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell'assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi o comunque dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l'applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all'età dell'avente diritto".

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo di ricorso nei limiti di cui in motivazione. Dichiara assorbito il secondo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese processuali del presente giudizio alla Corte d'Appello di Bologna in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 10 aprile 2018.

Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2018

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Responsabilità medica: l'onere della prova.

Nei giudizi di responsabilità medica che rientrano nell'ambito della responsabilità contrattuale è il paziente che deve dimostrare il nesso di causalità tra la condotta del medico e il danno del quale chiede il risarcimento. Se tale nesso, all'esito dell'istruttoria, non risulta provato e la causa del danno lamentato rimane quindi incerta, la domanda risarcitoria deve essere rigettata.

Infatti, con l'ordinanza numero 19204/2018, la Corte di Cassazione ha ribadito che l'articolo 1218 c.c. non esonera il creditore dell'obbligazione che si assume non essere stata adempiuta dall'onere di dimostrare che tra la condotta del debitore e il danno del quale si chiede il risarcimento sussista una nesso di causalità. Tale soggetto è infatti sollevato solo dall'obbligo di provare la colpa del debitore.

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Stalking virtuale

Corte di Cassazione, V Sez. Pen., sent. n. 21693/2018.

È legittima l'applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento nei confronti dell'ex marito, indagato per stalking nei confronti della moglie: a fondare il provvedimento sono i suoi minacciosi e insistenti messaggi inviati alla donna sul cellulare e sui social, divenuti ancora più asfissianti dopo la separazione e la scoperta della nuova relazione di lei con un altro.

Ininfluente, sotto il profilo degli indizi ex art. 273 c.p.p., il fatto che le minacce siano rimaste puramente "virtuali" senza mai concretizzarsi in reati ulteriori.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, quinta sezione penale, nella sentenza n. 21693/2018 riguardante l'Ordinanza, confermata dal Tribunale del Riesame, con cui il G.I.P. aveva applicato all'ex marito la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla moglie.

Il provvedimento era conseguenza dell'imputazione provvisoria di atti persecutori del ricorrente nei confronti della donna, reiteratamente minacciata e molestata con continue e asfissianti comunicazioni avvenute a mezzo telefono, Facebook e Whatsapp che le avevano cagionato un perdurante stato di ansia e paura.

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Decadenza dalla responsabilità genitoriale quale provvedimento a tutela del minore.

Con ordinanza n. 15949 del 18 giugno 2018, la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione  ha statuito che la decadenza dalla responsabilità genitoriale costituisce un provvedimento non a scopo sanzionatorio, ma a tutela del minore e finalizzato a scongiurare ulteriori condotte pregiudizievoli da parte del genitore. Pertanto, nel caso di specie, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha confermato la sentenza della Corte di Appello che riteneva che il trasferimento per motivi lavorativi di una madre separata con il figlio in un luogo diverso da dove risiedeva il padre, non integrasse una condotta idonea a far dichiarare la decadenza della stessa madre dalla responsabilità genitoriale.

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Il genitore non convivente paga metà delle spese extra anche se non è stato avvisato dall'altro genitore.

Le spese straordinarie per i figli a carico dovrebbero sempre essere concertate tra gli ex coniugi prima dell’esborso. Tuttavia, anche quando ciò non avviene, e quindi il genitore “collocatorio” procede direttamente alla spesa senza chiedere il permesso all’altro, questo ha diritto a ottenere il rimborso del 50% se la predetta spesa è stata sostenuta nell’interesse del minore ed era necessaria. È questo l’indirizzo oramai consolidatosi all’interno della giurisprudenza e ribadito anche dalla Cassazione con una recente sentenza (Cass. sent. n. 4753/17 del 23.02.2017).

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Cassazione: obbligo al mantenimento e agli alimenti in capo agli ascendenti.

L‘obbligo di mantenimento dei figli minori spetta primariamente e integralmente ai loro genitori per cui, se uno dei due non possa o non voglia adempiere al proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli, deve far fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e sfruttando tutta la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di convenire in giudizio l’inadempiente per ottenere un contributo proporzionale alle condizioni economiche globali di cosmi.

Dunque, l’obbligo degli ascendenti di fornire ai genitori i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli va inteso non solo nel senso che l’obbligazione degli ascendenti è subordinata e, quindi, sussidiaria rispetto a quella dei genitori, ma anche nel senso che agli ascendenti non ci si possa rivolgere per un aiuto economico per il solo fatto che uno dei due genitori non dia il proprio contributo al mantenimento dei figli, se l’altro genitore è in grado di mantenerli.

Similarmente, il diritto agli alimenti (di cui all’articolo 433 c.c.), legato alla prova dello stato di bisogno e dell’impossibilità di reperire attività lavorativa, sorge solo qualora i genitori non siano in grado di adempiere al loro diretto e personale obbligo (Cass. 20509/2010).

(Cassazione civile, sez. VI, 2 maggio 2018, Est. De Chiara)

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Corte di Giustizia UE: la nozione di coniuge comprende anche i coniugi omosessuali.

Con la “sentenza Coman e altri” del 5 giugno 2018 (C-673/16), la Corte di Giustizia UE si è pronunciata per la prima volta sulla nozione di «coniuge» ai sensi della direttiva 2004/38 nel contesto di un matrimonio concluso tra due uomini: secondo gli eurogiudici, la nozione di «coniuge» dettata dal diritto UE sulla libertà di soggiorno dei cittadini europei e dei loro familiari comprende i coniugi dello stesso sesso. 

Nell'occasione la Corte di Giustizia ha da un lato riconosciuto la facoltà degli Stati membri di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, ma dall'altro lato ha precisato che tale discrezionalità non può arrivare sino ad ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino UE rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso (cittadino di un Paese extra-UE) un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio.


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L'Europa riconosce il diritto di visita in capo ai nonni.

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La ricerca di relazioni extraconiugali tramite internet giustifica l'abbandono del tetto coniugale.

L'abbandono del tetto coniugale è giustificato dalla violazione degli obblighi di fedeltà da parte del marito, intento alla ricerca di relazioni extraconiugali tramite internet. Ciò costituisce una circostanza oggettivamente idonea a compromettere la fiducia tra i coniugi e a provocare l'insorgere della crisi matrimoniale all'origine della separazione.

(Cass. civ., sez. I, ord. 16 aprile 2018, n. 9384).



REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. GIANCOLA Maria Cristina - Presidente -
Dott. BISOGNI Giacinto - Consigliere -
Dott. DE CHIARA Carlo - Consigliere -
Dott. TRICOMI Laura - rel. Consigliere -
Dott. NAZZICONE Loredana - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

B.P. ricorre con quattro motivi per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Bologna, in epigrafe indicata, che aveva confermato la prima decisione in controversia concernente la separazione giudiziale da X.Y.: in primo grado, respinta la domanda di addebito a carico della moglie, il marito era stato onerato di un contributo al di lei mantenimento di Euro 600,00 mensili.
X.Y., provvisoriamente ammessa al patrocinio a spese dello Stato, replica con controricorso.
Il ricorso è stato fissato per l'adunanza in Camera di consiglio ai sensi dell'art. 375 c.p.c., u.c. e art. 380 bis c.p.c., comma 1.

che:
1.1. Primo motivo - Violazione e falsa applicazione dell'art. 151 c.c., comma 2 (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).
A parere del ricorrente la Corte di appello ha errato nell'escludere la pronuncia di addebito della separazione a carico della moglie per violazione dei doveri di assistenza materiale e di collaborazione dell'interesse della famiglia, sulla ritenuta "assenza di allegazione e prova di un accordo tra essi in ordine alla gestione del menage familiare da parte della sola moglie", in quanto - a suo dire - il dovere di accudimento non presuppone un accordo, ma consegue agli obblighi nascenti dal matrimonio.
1.2. Il motivo è inammissibile in quanto non coglie la ratio decidendi in rito, espressa dalla Corte di appello circa la mancanza di specificità del motivo di appello redatto in violazione dell'art. 342 c.p.c., rispetto alla statuizione di primo grado.
2.1. Secondo motivo - Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) individuato negli esiti delle investigazioni private dalle quali sarebbe emerso che la moglie aveva preso in affitto altri appartamenti, all'insaputa del marito, ove si sarebbe recata quotidianamente.
2.2. Terzo motivo - Violazione e falsa applicazione dell'art. 151 c.c. e art. 143 c.c., comma 2 (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3); erronea valutazione dell'obbligo di coabitazione.
Il ricorrente si duole che la Corte di appello abbia ritenuto giustificato l'allontanamento della moglie dalla casa coniugale senza preavviso esclusivamente per la scoperta di un interesse del marito alla ricerca di compagnie femminili sul Web: sostiene che tale circostanza non era sufficiente a provare che l'allontanamento fosse dipeso esclusivamente da ciò, in assenza di pregresse tensioni tra i coniugi.
2.3. Sul piano logico/giuridico l'esame del terzo motivo deve precedere quello del secondo.
2.4. Il terzo motivo è inammissibile perchè la Corte di appello ha escluso la violazione dell'obbligo di coabitazione ravvisando una violazione degli obblighi di fedeltà ex art. 143 c.c., da parte del marito, intento alla ricerca di relazioni extraconiugali tramite internet, ritenendo ciò "circostanza oggettivamente idonea a compromettere la fiducia tra i coniugi e a provocare l'insorgere della crisi matrimoniale all'origine della separazione" (fol. 6 della sent.): su tale statuizione, non oggetto di impugnazione in quanto il ricorrente si è limitato a minimizzare la sua condotta, si è formato un giudicato interno incompatibile con la pronuncia di addebito per abbandono del tetto coniugale perchè questo è stato ritenuto giustificato, dalla Corte territoriale, proprio dalla violazione degli obblighi di fedeltà.
2.5. All'inammissibilità del terzo motivo consegue l'assorbimento del secondo motivo che, oltre ad essere carente sul piano dell'autosufficienza in ordine al momento in cui tali circostanze dedotte, peraltro, in modo generico - siano state introdotte nel giudizio, risulta privo di decisività, sia per il contenuto intrinseco che attiene al libero esercizio del diritto di circolazione della moglie -, sia perchè - come già chiarito - l'abbandono della casa coniugale è stato considerato, con statuizione non impugnata, come conseguenza della violazione dell'obbligo di fedeltà da parte del marito.
3.1. Quarto motivo - Violazione e falsa applicazione dell'art. 156 c.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).
Il ricorrente si duole che la Corte di appello nel determinare l'assegno di mantenimento per la moglie nella somma di Euro 600,00, oltre ISTAT, non abbia tenuto conto della breve durata del matrimonio (nemmeno un anno, così in ricorso, fol. 11); si duole altresì che sia stata considerato solo l'ammontare della pensione dallo stesso percepita di Euro 3.000,00 e non anche la circostanza ammessa dalla stessa moglie di svolgere lavori in nero, la proprietà da parte di questa di automobili di grossa cilindrata, nonchè la nuda proprietà di quote di immobili, oltre che l'intera proprietà dell'immobile ed altre potenzialità economiche a lei favorevoli, che il ricorrente illustra senza precisare se e quando siano state sottoposte al giudice del merito, così violando l'onere di autosufficienza.
Il motivo è inammissibile anche in quanto non coglie la ratio decidendi fondata, quanto al profilo della durata del matrimonio, sulla inconferenza di tale criterio - in quanto proprio dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio - rispetto al riconoscimento del diritto all'assegno ex art. 156 c.c.; quanto al profilo delle possidenze immobiliari della moglie, sulla mancanza di specificità del motivo di appello in violazione dell'art. 342 c.p.c., tenuto conto dello stato di disoccupazione della stessa. La doglianza è inoltre volta ad ottenere una inammissibile rivalutazione del merito.
4.1. Conclusivamente, il ricorso va dichiarato inammissibile.
B.P., in ragione della soccombenza, è tenuto alla refusione delle spese del ricorso.
Posto che il difensore della controricorrente ha allegato che l'assistita è stata provvisoriamente ammessa al patrocinio a spese dello Stato, va statuito ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 133, l'obbligo del soccombente di versare all'Amministrazione Finanziaria dello Stato le spese sostenute dalla parte vittoriosa nel giudizio di legittimità.
Non compete a questa Corte adottare alcun provvedimento di liquidazione, alla stregua della corretta lettura degli artt. 82 e 83 del citato D.P.R., data dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. nn. 22616/2004 - 16986/2006 - 13760/2007 - 11028/2009 - 23007/2010 - Sez. U. n. 22792/2012), tal liquidazione spettando al giudice del merito che ha emesso la pronuncia passata in giudicato per effetto della presente sentenza.
Si dà atto, - ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52.

P.Q.M.
- Dichiara inammissibile il ricorso;
- Condanna il ricorrente a corrispondere le spese del giudizio di legittimità all'Amministrazione Finanziaria dello Stato;
- Dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis;
- Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.
Così deciso in Roma, il 22 marzo 2018.
Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2018.

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Sull'ammissibilità dei trasferimenti immobiliari nell'ambito dei procedimenti di separazione e divorzio.

Verbale della riunione del 21 dicembre 2017 Art. 47 quater dell'Ordinamento Giudiziario capo IV punto 35.1 della circolare sulla formazione delle tabelle.


Il giorno 21 dicembre 2017 alle ore 16.00 sono presenti il Presidente di Sezione, Dott. Francesco Mazza Galanti e i giudici Laura Casale, Manuela Casella, Laura Cresta, Maria Antonia Di Lazzaro (estensore del presente verbale), Domenico Pellegrini, Marina Pugliese, Paolo Viarengo.

La Sezione, che già in occasione delle riunioni tenute il 19 ottobre, il 14 e il 18 dicembre aveva approfondito la problematica riguardante la ammissibilità dei trasferimenti immobiliari nell'ambito dei procedimenti di separazione e divorzio, nonché nei procedimenti camerali in materia di mantenimento dei figli nati fuori dal matrimonio, ritiene di dover confermare il mutato orientamento giurisprudenziale maturato nel corso delle menzionate riunioni, nel senso di precludere detti trasferimenti per le seguenti considerazioni:
- non vi è la possibilità di individuare un soggetto che sia tenuto ad effettuare i controlli che, negli atti tra vivi, è chiamato ad eseguire il notaio: il legislatore, infatti (cfr. art. 29 comma 1 bis della legge 52/1985 aggiunto dal D.L. n. 78/2010, convertito nella Legge n. 122/2010) ha espressamente assegnato al notaio il compito della individuazione e della verifica catastale, nella fase di stesura degli atti traslativi; - il provvedimento giurisdizionale avente ad oggetto il trasferimento del diritto reale, non può essere equiparato all'atto pubblico redatto da un notaio ai sensi della legge notarile;
- possono configurarsi elusioni al regime fiscale per il differente regime di tassazione degli atti pubblici rispetto agli importi dovuti a titolo di contributo unificato;
- l'obbligo del Cancelliere di curare la trascrizione deriva dal una norma fiscale (art. 6 TU imposte ipotecarie e catastali) che, se violata, determina una sanzione di tipo pecuniario e non la responsabilità prevista dall'art. 2671 c.c.;
- non vi è alcuna disposizione che attribuisca al magistrato che sottoscrive il verbale avente ad oggetto un trasferimento immobiliare tra coniugi la prerogativa ed il potere di accertare l'identità delle parti, la relativa legittimazione a disporre, né di adeguare le dichiarazioni dei coniugi alla normativa vigente , né di accertare la effettiva titolarità del bene e della sua libertà da ipoteche, vincoli, oneri o trascrizioni pregiudizievoli (cfr. obbligo di visure) ovvero della sua conformità catastale: il magistrato, infatti, non è pubblico ufficiale con poteri certificativi e/o roganti;
- nei casi di trasferimenti immobiliari in favore dei figli si pone il problema della legittimità di un loro eventuale intervento nei giudizi di separazione e/o divorzio tra coniugi;
- non vi è alcuna disposizione che attribuisca al magistrato che sottoscrive il verbale avente ad oggetto un trasferimento immobiliare tra coniugi la prerogativa ed il potere di effettuare il controllo di legalità, come invece espressamente stabilito con riferimento al notaio dall'art. 28 l. notarile.

La Sezione stabilisce la data del 31 dicembre 2017 quale termine ultimo per consentire detti trasferimenti (da intendersi quale data di deposito del ricorso), previa pubblicizzazione del presente verbale che potrà essere citato dai giudici nei rispettivi provvedimenti, recependo così la nuova giurisprudenza della Sezione stessa.

Il Segretario Il Presidente della Sezione 
Dott.ssa Maria Antonia Di Lazzaro Dott. Francesco Mazza Galanti

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Il procuratore generale della Cassazione Marcello Matera ritiene che occorre tornare a valutare il tenore di vita per il calcolo dell’assegno di divorzio"

Nuovo cambio di rotta della Corte di Cassazione; il procuratore generale Marcello Matera ha dichiarato che bisogna tornare a valutare il tenore di vita per il calcolo dell’assegno di divorzio, non considerando quindi esclusivamente l’autosufficienza economica come previsto dal verdetto Grilli.

Secondo il pg della Cassazione, quindi, il tenore di vita va ancora considerato dal momento che “ogni singolo giudizio richiede una valutazione delle peculiarità del caso concreto”. Il tenore di vita quindi non si può escludere a priori altrimenti si rischia di “favorire una giustizia di classe”.

Ascoltando queste parole quindi si potrebbe pensare che la sentenza Grilli non ha apportato alcun cambiamento, ma non è proprio così. Secondo Matera, infatti, è giusto che venga preso come parametro di riferimento l’autosufficienza del coniuge debole, ma allo stesso tempo bisogna tener conto anche di altri criteri stabiliti dalla legge per definire l’importo dell’assegno divorzile, quali appunto “la durata del matrimonio, l’apporto del coniuge al patrimonio familiare, il tenore di vita durante il matrimonio”.

 

"La premessa è che ogni singolo giudizio richiede necessariamente la valutazione delle peculiarità del caso concreto perché l'adozione di un unico principio di giudizio, come quello stabilito dalla sentenza 'Grilli' corre il rischio di favorire una sorta di giustizia di classe". Lo ha sottolineato il pg della Cassazione, Marcello Matera, nella sua requisitoria davanti alle sezioni unite che discutono della 'messa in soffitta' del criterio del tenore di vita dopo il verdetto 'Grilli' del maggio 2017. "Si può anche convenire sul fatto che il criterio dell'autosufficienza - ha proseguito Matera - può essere preso come parametro di riferimento, ma non si può escludere di rapportarsi anche agli altri criteri stabiliti dalla legge quali la durata del matrimonio, l'apporto del coniuge al patrimonio familiare, il tenore di vita durante il matrimonio".

 

"Per due volte la prima sezione civile non ha accolto la richiesta di trasmettere gli atti alle unite, sostenendo che l'orientamento sul tenore di vita non fosse più attuale, dopo 27 anni. Invece vi erano evidenti motivazioni - ha rilevato - perché le sezioni unite si pronunciassero, anche alla luce delle ricadute di una questione del genere su un rilevante numero di persone".

 

Nella requisitoria tenuta dal sostituto procuratore della Corte di cassazione, Marcello Matera, lo stesso ha invitato alla moderazione e a continuare a considerare, accanto al criterio dell’autosufficienza, anche il parametro del tenore di vita goduto durante il matrimonio, insieme agli altri criteri stabiliti dalla legge quali la durata del matrimonio, l’apporto del coniuge al patrimonio familiare.

In ogni caso – ha affermato – è necessario che, per ogni singolo giudizio, si proceda ad una valutazione delle peculiarità del caso concreto “perché l’adozione di un unico principio di giudizio, come quello stabilito dalla sentenza Grilli corre il rischio di favorire una sorta di giustizia di classe”.

Va bene il criterio dell’autosufficienza, ma non solo questo. «Non si può escludere di rapportarsi anche agli altri criteri stabiliti dalla legge quali la durata del matrimonio, l’apporto del coniuge al patrimonio familiare, il tenore di vita» ha aggiunto il procuratore generale della Cassazione.

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Spese condominiali: solidarietà dell'usufruttuario con il nudo proprietario.

Con la Sentenza n. 843/2018, il Tribunale di Milano, nel decidere sulle opposizioni a un decreto ingiuntivo proposte dal nudo proprietario e dalla titolare del diritto di abitazione avverso un decreto ingiuntivo che li condannava in via tra loro solidale al pagamento delle spese condominiali, ha affrontato alcune problematiche interpretative relative all'art. 67 delle Disposizioni di Attuazione del Codice Civile.

In primo luogo, il Giudice ha affrontato la questione dell'ambito di applicazione della norma sotto il profilo soggettivo, chiarendo che la stessa si applica anche ai titolari dei diritti d'uso e di abitazione. In secondo luogo, affrontando il problema dell'individuazione delle spese per le quali opera il vincolo di solidarietà, il Tribunale di Milano ha chiarito che non può essere fatta alcuna distinzione tra spese ordinarie e straordinarie e - pertanto - il vincolo solidale riguarda entrambi i tipi di spesa.

Il Tribunale, toccando anche la questione dell'ambito di applicazione della norma nel tempo, ha poi confermato che il vincolo sussiste solo per le obbligazioni sorte dopo l'entrata in vigore della norma (irretroattività).

Da ultimo, è stato precisato che il mancato esercizio del diritto di abitazione - non accompagnato da una formale rinuncia - non comporta l'esclusione dell'obbligo di pagamento dei contributi condominiali.

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Tribunale di Milano: Nuove Tabelle 2018 e criteri per la liquidazione del danno terminale e di quelli da premorienza, da diffamazione a mezzo stampa e da abuso del processo.

Nel mese di marzo 2018, il Tribunale di Milano ha pubblicato la versione aggiornata e rivista delle proprie tabelle sul danno biologico e, per la prima volta, ha indicato i criteri per la liquidazione del danno terminale e di quelli da premorienza, da diffamazione a mezzo stampa e da abuso del processo.

Il danno terminale è quello patito da chi muore solo a distanza di tempo dalle lesioni che riporta e per il quale è previsto un risarcimento con valori diversi in base alla durata della sofferenza terminale (da 1 a tre giorni e oltre 3 giorni fino a un massimo di 100).

Per il danno da premorienzadetto anche danno biologico "intermittente", è stato proposto  un criterio di liquidazione basato sul risarcimento medio annuale per ciascuna percentuale invalidante, anch'esso basato sulle tabelle milanesi, rapportato all'aspettativa di vita media con la possibilità di un'ulteriore personalizzazione fino al 50%. 

Per quanto riguarda il danno da diffamazione a mezzo stampa e assimilati, sono state individuate 5 tipologie di diffamazione in base alla gravità del reato (tenue, modesta, media, elevata ed eccezionale), determinata in base ad alcuni parametri come la notorietà del diffamante, mezzo e collocazione dell'articolo, risonanza mediatica, reiterazione, ecc.

Infine, per il danno da abuso del processo (mala fede o colpa grave della controparte in una causa civile), si è stabilita una liquidazione pari all'importo del compenso del difensore riducibile e aumentabile del 50% in base alla gravità dell'abuso.

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La negoziazione assistita contrasta con le norme UE

Il Tribunale di Verona, con ordinanza del 27 febbraio 2018, ha dichiarato che la negoziazione assistita va disapplicata perché in contrasto con la normativa europea.

Ritiene il Tribunale che la condizione di procedibilità per determinate cause – quelle relative al recupero crediti fino a 50 mila euro, il risarcimento da incidenti stradali e i contratti di autotrasporto – contrasta con la carta dei diritti fondamentali dell’unione europea. Quest’ultima, in un articolo dedicato al «Diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale» stabilisce infatti che «Ogni persona i cui diritti e le cui libertà garantiti dal diritto dell’Unione siano stati violati ha diritto a un ricorso effettivo dinanzi a un giudice, nel rispetto delle condizioni previste nel presente articolo.

Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un giudice indipendente e imparziale, precostituito per legge. Ogni persona ha la facoltà di farsi consigliare, difendere e rappresentare.

A coloro che non dispongono di mezzi sufficienti è concesso il patrocinio a spese dello Stato, qualora ciò sia necessario per assicurare un accesso effettivo alla giustizia».

Non c’è quindi improcedibilità se l’avvocato presenta la domanda giudiziale senza prima esperire la negoziazione assistita obbligatoria. Tra i requisiti richiesti affinché i mezzi di risoluzione alternativa delle liti (cosiddetti ADR) possano essere considerati legittimi vi è l’economicità della procedura, che deve essere gratuita o almeno non generare costi ingenti. Cosa che non succede – secondo la decisione in commento – nel caso della negoziazione assistita non potendo quest’ultima prescindere dall’intervento di un difensore.

Ed era proprio sulla necessaria presenza dell’avvocato – imposta dalla legislazione italiana – che si era già pronunciata la scorsa estate la Corte di Giustizia dell’Ue con riferimento alla mediazione obbligatoria, stabilendo che la stessa, benché condizione preliminare necessaria per adire il giudice, potesse essere intrapresa dal cittadino autonomamente, senza assistenza legale. Simile discorso viene ora riproposto per la negoziazione assistita (ovviamente solo quando obbligatoria): l’assistenza legale infatti «comporta dei costi non contenuti per le parti», visti i criteri attuali di determinazione del compenso di avvocato. Né la questione sarà risolta dal nuovo decreto sui parametri in fase di pubblicazione. Non rileva neanche la possibilità di recuperare i costi dalla parte vittoriosa nel successivo giudizio, perché questi esiti sono incerti. La pronuncia accenna infine alla differenza con le regole per determinare il compenso per i mediatori, regole rivolte a contenere i costi e pertanto compatibili con i principi comunitari.

 

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Trust e fondo patrimoniale: quali differenze?

Il fondo patrimoniale è un istituto tipico del diritto di famiglia – disciplinato da norme di legge inderogabili – che ha come scopo specifico quello di vincolare determinati beni (immobili, mobili registrati, titoli di credito) al soddisfacimento dei bisogni familiari (art. 167 c.c.).

Il trust, invece, è un istituto mutuato dal sistema di common law, avente struttura e funzione atipica, che può adattarsi a varie esigenze, tra cui quelle inerenti ai bisogni della famiglia. Esso dà vita ad un mero rapporto obbligatorio, la validità del quale dipende dalla possibilità e liceità degli interessi perseguiti dal disponente e non dall’osservanza delle norme che disciplinano il fondo patrimoniale, che, altrimenti, finirebbero per svuotare di ogni utilità giuridica l’istituto in questione.

Parte della giurisprudenza ritiene che ove lo schema negoziale del trust venga utilizzato per regolare rapporti familiari, questo debba risultare aderente e sovrapponibile alla disciplina del fondo patrimoniale. In tal modo, viene esclusa la possibilità di ricorrere all’istituto anglosassone ogni qualvolta sia astrattamente utilizzabile il fondo patrimoniale. Una tale impostazione, però, è stata rifiutata da altra giurisprudenza, che chiamata a pronunciarsi sul tema, ha affermato che i due istituti possono, nell’ambito della famiglia fondata sul matrimonio, concorrere o succedersi al fine di garantire, con maggiore efficacia, il soddisfacimento dei bisogni dei figli minorenni. Una sentenza di qualche anno fa - per superare il limite di durata del fondo patrimoniale, connesso all’esistenza stessa del matrimonio - aveva autorizzato la sua conversione in trust, ritenendo quest’ultimo lo strumento più idoneo per la tutela degli interessi dei beneficiari minorenni, in caso di patologia del rapporto coniugale, ma anche in vista del decesso di uno dei due coniugi.

L’affinità ravvisabile tra fondo patrimoniale e trust risiede unicamente nell’effetto segregativo: la separazione patrimoniale è effetto centrale e indefettibile di entrambi gli istituti. Appartiene, invece, unicamente al trust il c.d. affidamento. Il disponente trasferisce al trustee la posizione soggettiva “segregata”, di cui quest’ultimo diviene titolare esclusivo, pur rimanendo obbligato verso i beneficiari, unici titolari di azioni di responsabilità contro il trustee inadempiente. La segregazione conseguente al trust è specchio della priorità giuridica dell’interesse dei beneficiari: il trustee riceve i beni dal disponente, divenendone titolare, ma da questi non può trarre alcun profitto. Egli si occuperà unicamente della gestione del patrimonio segregato per poi trasferirlo al beneficiario della disposizione fiduciaria. La causa del negozio istitutivo del trust consiste, dunque, nella segregazione di posizioni soggettive per la realizzazione del compito affidato al trustee. Il negozio dispositivo, invece, ha come causa tipica l’attuazione del programma segregativo. A differenza del trust, ove i beneficiari sono individuati espressamente dall’atto istitutivo, nel fondo patrimoniale non è dato individuare dei “beneficiari” in senso tecnico. I figli non possono agire contro i genitori che destinino i frutti a finalità estranee ai bisogni della famiglia, né tantomeno i coniugi, ai quali è affidata l’amministrazione dei beni, sono considerati “fiduciari”. Questi ultimi sono titolari sia della posizione gestoria che di quella dominicale e, pertanto, possono amministrare e disporre discrezionalmente dei beni del fondo. Il fondo patrimoniale è, quindi, “vulnerabile” nei confronti dei coniugi, non soltanto per quanto concerne la gestione dei beni che ne sono oggetto, ma altresì con riferimento alla sua durata. Le  cause di estinzione coincidono, infatti, ai sensi dell’art. 171 c.c., con il termine patologico o fisiologico del matrimonio. Solo se vi sono figli minori, la durata del fondo si protrae fino al compimento della maggiore età dell’ultimo figlio. L’atto istitutivo del trust potrebbe, invece, prevedere una durata che prescinda dalle vicende di cui all’art. 171 c.c., garantendo ai familiari una tutela costante nel corso del tempo.

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Il tenore di vita è condizione che permane per i figli

La Corte di cassazione con l'ordinanza n. 3922 della Sesta sezione civile depositata in data 19.2.2018 precisa che il  tenore di vita pur non essendo più una condizione da assicurare all'ex moglie in caso di separazione, persiste come diritto dei figli, nei limiti delle possibilità dei genitori.

Nella determinazione del contributo per il mantenimento dei figli la Suprema Corte ha sottolineato la necessità di tener conto di una pluralità di fattori diversi da quelli legati al semplice sostentamento. 

Vanno cioè tenuti presente anche esigenze relative all'abitazione, alla scuola, allo sport all'ambito sanitario e sociale “con la precisazione che i figli hanno il diritto di mantenere il tenore di vita loro consentito dai proventi e dalle disponibilità concrete di entrambi i genitori”, quelle condizioni cioè nelle quali i figli avrebbero vissuto se l'unione dei genitori non si fosse interrotta.

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No al mantenimento se rapporto non è qualificabile come affectio coniugalis.

No assegno di mantenimento per separazione se matrimonio concordato e fondato su reciproci interessi economici

La Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con ordinanza n. 402/2018 ha respinto quanto richiesto dalla ex moglie per l’attribuzione dell’assegno di mantenimento.

I primi due gradi avevano già respinto la richiesta di mantenimento avanzata dalla donna a seguito della separazione dal marito. I giudici rilevavano infatti l’eccessiva brevità del rapporto coniugale.

Le parti, nello svolgimento dei procedimenti, si erano accusate reciprocamente di aver concordato il matrimonio per motivazioni differenti ed altre rispetto all’effettiva unione, nello specifico lui – alto ufficiale dell’esercito USA avrebbe beneficiato di gratifiche economiche conseguenti al matrimonio e lei avrebbe ricevuto assegni pos-datati più un ammontare di contante per 110.000,00 euro.

La Cassazione ha evidenziato come si tratti di una questione “eccezionale”: il rapporto non ha maturato una stabilità tale da essere qualificabile come affectio coniugalis.

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Split Payment

Lo split payment è il meccanismo che prevede nuove regole alla liquidazione dell’IVA da parte della Pubblica Amministrazione.

 

È un sistema introdotto dalla Legge di Stabilità 2015, ampliato dal DL 50/2017 e verrà modificato con la nuova Legge di Bilancio 2018.

L’art.1 della sopraindicata Legge di Stabilità 2015 prevede, per le pubbliche amministrazioni che acquistano beni e servizi, qualora non siano soggetti passivi dell’IVA, di versare direttamente all’erario l’imposta in oggetto addebitata dai loro fornitori in fattura.

Nel concreto, tale meccanismo permette alle imprese private di incassare quanto dovuto dalla PA al netto dell’IVA. La stessa PA si occuperà di versare direttamente l’imposta a debito sull’operazione.

La platea di soggetti obbligati ad applicare lo Split payment ha incamerato oltre ai principali enti pubblici (Istituti  universitari, ASL, Camere di Commercio, enti di previdenza ecc) con la manovra correttiva, dal 1° luglio 2017 tutte le amministrazioni, società controllate dallo Stato. Sempre per effetto del decreto 50/2017 è scattato anche per i professionisti l’obbligo di adottare lo split payment.

 

Per i contribuenti che applicano la scissione dei pagamenti, è prevista la possibilità che queste operazioni di split payment rientrino nel calcolo di quelle che possono ottenere il rimborso Iva.

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