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Cassazione: il diritto dei nonni di frequentare i nipoti può essere limitato in caso di conflitto con i loro genitori.

Secondo la Corte di Cassazione (ordinanza n.9145/2020) "il diritto di instaurare e mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni, riconosciuto agli ascendenti dall'art. 317 bis c.c., costituisce una posizione soggettiva piena soltanto nei confronti dei terzi, rivestendo invece una portata recessiva nei confronti dei minori, titolari dello speculare quanto prevalente diritto di conservare rapporti significativi con i parenti: è stato, infatti, precisato che tale diritto non ha carattere incondizionato, essendo il suo esercizio subordinato ad una valutazione del giudice avente di mira l'interesse esclusivo del minore, e potendo quindi essere escluso o assoggettato a restrizioni qualora non risulti funzionale ad una crescita serena ed equilibrata di quest'ultimo, in quanto la frequentazione con i nonni comporti per lui turbamento e disequilibrio affettivo”.

Nel caso di specie, pur dando atto dell'atteggiamento di chiusura manifestato dai genitori, in dipendenza della soggettiva attribuzione alle iniziative legali del nonno della finalità di legittimare la moglie nel ruolo di nonna, da essi non gradito, La Corte ha comunque ritenuto di dover considerare prevalente, nella situazione di conflitto originatasi, l'interesse delle minori a crescere in un clima di serenità, anche a costo di un parziale sacrificio del rapporto con l'ascendente.

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Assegno di divorzio ridotto in caso di eredità e se il matrimonio dura poco.

Secondo la Cassazione l'assegno di divorzio va ridotto se il matrimonio dura poco e se una delle parti eredita consistenti somme di denaro/immobili. 

In particolare, "la revisione dell'assegno divorzile di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 9, postula l'accertamento di una sopravvenuta modifica delle condizioni economiche degli ex coniugi idonea a mutare il pregresso assetto patrimoniale realizzato con il precedente provvedimento attributivo dell'assegno, secondo una valutazione comparativa delle loro condizioni, quale presupposto fattuale (dei "giustificati motivi" di cui parla l'art. 9) necessario per procedere al giudizio di revisione dell'assegno, da rendersi, poi, in applicazione dei principi giurisprudenziali attuali (cfr. Cass. n. 1119 del 2020)". Va quindi verificato "se siano sopravvenuti elementi fattuali idonei a destabilizzare l'assetto patrimoniale in essere, nel qual caso il giudice di merito dovrà fare applicazione dei nuovi principi, quali emergenti dalle recenti pronunce di questa corte in materia da ultimo, Cass. n. 21234 e 21228 del 2019), per modificarlo e adeguarlo all'attualità".

Nel caso specifico, il giudice di merito non ha tenuto conto di numerosi elementi fattuali: "non ha considerato la non trascurabile eredità (consistente in denaro e un immobile) acquisita dalla G.; i sopravvenuti oneri familiari dell'obbligato derivanti dal nuovo matrimonio, cui è collegato il sorgere di nuovi obblighi di carattere economico, la cui rilevanza è riconosciuta dalla giurisprudenza quale circostanza sopravvenuta che può portare alla modifica delle condizioni originariamente stabilite (cfr. Cass. n. 6289 del 2014, n. 14175 del 2016); ha mancato di accertare la disponibilità di ulteriori fonti di reddito sopravvenute da parte della G.; lo stesso reddito del M. è stato determinato dal giudice di merito in un importo contestato dal ricorrente senza indicare la fonte del proprio convincimento; inoltre, la limitata durata del vincolo matrimoniale (sei anni) potrebbe assumere nuova luce se si considera che l'assegno divorzile è stato di fatto corrisposto per diversi anni dal momento in cui è stato attribuito e determinato (con sentenza del 2013), al fine di giustificare potenzialmente una attualizzazione dell'assetto patrimoniale post-coniugale, in applicazione di un criterio, qual è quello della durata del matrimonio, rilevante anche ai fini della revisione delle condizioni patrimoniali degli ex coniugi (cfr. L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, come modificato dalla L. n. 74 del 1987)". La Corte dunque accoglie il ricorso, cassa il provvedimento impugnato e rinvia nuovamente alla Corte d'Appello competente.

(Cass. civ. Sez. VI - 1, Ord., (ud. 14/02/2020) 05-06-2020, n. 10647)

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Coppie gay, il nome della madre intenzionale non può essere scritto negli atti di stato civile insieme a quello della madre naturale.

Posto che nell'ordinamento italiano una sola persona ha diritto di essere menzionata come madre nell'atto di nascita, in virtù di un rapporto di filiazione che presuppone il legame biologico e/o genetico con il nato, ne consegue che il divieto di doppia maternità si applica agli atti di nascita formati o da formare in Italia, a prescindere dal luogo dove sia avvenuta la pratica fecondativa.

(Cass. civ. Sez. I, 03/04/2020, n. 7668)

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Il marito che ruba alla moglie la credenziali dell’home banking rischia condanna penale.

Secondo la Cassazione (Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 23/09/2019) 03-04-2020, n. 11288), il marito che ruba alla moglie la credenziali dell’home banking va incontro alla condanna per il reato di «Detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici» previsto dall'art. 615-quater c.p.

Più precisamente, il predetto articolo testualmente recita: "Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto o di arrecare ad altri un danno, abusivamente si procura, riproduce, diffonde, comunica o consegna codici, parole chiave o altri mezzi idonei all'accesso ad un sistema informatico o telematico, protetto da misure di sicurezza, o comunque fornisce indicazioni o istruzioni idonee al predetto scopo, è punito con la reclusione sino ad un anno e con la multa sino a euro 5.164. La pena è della reclusione da uno a due anni e della multa da euro 5.164 a euro 10.329 se ricorre taluna delle circostanze di cui ai numeri 1) e 2) del quarto comma dell'articolo 617-quater".


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Illecito endofamiliare (in pillole).

-  La categoria dell'illecito endofamiliare non è oggetto di specifica tipizzazione normativa, ma, come evidenziato dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, questo non deve indurre a ritenere che l'illecito avente le proprie radici all'interno del tessuto familiare trovi la sua sanzione esclusivamente nel diritto di famiglia, bensì impone un raccordo tra la disciplina sanzionatoria specifica dei rapporti familiari e quella dell'illecito civile extracontrattuale (Cass. sez. III, 7 marzo 2019, n.6598).

-  L'illecito endofamiliare comprende al suo interno una molteplicità di ipotesi che hanno come comune presupposto logico-giuridico la lesione del diritto inviolabile della dignità e della personalità di ogni componente del nucleo familiare quale conseguenza di una violazione dei doveri familiari e rientra nell'ambito del danno esistenziale, ossia non patrimoniale.

-  Poiché sia configurabile l'illecito endofamiliare è necessario che sussistano i seguenti elementi costitutivi: 
-) condotta dolosa o colposa; 
-) il nesso causale tra la condotta e l'evento di danno che deve qualificarsi come ingiusto; 
-) danno derivante dalla condotta (danno-conseguenza).

-  La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha chiarito che l'onere della prova ricade sulla parte che richiede il risarcimento del danno.

-  Il danno endofamiliare sfugge a precise quantificazioni e pertanto viene liquidato in via equitativa ex art. 1226 c.c.


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Cassazione: la Corte d’Appello adita in sede di reclamo avverso l’ordinanza del Presidente del Tribunale non deve statuire sulle spese.

In tema di separazione dei coniugi, la Corte d’Appello adita in sede di reclamo avverso l’ordinanza del Presidente del Tribunale, ai sensi dell’art. 708 c.p.c., non deve statuire sulle spese del procedimento, poiché, trattandosi di provvedimento adottato in pendenza della lite, resta riservato al tribunale provvedere sulle spese nella sentenza emessa a conclusione del giudizio anche per la fase di reclamo. (massima ufficiale)

(Cassazione civile, sez. I, 30 Aprile 2020, n. 8432. Pres. Giancola. Est. Mercolino.)

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Calcolo dell'assegno divorzile: i parametri della Corte d'Appello di Roma.

Con provvedimento del 12 marzo 2020, la Corte d'Appello di Roma ha specificato che in sede di calcolo dell'assegno divorzile il giudice, in prima battuta, procede alla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali delle parti e, qualora risulti l'inadeguatezza dei mezzi del richiedente o, comunque, l'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, ne accerta le cause in base ai parametri dell'art. 5, comma 6, prima parte, L. n. 898/1970, appurando se quella sperequazione sia o meno conseguenza del contributo fornito dal medesimo istante alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno dei due, con sacrificio delle proprie aspettative professionali e reddituali, in relazione all'età e alla durata del matrimonio, quindi quantifica l'assegno parametrandolo non al pregresso tenore di vita familiare, né al parametro della autosufficienza economica, bensì in misura tale da assicurare, all'avente diritto, un livello reddituale adeguato al contributo sopra richiamato.

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Quando può dirsi raggiunta l'indipendenza economica dei figli?

Con l'ordinanza n. 1448 del 23 gennaio 2020, la Corte di Cassazione ha precisato quando il figlio può essere ritenuto economicamente autosufficiente così da escludere il contributo al suo mantenimento da parte del genitore. In particolare:

a) l'obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte di quest'ultimo, ma perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio ha raggiunto l'indipendenza economica; 

b) il raggiungimento di detta indipendenza economica non è dimostrato dal mero conseguimento di una eventuale borsa di studio, correlata ad un dottorato di ricerca, sia per la sua temporaneità sia per la modestia dell'introito in rapporto alle incrementate, presumibili, necessità del beneficiario.

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Il danno all'immagine ed alla reputazione inteso come danno conseguenza non sussiste "in re ipsa".

Il danno all'immagine ed alla reputazione (nella specie, per un articolo asseritamente diffamatorio), inteso come "danno conseguenza", non sussiste "in re ipsa", dovendo essere allegato e provato da chi ne domanda il risarcimento. Pertanto, la sua liquidazione deve essere compiuta dal giudice, con accertamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità, sulla base non di valutazioni astratte, bensì del concreto pregiudizio presumibilmente patito dalla vittima, per come da questa dedotto e dimostrato, anche attraverso presunzioni gravi, precise e concordanti, che siano fondate, però, su elementi indiziari diversi dal fatto in sé, ed assumendo quali parametri di riferimento la diffusione dello scritto, la rilevanza dell'offesa e la posizione sociale della vittima. (massima ufficiale)

(Cassazione civile, sez. III, 18 Febbraio 2020, n. 4005. Pres. Spirito. Est. Francesca Fiecconi.)

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Revisione dell’assegno di mantenimento per i figli.

I provvedimenti in tema di mantenimento dei figli minori di genitori divorziati passano in giudicato, ma essendo sempre rivedibili, divengono definitivi solo "rebus sic stantibus", sicché il giudice in sede di revisione non può procedere ad una diversa ponderazione delle pregresse condizioni economiche delle parti, né può prendere in esame fatti anteriori alla definitività del titolo stesso o che comunque avrebbero potuto essere fatti valere con gli strumenti concessi per impedirne la definitività. (Nella specie la S.C. ha confermato il rigetto della domanda proposta dal coniuge onerato del pagamento di un assegno di mantenimento per la prole, il quale aveva introdotto un nuovo procedimento di revisione dell'assegno, invocando fatti modificativi delle condizioni economiche delle parti, intervenuti prima della conclusione di altro procedimento di modifica nel quale essi avrebbero potuto essere fatti valere). (massima ufficiale)

(Cassazione civile, sez. I, 09 Gennaio 2020. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Maria Giovanna C. Sambito.)

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Cessione in godimento del lastrico solare per ripetitore.

Il programma negoziale con cui il proprietario di un lastrico solare intenda cedere in godimento ad altri, a titolo oneroso, la facoltà di installarvi e mantenervi per un certo tempo un ripetitore, o altro impianto tecnologico, con il diritto di mantenere la disponibilità ed il godimento dell'impianto ed asportare il medesimo alla fine del rapporto, può astrattamente essere perseguito sia attraverso un contratto ad effetti reali, sia attraverso un contratto ad effetti personali; la riconduzione del contratto concretamente dedotto in giudizio all'una o all'altra delle suddette categorie rappresenta una questione di interpretazione contrattuale, che rientra nei poteri del giudice di merito. 

Qualora le parti abbiano inteso attribuire al loro accordo effetti reali, lo schema negoziale di riferimento è quello del contratto costitutivo di un diritto di superficie, il quale attribuisce all'acquirente la proprietà superficiaria dell'impianto installato sul lastrico solare, può essere costituito per un tempo determinato e può prevedere una deroga convenzionale alla regola che all'estinzione del diritto per scadenza del termine il proprietario del suolo diventa proprietario della costruzione; il contratto con cui un condominio costituisca in favore di altri un diritto di superficie, anche temporaneo, sul lastrico solare del fabbricato condominiale, finalizzato alla installazione di un ripetitore, o altro impianto tecnologico, richiede l'approvazione di tutti i condomini. 

Qualora le parti abbiano inteso attribuire al loro accordo effetti obbligatori, lo schema negoziale di riferimento è quello del contratto atipico di concessione ad aedificandum di natura personale, con rinuncia del concedente agli effetti dell'accessione; con tale contratto il proprietario di un'area concede ad altri il diritto personale di edificare sulla stessa, di godere e disporre dell'opera edificata per l'intera durata del rapporto e di asportare tale opera al termine del rapporto. Esso è soggetto alla disciplina dettata, oltre che dai patti negoziali, dalle norme generali contenute nel titolo II del libro IV del codice civile (art. 1323 c.c.), nonché, per quanto non previsto dal titolo, dalle norme sulla locazione, tra cui quelle dettate dagli artt. 1599 c.c. e 2643 n. 8 c.c. Ove stipulato da un condominio per consentire ad altri la installazione di un ripetitore, o altro impianto tecnologico, sul lastrico solare del fabbricato condominiale richiede l'approvazione di tutti i condomini solo se la relativa durata sia convenuta per più di nove anni. (massima ufficiale)

(Cassazione Sez. Un. Civili, 30 Aprile 2020, n. 8434. Pres. Mammone. Est. Cosentino)

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Cassazione: legittima la disposizione del Giudice di aggiungere il cognome paterno a quello della madre, se funzionale all'interesse del figlio e alla tutela della sua identità personale


Con l'ordinanza n. 772/2020, la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione si è pronunciata relativamente alla legittimità che al minore riconosciuto dalla madre venga attribuito, oltre al cognome di quest’ultima, anche quello del padre.

La pronuncia in esame trae origine dal decreto con cui il giudice di primo grado aveva accolto la domanda proposta da una donna, disponendo che il figlio di costei assumesse, in aggiunta al suo, anche il cognome del padre naturale, e stabilendo, inoltre, l'affido esclusivo del minore presso la madre.

Il padre del bambino proponeva reclamo presso la Corte d'Appello, la quale, però, lo rigettava.

Il reclamante decideva così di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione.  Eccependo, in primo luogo, la violazione e falsa applicazione dell'art. 262 del c.c, il ricorrente  contestava l'affermazione dei giudici d'appello secondo cui "l'aggiunta del patronimico non lede l'interesse del minore, che non versa ancora nella fase adolescenziale".        
Secondo l’uomo, infatti, oltre a non essere consentita una distinzione tra minore in fase adolescenziale e minore in fase preadolescenziale, in ogni caso non era stato tenuto conto del fatto che suo figlio avesse già acquisito, nella trama dei rapporti sociali, una definitiva e formale identità attraverso il cognome materno, tale da sconsigliare l'uso del cognome del padre. Pertanto, secondo l'uomo, i giudici di merito non avevano valutato in modo adeguato l'interesse del minore.

Ancora, il ricorrente riteneva che la Corte d'Appello adita non avesse debitamente tenuto conto nemmeno della totale inesistenza di rapporti tra padre e figlio, nonché la sua assoluta inidoneità all'esercizio della responsabilità genitoriale., circostanza, questa, confermata dal fatto che fosse stato disposto l’affido esclusivo in capo alla madre.

Ciononostante, la Suprema Corte dichiarava il ricorso inammissibile.

I giudici di legittimità, infatti, rilevavano come la decisione di merito fosse del tutto conforme alla costante giurisprudenza di legittimità, secondo cui, in tema di attribuzione giudiziale del cognome al figlio nato fuori del matrimonio e riconosciuto in maniera non contestuale dai genitori, "i criteri di individuazione del cognome del minore si pongono in funzione del suo interesse, che è quello di evitare un danno alla sua identità personale, intesa anche come proiezione della sua personalità sociale, avente copertura costituzionale assoluta; la scelta, anche officiosa, del giudice è ampiamente discrezionale e deve avere riguardo al modo più conveniente di individuare il minore in relazione all'ambiente in cui è cresciuto fino al momento del successivo riconoscimento, non potendo essere condizionata dall'esigenza di equiparare il risultato a quello derivante dalle diverse regole, non richiamate dall'art. 262 c.c., che presiedono all'attribuzione del cognome al figlio nato nel matrimonio" (Cass. Civ., n. 12640/2015).

Come già più volte evidenziato dalla Cassazione, infatti, "Il giudice è investito dall'art. 262 commi 2 e 3, c.c. del potere-dovere di decidere su ognuna delle possibilità previste da detta disposizione avendo riguardo, quale criterio di riferimento, unicamente all'interesse del minore e con esclusione di qualsiasi automaticità, che non riguarda nè la prima attribuzione, essendo inconfigurabile una regola di prevalenza del criterio del prior in tempore, nè il patronimico, per il quale non sussiste alcun favor in sè nel nostro ordinamento" (cfr. Cass. Civ., n. 18161/2019; Cass. Civ., n.2644/2011).

Secondo i giudici di legittimità, dunque, la decisione presa dai giudicanti di merito è perfettamente coerente con il principio di diritto per cui "in tema di minori, è legittima, in ipotesi di secondo riconoscimento da parte del padre, l'attribuzione del patronimico, in aggiunta al cognome della madre, purché non gli arrechi pregiudizio in ragione della cattiva reputazione del padre e purché non ne sia lesivo dell'identità personale, ove questa si sia definitivamente consolidata con l'uso del solo matronimico nella trama dei rapporti personali e sociali" (Cass. Civ., n. 26062/2014).

Pertanto, secondo gli Ermellini, la Corte territoriale aveva disposto del tutto legittimamente l'attribuzione al minore del cognome paterno, in aggiunta a quello materno.  I giudici di merito, infatti, avevano preliminarmente individuato il relativo concreto interesse del minore, nonché evidenziato l'auspicabile evoluzione positiva del rapporto con il genitore, anche per effetto dell'assunzione dell'ulteriore cognome, oltre all'interesse del fanciullo a stabilire un legame con gli altri figli del padre e ad affermare e palesare la propria appartenenza alla famiglia paterna.

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Tribunale di Modena: il cittadino straniero ha diritto al ricongiungimento col partner italiano

Tribunale di Modena, 7.2.2020 n. 370.
Il  cittadino straniero ha diritto di fare ingresso nel nostro Paese e di ricongiungersi col partner italiano se intrattiene con quest'ultimo una relazione stabile, anche se non registrata, purché debitamente attestata da documentazione ufficiale . Pertanto, va riconosciuto carattere di ufficialità all'accordo di convivenza sottoscritto dallo straniero e dal partner italiano di fronte all'avvocato, ai sensi dell'art. I, co. 50 e 51 della Legge 76/2016 con disposizione di iscrizione anagrafica del partner straniero privo di autonomo titolo di soggiorno ai fini del mantenimento dell'unità familiare. 

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Cassazione penale: no alla compensazione tra obbligo di mantenimento e credito con l'ex coniuge

La sentenza n. 9553 del 10.03.2020 della VI sezione penale della Corte di Cassazione stabilisce che la concezione penalistica dell'obbligo di mantenimento esclude la compensabilità del proprio debito di mantenimento con un credito pregresso nei confronti dell'ex coniuge. 

Dopo una condanna in Corte di Appello per il reato di cui all’art. 570 c.p., l’imputato ricorreva in Cassazione, deducendo, in particolare, di aver operato la compensazione tra debito di mantenimento e un suo precedente credito con controparte poiché in ogni caso, a differenza dei crediti alimentari, per i crediti di mantenimento (compreso quello del figlio minore) non opera il divieto di cui all'articolo 477 c.c., se a porre la compensazione è il beneficiario.

Gli Ermellini rigettavano il ricorso con le seguenti motivazioni:

a) dalla lettura della documentazione istruttoria non risultava pacifico che fosse stata l'ex moglie dell’imputato a chiedere la compensazione;

b) La definizione penalistica dell’obbligo di mantenimento differisce da quella civilistica. Quest’ultima indica l’obbligo di corrispondere le somme indicate nel provvedimento come mantenimento; la definizione penalistica afferisce invece al dovere di non fare mancare ai beneficiari i mezzi di sussistenza. Non è pertanto possibile escludere la configurabilità dell’art. 570 cp attraverso la compensazione del debito da mantenimento con un credito pregresso, avendo l’obbligato il preminente dovere di sopperire, comunque, allo stato di bisogno dei figli minorenni e del coniuge soddisfacendone le esigenze primarie;

c) lo stato di bisogno della ex coniuge era inoltre ravvisabile nel pignoramento di un terzo dello stipendio effettuato  per pagare il mutuo stipulato per l'acquisto della casa, nella vendita degli oggetti in oro, nella richiesta al datore di lavoro di un parziale anticipo del Tfr e nel riscatto di polizza assicurativa. Per i figli minorenni lo stato di bisogno è invece presunto.

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Integra il reato di atti persecutori tormentare la propria ex con la richiesta continua e pretestuosa di vedere il figlio


La Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10904/2020, ha ritenuto configurabile il reato di atti persecutori (o stalking) ex. 612 bis del c.p., in capo a un soggetto che perseguiti l'ex coniuge o compagno con comportamenti ossessivi sfruttando il proprio diritto alla genitorialità come scusa. 


Tribunale e Corte d’Appello avevano infatti condannato un uomo per il delitto in parola, poiché aveva perseguitato l'ex compagna con la scusa di esercitare il suo diritto di padre, chiamandola in continuazione a ogni ora del giorno e della notte e arrivando a danneggiare la sua automobile. 

L'imputato adiva così la Cassazione, sostenendo che le sue condotte fossero scriminate ex art. 51 c.p. dalla sua volontà di esercitare il proprio diritto di visita al figlio minorenne avuto durante la relazione con la vittima.

La Suprema Corte accoglieva il ricorso ma solo limitatamente al mancato riconoscimento del vincolo di continuazione.

Relativamente alla configurazione del reato, gli Ermellini hanno evidenziato come non rientri tra i loro poteri quello di eseguire una sostanziale rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione di merito, con la conseguenza che una richiesta formulata in tal senso è sempre da ritenere inammissibile (cfr. Cass. Pen., n. 15977/2015).


La Suprema Corte ha poi osservato che giudici di merito non avevano assolutamente errato nell'escludere la configurabilità della scriminante ex art. 51 c.p., poiché le chiamate, le minacce e i pedinamenti da parte dell'imputato non potevano ritenersi finalizzati ad incontrare il figlio.


In ultimo, gli Ermellini hanno accolto la contestazione sull'esclusione del vincolo continuativo. La Corte d’Appello si era infatti limitata ad escluderlo sostenendo che non fosse sufficiente l'allegazione della sentenza per vedersi riconosciuta la continuatività.

Al contrario, secondo gli Ermellini,i giudici di merito ben avrebbero potuto valutare un vincolo di continuazione tra i fatti di cui alla precedente sentenza e quelli attuali. 

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Coronavirus e genitori divorziati residenti in Comuni diversi: il Tribunale di Roma modifica temporaneamente il regime di affido condiviso per garantire salute e bigenitorialità.

A fronte dell'emergenza sanitaria da pandemia di covid-19, con una soluzione di compromesso, la Sezione Famiglia del Tribunale di Roma ha modificato temporaneamente le condizioni di affidamento condiviso tra due genitori divorziati residenti in Comuni diversi, piuttosto che limitarsi a riaffermare la validità del regime vigente o a sospenderlo per il genitore non collocatario prevalente. 

Con Decreto n. 7852 del  17.04.2020, la Sezione I Civile del Tribunale Ordinario di Roma ha modificato un proprio provvedimento inaudita altera parte del 30.03.2020 con cui aveva ordinato a un uomo di riaccompagnare i figli presso l’ex moglie, secondo quanto previsto dalle modalità di affidamento condiviso.    
Tale provvedimento aveva accolto un ricorso ex art. 700 cpc presentato dalla donna, collocataria principale dei minori, dopo che l’ex marito aveva mancato per giorni di ricondurre i bambini al domicilio materno. Nello specifico, all’entrata in vigore su suolo nazionale delle misure d’emergenza anti-coronavirus, l’uomo stava trascorrendo il regolare periodo di spettanza con i figli presso la sua residenza, in un Comune diverso da quello della madre. Data la situazione, il padre aveva deciso – secondo le parole del Collegio - di “sottoporre a quarantena” presso di sé i minori fino al concludersi dell’emergenza sanitaria, anche offrendosi di ospitare controparte, ritenendo la propria abitazione in campagna più salubre rispetto al contesto urbano in cui ella risiedeva.  


Il Decreto in esame, dopo aver ritenuto il ricorso riconducibile al modello ex art. 709 ter cpc, pur considerando arbitraria la decisione dell’uomo poiché “non è risultata suffragata da alcun consulto medico ed ha integrato, pertanto, la violazione delle modalità di affido condiviso stabilite”,  non si è limitato a confermare le modalità di affido condiviso o a sospenderle nei confronti del padre, ma le ha provvisoriamente modificate, disponendo una cadenza settimanale per alcuni mesi e quindicinale per i successivi.           
Inoltre, il Decreto in parola ha statuito il mantenimento diretto
dei minori e ha rinviato, per la trattazione del procedimento principale di modifica delle condizioni di divorzio, a una ulteriore udienza  fissata per un periodo (sperabilmente) successivo alla fine dell’emergenza sanitaria.     


Nel fare ciò, il Collegio ha tenuto conto della “contingente situazione di emergenza epidemiologica, durante la quale i minori sono a casa per la sospensione dell’attività scolastica, presumibilmente fino al prossimo settembre” e ha ritenuto “necessario superare la fase emergenziale in atto, la quale altera la modalità ordinaria di permanenza dei genitori con i figli, per addivenire alla modifica definitiva delle condizioni della separazione [sic] solo all’esito della sopra richiamata emergenza epidemiologica”, anche in ragione del fatto che “in concomitanza delle restrizioni governative adottate in ragione della emergenza epidemiologica da covid-19, il dissidio tra le parti si è manifestato chiaramente nella incapacità di gestire i tempi di permanenza dei minori presso ciascun genitore, la quale ha causato ulteriore tensione tra le parti in danno della prole”.



Segue il testo integrale del Decreto.




                        TRIBUNALE ORDINARIO DI ROMA

                                 SEZIONE PRIMA CIVILE 


 Il Tribunale, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

                                                                  (...omissis...)

con l'intervento del P.M. presso il Tribunale ha pronunciato il seguente

                                             

                                                                          DECRETO

                                            
                                                             (…omissis…)

Rilevato che le parti hanno formulato istanza di modifica delle condizioni di affidamento e di mantenimento dei figli minori, lamentando reciprocamente condotte dell’altro genitore tali da compromettere l’equilibrio dei figli e da ingenerare discredito della figura dell’altro genitore agli occhi della prole;

Rilevato che il Collegio preso atto della elevatissima conflittualità, della incapacità di comunicare e del possibile pregiudizio che tali condotte possono arrecare al benessere dei figli ha disposto CTU per verificare la condizione dei minori, con espressa delega a procedere al loro ascolto, per valutare le capacità genitoriali delle parti e per verificare la situazione dei figli in ambito scolastico e nelle relazioni con gli altri componenti della famiglia allargata (in particolare con l’attuale marito della resistente, convivente con i minori);
Rilevato che la CTU ha concluso suggerendo che “il collocamento dei bambini rimanga prevalente presso la mamma. La frequentazione padre figli può essere così organizzata. Frequentazione ordinaria: a weekend alterni dal giovedì (uscita di scuola) al lunedì mattina (a scuola). Mentre nella settimana senza il weekend dal martedì (uscita di scuola) fino al giovedì mattina (a scuola). Settimana di Ognissanti (finché i bambini saranno alla scuola ...) 11 gg. divisa a metà, sempre 5 alla madre e 6 al padre. Natale dal 20.12 al 25.12 entro le ore 12.00 alternato - dal 25.12 al 31.12 mattina entro le ore
12.00  alternato – dall’01.01 al 07.01 (a scuola) alternato. Pasqua e Pasquetta: alternate da fine scuola per 4 giorni ogni genitore (compleanno M… alternato) Ponti alternati Settimana Bianca alternata Estate dalla fine delle scuole a settimane alterne dal lunedì pomeriggio al lunedì pomeriggio successivo una settimana con un genitore e una con l’altro. Dall’01.07 al 16.07 con un genitore dal 16.07 al 31.07 con altro, dal 31.07 al 16.08 con un genitore e dal 16.08 al 31.08 con l’altro genitore. Settembre  regime ordinario. I compleanni dei bambini si festeggeranno a rotazione nell’anno, uno con la madre, uno con  il padre. Compleanno e Festa della mamma con la mamma. Compleanno e Festa del papà con il papà.: Si suggerisce che i genitori si facciano aiutare mediante un percorso di sostegno alla genitorialità, che li aiuti a rispondere alle richieste dei bambini, ovvero maggiore comunicazione, minori ambiguità, abbassamento dell’aggressività mascherata e diminuzione del conflitto”.


Rilevato che dagli atti di causa nulla risulta in merito al percorso psicologico intrapreso dalle parti, nell'interesse preminente della prole, come suggerito dal CTU;
Rilevato che all'esito della CTU ed in concomitanza delle restrizioni governative adottate in ragione della emergenza epidemiologica da covid-19, il dissidio tra le parti si è manifestato chiaramente nella incapacità di gestire i tempi di permanenza dei minori presso ciascun genitore, la quale ha causato ulteriore tensione tra le parti in danno della prole, e l’apertura di un procedimento incidentale su richiesta di parte resistente finalizzato di ordinare allo S… di riaccompagnare i figli minori presso il domicilio materno, dopo 25 giorni di permanenza non autorizzata dei minori presso il padre; 
Rilevato che il Tribunale con provvedimento d’urgenza inaudita altera parte del 30.3.2020 ha accolto il ricorso d’urgenza di parte resistente;

Ritenuto che tale provvedimento si è reso necessario in quanto, a prescindere dalla forma del ricorso impropriamente denominata ex art. 700 cpc, anziché ex art. 709 ter cpc la domanda di parte resistente è risultata fondata e suffragata dalla documentazione in atti attestante il rifiuto dello S… di riaccompagnare i figli dalla madre, al pari del verosimile pregiudizio subito dalla prole impossibilitata a ricongiungersi con la madre; 

Ritenuto che la decisione dello S… del tutto unilaterale di sottoporre a quarantena a ... (Provincia di ...) i propri i figli minori, ritenendo che tale luogo fosse più salubre alla salute dei medesimi e pretendendo inoltre che fosse la madre a doversi recare a casa sua in campagna, per eventualmente soggiornarvi anch’ella fino alla fine della quarantena, non è risultata suffragata da alcun consulto medico ed ha integrato, pertanto, la violazione delle modalità di affido condiviso stabilite;

Rilevato che nelle note da ultimo depositate dalle parti si evince la volontà comune di mantenere l’affidamento dei minori in via alternata per quindici giorni consecutivi;

Ritenuto che la richiesta di cui sopra appare condivisibile in considerazione della contingente situazione di emergenza epidemiologica, durante la quale i minori sono a casa per la sospensione dell’attività scolastica, presumibilmente fino al prossimo settembre, mentre non può concretarsi nella modifica definitiva delle condizioni di affidamento e collocamento dei minori, stante le risultanze della CTU come sopra riportate;

Ritenuto pertanto necessario superare la fase emergenziale in atto, la quale altera la modalità ordinaria di permanenza dei genitori con i figli, per addivenire alla modifica definitiva delle condizioni della separazione solo all’esito della sopra richiamata emergenza epidemiologica;

Ritenuto peraltro necessario che le parti intraprendano il percorso di sostegno alla genitorialità suggerito dalla CTU, e che le medesime ne diano conto alla prossima udienza fissata per le conclusioni;

                                                         P.Q.M.

 

1) Conferma il provvedimento adottato in data 30.3.2020;

 2)  Dispone provvisoriamente la conferma dell’affido condiviso dei minori ad entrambi i genitori con la seguente modalità di permanenza: dal lunedì pomeriggio al lunedì pomeriggio successivo una settimana con un genitore e una con l’altro. Dall’01.07 al 16.07 con un genitore dal 16.07 al 31.07 con altro, dal 31.07 al 16.08 con un genitore e dal 16.08 al 31.08 con l’altro genitore.

 3)  Dispone in via provvisoria che ciascun genitore provveda al mantenimento diretto dei minori.

 4)Fissa la nuova udienza innanzi al giudice relatore (…omissis…)

SI COMUNICHI ALLE PARTI.

 

                  Il Presidente


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Solo circostanze eccezionali, e tra queste non sussiste la notorietà, possono consentire alla moglie di mantenere il cognome dell'ex marito dopo il divorzio.

La possibilità di consentire la conservazione del cognome del marito, accanto al proprio, dopo il divorzio, è da considerarsi una ipotesi straordinaria affidata alla decisione discrezionale del giudice di merito secondo criteri di valutazione propri di una clausola generale, ma che non possono coincidere con il mero desiderio di conservare come tratto identitario il riferimento a una relazione familiare ormai chiusa quanto alla sua rilevanza giuridica. Né può escludersi che il perdurante uso del cognome maritale possa costituire un pregiudizio per il coniuge che non vi acconsenta e che intenda ricreare, esercitando un diritto fondamentale a mente dell'art. 8 C.E.D.U., un nuovo nucleo familiare che sia riconoscibile, come legame familiare attuale, anche nei rapporti sociali e in quelli rilevanti giuridicamente.

(Cass. civ. Sez. I Ord., 12/02/2020, n. 3454)

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Non coercibile il dovere del genitore non collocatario di frequentare il figlio minore.

Il diritto-dovere di visita del figlio minore che spetta al genitore non collocatario non è suscettibile di coercizione, trattandosi di un potere-funzione che è destinato a rimanere libero nel suo esercizio quale esito di autonome scelte che rispondono, anche, all’interesse superiore del minore a una crescita sana ed equilibrata.

Il diritto-dovere del genitore di far visita al figlio minore si caratterizza, al contempo, per essere attiva e passiva. Sul lato attivo, essa si estrinseca nel diritto a mantenere rapporti con la prole, senza essere in ciò ostacolato dal comportamento dell’altro genitore. Sul lato passivo, invece, il dovere di visita resta invece fondato sulla autonoma, autoresponsabile e spontanea osservanza del genitore interessato, nell’ambito del proprio fondamentale diritto all’autodeterminazione e sempre in vista dell’attuazione del superiore interesse del minore a una crescita sana ed equilibrata. Conseguentemente, ove il genitore scelga di non adempiere al proprio dovere, tale condotta omissiva non risulta coercibile.

(Cassazione civile, sez. I, ordinanza 6 marzo 2020, n. 6471)

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Screditare il padre: conseguenze giuridiche.

Il Tribunale di Cosenza, dopo aver accertato un nuovo caso di alienazione parentale, ha condannato la madre al risarcimento del danno per aver pregiudicato la relazione affettiva del figlio con il padre.

Accertato che il distacco del minore dal padre derivasse da condizionamenti esercitati dalla madre collocataria, il Tribunale ha potuto  affermare che la causa dell’allontanamento tra padre e figlio fosse imputabile alla condotta colpevole della madre che aveva deciso - unilateralmente - di interrompere ogni rapporto tra padre e figlio e, da tale momento, il bambino era rimasto sotto l’influenza esclusiva della madre. 

In casi di alienazione parentale, le conseguenze giuridiche vanno dall'ammonimento del giudice alla condanna al risarcimento del danno nei confronti del figlio e dell’altro genitore; dalla perdita della collocazione del minore (per essere fissata in capo all'altro genitore) all'affidamento esclusivo, con revoca di quello condiviso. Nel caso in argomento, il Giudice ha ammonito la madre ad astenersi dal tenere condotte ostative agli incontri padre-figlio e condannato la donna al risarcimento dei danni in favore del marito e del figlio.

(Trib. Cosenza, sent. del 7.11.2019)

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L’inadempimento all'obbligo alimentare ripetuto nel tempo può comportare la revoca dell’affidamento condiviso.

Secondo un recente orientamento giurisprudenziale, quando l’inadempimento all'obbligo alimentare è ripetuto nel tempo e non è giustificato da una valida ragione, il giudice può revocare l’affidamento condiviso al genitore che fa mancare al figlio i mezzi di cui vivere. Il suo comportamento è, infatti, indice di totale indifferenza verso il benessere del minore, il che mal si concilia con la potestà genitoriale.

La condotta dell’uomo può essere qualificata come «violenza economica» in base alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, sottoscritta a Istanbul e ratificata dall’Italia con la legge 77/2013. 

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L’inadempimento all'obbligo alimentare ripetuto nel tempo comporta la revoca dell’affidamento condiviso.

Secondo un recente orientamento giurisprudenziale, quando l’inadempimento all'obbligo alimentare è ripetuto nel tempo e non è giustificato da una valida ragione, il giudice può revocare l’affidamento condiviso al genitore che fa mancare al figlio i mezzi di cui vivere. 
Il suo comportamento infatti è indice di totale indifferenza verso il benessere del minore, il che mal si concilia con la potestà genitoriale, e la condotta dell’uomo può essere qualificata come «violenza economica» in base alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, sottoscritta a Istanbul e ratificata dall’Italia con la legge 77/2013.



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Legittima l'ttribuzione del cognome del padre in aggiunta a quello della madre purché non arrechi pregiudizio al minore.

In tema di minori, secondo la Cassazione è legittimo, in ipotesi di secondo riconoscimento da parte del padre, l'attribuzione del patronimico in aggiunta al cognome della madre, purché non gli arrechi pregiudizio in ragione della cattiva reputazione del padre e purché non sia lesivo della sua identità personale, ove questa si sia definitivamente consolidata con l'uso del solo matronimico nella trama dei rapporti personali e sociali.

(Cass. Civ., Sez. 6 - 1, Ordinanza n. 772 del 16/01/2020)

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Niente assegno divorzile se l'ex coniuge lavora in nero.

Per la Cassazione non si può riconoscere l'assegno divorzile alla ex moglie se non è stata raggiunta la prova del suo effettivo guadagno, derivante dallo svolgimento saltuario e irregolare di prestazioni di manicure.

(Ordinanza Cassazione n. 5603/2020)

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Il figlio dottorando di ricerca non è economicamente indipendente e il genitore deve versargli il mantenimento.

L'obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte di quest'ultimo, ma perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio ha raggiunto l'indipendenza economica; il raggiungimento di detta indipendenza economica non è dimostrato dal mero conseguimento di una borsa di studio correlata ad un dottorato di ricerca, sia per la sua temporaneità, sia per la modestia dell'introito in rapporto alle incrementate, presumibili necessità, anche scientifiche, del beneficiario.

(Cass. civ. Sez. VI - 1 Ord., 23/01/2020, n. 1448)

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Separazione: per l'addebito basta una foto che ritrae il coniuge in atteggiamenti intimi con un'altra persona.

Con l'ordinanza n. 4899/2020, la Cassazione conferma che in una separazione l'addebito per infedeltà può disposto sulla base di documentazione fotografica che ritrae uno dei coniugi in atteggiamenti intimi con un'altra persona.

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L'onere probatorio per l'assegno alimentare provvisorio ricade sulla parte che ne fa richiesta.

Secondo la Cassazione, l'onere probatorio dello stato di bisogno e di non essere in grado di provvedere al proprio mantenimento grava sul coniuge che richiede la prestazione alimentare ex art. 446 c.c. 

(Cass. civ., Sez. I, 16.1.2020, n. 770).

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L'accordo di separazione relativo ad attribuzioni patrimoniali, dopo l'omologazione, è titolo per la trascrizione.

Con ordinanza 27409/2019 la Corte di Cassazione ha stabilito che gli accordi di separazione personale tra coniugi, contenenti attribuzioni patrimoniali concernenti beni mobili o immobili, hanno effetti immediatamente traslativi della proprietà ed il verbale nel quale sono trasfusi costituisce, dopo l'omologazione, titolo per la trascrizione a norma dell'art. 2657 c.c. 

Secondo la Cassazione, infatti, gli accordi di separazione personale tra coniugi contenenti attribuzioni patrimoniali afferenti a beni mobili o immobili, rispondono alla volontà di regolare i rapporti in occasione dell'evento di separazione consensuale, che sfugge alle connotazioni tradizionali dell'atto di donazione e dell'atto di vendita, manifestando una sua tipicità propria la quale poi, di volta in volta, può assumere i tratti dell'onerosità o della gratuità, in ragione dell'eventuale ricorrenza, in concreto, degli aspetti di una sistemazione solutorio-compensativa più estesa e globale, di tutta quell'ampia serie di possibili rapporti aventi significati patrimoniali, anche solo riflessi, maturati durante la vita matrimoniale.

(Cass. civ., Sez. II, Ord., 25.10.2019, n. 27409).

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Il cognome paterno è attribuito al figlio tardivamente riconosciuto solo se rientra nel suo superiore interesse.

Lo ha ribadito la Cassazione con la decisione 772/2020, individuando in concreto l'interesse del minore, nonché evidenziandone plurimi profili segnatamente a) l'auspicabile evoluzione positiva del rapporto con il genitore, anche per effetto dell'assunzione dell'ulteriore cognome; b) la facilitazione del legame con gli altri figli del padre; c) l'interesse del figlio ad affermare e palesare la propria appartenenza alla famiglia paterna. 

Secondo la Cassazione, infatti, in tema di minori è legittima, in ipotesi di secondo riconoscimento da parte del padre, l'attribuzione del patronimico, in aggiunta al cognome della madre, purché non gli arrechi pregiudizio in ragione della cattiva reputazione del padre e purché non ne sia lesivo dell'identità personale, ove questa si sia definitivamente consolidata con l'uso del solo matronimico nella trama dei rapporti personali e sociali.

(Cass. civ., Sez. VI - 1, Ord., 16.1.2020, n. 772).

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La negoziazione assistita tra coniugi in sede di separazione o divorzio va autenticata dal notaio se è previsto anche il trasferimento di un immobile

Per la Cassazione, la negoziazione assistita tra coniugi in sede di separazione o divorzio deve essere autenticata dal notaio qualora sia previsto anche il trasferimento di un immobile, ad esempio parte della casa familiare. Non può riconoscersi un analogo potere certificativo in capo agli avvocati che assistono le parti.

(Cass., II civ., sent. n. 1202/2020)

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Rifiuto del padre di sottoporsi ad indagini ematologiche per l'accertamento della paternità naturale.

Nel giudizio promosso per l'accertamento della paternità naturale, il rifiuto del preteso padre di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile dal giudice, ex art. 116, comma 2, c. p.c., di così elevato valore indiziario da consentire, esso solo, di ritenere fondata la domanda.

(Cass. Civ., Sez. 6 - 1, Ordinanza n. 28886 del 08/11/2019.)

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Riconoscimento della sentenza straniera di adozione legittimante.

Si rimette alle Sezioni Unite della Cassazione la decisione di stabile se, in assenza di un legame biologico tra il minore adottato ed entrambi i genitori adottivi dello stesso sesso, è possibile il riconoscimento della sentenza straniera di adozione legittimante, e se, in tal caso, il sindacato del Giudice italiano si debba estendere anche alla fase della valutazione straniera sullo stato di adottabilità.

(Corte di Cassazione, Sez. I, Ord. 11 novembre 2019, n. 29071)

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Figli minori non residenti in Italia.

In tema di giudizio di divorzio introdotto innanzi al Giudice italiano, qualora siano avanzate domande inerenti la responsabilità genitoriale ed il mantenimento di figli minori non residenti abitualmente in Italia (ma in un altro Stato membro dell'Unione Europea), la giurisdizione su tali domande spetta all'Autorità giudiziaria dello Stato di residenza abituale dei minori al momento della loro proposizione, dovendosi salvaguardare l'interesse superiore e preminente dei medesimi a che i provvedimenti che li riguardano siano adottati dal Giudice più vicino al luogo di residenza effettiva degli stessi.
(Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Ord. 2 ottobre 2019, n. 24608)

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Saranno le Sezioni unite a stabilire se il trasferimento immobiliare tra coniugi ed ex coniugi è valido anche senza il Notaio.

Le Sezioni Unite stabiliranno se il trasferimento immobiliare tra coniugi ed ex coniugi sotto la supervisione del Giudice è valido anche senza «la verifica di conformità ipocatastale da parte del notaio». La Cassazione, con ordinanza interlocutoria 3089, consapevole dell’impatto che l’interpretazione delle norme potrebbe avere, rimette la questione alle Sezioni unite.

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Assegno di mantenimento: per la Cassazione non è reato versare di meno.

La Cassazione, con la sentenza n. 5236/2020, accoglie il ricorso di un padre condannato per violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione e divorzio ai sensi dell'art. 570 bis c.p., perché in virtù di un accordo con la ex moglie ha ridotto l'importo mensile a 800 euro. Gli Ermellini ribadiscono infatti che non rileva che l'accordo intercorso con la moglie non sia stato omologato dal giudice e che il fatto stesso che l'uomo abbia comunque continuato a contribuire, seppur in misura ridotta, al mantenimento dei figli, fa venire meno il dolo, elemento costitutivo fondamentale del reato contemplato dall'art. 570 bis c.p.

(Cassazione, sentenza n. 5236/2020)

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Sezioni Unite: sì ad adeguata remunerazione per i medici specializzandi tra il 1982 e il 1990

Con sentenza n. 20348 del 31 luglio 2018, la Corte di Cassazione Sezioni Unite ha stabilito che una adeguata remunerazione spetta di diritto a tutti coloro che abbiano intrapreso qualsiasi tipo di formazione come medico specialista dall'anno 1982 fino all'anno 1990, tenendo conto del periodo che va dal primo gennaio 1983 fino alla conclusione della formazione stessa.
Tale obbligo di remunerazione è imposto dalla direttiva 75/363/CE e prescinde dalla misure di trasposizione dell'ulteriore direttiva 82/76/CEE da parte dello Stato membro.

La pronuncia in esame è frutto dell'adeguamento della Cassazione italiana alla sentenza dell'Ottava Sezione della Corte di Giustizia dell'Unione Europea del 24 gennaio 2018, e segna l'inizio di un inevitabile adattamento alla giurisprudenza comunitaria che d'ora in poi il Giudice nazionale dovrà operare a seguito della predetta sentenza di CGUE. Tale provvedimento ha infatti stabilito che:" qualsiasi formazione (...) come medico specialista iniziata nel corso dell'anno 1982 e proseguita fino all'anno 1990 deve essere oggetto di remunerazione adeguata."

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Danno da mancato consenso informato risarcibile anche nel caso di intervento correttamente eseguito

L'Ordinanza n. 31234 del 04.12.2018 della 3° sezione civile della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che il danno da mancata prestazione del consenso informato è risarcibile anche nel caso di un intervento chirurgico correttamente eseguito, qualora da esso siano derivate delle conseguenze di cui il paziente non era stato informato e che lo avrebbero spinto a rifiutare l'operazione se ne fosse stato messo al corrente.

Gli ermellini hanno infatti sposato la tesi per cui la mancata prestazione del consenso informato comporti un danno all'autodeterminazione del paziente, risarcibile indipendentemente da una lesione incolpevole del diritto alla salute.
Autodeterminazione e salute, infatti, devono considerarsi come due beni giuridici distinti. Il primo bene sarà dunque oggetto di danno risarcibile tutte le volte che si verifichino conseguenze non anticipate al paziente, anche nel caso in cui non vi sia stata una lesione del secondo bene. 

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Stalking: la querela è revocabile solo se le minacce non sono gravi.

La denuncia querela per stalking, stando alla lettera dell'art. 612 bis c.p. che punisce gli atti persecutori, è irrevocabile solo se le minacce rivolte alla persona offesa sono reiterate ma anche gravi.

(Cassazione, Sentenza n.5092/2020)

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L'ex moglie abbia declinato offerte di lavoro: non è decisivo ai fini dell'esclusione dell'assegno di divorzio.

In tema di sentenza civile, ad integrare gli estremi del vizio di omessa pronuncia non basta la mancanza di un'espressa statuizione del giudice, ma è necessario che sia stato completamente omesso il provvedimento che si palesa indispensabile alla soluzione del caso concreto: ciò non si verifica quando la decisione adottata comporti la reiezione della pretesa fatta valere dalla parte, anche se manchi in proposito una specifica argomentazione, dovendo ravvisarsi una statuizione implicita di rigetto quando la pretesa avanzata col capo di domanda non espressamente esaminato risulti incompatibile con l'impostazione logico-giuridica della pronuncia.

(Cass. civ. Sez. VI - 1 Ord., 25/11/2019, n. 30638)

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Trascorsi i tre anni successivi al matrimonio, il matrimonio non è annullabile.

Il dato incontroverso della convivenza continuativa ultratriennale non può essere messo in discussione, al fine di escludere la condizione ostativa al riconoscimento in Italia della sentenza di annullamento ecclesiastico del matrimonio, deducendo una non adesione affettiva al rapporto di convivenza da parte di uno o di entrambi i coniugi. Occorre, perché tale dedotta mancanza di affectio coniugalis sia rilevante, che entrambi i coniugi la riconoscano, al momento della proposizione della domanda di delibazione, ovvero che gli stessi abbiano manifestato nettamente all'esterno la piena volontà di non considerare la convivenza come un elemento fondamentale integrativo della relazione coniugale ma come una semplice coabitazione. Occorre altresì che sia manifesta la consapevolezza delle conseguenze giuridiche di tale esteriorizzazione e cioè l'affermazione comune dell'esclusione degli effetti giuridici propri del matrimonio per effetto della semplice coabitazione.

(Cass. civ. Sez. VI - 1 Ord., 26/11/2019, n. 30900)

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Separazione: chi paga l'IMU se l'immobile è di proprietà di terzi?

L'articolo 4 comma 12 quinques D.L. n. 16/2012 conv. in L. n. 44/2012, sancisce la traslazione della soggettività passiva dell'IMU dal proprietario all'assegnatario dell'alloggio a seguito di separazione, cosicché l'imposizione ricade sempre in capo all'utilizzatore, anche nel caso in cui la proprietà dell'immobile sia di un terzo e non già del coniuge non assegnatario. 

La disposizione normativa in parola, non integrando una norma tributaria disciplinante un'ipotesi di agevolazione o di esenzione, ovvero di norma speciale, può essere interpretata estensivamente e non vale per la stessa il divieto di interpretazione analogica nonché di interpretazione estensiva ai sensi dell'art. 14 delle disposizioni preliminari del codice civile.

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Assegno di divorzio fondato sul criterio del tenore di vita godibile durante il matrimonio.

I criteri attributivi e determinativi dell'assegno divorzile non dipendono dal tenore di vita godibile durante il matrimonio, operando lo squilibrio economico patrimoniale tra i coniugi unicamente come precondizione fattuale, il cui accertamento è necessario per l'applicazione dei parametri di cui all'art. 5, comma 6, prima parte, della l. n. 898 del 1970, in ragione della finalità composita - assistenziale perequativa e compensativa - del detto assegno (nella specie la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che, nel riconoscere l'assegno di divorzio, aveva fondato il proprio accertamento esclusivamente sul criterio del tenore di vita godibile durante il matrimonio, senza verificare in concreto l'incidenza dei parametri integrati).

(Cass. Civ., Sez. 1 - , Sentenza n. 32398 del 11/12/2019)

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Affido temporaneo etero familiare.

In materia di affido anche temporaneo dei minori, il giudizio sull'adeguatezza del familiare prescelto quale affidatario temporaneo, ai sensi dell'art. 333 c.c., a soddisfare le esigenze del minore ed a salvaguardarne il sano ed equilibrato sviluppo psico-fisico, deve essere svolto dal giudice del merito valorizzando, fra le figure vicarie interfamiliari, il contributo al mantenimento del rapporto con la famiglia di origine, che è criterio guida di ogni scelta in tema di affido minorile.

(Cassazione civile, sez. I, 04 Novembre 2019, n. 28257. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Laura Scalia)

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La prova della simulazione mediante interrogatorio formale ed escussione di testimoni

Con la sentenza  n. 13857 del 07.07.2016 la I Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che, in alcune condizioni, è comunque esperibile la prova della simulazione di un negozio mediante interrogatorio formale ed escussione dei testimoni.
Infatti, non è estendibile all'interrogatorio formale la preclusione di cui all'art. 1417 c.c., in forza della quale la prova per testimoni della simulazione, se proposta dalle parti, è ammissibile solo quando sia diretta a fare valere l'illiceità del contratto dissimulato. Il dato letterale della suddetta disposizione riguarda - appunto - la sola prova per testimoni.
Per quanto concerne quest'ultima, la Corte specifica che può essere validamente esperita per dimostrare la simulazione qualora sia stato acquisito l'interrogatorio formale e dalle risposte della parte escussa sia emerso un principio di prova, essendo parso altamente probabile il carattere simulato del negozio.
La prova per testimoni è in ogni caso esperibile - anche per dimostrare la simulazione - nei casi previsti dall'art. 2724 c.c.
Nei fatti di cui alla pronuncia, il ricorrente aveva addotto una impossibilità morale di procurarsi prova scritta ex art. 2724 n. 2 c.c., consistente nel timore reverenziale e nella profonda gratitudine nutriti nei confronti dello zio e datore di lavoro, controparte nel giudizio. 

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Violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Con D.Lvo 21/18 è stato introdotto il nuovo art. 570 bis c.p. in tema di mancata corresponsione di quanto dovuto a titolo di mantenimento a seguito di separazione o in caso di affidamento dei figli minori. In particolare, l'articolo in argomento recita testualmente: "Le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli".

Nonostante l'art.570, comma 1, cp stabilisca che "Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale, alla tutela legale o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da centotre euro a milletrentadue euro", la giurisprudenza, mutando nel tempo il proprio orientamento, ha ritenuto giustificato l'abbandono della casa familiare qualora vengano meno le condizioni oggettive di intesa materiale e spirituale tra i coniugi (o uniti civilmente) e/o condizioni oggettive di sofferenza relazionale che possano rendere difficile o impossibile adempiere agli obblighi nascenti dal matrimonio. Pertanto, la fattispecie prevista dall'art. 570 cp si configura quando uno dei coniugi si allontana senza alcuna causa giustificante e tale condotta sia tale da creare una situazione di grave disagio al coniuge. Il reato si configurerebbe, quindi, quando emerge la volontà di abbandonare il domicilio domestico in modo imprevisto e definitivo.

Le pene previste dal citato art. 570 cp si applicano anche a chi "malversa (ndr appropriazione o distrazione a proprio favore di beni mobili o immobili) o dilapida i beni del figlio minore o del coniuge; fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa".


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Vishing: attenzione alla truffa telefonica.

Il vishing è una forma di truffa simile al phishing; il termine infatti nasce dall'unione di due parole inglesi: voice, voce, e phishing, i tentativi di truffa che arrivano sulle mail che ci chiedono dati personali e protetti. 

Il vishing ha lo scopo di carpire, con l'inganno, informazioni private, sfruttando la tecnologia per simulare, durante la telefonata, l'esistenza di un call center e chiedendo alla vittima di fornire i propri dati ad un operatore. Il truffatore avverte la vittima che la carta di credito è stata oggetto di una truffa o di un tentativo di truffa, chiedendo così tutta una serie di informazioni personali (pin, ad esempio) in modo da confermare che i dati del titolo siano ancora protetti. Tale truffa è tipica soprattutto degli Stati Uniti d'America e del Regno Unito, ma è sbarcata da poco anche in Europa e in Italia.

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Ecografista responsabile anche se l'esame non mostra la malformazione del feto.

Se gli esami strumentali non consentono la visualizzazione del feto nella sua interezza, il sanitario ha l'obbligo di informare la paziente della possibilità di ricorrere a un centro di più elevato livello di specializzazione. L'ecografista che durante l'esame, non per sua colpa, non rileva la malformazione del feto e formula una diagnosi di normalità morfologica rischia l'addebito di responsabilità.

Secondo la Corte di Cassazione (sentenza n. 30727/2019), il sanitario che formuli una diagnosi di normalità morfologica del feto anche sulla base di esami strumentali che non ne hanno consentito, senza sua colpa, la visualizzazione nella sua interezza, ha l'obbligo d'informare la paziente della possibilità di ricorrere ad un centro di più elevato livello di specializzazione, in vista dell'esercizio dcl diritto della gestante di interrompere la gravidanza, ricorrendone i presupposti.

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Se l'autovelox è posizionato sul senso di marcia sbagliato la multa è nulla.

Con sentenza n. 31411/2019, la Cassazione ha rigettato il ricorso di un Comune, confermando l'annullamento della contravvenzione per eccesso di velocità perché l'autovelox si trovava sul senso di marcia diverso da quello indicato nel provvedimento del Prefetto.

Nel caso specifico, "... l'apposizione del prefabbricato contenente uno strumento per la rilevazione della velocità degli autoveicoli in transito era stata autorizzata per entrambi i sensi di marcia ma veniva realizzata per un solo senso di marcia apponendo il prefabbricato di rilevazione in una carreggiata opposta al senso di marcia indicato nel provvedimento di autorizzazione. Il Comune (...), insomma, ha ritenuto di collocare un semplice prefabbricato considerandolo, e non lo avrebbe potuto fare, operativo per entrambi i sensi di marcia, senza tenere conto che il prefabbricato installato, per il senso stesso dell'autorizzazione, era legittimato a rilevare la velocità dei soli veicoli provenienti in quel senso di marcia ma non anche, come è avvenuto, nel caso in esame, per le autovetture che provenivano dalla direzione opposta. Piuttosto, era necessario che fosse installato altro rilevatore per il contrapposto senso di marcia corredato da ogni elemento di identificazione e preventivamente segnalato, con appositi cartelli, opportunamente collocati nello stesso senso di marcia".

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A chi usufruisce dei permessi per l'allattamento spetta il diritto ai buoni pasto?

La Cassazione ha stabilito che il diritto ai buoni pasto può essere riconosciuto solo ove il lavoratore svolga l’attività lavorativa per più di sei ore, dato che solo in questo caso, egli deve beneficiare di un intervallo di almeno 30 minuti per la pausa pranzo. Per quanto riguarda, dunque, i fruitori dei permessi per l’allattamento, sarà necessaria una verifica caso per caso, al fine di accertare se siano soddisfatti i presupposti necessari per il riconoscimento del diritto (Cass. civ., sez. lav., 28 novembre 2019, n. 31137).

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In caso di morte di un cane di razza per errore diagnostico dei medici veterinari non spetta al padrone il risarcimento del danno non patrimoniale.

In caso di morte di un cane di razza per errore diagnostico dei medici veterinari (i quali non avevano immediatamente sottoposto a radiografia l’animale che aveva ingerito una noce), poiché non sussistono gli estremi di reato né ricorre la lesione di alcun valore della persona costituzionalmente protetto, non spetta al padrone il risarcimento del danno non patrimoniale. A stabilirlo è il Tribunale di Rieti con sentenza 4 maggio 2019 n. 347.

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Nella valutazione degli interessi, anche economici e patrimoniali, dei minori il giudice può assumere la prova d'ufficio.

Con l'ordinanza n. 26593/2019, i Supremi Giudici di Cassazione hanno affermato che la tutela degli interessi morali e materiali della prole è sottratta all'iniziativa ed alla disponibilità delle parti, ed è sempre riconosciuto al giudice il potere di adottare d'ufficio, in ogni stato e grado del giudizio di merito, tutti i provvedimenti necessari per la migliore protezione dei figli.

L'acquisizione agli atti del documento contestato, da cui risulta esclusivamente e genericamente la prestazione dell'attività di docente, ha costituito un mero esercizio del potere di libera valutazione del giudice del merito - in un procedimento attinente alla tutela dell'interesse dei minori - di un documento che ha fornito un semplice riscontro alla deduzione della capacità lavorativa in atto che la ricorrente non ha mai contestato. La Corte di Appello ha ritenuto rilevante, ma non evidentemente in via esclusiva tale acquisizione, e ha ritenuto superflua l'acquisizione di una ulteriore indagine sull'entità del reddito che la ricorrente possa ritrarre dalla sua attuale capacità lavorativa ritenendo comunque congrua la misura dell'assegno di mantenimento e del contributo alle spese straordinarie già riconosciuto in primo grado. La contestazione mossa dalla ricorrente all'acquisizione e alla valutazione della prova non risulta pertanto aderente al contenuto della motivazione della decisione impugnata e alla specificità del procedimento in cui è stata emessa.

(C. civ., Sez. VI - 1, Ord., 18.10.2019, n. 26593).

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Affido temporaneo di minori: il Giudice deve preferire i nonni.

Secondo la Cassazione, il Giudice di merito chiamato a valutare l'adeguatezza di un familiare a essere affidatario temporaneo di un minore deve valorizzare il contributo che le figure vicarianti inter-familiari (come i nonni) possono dare al mantenimento del rapporto con la famiglia di origine.

L'affido temporaneo endo-familiare è una misura offerta al minore in difficoltà per malattia del genitore, violenza psico-fisica, isolamento sociale, trascuratezza, ecc., e quindi in casi che temporaneamente possono impedire la funzione educativa o la convivenza tra genitore e figlio. Si tratta quindi di un intervento "ponte", con la funzione di rimuovere la situazione di difficoltà del minore, garantendogli il diritto di crescere nella propria famiglia.

La misura, disciplinata all'art. 333 c.c., intende quindi superare la condotta pregiudizievole del genitore senza dar luogo però ad una pronuncia di decadenza dalla potestà genitoriale.

(Cassazione, sentenza 28257 del 4 novembre 2019)

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Conflitto di competenza tra il Tribunale ordinario ed il Tribunale per i minorenni per l'affidamento condiviso del minore.

Il conflitto di competenza tra il tribunale ordinario, adito per l'affidamento condiviso del minore, ed il tribunale per i minorenni, relativamente ai provvedimenti ex artt. 330 ss. c.c. richiesti dal P.M., dev'essere risolto secondo il criterio della prevenzione, atteso che l'art. 38 disp. att. c.c., nel testo sostituito dall'art. 3 della legge n. 219 del 2012, la cui "ratio" risiede nell'evidente interrelazione tra i due giudizi, limita la "vis attractiva" del tribunale ordinario, anche per i detti provvedimenti, all'ipotesi in cui il procedimento dinanzi a questo sia stato instaurato per primo e si svolga tra le stesse parti dell'altro, in tal modo implicitamente escludendo l'ipotesi in cui il procedimento dinanzi al tribunale per i minorenni sia stato instaurato anteriormente, riservata in ogni caso al giudice minorile la pronuncia sulla decadenza dalla potestà genitoriale.

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L'obbligo di mantenere il figlio si protrae se risulta ancora dipendente dai genitori.

L'obbligo di mantenere il figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma si protrae, qualora questi, senza sua colpa, divenuto maggiorenne, sia tuttavia ancora dipendente dai genitori. In tale ipotesi, il coniuge separato o divorziato, già affidatario è legittimato, "iure proprio" (ed in via concorrente con la diversa legittimazione del figlio, che trova fondamento nella titolarità, in capo a quest'ultimo, del diritto al mantenimento), ad ottenere dall'altro coniuge un contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne. 

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Azione di disconoscimento della paternità e diritto al mantenimento del cognome paterno.

Nell'azione di disconoscimento della paternità, il mantenimento da parte del figlio disconosciuto del cognome paterno è espressione di un diritto potestativo e personalissimo che deve tradursi in una espressa domanda di accertamento da proporsi in sede giudiziale, anche in via riconvenzionale ed eventualmente subordinata all'accoglimento di quella principale, non potendosi ritenere ricompresa nella generica opposizione all'azione di disconoscimento proposta nei suoi confronti. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva dichiarato la perdita del cognome paterno del figlio disconosciuto, nonostante il padre che aveva intrapreso l'azione di disconoscimento, avesse manifestato la volontà di non opporsi al mantenimento del suo cognome).

(Cassazione civile, sez. I, 06 Novembre 2019. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Laura Scalia)

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Responsabilità medica: la rivalsa delle strutture sanitarie nei confronti dei sanitari direttamente coinvolti.

Le strutture sanitarie che abbiano risarcito per intero un danno cagionato da ipotesi di responsabilità medica ai propri pazienti hanno il diritto di rivalsa nei confronti dei sanitari direttamente coinvolti.

Tuttavia, le strutture sanitarie hanno spesso dei profili di colpa loro propri che si uniscono a quelli dei sanitari. Di conseguenza, la struttura sanitaria che voglia addebitare un danno all'esclusiva responsabilità del medico, e quindi eventualmente rivalersi per l'intero su di questi, deve dimostrare che il fatto dipenda esclusivamente dalla condotta del sanitario e non sia in alcun modo ricollegabile a proprie carenze tecnico-organizzative. In caso contrario, per la giurisprudenza, la responsabilità si presume del 50% ciascuno (v. Trib. Milano n. 5923/2019 e Cass. n. 24167/2019).

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Niente provvedimenti ex art. 709-ter c.p.c. se il figlio rifiuta di vedere il padre per sua scelta.

Secondo la Cassazione non scattano i provvedimenti ex art. 709-ter c.p.c. contro l'altro genitore se il figlio, quasi maggiorenne, rifiuta di vedere il padre per sua scelta e senza essere stato plagiato.

La Cassazione, con l'ordinanza n. 27207/2019, evidenzia come la Corte territoriale avesse debitamente valutato, sulla base delle risultanze della consulenza tecnica di ufficio e delle relazioni dei Servizi sociali, sia i comportamenti delle parti, sia l'atteggiamento della minore nei confronti del padre, riconducibile alla sua volontà e non ad un plagio perpetrato dalla madre. Per questi motivi, La Corte respinge il ricorso proposto dal padre con il quale aveva chiesto i provvedimenti ex art. 709-ter c.p.c. contro l'altro genitore.

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Responsabilità del medico specializzando.

Con la sentenza numero 26311/2019, la Corte di cassazione ha affermato che lo specializzando "non può essere considerato un mero esecutore d'ordini del tutore anche se non gode di piena autonomia". 

Il fatto che si tratti di medico, anche se specializzando, determina l'impossibilità di disconoscere che comunque una certa autonomia gli deve essere riconosciuta; dall'altro lato, la circostanza che è in corso la sua formazione specialistica comporta che, in ogni caso, ogni attività deve essere sempre svolta sotto le direttive del tutore. Gli specializzandi hanno dunque un'autonomia "vincolata" ma, allo stesso tempo, non può che ricondursi agli stessi le attività compiute direttamente. Di conseguenza, il medico specializzando che è chiamato a compiere delle attività che non è in grado di compiere, o che non si ritiene in grado di compiere, deve rifiutarne lo svolgimento. In caso contrario, se ne assume la responsabilità sotto tutti i punti di vista.

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La domanda di addebito della separazione può essere introdotta nella memoria ex art. 709 c.p.c.

Con sentenza n. 17590, pubblicata il 28 giugno 2019, la Suprema Corte di Cassazione ha affermato che in materia di separazione personale tra coniugi, la domanda di addebito della separazione può essere introdotta per la prima volta con la memoria integrativa di cui all'art. 709 c.p.c., comma 3, in ragione della natura bifasica del giudizio, in conseguenza del passaggio tra la fase di conciliazione dei coniugi e quella contenziosa, caratterizzato da una progressiva formazione della vocatio in ius.

(Cass. civ. Sez. I, 28/06/2019, n. 17590)

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La violenze, le minacce, l'abbandono della casa coniugale e la relazione extra-coniugale non solo non sono giustificati da una presunte gelosia e indifferenza del coniuge, ma determinano l'addebito della separazione.

Tribunale di Brescia ha stabilito che i plurimi i comportamenti messi in atto dal marito e contrari ai doveri coniugali, quali le violenze e le minacce, l'abbandono della casa coniugale e la relazione extra-coniugale non sono giustificati da una asserita gelosia e di un'indifferenza nei confronti della moglie nei suoi confronti. Tali presunte gelosia e indifferenza non scriminano i fatti provati e più gravi e determinanti la crisi coniugale: la violenza e l'infedeltà. Pertanto, la separazione risulta addebitabile ai comportamenti violenti e infedeli del marito nonché all'abbandono della casa coniugale.

Sulla parte che richieda, per l'inosservanza dell'obbligo di fedeltà, l'addebito della separazione all'altro coniuge, grava l'onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza. L'inosservanza dell'obbligo di fedeltà rappresenta, di per sé, una violazione particolarmente grave determinando normalmente l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza sempre che non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di un nesso causale tra l'infedeltà e la crisi coniugale tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale.

(Tribunale Brescia Sez. III Sent., 06/07/2019).

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Tenore di vita familiare e il nuovo orientamento delle Sezioni Unite.

Con una recente sentenza, la Cassazione ha affermato che il giudice deve quantificare l'assegno rapportandolo non al pregresso tenore di vita familiare, ma in misura adeguata innanzitutto a garantire, in funzione assistenziale, l'indipendenza economica del coniuge non autosufficiente, intendendo l'autosufficienza in una accezione non circoscritta alla pura sopravvivenza, ed inoltre, ove ne ricorrano i presupposti, a compensare il coniuge economicamente più debole, in funzione perequativo-compensativa, del sacrificio sopportato per aver rinunciato, in funzione della contribuzione ai bisogni della famiglia, a realistiche occasioni professionali-reddituali, attuali o potenziali, rimanendo in ciò assorbito, in tal caso, l'eventuale profilo assistenziale.

(Cass. civ. Sez. I, 09/08/2019, n. 21228)

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Raggiungimento della maggiore età durante il procedimento per la dichiarazione di decadenza della responsabilità genitoriale.

Il conseguimento della maggiore età da parte del minore determina automaticamente la cessazione della responsabilità genitoriale, determinando, ancorché avvenga nel corso del procedimento per la dichiarazione di decadenza dalla stessa (nella specie, in pendenza del termine per proporre reclamo avverso il provvedimento medesimo), la cessazione della materia del contendere e la caducazione dei provvedimenti in precedenza pronunciati, posto che ad assumere rilievo è la sola tutela del minore dai comportamenti pregiudizievoli dei genitori, non anche l'interesse del genitore all'accertamento negativo dei fatti allegati a sostegno della domanda.

(Cassazione civile, sez. VI, 16 Settembre 2019, n. 23019. Pres. Scaldaferri. Est. Mercolino)

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La bigenitorialità non fa scattare il diritto per ciascun genitore a passare lo stesso tempo con il figlio.

Secondo la Cassazione (sentenza n. 31902/2018), la bigenitorialità non fa scattare il diritto per ciascun genitore a passare lo stesso tempo con il figlio. E' escluso quindi che esista una proporzione matematica che garantisca sia al padre sia alla madre, separati, di trascorrere un pari numero di ore con i figli. 

Il criterio da seguire è quello di assicurare una presenza significativa «nella vita del figlio nel reciproco interesse», fermo restando «in ogni caso il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione».

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La Cassazione apre all'adozione di minori anche ai single e alle coppie di fatto.

La Suprema Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 17100 depositata il 26 giugno 2019, ha consentito anche a persone singole e a coppie di fatto l'adozione di minori, precisando che l’adozione non presuppone necessariamente una situazione di abbandono dell’adottando, ma ciò che rileva è la qualità del legame instauratosi tra il minore e chi se ne è preso cura, ben potendosi valorizzare la consolidata relazione affettiva creatasi tra adottante ed adottato, nel preminente interesse del minore a preservare tale rapporto.

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Il mancato esame delle risultanze della CTU può essere fatto valere nel giudizio di Cassazione.

La Cassazione, sez. I, (sentenza n. 9763 dell'8.4.2019), ha enunciato il seguente principio di diritto: “Il mancato esame delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio – in quanto, come nella specie relativa alla decadenza dalla potestà genitoriale, veicola nel processo un fatto idoneo a determinare una decisione di segno diverso – integra un vizio della sentenza che può essere fatto valere, nel giudizio di cassazione, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c, come omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

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Affido condiviso del cane a settimane alterne anche per il benessere dell'animale stesso.

Secondo il Tribunale di Sciacca (decreto 19 febbraio 2019), in caso di separazione dei coniugi, in mancanza di diversi accordi tra le parti, è legittimo disporre l’affidamento condiviso del cane, sul presupposto che il sentimento per gli animali costituisce un valore meritevole di tutela, anche in relazione al benessere dell'animale stesso.

In particolare, il Tribunale, all’esito dell’udienza ex art. 708 c.p.c., adottando i provvedimenti temporanei ed urgenti, ha deciso per l’“assegnazione” del cane ad entrambi i coniugi, a settimane alterne, con spese veterinarie e straordinarie al 50%.

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Assegno alla ex moglie se le foto del detective non sono idonee a dimostrare una stabile convivenza con il nuovo compagno.

Il Tribunale di Rimini (sentenza n. 747/2019), dopo aver pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio, ha dovuto decidere in ordine alla domanda di assegno di divorzio formulata dall’ex moglie.

Dopo aver riscontrato la disparità di condizioni economiche tra i due (ex) coniugi, ha confermato il diritto della resistente all’assegno di divorzio, sostenendo che dal materiale prodotto in giudizio era emerso che l’unica fonte di sostegno economico per la donna fosse proprio il contributo di cui era onerato l’ex marito e che gli elementi dell’investigatore privato non erano idonei a dimostrare una stabile convivenza con il nuovo compagno o che quest’ultimo contribuisse al menage familiare, ma al più avrebbero potuto far presumere una relazione sentimentale.

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Sale l'assegno in favore dei figli se viene a mancare il nonno che contribuiva al mantenimento.

La Corte di cassazione, con l'ordinanza n. 3206 del 4 febbraio 2019, ha respinto il ricorso di un padre di una adolescente condannato a versare alla minore 1.200 euro al mese, sostenendo che "contrariamente a quanto ritenuto dal ricorrente l'aggravarsi delle condizioni di salute del padre della donna e il suo decesso costituiscono una circostanza sopravvenuta e rilevante ai fini della modifica delle condizioni economiche della separazione per il venir meno dell'importante contributo economico destinato dall'anziano al mantenimento della figlia e della nipote. E' privo di fondamento il rilievo del ricorrente circa la prevedibilità dell'evento morte del padre, intervenuto all'età di 71 anni, evento che non era certamente stato previsto e valutato al momento della separazione consensuale e che comunque costituisce una circostanza sopravvenuta".

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Assegno di divorzio alla ex moglie quarantenne disoccupata e priva di competenze professionali

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Revoca dell'assegnazione della casa coniugale qualora la figlia del genitore collocatario si trasferisce.

La Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con l'ordinanza n. 16134/2019, ha chiarito che è irrilevante la perdurante dipendenza economica se il figlio recide il legame con la famiglia d'origine per studiare in un'altra città e vivere con la famiglia del fidanzato. In particolare, qualora la figlia del genitore collocatario decida di trasferirsi in un'altra città presso i genitori del fidanzato, iscrivendosi poi all'università nello stesso paese e manifestando così l'intenzione di costituire un autonomo habitat domestico distinto da quello originario, nonostante non si tratti di un legame stabile e non sia stata raggiunta l'indipendenza economica, la situazione è comunque idonea a far venir meno il presupposto per l'assegnazione della casa coniugale.

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E' reato non versare l'assegno di mantenimento al figlio anche se nato fuori dal matrimonio.

Non sono fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 570-bis c.p., degli artt. 2, comma 1, lett. c), e 7, comma 1, lett. o), del D.Lgs. n. 21 del 2018 in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, 30 e 76 Cost., di talché, anche dopo l'entrata in vigore del D.Lgs. n. 21 del 2018, è tuttora vigente l'art. 4, comma 2, L. n. 54 del 2006.

Il nuovo art. 570-bis cod. pen. abbraccia, quinmdi, oltre il fatto compiuto dal «coniuge», anche quello compiuto dal genitore nei confronti del figlio nato fuori dal matrimonio, e ciò anche dopo l’entrata in vigore del d.lgs. n. 21 del 2018, vige l’art. 4, comma 2, della legge n. 54 del 2006.

(Corte cost., 18/07/2019, n. 189)

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Il marito non versa integralmente il mantenimento alla moglie rischia la condanna per la violazione degli obblighi di assistenza familiare.

L'ex coniuge che non versa integralmente il mantenimento dovuto all'altro, facendogli mancare i mezzi di sussistenza e riducendolo progressivamente in uno stato di grave indigenza, rischia la pena di giustizia di cui all'art. 570 c.p., secondo comma, c.p. Lo ha deciso la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 30184/2019.

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Opposizione a precetto relativo a credito per assegno di mantenimento fissato in sede di separazione.

Con l'opposizione al precetto relativo a crediti maturati per il mancato pagamento dell'assegno di mantenimento, determinato a favore del figlio in sede di separazione o di divorzio, possono essere dedotte soltanto questioni relative alla validità ed efficacia del titolo e non anche fatti sopravvenuti, da farsi valere col procedimento di modifica delle condizioni della separazione di cui all'art. 710 c.p.c. o del divorzio di cui all'art. 9 della legge n. 898 del 1970. (Ribadendo il principio di cui in massima, la S.C. ha sottolineato che, nella specie, il fatto sopravvenuto costituito dalla collocazione del minore presso il padre non aveva privato il titolo esecutivo in materia di famiglia di efficacia e validità in quanto assistito da un'attitudine al giudicato, cd. "rebus sic stantibus", riguardo alla quale i fatti sopravvenuti potevano rilevare soltanto attraverso la speciale procedura di revisione del provvedimento sul contributo del mantenimento del figlio, devoluta al giudice della separazione o del divorzio e a questi riservata a tutela del superiore interesse pubblicistico di composizione della crisi familiare, rilevante per l'ordine pubblico).

(Cassazione civile, sez. III, 02 Luglio 2019. Pres. Roberta Vivaldi. Est. De Stefano)

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L'attribuzione giudiziale del cognome al figlio naturale riconosciuto non contestualmente dai genitori.

In tema di attribuzione giudiziale del cognome al figlio naturale riconosciuto non contestualmente dai genitori, il giudice è investito ex art. 262, commi 2 e 3, c.c. del potere-dovere di decidere su ognuna delle possibilità previste dalla disposizione in parola avendo riguardo, quale criterio di riferimento, unicamente all'interesse del minore e con esclusione di qualsiasi automaticità, che non riguarda né la prima attribuzione (essendo inconfigurabile una regola di prevalenza del criterio del "prior in tempore"), né il patronimico (per il quale parimenti non sussiste alcun "favor" in sé).

(Cassazione civile, sez. I, 05 Luglio 2019, n. 18161. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Bisogni)

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Squilibrio economico tra le parti e alto livello reddituale dell'ex coniuge

Ai fini dell'attribuzione e della quantificazione dell'assegno divorzile si deve tenere conto della funzione assistenziale e, a determinate condizioni, anche compensativo-perequativa cui tale assegno assolve. Da ciò consegue che, nel valutare l'inadeguatezza dei mezzi dell'ex coniuge che ne faccia richiesta, o l'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, si deve tener conto, utilizzando i criteri di cui all'art. 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970, sia della impossibilità di vivere autonomamente e dignitosamente da parte di quest'ultimo e sia della necessità di compensarlo per il particolare contributo, che dimostri di avere dato, alla formazione del patrimonio comune o dell'altro coniuge durante la vita matrimoniale, senza che abbiano rilievo, da soli, lo squilibrio economico tra le parti e l'alto livello reddituale dell'altro ex coniuge, tenuto conto che la differenza reddituale è coessenziale alla ricostruzione del tenore di vita matrimoniale, ma è oramai irrilevante ai fini della determinazione dell'assegno, e l'entità del reddito dell'altro ex coniuge non giustifica, di per sé, la corresponsione di un assegno in proporzione delle sue sostanze.

(Cassazione civile, sez. I, 09 Agosto 2019. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Lamorgese.)

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Comunione legale dei coniugi: espropriazione di un bene comune per crediti personali di uno solo dei coniugi.

La natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi comporta che l'espropriazione, per crediti personali di uno solo di essi, di uno o più beni in comunione abbia ad oggetto la "res" nella sua interezza e non per la metà o per una quota; ne consegue che, in ipotesi di divisione, è esclusa l'applicabilità sia della disciplina sull'espropriazione dei beni indivisi (artt. 599 ss. c.p.c.) sia di quella contro il terzo non debitore. (Nella specie, la S.C. ha chiarito che non era consentito al giudice disporre la separazione, ai sensi dell'art. 600 c.p.c., della quota spettante al coniuge comproprietario non debitore, né circoscrivere la vendita ad una porzione del tutto, poiché si doveva, invece, procedere ex art. 720 c.c. alla vendita o all'attribuzione dell'intero complesso, costituendo esso una singola unità immobiliare in comunione, nel caso in esame non comodamente divisibile).

(Cassazione civile, sez. II, 24 Gennaio 2019. Est. Fortunato).

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Accertamento dello stato di adottabilità e assistenza legale del minore.

Il procedimento volto all'accertamento dello stato di adottabilità deve svolgersi fin dalla sua apertura, ai sensi degli artt. 8, ultimo comma, e 10, comma 2, della legge n. 184 del 1983, con l'assistenza legale del minore, il quale ne è parte, e, in mancanza di una disposizione specifica, sta in giudizio a mezzo di un rappresentante legale ovvero, se sussista conflitto di interessi, di un curatore speciale, soggetti cui compete la nomina del difensore tecnico; ne consegue, in caso di omessa nomina cui non segua la designazione di un difensore d'ufficio, la nullità del procedimento "de quo", non avendo potuto il minore esercitare il suo diritto al contraddittorio su tutti gli atti processuali che hanno costituito il presupposto per la decisione del giudice di merito. Ricorrendo tali circostanze, deve essere peraltro escluso il rinvio del giudizio in primo grado, giacché tale rimessione, comunque contraria alle esigenze di speditezza del procedimento diretto all'accertamento dello stato di adottabilità, risulta preclusa dalla natura tassativa delle ipotesi di cui agli art. 353 e 354 c.p.c., ed il giudice di appello deve pertanto procedere, a norma dell'art. 354, comma 4, c.p.c., alla rinnovazione degli atti del procedimento che risultano viziati a causa del loro compimento in assenza della costituzione, a mezzo difensore, del rappresentante legale o del curatore speciale del minore.

(Cassazione civile, sez. I, 07 Maggio 2019, n. 12020. Est. Falabella)

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I figli sfrattano il padre, ma il Tribunale di Roma dichiara in suo favore l'intervenuto acquisto per usucapione dell'immobile.

Un parente che occupa un appartamento per 20 anni può diventarne proprietario per usucapione. Lo ha deciso il Tribunale di Roma andando controcorrente rispetto a una giurisprudenza che in casi del genere sosteneva che l'occupazione anche per lungo periodo di un immobile non desse diritto alla proprietà essendo una forma di "tolleranza" tra familiari. 

In seguito alla grave crisi economica cominciata nel 2008 e in seguito alla perdita del lavoro di uno dei due fratelli, i figli non sono stati più in grado di assicurare al loro genitore la detenzione a titolo gratuito del cespite. Così, a causa del rifiuto del loro padre di concludere un regolare contratto di locazione, gli stessi hanno invitato il padre a restituire l'immobile, sostenendo che il padre occupasse quell'alloggio in forza di un contratto di comodato d'uso gratuito ad un certo punto scaduto (contratto verbale e mai sottoscritto). Hanno sostenuto anche l'impossibilità per il loro padre di usucapire visto che il possesso sarebbe stato acquisito da quest'ultimo con la tolleranza. In buona sostanza i figli avrebbero tollerato l'utilizzo del loro appartamento da parte del padre che (in parte) gliel'aveva donato. 

Il Giudice, invece, ha escluso sia l'esistenza di un accordo contrattuale tra il padre e i figli, sia che il padre avesse utilizzato l'immobile per tolleranza dei figli. Di contro ha riconosciuto al padre di aver ampiamente dimostrato di aver tenuto, in relazione all'appartamento conteso, un comportamento "come se ne fosse stato il proprietario", dichiarando in suo favore l'intervenuto acquisto per usucapione ultraventennale dell'immobile.

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Affido esclusivo non può fondarsi solo sulla diagnosi della PAS.

La diagnosi di alienazione parentale non avendo basi scientifiche certe, non basta per allontanare il figlio dal genitore: il giudice dovrà tener conto non solo della CTU che l’ha accertata, bensì di ulteriori, approfondite indagini. La Cassazione ha rilevato che, qualora le risultanze della CTU si allontanino dalla scienza medica ufficiale, come nel caso in esame in cui è stata formulata la diagnosi della PAS, non essendovi certezze scientifiche al riguardo, il Giudice del merito avrebbe dovuto verificarne il fondamento.

(Cassazione Civile, Sez. I, sentenza n. 13274 depositata il 18 maggio 2019)

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Educazione religiosa del minore in caso di conflitto tra i genitori.

In tema di affidamento dei figli minori, atteso il diritto preminente dei figli ad una crescita sana ed equilibrata, in caso di conflitto genitoriale sull'educazione religiosa del minore possono essere adottati anche provvedimenti contenitivi o restrittivi dei diritti individuali di libertà religiosa dei genitori purché intervengano all'esito di un accertamento in concreto, basato sull'osservazione e sull'ascolto del minore, dell'effettiva possibilità che l'esercizio di tali diritti possa compromettere la salute psico-fisica o lo sviluppo dei figli minori. 

(Cassazione civile, sez. I, 30 agosto 2019, n.21916).

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Casa familiare al coniuge solo se il figlio maggiorenne convivente dimora stabilmente presso di essa


Con Ordinanza n. 16134/19 del 17 giugno 2019, la Sezione VI Civile della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che la nozione di convivenza, rilevante ai fini dell’assegnazione della casa familiare ex art. 337 sexies c.c., implica la stabile dimora del figlio maggiorenne presso di essa.        
Il requisito di “stabile dimora”, afferma la Corte, non impedisce che il figlio maggiorenne si allontani sporadicamente e per brevi periodi dalla casa familiare, purché egli vi faccia ritorno appena possibile e vi sia effettivamente presente per un arco temporale prevalente in relazione a una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese).        
Esso è, al contrario, escluso qualora il maggiorenne ritorni all’abitazione solo raramente, poiché in tal caso sussisterebbe un mero rapporto di ospitalità, anziché di convivenza.         
In altre parole, perché la casa familiare sia e continui ad essere assegnata deve sussistere un collegamento stabile del figlio con l’abitazione del genitore.        
Nel caso concreto, la Suprema Corte ha confermato il decreto di revoca dell’assegnazione della casa coniugale sulla base dei rientri per pochi giorni della figlia - iscritta all’università in un’altra città - durante le sole vacanze natalizie, pasquali ed estive.

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Al minore deve essere garantito il mantenimento dei legami affettivi con il “genitore sociale”.

La sentenza n. 506/2019 del Tribunale di Como affronta un tema delicato come quello del “genitore sociale”. Nello specifico, il caso vede coinvolti una bambina in minore età, la madre biologica e il “padre sociale”.

La decisione in argomento si segnala perché il “genitore sociale” viene addirittura privilegiato a quello biologico nella scelta del collocamento. Avendo le consulenze, espletate in corso di causa, rivelato delle fragilità psichiche della signora e adeguate risorse genitoriali per il marito, il Tribunale ha infatti affidato la bimba ai servizi sociali disponendo che abiti con il papà, ciò con l’obiettivo di “tutelare il legame da lui positivamente instaurato con la piccola, legame consolidato nel tempo che ha per così dire compensato le carenze dell’altro genitore, assicurando alla minore (collocata presso di lui sin dal 2014) benessere psicologico e serenità nel suo percorso di crescita; né costituisce valore di rilevanza costituzionale assoluta la preminenza della verità biologica rispetto allo status di figlio (cfr. Cass. 5653/12)”.

L’ultimo aspetto di interesse, oltre che un po’ sorprendente, è che al genitore sociale è fatto obbligo di mantenere direttamente la bimba, mentre alla madre soltanto di concorrere al 50% delle spese di cura, istruzione ed educazione.

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Suicidio assistito: la Consulta ritiene non punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio.

Ha fatto molto discutere la sentenza del 24.9.2019 della Consulta con la quale “La Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

La Corte subordina la possibilità di ricorrere alla “morte a comando” “al rispetto delle modalità previste sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua”, nonché “alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente”.

Queste ultime condizioni, precisa la Consulta, si sono rese necessarie “per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018”. Pur ormai con questi vincoli, la Corte continua ad auspicare “un indispensabile intervento del legislatore”.

Immancabili, vista la delicatezza del tema, le reazioni alla predetta sentenza, che non accennano ad attenuarsi. Secondo la Conferenza episcopale italiana “Si può e si deve respingere la tentazione - indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia”.

Di parere contrario rispetto alla Conferenza episcopale italiana è invece Marco Cappato, il tesoriere dell’associazione radicale Luca Coscioni che aveva dato vita al procedimento, il quale, nel febbraio del 2017, aveva accompagnato in una clinica svizzera che eroga il suicidio assistito Fabiano Antoniani, cieco e tetraplegico a seguito di un incidente stradale. Ed era stato sempre lui, una volta ritornato a Milano, ad autodenunciarsi ai Carabinieri per creare il caso giuridico e mediatico. “Ora siamo tutti più liberi”, è il suo commento a caldo.

Forti perplessità anche tra i medici. Il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, dichiara "Quello che chiediamo ora al Legislatore è che chi dovesse essere chiamato ad avviare formalmente la procedura del suicidio assistito, essendone responsabile, sia un pubblico ufficiale rappresentante dello Stato e non un medico".

Secondo la Senatrice Binetti, poi, "Il rischio è che una narrazione molto giocata sui casi pietosi, che meritano tutta la nostra sensibilità, diventerà una prassi che servirà a inaugurare un'epoca in cui sarà possibile aggirare i criteri dettati dalla Corte".

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Responsabilità medica: la ragionevole, umana certezza.

La Corte di Cassazione nella sentenza numero 37767/2019 ribadisce le modalità attraverso le quali svolgere l’accertamento di nesso causale tra il danno lamentato da un paziente e il comportamento del medico: la regola di giudizio da seguire è quella della ragionevole, umana certezza. Ricordiamo i due parametri per procedere all’accertamento: 1- la probabilità statistica e 2-le contingenze nel caso concreto. La condanna, quindi, può essere pronunciata solo se "il dato probatorio acquisito lasci fuori soltanto eventualità che, pur astrattamente formulabili e prospettabili come possibili in rerum natura, siano remote".

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Responsabilità medica: grava sulla clinica l’onere di provare la colpa del medico.

La Corte di Cassazione, nella recentissima sentenza numero 24167/2019, afferma che la clinica convenuta in giudizio da un paziente per risarcimento del danno, ed essendo responsabile in solido con il medico di cui intende far valere la responsabilità, ha l’onere di provare che quanto accaduto, sia riconducibile esclusivamente all’imperizia del sanitario. Il caso prevedeva l’azione di regresso di una clinica nei confronti di un medico chirurgo, e la Corte D’Appello aveva posto in capo al sanitario di provare la corresponsabilità della clinica, violando così il principio dell’onere della prova.

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E’ nullo il licenziamento ritorsivo per la prolungata assenza del lavoratore per malattia.

La Corte di Cassazione sez. Lav. Con sentenza n. 23583 del 23 settembre 2019 ha stabilito che è nullo il licenziamento intimato per ritorsione al lavoratore che si sia assentato per un lungo periodo, ma occorre che l’intento ritorsivo datoriale abbia avuto efficacia determinativa esclusiva della volontà di recedere dal rapporto di lavoro dovendosi escludere altri fattori idonei a giustificare il licenziamento.

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Responsabilità indiretta dell’imprese di assicurazioni.

La Corte di Cassazione, sez. III, con sentenza n. 23973 del 26 settembre 2019 ha sostenuto che la responsabilità indiretta dell’impresa di assicurazioni per l’atto illecito del sub-agente ricorre quando il suo inserimento nell’impresa abbia agevolato o reso possibile tale attività e sia stata realizzata nell’ambito e coerentemente alle finalità dell’incarico conferito, in modo da far ritenere al terzo in buona fede che l’attività posta in essere per la consumazione dell’illecito, rientrasse nell’incarico affidato alla società mandante.

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Ricettazione compatibile con la causa di giustificazione dell’esercizio del diritto di cronaca

La Corte di Cassazione con sentenza 17 settembre 2019, n. 38277 ha affermato che la causa di giustificazione di cui all’art 51 c.p. è compatibile con il diritto di ricettazione, accogliendo la tesi difensiva secondo cui erroneamente i giudici di merito non avevano riconosciuto la causa di giustificazione dell’esercizio di un diritto di due giornalisti, ritenuti colpevoli del reato di ricettazione di un CD rom contenente telefonate illecitamente registrate ed utilizzate per un servizio giornalistico, nonostante l'unico fine fosse la pubblicazione di un articolo.

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Separazione e assegno di mantenimento: l’apprezzamento di fatti e prove è sottratto al sindacato di legittimità.

La Cassazione civile con ordinanza del 26 settembre 2019 n. 23999 ribadisce che la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso in Cassazione conferisce al giudice di legittimità la sola facoltà di controllo circa la correttezza giuridica e la coerenza logico-formale, non il potere di riesaminare l’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio.

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La risoluzione è l'unico strumento con il quale i creditori possono liberarsi di tutti gli effetti prodotti dal concordato.

I debiti concordatari possono fondare la dichiarazione di fallimento dell'impresa della quale sia stato omologato il concordato preventivo solo a seguito della risoluzione del concordato.

(Corte App. Firenze, 16.5.2019)

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Il patto di compensazione è opponibile indipendentemente dal fatto che il debito dell'istituto di credito sia divenuto liquido ed esigibile dopo la domanda di concordato.

Il patto di compensazione stipulato contestualmente al deposito dei titoli acquistati presso la banca ed a garanzia del credito derivante dal finanziamento da questa concesso al debitore ammesso alla procedura è opponibile indipendentemente dal fatto che il debito dell'istituto di credito sia divenuto liquido ed esigibile dopo la domanda di concordato. 

(Cass. civ., sez. I ord., 10.4.2019, n. 10091).

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La prededuzione dei crediti opera anche tra procedure concorsuali consecutive.

Il fenomeno della consecuzione funge da elemento di congiunzione tra procedure distinte e consente di traslare dall'una all'altra procedura la precedenza procedimentale in cui consiste la prededuzione, facendo sì che la stessa valga non solo nell'ambito in cui è maturata, ma anche nell'altro che alla prima sia conseguito. Tale il principio di diritto espressamente enunciato dal giudice di legittimità in una recente pronuncia.

(Cass. civ., sez. I, 11.6.2019, n. 15724).

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IVA: data a decorrere dalla quale si può emettere la nota di credito in presenza di un concordato preventivo con continuità aziendale.

L'Agenzia delle Entrate, con la risposta ad istanza di interpello del 18 dicembre 2018, n. 113, ha resi nuovi chiarimenti in merito alla tempistica per l'emissione delle note di variazione IVA nel caso di società sottoposta alla procedura di concordato preventivo con continuità aziendale. Il piano prevedeva: 

- la focalizzazione dell'attività sui prodotti con maggiori margini di guadagno; 

- la liquidazione di beni che non erano più funzionali allo svolgimento dell'attività ridefinita; 

- la suddivisione in tre classi dei creditori chirografari, con diverse percentuali di soddisfacimento dei relativi crediti.

Per effetto del concordato, sarebbe rimasta insoddisfatta una parte dei crediti vantati dai creditori chirografari nei confronti della società assoggettata alla procedura di concordato (falcidia dei crediti). L'Agenzia delle Entrate ha specificato che le note di variazione devono essere emesse dai creditori chirografari (i cui crediti sono stati falcidiati) dal momento in cui il piano di riparto viene portato a compimento (dies a quo). Inoltre, l'Agenzia delle Entrate ha specificato che le note di variazione devono essere emesse dai creditori chirografari (i cui crediti sono stati falcidiati) dal momento in cui il piano di riparto viene portato a compimento (dies a quo). Pertanto, l'emissione della nota di variazione emessa decorsi i termini per poter esercitare il diritto alla detrazione di cui all'art. 19, comma 1, D.P.R. n. 633/1972, non legittima l'emittente alla detrazione e non obbliga alla registrazione chi la riceve. 

(Interpello 18 dicembre 2018, n. 113).

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Non riconosciuta la deducibilità degli oneri se il contribuente non provvede a trasmettere la dichiarazione di esecuzione delle opere con attestazione del loro costo.

Non può essere riconosciuta la deducibilità degli oneri se il contribuente non provvede a trasmettere la dichiarazione di esecuzione delle opere con attestazione del loro costo. La Cassazione ha precisato che l'art. 1, comma 1, lett. d), del D.M. n. 41 del 1998 prevede che il contribuente, per potersi avvalere, nei limiti previsti, della deducibilità degli oneri sostenuti per interventi di ristrutturazione edilizia debba tra l'altro trasmettere, per i lavori il cui importo complessivo supera la somma di € 51.645,69, dichiarazione di esecuzione dei lavori con indicazione del loro costo, sottoscritta da un soggetto iscritto negli albi degli ingegneri, architetti e geometri, ovvero da altro soggetto abilitato all'esecuzione degli stessi. L'art. 4 del D.M. citato dispone, poi, che la detrazione non è riconosciuta in caso di violazione di quanto previsto all'art. 1, commi 1 e 2. Non può essere riconosciuta la deducibilità degli oneri, pertanto, se il contribuente non provvede a trasmettere la dichiarazione di esecuzione delle opere con attestazione del loro costo.

(Cass. civ., sez. V, 11 luglio 2019, n. 18611).

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Il ritardo del conduttore nella riconsegna della cosa locata legittima soltanto la condanna generica al risarcimento del danno da occupazione.

Il mero ritardo del conduttore nella riconsegna della cosa locata legittima soltanto la condanna generica al risarcimento del danno da occupazione; ogni differente danno, sia esso derivante da danneggiamento dell'immobile o da perdita di opportunità di vendita-locazione, deve essere adeguatamente provato.

(Cass. civ., sez. III, 16 luglio 2019, n. 18946)

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In caso di pluralità di locatori il singolo può agire al fine di ottenere il rilascio dell'immobile.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 17933 del 4 luglio 2019, ha stabilito che in caso di pluralità di locatori ciascuno di essi gode di pieni poteri gestori. In difetto di prova contraria, il singolo può agire al fine di ottenere il rilascio dell'immobile, dovendosi pertanto escludere la necessità di integrazione del contraddittorio.

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Il pignoramento delle quote di proprietà dell'immobile determina l'automatica cessazione di efficacia del contratto di locazione.

Il pignoramento di alcune quote di proprietà dell'immobile determina l'automatica cessazione di efficacia del contratto di locazione. La Corte di Cassazione con sentenza del 19 luglio 2019, n. 19522 ha precisato che la comune volontà dei comproprietari locatori, in ipotesi diretta a consentirne l'eventuale rinnovazione, si sarebbe dovuta necessariamente formare previa autorizzazione del giudice dell'esecuzione.


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Anche il condomino danneggiato dalle infiltrazioni d'acqua paga pro quota i lavori di riparazione.

Secondo la Corte di Appello di Catania (sentenza del 4 giugno 2019, n. 1273) anche "il condomino danneggiato dalle infiltrazioni d'acqua paga pro quota i lavori di riparazione in quanto comproprietario della stessa corte comune e come tale corresponsabile, al pari degli altri condomini, della manutenzione della stessa corte comune". Qualora, quindi, si debba procedere alla riparazione del cortile o viale di accesso all'edificio condominiale, che funga anche da copertura per i locali sotterranei di proprietà esclusiva di un singolo condomino, ai fini della ripartizione delle relative spese non si può ricorrere ai criteri previsti dall'art. 1126 c.c., ma si deve, invece, procedere ad un'applicazione analogica dell'art. 1125 c.c., il quale costituisce ipotesi particolare del principio generale dettato dall'art. 1123, comma 2, c.c.

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Sequestro dei beni intestati a persona estranea al reato.

In tema di reati tributari, nel caso di sequestro preventivo per equivalente avente ad oggetto beni formalmente intestati a persona estranea al reato, incombe sul giudice una pregnante valutazione sulla disponibilità effettiva degli stessi. A tal fine, è necessaria la prova, con onere a carico del Pubblico Ministero, della riferibilità concreta degli stessi all'indagato. 

(cfr. Cass. Pen., 2 luglio 2019, n. 28583).

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Conferimento d'azienda e successiva cessione totalitaria delle partecipazioni.

Ai fini dell'imposta di registro, l'operazione di conferimento d'azienda e successiva cessione totalitaria delle partecipazioni, posti in essere dal contribuente e unitariamente considerati, non comporta il conseguimento di un vantaggio d'imposta indebito e quindi non è abusiva.

(Agenzia delle entrate, risp. 18 giugno 2019, n. 196).

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Il diritto di difesa dei genitori nel procedimento di dichiarazione di stato di adottabilità verso le relazioni degli assistenti sociali.

Con ordinanza n. 1883/2019 la Cassazione ha stabilito che nel procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità di un minore le relazioni degli assistenti sociali e degli psicologi, ancorché non asseverate da giuramento, costituiscono, nel quadro dei rapporti informativi, degli accertamenti e delle indagini da compiere in via sommaria e secondo il rito camerale, indizi sui quali il giudice può fondare il proprio convincimento e la cui valutazione non comporta violazione del diritto di difesa dei genitori.

(Cass. civ., Sez. I, Ord., 23.1.2019, n. 1883).

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Sequestro preventivo annullabile solo in caso di sgravio dell'Amministrazione finanziaria

Non è possibile disporre o mantenere il sequestro preventivo, in caso di annullamento della cartella esattoriale da parte della Commissione Tributaria, con sentenza anche non definitiva, e di correlato provvedimento di "sgravio" da parte dell'Amministrazione finanzia in quanto il provvedimento di sgravio dell'Agenzia delle entrate produce l'effetto estintivo del debito erariale.

(cfr. Cass. Pen., 2 luglio 2019, n. 28575).

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Il procedimento di adottabilità in cui il minore non sia assistito da un legale è nullo.

Con l'ordinanza n. 12020/2019 la Cassazione ha stabilito che il procedimento volto all'accertamento dello stato di adottabilità deve svolgersi, fin dalla sua apertura, con l'assistenza legale del minore, il quale ne è parte, e, in mancanza di una disposizione specifica, sta in giudizio a mezzo di un rappresentante legale ovvero, se sussista conflitto di interessi, di un curatore speciale, soggetti cui compete la nomina del difensore tecnico.

(Cass. civ., Sez. I, Ord., 7.5.2019, n. 12020).

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Il diritto di impugnazione della delibera assembleare del rappresentante comune.

L'art. 2347, co. 1 c.c. (secondo cui "…nel caso di comproprietà di un'azione, i diritti dei comproprietari devono essere esercitati da un rappresentante comune…"), in quanto diretto ad assicurare un corretto e trasparente svolgimento dei rapporti tra società e comunisti, comporta che il diritto di impugnazione della delibera assembleare spetti esclusivamente al rappresentante comune.

(cfr. Trib. di Roma, sez. specializzata in materia di impresa, 3 luglio 2018).

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Coppie coniugate e coppie conviventi sono equiparate anche nel caso del ricongiungimento familiare.

Il TAR di Reggio Calabria, con decisione del 10 maggio 2019 n. 231, ha affermato che l'equiparazione tra coppie coniugate e quelle conviventi deve ritenersi sussistente anche nel caso del ricongiungimento familiare, anche quando richiesto da un appartenente al Corpo dell'Arma dei Carabinieri, in quanto siffatto istituto è diretto a rendere effettivo il diritto all'unità della famiglia: tale diritto si esprime nella garanzia della convivenza del nucleo familiare e, pur nel silenzio della L. n. 76/2016, può essere invocato non solo dai coniugi e dai soggetti uniti civilmente, ma anche dai conviventi di fatto.

(TAR Reggio Calabria, 10 maggio 2019, n. 231)

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Domanda di scioglimento dell'unione civile e mancato invio della raccomandata e della formale dichiarazione innanzi all'Ufficiale dello Stato Civile.

In tema di accoglimento della domanda di scioglimento dell'unione civile, il Tribunale adito può deliberare la predetta domanda pur in difetto di invio della raccomandata e della formale dichiarazione innanzi all'Ufficiale dello Stato Civile, nel caso in cui l'attore abbia notificato il ricorso introduttivo del giudizio al partner, abbia ribadito in sede di udienza presidenziale la propria volontà di sciogliere il vincolo e tra la fase presidenziale e quella in cui viene emesso il provvedimento definitivo sia trascorso un lasso di tempo pari o superiore a tre mesi.

(Tribunale Civile di Novara, 5 luglio 2018, Presid. Lamanna - Est. Iaquinta)

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La formazione di una famiglia di fatto.

La formazione di una famiglia di fatto costituisce espressione di una scelta di vita esistenziale e consapevole, con assunzione del rischio della cessazione del rapporto, rescindendo ogni collegamento con il tenore ed il modello di vita legati al coniugio e quindi escludendo la solidarietà post-matrimoniale dell'altro coniuge.

(Tribunale di Como, Ord. 12 aprile 2018, Est. Montanari)

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Il rifiuto della moglie ad intrattenere rapporti intimi con il marito e l'addebito della separazione.

Non è addebitabile alla moglie la separazione della coppia se il rifiuto della stessa ad intrattenere rapporti intimi con il marito è causato da circostanze oggettive che ostacolano la normale vita di coppia, come ad esempio una malattia o l'atmosfera opprimente instaurata in casa dal marito.

(Cassazione Civile, Sez. VI, Ord. 15 febbraio 2019, n. 4653)

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Linea guida per l'assegno di divorzio.

Il contrasto giurisprudenziale venutosi a creare conseguentemente al differente orientamento assunto di recente dalla Corte di Cassazione è stato chiarito dalle SS.UU. con la sentenza dell'11 luglio 2018 n. 18287.

Secondo la Corte, il riconoscimento dell'assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale e in pari misura compensativa e perequativa, richiede l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi o comunque dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l'applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma di cui all'art. 5, comma 6, della L. n. 898/1970, e successive modifiche, i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e dell'età dell'avente diritto (funzione assistenziale).

All'assegno va poi riconosciuta una funzione compensativa perequativa che conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate. Da qui ne consegue che la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita familiare, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall'ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi.

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IL RISARCIMENTO DEL DANNO DA DIFFAMAZIONE.

Il nostro codice penale parla di “diffamazione” all’art 595, dicendo che per diffamazione si intende una condotta che mira ad offendere l’altrui reputazione, bene giuridico tutelato dal nostro ordinamento. Il reato di ingiuria prevede sempre l’offesa alla reputazione di qualcuno ma, al contrario della diffamazione, vi è una minore offensività del fatto poiché la persona offesa è presente e quindi può difendersi. L’insulto della diffamazione invece è molto più subdolo poiché si consuma in assenza della persona offesa, pertanto la pena sarà maggiore.

La “Diffamazione a mezzo stampa” ex art 595.3 c.p. costituisce la forma aggravata del reato di diffamazione, tenendo conto della notevole diffusività del mezzo, l’offesa è condotta a un numero indeterminato di soggetti, la norma prende in considerazione la stampa periodica (giornali, settimanali ecc), quella non periodica (libri ecc.) e quella clandestina.

Ma al reato di diffamazione a mezzo stampa, si accosta il “diritto di cronaca e di critica” sancito dall’art 21 della Costituzione. La Sentenza n.5259/1984 della Corte di Cassazione “Il decalogo del giornalista” disciplina l’esercizio di questo diritto rispettando nel contempo il bene giuridico della reputazione. Infatti, affinchè il diritto di cronaca non integri il reato di diffamazione occorrono tre condizioni:

1) la verità della notizia pubblicata= i fatti come sono accaduti e i fatti come sono narrati.
2) l’interesse pubblico alla conoscenza del fatto (c.d. pertinenza) = impone che notizie e fatti riportati abbiano un concreto interesse per l’opinione pubblica, non necessariamente intesa nella sua totalità.
3) la correttezza formale nella esposizione (c.d. continenza) = consiste nella forma civile dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione, cioè non eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire.

Come agire in caso di lesione da diffamazione?

Dopo la sentenza sopracitata è stato riconosciuto ai soggetti diffamati il diritto di tutelare la propria reputazione in sede civile senza necessità di attivare l’azione penale. Il soggetto offeso ha il diritto al risarcimento del danno, a prescindere dalla circostanza che il fatto lesivo integri o meno un reato, poiché ai fini risarcitori è del tutto irrilevante che il fatto sia stato commesso con dolo o con colpa. La condotta in questo caso integrerà l’illecito civilistico di cui. all’art. 2043 c.c e quindi si risolverà in un’attività che ha causato un danno ingiusto: bisogna specificare però che costituisce illecito civile ove la lesione del diritto all’identità personale avviene mediante distorsione dell’effettiva identità personale o alterazione, travisamento, offuscamento del patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, ideologico, professionale, mentre si ritiene sussistente il reato di diffamazione ex art 595 c.p. quando, invece, alla lesione si pervenga mediante offesa alla reputazione.

Liquidazione del danno.

L’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano, ha pubblicato, i criteri orientativi per la liquidazione del danno che sono:

 -la notorietà del diffamante, carica pubblica o ruolo istituzionale o professionale ricoperto dal diffamato;

-la natura della condotta diffamatoria condotte reiterate, intensità dell’elemento psicologico in capo all’autore della diffamazione (se vi sia animus diffamandi, se il dolo sia eventuale);

-il mezzo con cui è stata perpetrata la diffamazione e relativa diffusione, eventualmente anche con edizione on line del giornale

-la risonanza mediatica suscitata dalle notizie diffamatorie imputabile al diffamante(es. falso scoop con la consapevolezza di avvio di campagna stampa diffamatoria, ovvero notizia data ad agenzia tipo Ansa che la diffonde universalmente), natura ed entità delle conseguenze sull’attività professionale e sulla vita del diffamato, se siano evidenziati profili concreti di danno o meno, reputazione già compromessa (es. ampio coinvolgimento in procedimento penale), limitata riconoscibilità del diffamato (es. foto di spalle, mancata indicazione del nome), ampio lasso temporale tra fatto e domanda giudiziale, rettifica successiva e/o spazio dato a dichiarazioni correttive del diffamato o rifiuto degli stessi, pubblicazione della sentenza.

L’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano ha in sostanza, individuato, cinque tipologie di diffamazione a cui ha parametrato la liquidazione equitativa del danno:

·         Diffamazione di tenue gravità, con un danno liquidabile nell’importo da euro 1.000,00 ad euro 10.000,00: la diffamazione di tenue gravità si ha in presenza dei seguenti elementi: limitata/assente notorietà del diffamante, tenuità dell’offesa considerata nel contesto fattuale di riferimento, minima/limitata diffusione del mezzo diffamatorio, minimo/limitato spazio della notizia diffamatoria, assente risonanza mediatica, tenue intensità elemento soggettivo, intervento riparatorio/rettifica del convenuto.

·         Diffamazione di modesta gravità, con danno liquidabile da euro 11.000,00 ad euro 20.000,00. La diffamazione di modesta gravità, ricorre in presenza dei seguenti elementi: limitata notorietà del diffamante, limitata diffusione del mezzo diffamatorio, modesto spazio della notizia diffamatoria.

·         Diffamazione di media gravità, con danno liquidabile da euro 21.000,00 ad euro 30.000,00. La diffamazione di media gravità, ricorre in presenza dei seguenti elementi: media notorietà del diffamante, significativa gravità delle offese attribuite al diffamato sul piano personale/professionale, uno o più episodi diffamatori, media/significativa diffusione del mezzo diffamatorio, eventuale pregiudizio al diffamato sotto il profilo personale e professionale, natura eventuale del dolo.

·         Diffamazione di elevata gravità, con danno liquidabile da euro 31.000,00 ad euro 50.000,00.La diffamazione di elevata gravità, elevata notorietà del diffamante, ricorre in presenza dei seguenti elementi: uno o più episodi diffamatori di ampia diffusione (diffusione su quotidiano/trasmissione a diffusione nazionale), notevole gravità del discredito e eventuale rilevanza penale/disciplinare dei fatti attribuiti al diffamato, eventuale utilizzo di espressioni dequalificanti/denigratorie/ingiuriose, elevato pregiudizio al diffamato sotto il profilo personale, professionale e istituzionale, risonanza mediatica della notizia diffamatoria, elevata intensità elemento soggettivo.

·         Diffamazioni di eccezionale gravità, con un danno liquidabile in importo superiore ad euro 50.000,00.

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LE QUOTE DI PROPRIETÀ DI UN IMMOBILE SOTTOPOSTE A PIGNORAMENTO DETERMINANO LA CESSAZIONE DEL CONTRATTO DI LOCAZIONE

La Corte di Cassazione con sentenza del 19.07.2019 n 19522 ha precisato che la volontà comune dei comproprietari locatori, si sarebbe dovuta necessariamente formare previa autorizzazione del giudice dell'esecuzione per consentirne l’eventuale rinnovazione in caso di pignoramento di alcune quote di proprietà dell’immobile.

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DEQUALIFICAZIONE PROFESSIONALE DEL LAVORATORE E VALUTAZIONE EQUITATIVA DEL DANNO

La Corte di Cassazione in una recente ordinanza n.16595 20.6.2019, cassando con rinvio la pronuncia impugnata, ha ribadito che in sede di determinazione del danno da dequalificazione professionale del lavoratore, i criteri di valutazione equitativa, scelti dal giudice, devono consentire una valutazione adeguata e proporzionata, in modo tale da ristorare il pregiudizio effettivamente subito dal danneggiato.

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LA MAGGIORE ETÀ DELL’ADOTTANDO

Se durante il procedimento per l’adottabilità l’adottando raggiunge la maggiore età, il processo si estingue per cessazione della materia del contendere perché il risultato del procedimento non è più conseguibile.

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LEGITTIMAZIONE AL RISARCIMENTO DEL DANNO

L’art. 82 GDPR dispone che il risarcimento del danno riguardi i danni "materiali e immateriali",ricalcando la formulazione inglese “material or non-material damage” e richiamando il concetto di “danno patrimoniale” e “danno non patrimoniale”. Questo articolo prevede che il legittimato passivo sia in primo luogo il titolare del trattamento coinvolto nelle operazioni di trattamento, ma l’elemento innovativo concerne il riconoscimento della legittimazione passiva anche in capo al responsabile del trattamento. Bisogna specificare però che il responsabile è tenuto al risarcimento quando: 1) ha agito in modo difforme o contrario alle istruzioni impartite dal titolare del trattamento violando l’obbligo contrattuale, 2) quando il titolare ha violato gli obblighi posti a suo carico dal GDPR.

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Le quote di proprietà di un immobile sottoposte a pignoramento determinano la cessazione del contratto di locazione.

La Corte di Cassazione con sentenza del 19.07.2019 n 19522 ha precisato che la volontà comune dei comproprietari locatori, si sarebbe dovuta necessariamente formare previa autorizzazione del giudice dell'esecuzione per consentirne l’eventuale rinnovazione in caso di pignoramento di alcune quote di proprietà dell’immobile.

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Dequalificazione professionale del lavoratore e valutazione equitativa del danno.

La Corte di Cassazione in una recente ordinanza n.16595 20.6.2019, cassando con rinvio la pronuncia impugnata, ha ribadito che in sede di determinazione del danno da dequalificazione professionale del lavoratore, i criteri di valutazione equitativa, scelti dal giudice, devono consentire una valutazione adeguata e proporzionata, in modo tale da ristorare il pregiudizio effettivamente subito dal danneggiato.

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Assegno divorzile: pur in presenza di un evidente divario economico tra i coniugi non sussiste il diritto all’assegno qualora tale disparità non possa essere ricondotta ad alcun apprezzabile sacrificio compiuto dalla richiedente durante la vita matrimonia

Secondo il Tribunale di Milano (sentenza n. 6665/2019), le condizioni economiche e patrimoniali dei coniugi non costituiscono più il punto di riferimento principale per l’attribuzione del diritto a un assegno di mantenimento, poiché le stesse rilevano solo ove eziologicamente connesse al contributo di ciascuno nel corso della vita matrimoniale. L’eventuale e rilevante squilibrio tra le posizioni economico-patrimoniali dei coniugi, quindi, non solo non è condizione necessaria e sufficiente al riconoscimento dell’assegno, ma deve anche essere riferibile a scelte fatte in conseguenza del matrimonio o all’interno di esso.

Più precisamente, non sussiste il diritto all’assegno di divorzio – pur in presenza di un evidente divario economico tra i coniugi – qualora tale disparità non possa essere ricondotta ad alcun apprezzabile sacrificio compiuto dalla richiedente durante la vita matrimoniale (Trib. Treviso, 8 gennaio 2019, ivi). Tale conclusione si giustifica in quanto all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate (App. Genova, 1 marzo 2019, ivi).

(Tribunale di Milano, sentenza 5 luglio 2019, n. 6665)

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Alienazione parentale.

L’alienazione parentale (anche detta Sindrome da alienazione parentale PAS) secondo il Dott. Richard Gardner, è il risultato di una programmazione dei figli da parte di uno dei due genitori (genitore alienante) che porta i figli a rappresentare un rifiuto nei confronti dell’altro genitore (genitore alienato). È una dinamica psicologica disfunzionale che si manifesta nei figli minori durante le separazioni dei genitori caratterizzate da conflittualità, ed è inoltre un concetto molto usato nei contenziosi legali di separazione. Questa condotta ha lo scopo di lacerare il rapporto con l’altro genitore, facendo leva sulla limitata capacità di discernimento del minore, ed è in netto contrasto con l’art 337 ter c.c. che così recita “Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale (…) La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all'istruzione, all'educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.” L’alienazione parentale però è compiuta anche attraverso la strumentalizzazione del diniego del figlio e la costruzione di “realtà virtuali familiari”. Tale condotta ostruzionistica protratta conduce a recidere il rapporto con l’altra figura genitoriale, la cui presenza è fondamentale per la crescita ed educazione del minore. Sia la figura materna che quella paterna possono rappresentare il “genitore alienante” ma l’Avvenire in un articolo dell’anno 2017 sostiene come nel 90 per cento dei casi siano i padri a subire l’alienazione da parte delle madri. Al momento della separazione genitoriale si tende ad affidare i figli ad entrambi i genitori, si parla infatti di bigenitorialità, introdotta con L. n. 54/2006, che prevede il mantenimento economico e morale del figlio da parte di entrambi i genitori. Il genitore alienante può incorrere in varie conseguenze giuridiche se disattende i provvedimenti definiti dall’autorità giudicante: infatti vi è la possibilità che vengano modificate le condizioni riguardanti il collocamento del figlio e nei casi più gravi può essere disposto l’affidamento esclusivo presso il genitore alienato e il risarcimento del danno subito. Inoltre il genitore alienante può essere condannato ai sensi dell’art 388, 2 c.p. per mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice e ai sensi dell’art 572 c.p. per maltrattamenti contro familiari o conviventi.

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In fase di attuazione di un piano urbanistico, il vicino può fare ricorso per bloccare i lavori..

È stato stabilito dal Consiglio di Stato nella Sentenza 4233/2019 che “la lesione di un interesse o di un diritto deve essere direttamente collegata agli atti adottati dall’Amministrazione”, infatti il vicino che si sente danneggiato in fase di attuazione di un piano urbanistico, può fare ricorso per bloccare i lavori.

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La figura dell'Avvocato Istruttore.

La figura dell’Avvocato Istruttore è una novità che potrebbe avere un effetto incisivo nel processo civile infatti è deputato a raccogliere confessioni e dichiarazioni in fase di negoziazione assistito, con la possibilità di utilizzare tali mezzi di prova nel successivo giudizio. È una figura volta ad alleggerire il carico di lavoro del giudice ma non è apprezzato dall’Associazione nazionale magistrati poiché si vedrebbero privati di questo compito. L’Anm infatti sostiene che l'attività di ammissione ed espletamento dei mezzi di prova è ineliminabile infatti è una parte dell'attività giurisdizionale che ha ad oggetto l'accertamento dei fatti che concorrono alla decisione e che, pertanto, devono poter essere governati dal giudice terzo ed imparziale sin dalla loro preliminare selezione in punto di ammissibilità e rilevanza.

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Il coniuge superstite non ha diritto di abitazione se separato.

L’art. 540, comma 2, sancisce che “al coniuge del defunto sia riservato il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare, nonché quello di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni.” Ma la Corte di Cassazione, seconda sezione civile, nell’ordinanza n. 15277/ 2019 ha ritenuto questo diritto non spettante al coniuge superstite qualora sia precedentemente intervenuta una separazione legale dal de cuius: infatti non vi è un’effettiva esistenza, al momento dell'apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare, evenienza che non ricorre allorché sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi dopo la separazione.

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Principio di continuità affettiva.

La Corte Costituzionale con ordinanza n. 4524/ 2019 ha stabilito che non è impugnabile con ricorso in Cassazione, il provvedimento tramite il quale il Tribunale per i Minorenni regolamenta gli incontri tra gli affidatari e i minori adottandi abbinati ad altra coppia in violazione del principio di continuità affettiva.  Questo principio infatti pone al centro il minore e il rapporto affettivo continuato e stabile nel tempo è un bene prezioso che il legislatore non può non tutelare.

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Art 2477 c.c. in tema di SRL

L’art 2477 modificato ex art. 2-bis, D.L.18 aprile 2019, n. 32, convertito in L. 14 giugno 2019, n. 55, dice che la nomina dell’organo di controllo o del revisore è obbligatoria se la società:

a)       è tenuta alla redazione del bilancio consolidato;

b)       controlla una società obbligata alla revisione legale dei conti;

c)       ha superato per due esercizi consecutivi almeno uno dei seguenti limiti: 1) totale dell'attivo dello stato patrimoniale: 4 milioni di euro; 2) ricavi delle vendite e delle prestazioni: 4 milioni di euro; 3) dipendenti occupati in media durante l'esercizio: 20 unità.

L'obbligo di nomina dell'organo di controllo o del revisore di cui alla lettera c) del secondo comma cessa quando, per tre esercizi consecutivi, non è superato alcuno dei predetti limiti.

L'assemblea che approva il bilancio in cui vengono superati i limiti su indicati deve provvedere, entro trenta giorni, alla nomina dell'organo di controllo o del revisore. Se l'assemblea non provvede, alla nomina provvede il Tribunale su richiesta di qualsiasi soggetto interessato o su segnalazione del conservatore del registro delle imprese.

Si applicano le disposizioni dell'art. 2409 c.c. (denunzia al Tribunale) anche se la società è priva di organo di controllo.


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Separazioni e divorzi: agevolazioni e esenzioni fiscali.

La Commissione Tributaria della Regione Liguria accoglie il ricorso di un notaio a cui è stato richiesto il pagamento dell'imposta di registro in seguito a un trasferimento immobiliare avvenuto in virtù di un accordo di separazione, perché formalizzato a 22 anni di distanza. Per l'Agenzia delle Entrate il contribuente non ha diritto all'esenzione a causa dell'intento elusivo del rinvio e della prescrizione dell'accordo. La CTR Liguria però non è d'accordo non solo perché dal rinvio del trasferimento formale il contribuente non ottiene alcun beneficio fiscale, ma anche perché la prescrizione non può essere invocata da un soggetto diverso a quello nel cui interesse è prevista.


La Commissione però non è d'accordo, non solo perché non rileva un intento elusivo da parte degli ex coniugi, poiché il rinviare il trasferimento immobiliare su cui era è raggiunto l'accordo in sede di separazione di fatto non produce alcun beneficio dal punto di vista fiscale, ma anche perché l'eccezione del termine di prescrizione può essere sollevata solo dalla parte nel cui interesse è posta e non dall'Amministrazione tributaria.

(Ctr Liguria sentenza 437-2019)

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Gli atti di nascita formati all'estero di minori nati da surrogacy non sono trascrivibili nel nostro ordinamento.

Con la decisione n. 12193 depositata il giorno 8 maggio 2019, le Sezioni Unite hanno stabilito che gli atti di nascita formati all'estero di minori nati da surrogacy non sono trascrivibili nel nostro ordinamento perché contrari all'ordine pubblico, tuttavia non viene esclusa la possibilità di conferire rilievo al rapporto genitoriale mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici quali l'adozione in casi particolari prevista dall'art. 44, comma 1, lett d), L. n. 184 del 1983.

Il processo di armonizzazione tra gli ordinamenti, di cui costituisce espressione il riferimento ai valori giuridici condivisi dalla comunità internazionale, non esige la realizzazione di un’assoluta uniformità nella disciplina delle singole materie, spettando alla discrezionalità del legislatore l'individuazione degli strumenti più opportuni per dare attuazione a quei valori, compatibilmente con i principi ispiratori del diritto interno, senza che ciò consenta di declassare automaticamente a mera normativa di dettaglio le disposizioni a tale fine adottate. In tal senso depongono gli artt. 64 e ss della legge n. 218 del 1995, i quali nel disciplinare l'ingresso nel nostro ordinamento di atti e provvedimenti formati all'estero non prevedono affatto il recepimento degli istituti ivi applicati, così come sono disciplinati dagli ordinamenti di provenienza, ma si limitano a consentire la produzione dei relativi effetti, nella misura in cui gli stessi risultino compatibili con la nozione di ordine pubblico.

(C. civ., S.U., 8.5.2019, n. 12193)

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È legittima l'assegnazione della casa familiare nella quale la famiglia non vi abbia abitato in precedenza.

Secondo la I Sezione Civile della Corte di Cassazione è legittima l'assegnazione della casa familiare alla madre collocataria della minore, in esecuzione di una pattuizione convenzionale tra gli ex coniugi, in base alla quale le parti, intendendo assicurare una stabile dimora per la figlia minore, hanno destinato a tale scopo un'abitazione diversa da in cui in precedenza aveva abitato il nucleo familiare.

La separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale - il consenso reciproco a vivere separati, l'affidamento dei figli, l'assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti - ed un contenuto eventuale, che trova solo occasione nella separazione, costituito da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all'instaurazione di un regime di vita separata, tanto che "in relazione a questi ultimi, detti patti non sono suscettibili di modifica (o conferma) in sede di ricorso "ad hoc" ex art. 710 c.p.c. o anche in sede di divorzio, la quale può riguardare unicamente le clausole aventi causa nella separazione personale, ma non i patti autonomi, che restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell'art. 1372 c.c. Va altresì ricordato che i patti di separazione in tanto possono essere omologati in quanto siano conformi ai superiori interessi della famiglia.

(Cass. civ., Sez. I, 7.5.2019, n. 12023)

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E' ammissibile la prova per testimoni per dimostrare l'esistenza di un testamento smarrito?

La prova testimoniale per gli atti per i quali è richiesta la forma scritta, o ad substantiam o ad probationem, è ammessa solo dopo che sia acquisita la prova di una serie di circostanze di fatto preliminari, quali: a) l'esistenza del documento; b) il suo contenuto, onde controllare la sua validità formale e sostanziale; c) la prestazione di ogni possibile diligenza, tipica del buon padre di famiglia, nella custodia del documento ovvero di una condotta priva di elementi di imprudenza e di negligenza, nel caso di perdita; d) l'evento naturale o imputabile a terzi, che abbia determinato la perdita del documento. In caso di sparizione di un presunto testamento, è dunque necessario rispettare la condizione di cui all'art. 2724 c.c., n. 3, interpretando la sua formula nel senso che, dove si parla di contraente, deve intendersi richiamato l'interessato alla ricostruzione del testamento (che nella specie è sicuramente anche il ricorrente, in quanto largamente beneficiato dall'atto), il quale, ove sia stato in possesso del documento, deve dimostrare di essere incolpevole in ordine al suo smarrimento, mentre nel caso in cui egli non sia stato custode della scheda, il suo onere probatorio riguarda, oltre al fatto di non averla mai posseduta, anche la circostanza che egli non fosse particolarmente tenuto a procurarsene la detenzione, pertanto di non essere stato in colpa circa il fatto di non averla posseduta.

(Cass. civ. Sez. II, 30/04/2019, n. 11465)

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Fornitura di gas interrotta. L'amministratore è responsabile se non agisce contro i condomini morosi.

Non basta la morosità di alcuni condomini per escludere la responsabilità dell'amministratore verso il condominio in caso di interruzione della fornitura di gas condominiale. L'amministratore, per andare esente da responsabilità, deve, infatti, dimostrare la mancanza in cassa del denaro per corrispondere quanto dovuto all'azienda fornitrice del gas e di essersi attivato tempestivamente, anche per via giudiziale, per il recupero degli oneri condominiali non pagate, in base ai poteri che la legge gli conferisce.


(Tribunale di Roma, 15 maggio 2018, n. 9877)

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Responsabilità civile derivante da sinistro stradale: quando il conducente è persona diversa dal proprietario del veicolo.

A norma dell’art. 2054 c.c. “Il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.”. Il terzo comma dell’articolo citato prevede poi che “Il proprietario del veicolo (..) è responsabile in solido col conducente, se non prova che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà.” Dunque la responsabilità civile derivante da sinistro stradale prevede l’obbligo di risarcire il danno prodotto a persona o cosa dalla circolazione del veicolo, ad eccezione che non si provi di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. La norma prosegue definendo la responsabilità del conducente e del proprietario del veicolo come solidale, salvo che quest’ultimo dimostri che la circolazione sia accaduta senza il suo consenso. Invero, per escludere la responsabilità solidale del proprietario, è necessario che lo stesso dimostri che la circolazione sia avvenuta contro la sua volontà. In particolare, non è sufficiente dimostrare che la condotta sia avvenuta semplicemente a sua insaputa. “Tale volontà contraria deve desumersi da un concreto ed idoneo comportamento ostativo, specificamente inteso a vietare ed impedire la circolazione del veicolo ed estrinsecatosi in atti e fatti rivelatori della diligenza e delle cautele allo scopo adottate”[1] [2]. A tal proposito al proprietario che non voglia incorrere nella responsabilità da sinistro stradale condotto da terzo, è richiesto l’utilizzo di alcune misure in grado di prevenire ed impedire concretamente la circolazione del veicolo a terzi quale ad esempio l’attenta custodia delle chiavi. La Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi su di un caso analogo a quello descritto, ha ritenuto non potersi escludere la responsabilità del proprietario in solido con il conducente, poichè il proprietario dell’autovettura custodiva le chiavi in luogo noto e pertanto accessibile a tutti[3].



[1] Cassazione civile, Sez. VI-3, ordinanza n. 1820 del 29 gennaio 2016. 
[2] Costante giurisprudenza (Cass. 14.7.2011 n. 15478; Cass., sez. 3, 07-07-2006, n. 15521; Cass., sez. 3, 01-08-2000, n. 10027; Cass., Sez. 3, 17-10-1994, n. 8461; Cass., 12-04-1990, n. 3138; Cass., 14-12-1989, n. 5601; Cass., 18-11-1987, n. 8495; Cass., 17-05-1982, n. 3038; Cass. 25.9.1979 n. 4945; Cass. 13.10.1975 n. 3299; Cass. 14.2.1975 n. 591; Cass. 13.12.1974 n. 4260; Cass. 15.11.1972 n. 3406; Cass. 29.10.1971 n. 3062; Cass. 30.1.1968 n. 300; Cass. 23.6.1964 n. 1635). [3] Cassazione civile, Sez. VI-3, ordinanza n. 1820 del 29 gennaio 2016.

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L'assegno divorzile nella nuova sentenza del 23 Aprile 2019 n. 11178 della Corte di Cassazione.

Successivamente al dibattito (dottrinale e giurisprudenziale) acceso dalla sentenza della Cassazione n. 11504/2017, la stessa Corte, con l'intervento nomofilattico della sentenza dell’11 luglio 2018 n.18287 (a Sezioni Unite) ha sancito che, al fine di stabilire se, ed eventualmente in quale entità, debba riconoscersi l’invocato assegno divorzile, il giudice: a) procede alla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali delle parti; b) qualora risulti l’inadeguatezza dei mezzi del richiedente, o, comunque, l’impossibilità di procurarseli per ragioni obiettive, deve accertarne rigorosamente le cause e, in particolare, se quella sperequazione sia, o meno, la conseguenza del contributo fornito dal richiedente medesimo alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno dei due, con sacrificio delle proprie aspettative professionali e reddituali, in relazione all’età dello stesso e alla durata del matrimonio; c) quantifica l’assegno rapportandolo non al pregresso tenore di vita familiare, né al parametro dell’autosufficienza economica, ma in misura tale da garantire all’avente diritto un livello reddituale adeguato al contributo sopra richiamato.

Ciò premesso, con sentenza del 23 Aprile 2019, n. 11178, la Corte, in considerazione del fatto che l’applicazione di tale nuova regola giuridica comporta la valorizzazione di aspetti fattuali non considerati dalla vecchia regola sostituita, perché irrilevanti, ha cassato con rinvio la sentenza impugnata con conseguente vincolo per il giudice ad quem di attenersi alla nuova regola e ferma restando la possibilità di rimettere le parti nei poteri di allegazione e prove conseguenti al dictum delle Sezioni Unite.

(Cassazione civile, sez. I, 23 Aprile 2019, n. 11178. Est. Campese)

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L'audizione del minore nei procedimenti di famiglia secondo Giuseppe Buffone (Magistrato).

L'audizione dei minori, già prevista nell'articolo 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, è divenuta un adempimento necessario, nelle procedure giudiziarie che li riguardino, ed in particolare in quelle relative al loro affidamento ai genitori, ai sensi dell'articolo 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la L. n. 77 del 2003, e dell'articolo 155-sexies c.c., introdotto dalla L. n. 54 del 2006 (v. oggi art. 336-bis c.c.), salvo che l'ascolto possa essere in contrasto con gli interessi superiori del minore. Costituisce, pertanto violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto che non sia sorretto da espressa motivazione sull'assenza di discernimento che ne può giustificare l'omissione, in quanto il minore è portatore d'interessi contrapposti e diversi da quelli del genitore, in sede di affidamento e diritto di visita e, per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale. 

L'audizione del minore infradodicenne capace di discernimento può avvenire direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l'esame manifestamente superfluo o in contrasto con l'interesse del minore. 

L'ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età minore ove capace di discernimento, costituisce una modalità, tra le più rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonché elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse, anche se le sue dichiarazioni non vincolano il giudice nell'adozione dei provvedimenti nel superiore interesse del minore.

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Assegno di divorzio all'ex secondo equità.

La Corte di Cassazione, prima sezione civile, con la sentenza n. 13415/2019 ha respinto il ricorso della ex moglie che aveva contestato l'ammontare dell'assegno come fissato dal giudice di merito. In particolare, l'assegno era stato determinato dalla Corte territoriale in via equitativa in ragione di una serie di parametri, ovvero: del disequilibrio dei redditi delle parti e dell'incapacità della donna, coniuge più debole, di continuare a godere del tenore di vita su cui si fondava l'unione matrimoniale; della percezione da parte della ricorrente di una retribuzione mensile di 700 euro; della cessazione del godimento della ex casa familiare; dell'eta dei coniugi; della durata del matrimonio e del contributo dato della richiedente alla famiglia. 

Il Collegio spiega che vale il principio per il quale "l'esercizio del potere discrezionale di determinazione in via equitativa dell'ammontare dell'assegno di divorzio, espressione del più generale potere di cui all'art. 115 c.p.c., dà luogo non già a un giudizio di equità, che a norma dell'art. 114 c.p.c. attiene alla decisione nel merito della controversia e presuppone sempre una concorde richiesta delle parti, ma a una decisione adottata secondo le norme di diritto, alla stregua della normativa vigente e quindi caratterizzata dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva o integrativa, destinata come tale, in applicazione di parametriche, a determinare del primo importo, con la conseguenza che la sentenza pronunciata dal giudice nell'esercizio di tale potere non è ricorribile in cassazione per violazione di legge ai sensi dell'art. 114 c.p.c. ove adottata in difetto di concorde richiesta delle parti (cfr. Cass., n. 21103/2013). 
La Corte d'Appello ha dunque riconosciuto l'assegno divorzile in corretta applicazione delle norme di diritto come sostenute dalla più autorevole affermazione della Cassazione, per poi provvedere a integrarne il quantum facendo ricorso all'equità integrativa.

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Niente mantenimento se la ex è giovane e il matrimonio dura poco.

La Cassazione, nell'ordinanza n. 13902/2019, ha dichiarato inammissibile il ricorso, condividendo le conclusioni a cui è giunta la sentenza oggetto d'impugnazione. Per la Corte d'Appello infatti sono diversi i fattori che le hanno fatto ritenere di non dover riconoscere l'assegno di mantenimento alla ex moglie. La giovane età della donna, lo svolgimento di un'attività lavorativa, la breve durata del matrimonio e l'assenza di prove in relazione al tenore di vita goduto in costanza dello stesso fanno ritenere che alla stessa non spetti l'assegno di mantenimento.

Per la Cassazione, dunque, la motivazione della sentenza d'Appello risulta essere "puntuale, coerente e perfettamente idonea a consentire di individuare il procedimento logico-giuridico che ne costituisce fondamento …. che, infatti, la corte di merito, nel negare al coniuge l'assegno di mantenimento, ha tenuto conto della effettiva capacità di produrre reddito dell'odierna ricorrente (la quale verosimilmente svolge attività lavorativa ed è di giovane età); del tenore di vita goduto dai coniugi durante la convivenza familiare (restando indimostrato il suo carattere elevato), nonché dalla oggettivamente breve durata della coabitazione...".

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L'infedeltà e l'abbandono del tetto coniugale non sono sufficienti a far scattare l'addebito se il partner che lo richiede non dimostra che hanno determinato la crisi di coppia.

La Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con l'ordinanza n. 14591/2019 ha ribadito che grava sul coniuge che richiede l'addebito della separazione, contestando al partner l'abbandono del tetto coniugale e l'infedeltà, l'onere di dimostrare che tali comportamenti hanno determinato la crisi di coppia. Queste violazioni dei doveri coniugali, infatti, non sono di per sè sufficienti a far scattare l'addebito se il giudice rileva che la coppia fosse già precedentemente in crisi.

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L'ex perde l'assegnazione della casa familiare se la figlia torna solo nel weekend.

La Cassazione, con ordinanza n. 11844/2019, respinge il ricorso di una mamma in cui contesta la revoca dell'assegnazione della casa familiare e la riduzione del contributo al mantenimento per la figlia maggiorenne. Gli Ermellini motivano la loro decisione precisando che ai fini dell'assegnazione occorre che il figlio del genitore assegnatario dell'abitazione familiare viva stabilmente in essa, requisito che viene meno se torna a casa solo nei week end. In questo caso non si può parlare infatti di convivenza, ma di mera ospitalità.
Per la Corte occorre considerare come "La nozione di convivenza rilevante agli effetti dell'assegnazione della casa familiare comporti la stabile dimora del figlio presso l'abitazione di uno dei genitori, con eventuali, sporadici allontanamenti per brevi periodi e con esclusione, quindi della ipotesi di saltuario ritorno presso detta abitazione per i fine settimana, ipotesi nella quale si configura invece il rapporto di mera ospitalità; deve pertanto sussistere un collegamento stabile con l'abitazione del genitore, benché la coabitazione possa non essere quotidiana, essendo tale concetto compatibile con l'assenza del figlio anche per periodi brevi per motivi di studio o di lavoro, purché egli vi faccia ritorno regolarmente appena possibile, quest'ultimo criterio, tuttavia, deve coniugarsi con quello della prevalenza temporale dell'effettiva presenza, in relazione ad una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese)."

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Tribunale di Rieti: divieto alla nuova partner di un padre divorziato di condividere sui social network le foto dei figli di quest’ultimo senza il consenso dei genitori.

Con ordinanza del 7 marzo 2019, il Tribunale di Rieti proibisce alla nuova partner di un padre divorziato di condividere sui social network le foto dei figli di quest’ultimo senza il consenso dei genitori.

Nel caso oggetto del provvedimento, una donna aveva pubblicato a più riprese, sia sul proprio profilo Facebook che su altri social network, le foto dei figli del compagno, nati dal precedente matrimonio di quest'ultimo. La pubblicazione era avvenuta sia prima che dopo il divorzio del compagno dalla madre dei minori e, anzi, era proseguita nonostante l’espresso inserimento nelle condizioni del divorzio congiunto della seguente clausola: “la pubblicazione di fotografie dei figli minori sui social network sarà consentita esclusivamente ai genitori e non a terze persone, salvo consenso congiunto di entrambi”. Da ultimo, fallite le ripetute diffide e le richieste di cessare la pubblicazione delle foto (peraltro, spesso accompagnate da commenti offensivi proprio nei confronti della madre dei minori), l’ex moglie si rivolgeva al Tribunale per ottenere un provvedimento cautelare che inibisse il comportamento, ritenuto pregiudizievole per i figli. Il Giudice monocratico di Rieti accoglieva in toto il ricorso, ritenendo sussistenti entrambi i presupposti della tutela cautelare, cioè rispettivamente il fumus boni iuris e il periculum in mora. In particolare, il Tribunale reatino osserva che tali requisiti, nel particolare ambito della pubblicazione e divulgazione, a mezzo social network, di immagini e dati riguardanti soggetti minori, devono essere valutati “tenendo conto di elementi quali l’a – territorialità della rete, che consente agli utenti di entrare in contatto ovunque, con chiunque, spesso anche attraverso immagini e conversazioni simultanee, nonché la possibilità, insita nello strumento, di condividere dati con un pubblico potenzialmente mondiale e globalizzato, per un tempo non circoscrivibile”.

Inoltre, l’ordinanza in esame passa in rassegna quelle che, nel nostro ordinamento, sono le fonti della tutela della vita privata e dell’immagine dei minori: l’art. 10 del c.c. (concernente la tutela dell’immagine); il combinato disposto degli artt. art. 4 del codice privacy, art. 8 del codice privacy, 8 e art. 145 del codice privacy del D. Lgs. n. 196/2003 (concernenti la tutela della riservatezza dei dati personali); gli artt. 1 e 16 I co. della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20.11.1989, ratificata dall’Italia con legge n. 176/1991. Tale quadro normativo “tradizionale” si è recentemente arricchito per la necessità di far fronte all’evoluzione dei sistemi di diffusione delle immagini legate allo sviluppo della rete. Così, ad esempio, il Regolamento UE in materia di protezione dei dati personali n. 679/2016 (cosiddetto GDPR), prevede che: “i minori meritano una specifica protezione relativamente ai loro dati personali, in quanto possono essere meno consapevoli dei rischi, delle conseguenze e delle misure di salvaguardia interessate nonché dei loro diritti in relazione al trattamento dei dati personali”.

Inoltre, in tema di consenso, il medesimo GDPR stabilisce che il trattamento di dati personali del minore è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni; qualora, invece, il minore abbia un’età inferiore ai 16 anni, tale trattamento è lecito soltanto se e nella misura in cui il consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale, salva la facoltà per gli Stati membri di fissare con legge un’età inferiore (comunque non meno di 13 anni: in Italia tale limite è stato stabilito in 14 anni).

 Nel caso oggetto della pronuncia, la fondatezza della domanda in punto di fumus boni iuris deve considerarsi rafforzata proprio dalla menzionata condizione contenuta nell’accordo di divorzio, volta a impedire anche a terzi la condivisione di immagini dei figli minori senza il consenso congiunto di entrambi i genitori. Quanto al profilo del periculum in mora, il Tribunale di Rieti osserva: “l’inserimento di foto di minori sui social network deve considerarsi un’attività in sé pregiudizievole in ragione delle caratteristiche proprie della rete internet. Il web, infatti, consente la diffusione dati personali e di immagini ad alta rapidità, rendendo difficoltose ed inefficaci le forme di controllo dei flussi informativi ex post”. 

La diffusione sui social network delle immagini dei minori, come sottolinea la più recente giurisprudenza, “determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto on-line”, oltre all’ulteriore pericolo rappresentato “dalla condotta di soggetti che “taggano” le foto on-line dei minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare fra gli interessati, come ripetutamente evidenziato dagli organi di polizia”. In altri termini il pregiudizio per il minore, secondo la giurisprudenza formatasi in materia, è insito nella stessa diffusione della sua immagine sui social networks. 

Pertanto, in accoglimento del ricorso, il Tribunale ha condannato la responsabile delle condotte lesive alla rimozione dai propri profili social delle immagini relative ai minori, con il contestuale divieto della futura diffusione di tali immagini, in assenza del consenso di entrambi i genitori. Inoltre, l’ordinanza ha fissato anche, ai sensi dell’art. 614 bis del c.p.c. una somma di denaro per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine di rimozione nonché per ogni episodio di violazione dell’inibitoria, in favore dei minori in solido tra loro, da versarsi su conto corrente intestato ai minori stessi.

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Responsabilità medica: la Cassazione affronta il tema della prova del danneggiato e del danneggiante.

Con sentenza numero 5487/2019, la Cassazione ha analizzato nuovamente il tema del risarcimento del danno da responsabilità medica e, più in particolare, l'onere della prova a carico del danneggiato e del danneggiante.

Secondo i Giudici di Piazza Cavour colui che assume di essere stato danneggiato da un trattamento (od omesso trattamento) medico sanitario deve dimostrare la sussistenza del nesso di causalità tra l'insorgenza di una patologia (o il suo aggravamento) e la condotta del sanitario; mentre quest'ultimo - asserito danneggiante - deve invece dimostrare che la prestazione è stata resa impossibile da una causa imprevedibile e inevitabile.

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Contratto di locazione: valida la clausola con cui il conduttore si obbliga a farsi carico di ogni tassa, imposta ed onore.


Con la Sentenza n. 6882 dell'8.3.2019, La Cassazione ha ritenuto valida la clausola del contratto di locazione ad uso diverso da abitazione secondo la quale nel corso dell'intera durata del rapporto il conduttore si farà carico di ogni tassa, imposta e onere relativo al bene locato ed al contratto tenendo conseguentemente manlevato il locatore relativamente agli stessi, il quale sarà, invece, tenuto al pagamento delle tasse, imposte e oneri relativi al proprio reddito. 
Detta clausola non prevede un obbligo diretto del conduttore verso il fisco di pagamento delle imposte a vario titolo gravanti sull'immobile, bensì solo del pagamento dei relativi oneri nei confronti del locatore, non determinando detta pattuizione una traslazione in capo al conduttore delle imposte gravanti sull'immobile a carico del proprietario, ma la mera integrazione del canone di locazione dovuto. 
La clausola va intesa come prevedente una ulteriore voce o componente costituente integrazione del canone locativo, concorrendo a determinarne l'ammontare complessivo a tale titolo dovuto dal conduttore.

(Cass. civ. Sez. Unite, 08/03/2019, n. 6882)

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Parental sharing: giurisprudenza in tema di suddivisione paritetica della frequentazione tra genitori separati e figli minori.

In tema di separazione e divorzi, è sempre più voga il termine “parental sharing”, ovverosia suddivisione paritetica della frequentazione tra genitori separati e figli minori, in luogo del collocamento prevalente presso il padre o presso la madre.

Di recente il Tribunale di Catanzaro ha avuto modo di trattare, in modo articolato, la questione, dapprima esaminando i provvedimenti in tema di collocamento paritario dei minori e la lettura scientifica sull’argomento e poi ripercorrendo il percorso della legislazione e della giurisprudenza in materia.

In particolare, il Decreto n.443/2019 ha dato atto che la giurisprudenza italiana dell’ultimo decennio ha preferito la formula dell’affido condiviso della prole, ma con una tendenza a prevedere il collocamento prevalente presso uno dei due genitori, in barba alla riforma apportata dalla L. n.56/2006. A fronte di una shared legal custody, quindi, permane – di fatto - una sole physical custody.

Concludendo, il Tribunale di Catanzaro afferma che il collocamento dei figli presso entrambi i genitori con tempi paritetici è preferibile laddove ve ne siano le condizioni di fattibilità, tenendo sempre in considerazione le caratteristiche del caso concreto.

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Assegno di divorzio: dietrofront della Cassazione che ritorna al principio del “tenore di vita”

Con l’ordinanza n. 4523 del 14 febbraio 2019 la Prima sezione della Corte di Cassazione ha stabilito che ai fini della determinazione dell’assegno di divorzio in favore dell’ex moglie deve applicarsi il principio del “tenore di vita goduto in costanza di matrimonio”.

Con questa ordinanza, infatti, la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Catania che a sua volta aveva confermato la sentenza di primo grado in cui era stato liquidato un assegno di divorzio in favore della moglie guardano alle concrete condizioni personali della resistente che si trovava alla soglia dei sessanta anni, priva di attività lavorativa e di possibili prospettive lavorative future visto l’attuale mercato del lavoro e sprovvista altre fonti di reddito.

Con tale pronuncia la Cassazione si distanzia dalla nota sentenza 11504 del 2017 in cui aveva abbracciato il principio secondo cui l’assegno di divorzio deve prescindere dal tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

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Anche in caso di convivenza more uxorio si deve applicare l’azione di arricchimento dell’art. 2041 cc.

Con l’ordinanza n. 4659 del 15 febbraio 2019 la Sesta Sezione della Corte di Cassazione ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Torino che aveva condannato un uomo alla restituzione della somma di 25.000,00 che la ex convivente aveva investito in un immobile intestato al solo convenuto e costruito con il notevole contributo economico dell’attrice.

In tale ordinanza si richiamano espressamente altri precedenti giurisprudenziali che già avevano chiarito che si configura “l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente “more uxorio” nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza - il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto - e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza (Cass. n. 11330/2009; cfr. anche Cass. n. 1277/2014 e Cass. n. 14732/2018)”.

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I potenziali incrementi di reddito incidono anche sulla somma di mantenimento per i figli

Con l’ordinanza n. 5449 del 25 febbraio 2019 la Sesta sezione della Corte di Cassazione ha nuovamente confermato che l’incremento dei redditi di un professionista genitore non affidatario consente una rideterminazion dell’assegno di mantenimento in favore della prole.

Infatti, secondo quanto previsto dall’art. 147 c.c., i figli conservano il diritto a mantenere un tenore di vita il più possibile corrispondente a quello vissuto in famiglia prima della separazione o del divorzio.

Il giudice di merito dovrà quindi prima analizzare le risorse che la famiglia ha destinato ai figli e, successivamente, il singolo apporto che ciascun genitore potrà e dovrà fornire ai figli a seguito della separazione o del divorzio.

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Affidamento condiviso dell'animale domestico.

Il Tribunale di Sciacca, con ordinanza del 19 febbraio 2019, ha applicato per il cane di una coppia separata le norme previste per l'affido dei figli. Ha infatti stabilito che l'animale starà una settimana con la moglie ed una settimana con il marito. 

Il Tribunale riconosce che "il sentimento per gli animali costituisce un valore meritevole di tutela, anche in relazione al benessere dell’animale stesso". Quindi legittima l’applicazione dei paletti previsti dalla legge per l’affidamento dei figli, alla luce della "mancanza di accordi condivisi" tra i coniugi e a fronte di una evidente lacuna normativa per quanto riguarda gli animali collocati all’interno di una famiglia in crisi.

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La volontà della figlia di non incontrare il padre è irrilevante ai fini dell’assegno di mantenimento.

In caso di separazione, la volontà della figlia di non incontrare il padre non interferisce, in termini economici, col fatto che il ricorrente non vada incontro ad alcun diretto esborso o ad alcuna cura in favore della stessa. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-1, sentenza 30 gennaio 2019, n. 2735.

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Illecito (disciplinare) sportivo e reato: dare una testata all’avversario durante la partita di calcetto è reato se il gioco è fermo.

La sentenza della Cassazione penale n. 3144, del 23 gennaio 2019, consente di affermare che l’utilità sociale dello sport diviene relativa e soccombe di fronte a condotte volontarie poste al di fuori di un collegamento funzionale tra evento di danno e competizione sportiva ovvero sproporzionate e neppure finalizzate al risultato sportivo ma gratuitamente aggressive. Quando il gioco è fermo non può giustificarsi alcun fatto di aggressione, poiché in quel momento l’ansia agonistica non può consentire il raggiungimento, con quella modalizzazione, di alcun risultato "sportivo". In particolare, secondo la Cassazione, "non è applicabile la scriminante del rischio consentito, nè tantomeno quelle dell'esercizio del diritto o del consenso dell'avente diritto, qualora, come nella specie, l'imputato colpisca l'avversario con una testata al di fuori di un'azione ordinaria di gioco, trattandosi di dolosa aggressione fisica per ragioni avulse dalla peculiare dinamica sportiva, considerato che nella disciplina calcistica l'azione di gioco è quella focalizzata dalla presenza del pallone ovvero da movimenti, anche senza palla, funzionali alle più efficaci strategie tattiche (blocco degli avversari, marcamenti, tagli in area ecc.) e non può ricomprendere indiscriminatamente tutto ciò che avvenga in campo, sia pure nei tempi di durata regolamentare dell'incontro (Sez. 5, n. 42114 del 04/07/2011, B., Rv. 251703; Sez. 5, n. 33275 del 28/03/2017, Sansica, Rv. 270498)".

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L'ascolto del minore.

Il termine ascolto risale al XV secolo: ascoltare, significa: porgere, prestare, dare attenzione, dare retta. La nozione è il mondo giuridico è nuova perché l’adempimento era guardato con sospetto in quanto si riteneva che l’audizione fosse traumatizzante ed eccessivamente responsabilizzante per il minore, che era considerato per di più inattendibile, in quanto il suo racconto, spesso alterato da fantasie, può essere condizionato dagli adulti e dalle dinamiche affettive. Solo le nuove acquisizioni delle scienze umane, trafuse poi in importanti documenti internazionali, hanno posto l’ascolto tra i bisogni primari del bambino, anche nei procedimenti giudiziali.

Secondo i nuovi principi il minore ha ora il diritto di essere informato, per quanto possibile, di ogni passaggio procedimentale, perché possa rendersi conto di ciò che accade intorno a lui ed esprimere, entro i suddetti limiti, la sua opinione, così partecipando alla elaborazione di decisioni che incidono profondamente sulla sua vita e sulle sue relazioni familiari.

Alcuni riferimenti alla necessità dell’ascolto del minore erano già presenti nelle leggi : Convenzione europea sul rimpatrio dei minori, sottoscritta all’Aja nel 1970; nella Convenzione europea sul riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia di affidamento dei minori e di ristabilimento dell’affidamento, Lussemburgo 1980; nella Convenzione sugli aspetti civili della sottrazione internazionale di minori, Aja 1980. Ancora, il principio dell’ascolto è stato formalmente introdotto e solennemente proclamato da alcune importanti convenzioni internazionali: la fondamentale Convenzione ONU di New York del 1989; Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, Strasburgo 1996; Carta dei diritti fondamentali dell’Unione di Nizza del 2000; Carta dei diritti fondamentali della UE, Strasburgo 2007.

La legislazione italiana si è progressivamente adeguata al principio sovranazionale dell’ascolto, fino a recepirlo pienamente con le novelle del 2012 e 2013.  Nell’ordinamento italiano le norme cardini in merito all’ascolto sono gli artt. 315bis c.c. e 336 bis c.c.

Grande rilievo sul tema assume la Carta di Noto. Premettendo che si rende necessario valutare la capacità del minore di elaborare le informazioni, il contesto di relazioni familiari ed extrafamiliari, con opportuno aiuto di scienze pedagogiche, psicologiche e sessuologiche al fine di poter parlare di attendibilità.

La sopra menzionata Carta di Noto, aggiornata nel 2017, espone le linee guida per l’esame del minore. Il punto 8 di tale Carta riporta: “Durante l’intervista va verificato se il minore ha raccontato in precedenza i presunti fatti ad altre persone e con quali modalità.”.

Il punto 14 invece riporta: “In sede di accertamento dell’idoneità è necessario chiarire e considerare le circostanze e le modalità attraverso cui il minore ha narrato i fatti a familiari, operatori sociali, Polizia Giudiziaria ed altri soggetti”.

La Carta di Noto evidenzia la necessità di analizzare le dichiarazioni rese dal minore considerando le modalità attraverso le quali il medesimo ha narrato i fatti ai familiari, alla Polizia Giudiziaria, all’Autorità Giudiziaria e ad altri soggetti, tenuto conto di sollecitazioni e modalità di racconto, se la narrazione fosse spontanea o sollecitata e fino a che punto sollecitata da parte di figure di rilievo come un genitore o un parente, nonché dal contenuto delle primissime dichiarazioni rilasciate.

Al punto 18 invece, la Carta di Noto riporta: “Non esistono segnali psicologici, emotivi e comportamentali validamente assumibili come rilevatori o “indicatori” di una vittimizzazione. Non è scientificamente fondato […]”.

Infine al punto 19: “Non è possibile diagnosticare un disturbo post-traumatico da stess o un disturbo dell’adattamento ricavandone l’esistenza dalla sola presenza di sintomi, i quali potrebbero avere altra origine”.

Possono influire sulle dichiarazioni dei minori altre circostanze, ovvero:

-          Allarmi generati solo dopo l’emergere di un’ipotesi di abuso;

-          Fenomeni di suggestione e di “contagio dichiarativo”;

-          Condizionamenti o manipolazioni anche involontarie.

Nonostante il giudice possa trarre il proprio convincimento in ordine alla responsabilità penale anche unicamente dalle dichiarazioni rese dalla persona offesa, sempre che sia sottoposta al vaglio positivo la sua attendibilità, senza la necessità di applicare le regole probatorie di cui all’art. 192 co. 3 e 4, c.p.p., è stato tuttavia precisato che nel caso di parte offesa dei reati sessuali di età minore è necessario che l’esame della credibilità sia onnicomprensivo e tenga conto di più elementi.

Benchè, il divieto di porre domande suggestive non operi a proposito delle domande poste dal giudice, non possono comunque essere poste domande nocive, dovendo essere salvaguardata la genuinità delle dichiarazioni e non compromessa l’attendibilità della loro fonte. Si deve inoltre tenere conto della problematicità connessa alla distanza cronologica tra il momento di verificazione dei fatti e quello in cui le persone offese vengono esaminate, con il conseguente onere per il giudice di una motivazione rafforzata che dia conto della inidoneità del distacco temporale ed incidere sull’attendibilità di tali dichiarazioni, in particolare in presenza di fattori di disturbo o comunque in grado di alterare il corretto ricordo dei fatti.

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Modificabilità delle condizioni di separazione: i "giustificati motivi".

In materia di assegno di mantenimento, i "giustificati motivi", la cui sopravvenienza consente di rivedere le determinazioni adottate in sede di separazione dei coniugi, sono ravvisabili nei fatti nuovi sopravvenuti, modificativi della situazione in relazione alla quale la sentenza era stata emessa o gli accordi erano stati stipulati, con la conseguenza che esulano da tale oggetto i fatti preesistenti alla separazione, ancorché non presi in considerazione in quella sede per qualsiasi motivo.

(Cassazione civile, sez. VI, 28 novembre 2017. Pres., est. Scaldaferri)

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Effetti dello scioglimento dell'unione civile.

Un primo profilo di particolare interesse, attiene alla possibilità di prevedere, in caso di scioglimento dell’unione civile, un assegno a titolo di contributo per il mantenimento del partner cd. “debole”, in virtù al principio della cd. Solidarietà post coniugale. Il comma 25 dell’art. 1 della legge n. 76 del 2016, si occupa delle possibili conseguenze di natura personale ed economica connesse alle reciproche aspettative che possano sorgere dopo la fine dell’unione civile.

Al partner più debole potrebbe essere riconosciuto, ove ne ricorrano le condizioni, esclusivamente il diritto agli alimenti a carico dell’altro, e non anche un più ampio diritto al mantenimento, oltre all’assegnazione della casa familiare.

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Ipotesi di scioglimento dell'unione civile.

La prima ipotesi di “scioglimento automatico” dell’unione civile è quella della morte o dichiarazione di morte presunta di una delle parti, prevista all’art. 1, comma 22, della legge n. 76/2016. Il comma 22 equipara espressamente all’evento morte la dichiarazione di morte presunta ai fini dello scioglimento automatico dell’unione civile. Va sottolineato che non si avrà causa di scioglimento dell’unione civile in caso di scomparsa di una delle parti né in caso di assenza dichiarata giudizialmente. Affinchè si abbia scioglimento, occorre che l’assenza segua la dichiarazione di morte presunta dell’assente. Solo in tale ipotesi, la parte successivamente, potrà contrarre nuova unione civile o matrimonio, avendo riacquistato il requisito della libertà di stato.

Le altre ipotesi di “scioglimento automatico dell’unione civile” riprendono la normativa in materia di divorzio. Ai sensi del comma 23, infatti, l’unione civile si scioglie anche nei casi previsti dall’art. 3, n. 1 e n.2, lettere a), c), d9 ed e), della legge n. 898 del 1970.

Il comma 24 dell’art. 1 disciplina lo scioglimento dell’unione civile per “volontà dichiarata” manifestata anche disgiuntamente dai suoi componenti. Il comma 24 prevede che gli uniti civilmente possono sciogliere la loro unione solo dopo che siano trascorsi almeno tre mesi dalla cd. Manifestazione delle volontà di scioglimento, espressa o dinnanzi all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza, ovvero del Comune di iscrizione della costituzione dell’unione civile. Il termine di tre mesi serve per consentire agli uniti di meditare sulla loro reale volontà di scioglimento dell’unione; sino a quando non sarà terminato l’iter previsto dalla normativa, infatti, vi sarà sempre spazio per un ripensamento o una conciliazione.

In caso di mancato accordo sullo scioglimento, la parte che intende sciogliere l’unione lo dovrà preventivamente comunicare all’altra parte, a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento, ovvero con altra forma di comunicazione parimenti idonea. Solo successivamente a questo adempimento la parte dovrà recarsi innanzi all’ufficiale di stato civile del comune ove l’unione è stata costituita per consegnare, da un lato, la prova dell’avvenuta previa comunicazione e dall’altro, per manifestare nuovamente in tale sede la sua volontà di procedere allo scioglimento dell’unione.

Al termine di tale procedura, e decorso un tempo minimo non inferiore a tre mesi, le parti potranno proporre disgiuntamente domanda di scioglimento utilizzando una delle seguenti procedure: giudiziale, innanzi al Tribunale ordinario, ai sensi della legge n. 898 del 1970 sul divorzio; amministrativa, innanzi all’ufficiale di Stato civile, ai sensi dell’art 12 della legge n. 162 del 2014; con negoziazione assistita dagli avvocati, ai sensi dell’art. 6 della legge n. 162 del 2014.

Detto ciò sembra potersi concludere che la dichiarazione di cui al comma 24 abbia effetti di natura meramente procedimentale e non anche di natura sostanziale. La mera dichiarazione infatti, non appare idonea a far venir meno il vincolo dell’unione civile, né la comunione legale tra gli uniti.

Gli uniti civilmente, possono concordemente e volontariamente concludere un accordo di scioglimento anche innanzi al Sindaco, quale ufficiale di stato civile del comune di residenza di uno di loro o del comune presso cui è stata costituita unione civile. In tal caso l’assistenza di un avvocato sarà meramente facoltativa. Tale procedura potrà essere utilizzata anche per concludere un accordo di modifiche delle condizioni di scioglimento dell’unione civile. Questo accordo non potrà però contenere patti di trasferimento patrimoniale, sarà invece possibile provvedere in tale sede un assegno di mantenimento a favore di una delle parti, quando ne ricorrano i presupposti di legge.

L’ufficiale di stato civile, quindi, in caso di accordo, riceverà da ciascuna delle parti personalmente la dichiarazione contenente la volontà di scioglimento della unione civile e provvederà alla relativa trascrizione nei registri dello stato civile; inoltre, in accordo con le parti, fisserà la data dell’atto e quella della sottoscrizione della conferma dell’accordo di scioglimento. Il periodo intercorrente tra le due date, non potrà essere inferiore a 30 giorni, durante i quali il sindaco dovrà svolgere idonei controlli sulla veridicità delle dichiarazioni ricevute. Raccolta la conferma dell’atto di scioglimento da parte degli uniti civilmente, procederà con gli adempimenti previsti dalla legge, compresa la comunicazione di variazione dello stato civile al comune di residenza delle parti. Qualora le parti o una di esse non si presenti il giorno fissato per la conferma dell’accordo di scioglimento, tale comportamento cd “diritto al ripensamento”, verrà inteso quale mancata conferma dell’accordo e di tale evento si prenderà atto mediante annotazione nei registri dello stato civile.

È necessario precisare che l’accordo di scioglimento concluso dalle parti innanzi all’ufficiale di stato civile produce gli stessi effetti dei provvedimenti giudiziali in materia. Nel caso in cui, al contrario, la dichiarazione di cui all’art. 1 co. 24 della legge n. 76/2016 sia unilaterale il sindaco potrà procedere con l’iscrizione solo nel caso in cui il dichiarante dia prova di aver informato l’altra parte della sua volontà di scioglimento mediante lettera raccomandata a.r., o altra forma di comunicazione parimenti idonea, inviata all’indirizzo di residenza, o in mancanza all’ultimo indirizzo noto.

Infine, nel caso di manifestazione di volontà di entrambi gli uniti ma in forma disgiunta, ai sensi dell’art 63 d.P.R. n. 396 del 2000, ai fini del computo dei termini dei tre mesi, decorsi i quali sarà possibile proporre domanda di scioglimento innanzi al tribunale competente, rileverà la dichiarazione previamente iscritta in seguito a valida informativa all’altra.

La volontà unilaterale di scioglimento dell’unione, rappresenta una “nuova” ipotesi di divorzio, in presenza della quale il giudice potrà solo prenderne atto, ferme restando le sue competenze ad adottare i provvedimenti susseguenti necessari.

Altra modalità per giungere allo scioglimento  dell’unione è l’utilizzo della negoziazione assistita per volontà delle parti, di cui alla legge n,162 del 2014, nel verbale della quale gli avvocati sono tenuti a dar atto di aver tentato di conciliare le stesse; in caso di mancata conciliazione una copia dell’accordo di scioglimento dell’unione - preventivamente trasmessa al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale competente il quale, quando non ravvisi la irregolarità, abbia comunicato agli avvocati delle parti il nulla osta – dovrà essere trasmessa, entro il termine perentorio di 10 giorni, all’ufficiale dello stato civile del comune davanti al quale era stata formulata la dichiarazione costitutiva dell’unione, in modo che si proceda alla relativa annotazione  e trascrizione nei registri dello stato civile. L’accordo raggiunto dalle parti inseguito a negoziazione assistita, produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali in materia.

Lo scioglimento dell’unione civile si può ottenere, anche tramite ricorso presentato innanzi al Tribunale del luogo in cui si trova l’ultima residenza comune degli uniti civilmente o, in mancanza, del luogo in cui il partner convenuto ha residenza o domicilio. La domanda di scioglimento, può essere presentata, con ricorso, anche disgiuntamente; al ricorso andrà allegata copia autentica della dichiarazione dio voler sciogliere l’unione civile iscritta nei registri dello stato civile.

In caso di domanda proposta da una sola parte nei confronti dell’altra, il ricorso deve contenere l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali la domanda è fondata. Il Presidente del Tribunale fisserà con decreto la data di comparizione delle parti innanzi a sé stesso e durante tale udienza esperirà il tentativo di conciliazione obbligatorio. Se quest’ultimo non ha esito positivo, il Presidente pronuncerà con ordinanza i provvedimenti temporanei ed urgenti che reputa necessari nell’interesse di entrambi i partner, li autorizzerà a vivere separati, nominerà il giudice istruttore e fisserà l’udienza di comparizione innanzi a quest’ultimo.

Il processo si conclude con sentenza che scioglie il vincolo dell’unione. La sentenza costitutiva dello scioglimento produce i suoi effetti con il passaggio in giudicato e deve essere annotata nei registri dello stato civile dall’ufficiale del comune in cui l’unione fu trascritta.

Un particolare caso di scioglimento automatico è presentato dall’art. 1 comma 26, in base al quale si può avere scioglimento per intervenuta sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso di una delle parti. Il comma 27 invece, disciplina la cd. Conversione del vincolo matrimoniale in unione civile, attribuendo ai coniugi la facoltà di optare per la trasformazione del vincolo giuridico in seguito a rettificazione del sesso di uno di essi. Da come si può notare, sussiste una disparità di trattamento tra unione civile e matrimonio dovuta al fatto che mentre i coniugi possono optare per una conversione del loro rapporto in unione civile nel caso di cambiamento di sesso di uno di essi, non è prevista l’ipotesi inversa per gli uniti civilmente.

 

 

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Lo scioglimento dell'unione civile.

Il riconoscimento giuridico delle coppie same sex nel nostro ordinamento ha comportato, l’emersione di un sistema dualistico che vede, accanto al matrimonio, l’affermazione dell’istituto dell’unione civile. Inevitabile il raffronto con il matrimonio, che rappresenta il modello da cui per prossimità o per differenza l’unione civile si taglia, marcando peculiarmente i suoi contorni.

Molteplici e significative appaiono le dissonanze tra matrimonio e unione civile con riferimento alla fase della cessazione della vita comune. Basti pensare che nel caso di crisi dell’unione non è previsto l’istituto della separazione: svanisce, la struttura bifasica dello scioglimento del rapporto matrimoniale. L’unico rimedio previsto per la crisi dell’unione civile è il divorzio.

La legge n.76/2016, realizza ciò che non si era riusciti a fare con la legge n.55/2015 sul cd. Divorzio breve.

Importante è la circostanza in base alla quale l’unione civile si scioglie per “volontà dichiarata” manifestata anche disgiuntamente. Il procedimento tracciato dal comma 24, appare particolare, atteso che: la procedura di scioglimento può avviarsi “decorsi tre mesi dalla data di manifestazione di volontà di scioglimento dell’unione”. Si materializza una sorta di “divorzio immediato” in cui non è previsto alcun dovere di motivazione: in particolare, non va dedotta la intollerabilità della convivenza.

Non solo “dissonanze” ma anche qualche “assonanza”. A tal proposito, gli effetti patrimoniali del divorzio delle coppie dello stesso sesso sono gli stessi previsti dalla legge per coniugi. Pertanto dopo lo scioglimento al partener spetta l’assegno divorzile, assistito dalle garanzie di legge e modificabile al sopravvenire di giustificati motivi, la pensione di reversibilità una quota dell’indennità di fine rapporto.

Anche in materia di unione civile, la violazione dei doveri di lealtà ed assistenza morale e materiale potrà comportare un danno ingiusto risarcibile ex artt. 2043 e 2059 c.c. Diversamente dai coniugi, per gli uniti civilmente, la mancata previsione del dovere di fedeltà, determina l’impossibilità di chiedere un risarcimento del danno endofamiliare basato su tale violazione.

 

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Delitti contro la morale familiare

L’art. 564 c.p. sancisce il delitto di incesto. Fattispecie posta al centro di una grande disputa. Da un lato, vi sono coloro che ne chiedono l’abrogazione o almeno la depenalizzazione, e dall’altro lato, vi è chi la difende quale presidio dell’istruzione familiare nel suo complesso.

Questa fattispecie si trova ad affrontare la sfida della mutata natura del fare famiglia. Non solo per il sentire sociale ma anche per il legislatore: se cambia la famiglia, cambia inevitabilmente anche la morale familiare da preservare quale oggetto di tutela.

La fattispecie in oggetto ha subito gli effetti delle recenti modifiche in tema di diritto di famiglia. Di rilievo nella rinnovata materia civilistica risulta essere il riconoscimento dei figli incestuosi. Dapprima con la legge 10 dicembre 2012, n. 219 e poi con il d. lgs 28 dicembre 2013, n. 154, è, infatti, stato modificato l’art. 251 c.c., con l’obiettivo di rendere la riconoscibilità dei figli nati da rapporti incestuosi non più un’ipotesi, ma la regola generale.

Occorre a questo punto interrogarsi sul rapporto tra riconoscimento del figlio incestuoso e responsabilità penale dei relativi genitori. Il genitore che chiede il riconoscimento del figlio finisce, per auto-accusarsi, esponendosi al rischio di un rimprovero penale, laddove dovesse ritenersi che la dichiarazione resa alle competenti autorità sia sufficiente ad integrare la predetta condizione.

Chi, ritiene che si tratti di elemento costitutivo del reato, non considera sufficiente la conoscenza all’esterno del rapporto, ma richiede che la conoscenza esterna della relazione derivi da un comportamento colpevole dei soggetti coinvolti, così escludendo che il mero riconoscimento, possa determinare l’avverarsi della condizione e quindi il presupposto per l’incriminazione.

Quanto infine, al rapporto tre le fattispecie in esame e le nuove forme di aggregati familiari che si vanno via via sempre più diffondendo nel tessuto sociale, va ricordato come l’incesto sia un esempio di reato proprio, potendo essere commesso solamente dai soggetti indicati in modo tassativo nell’art. 564 c.p.

Ne rimangono, quindi, esclusi tutti i rapporti nascenti dalle famiglie di fatto, sempre che non coinvolgano rapporti diretti di discendenza.

La punibilità dei coniugi protagonisti di una relazione incestuosa è subordinata al verificarsi del cd. Pubblico scandalo. Solo dove la relazione incestuosa sia di pubblico dominio si ritiene giustificabile l’intervento dell’Autorità Giudiziaria, lasciando invece impunite tutte quelle relazioni che rimangono nel segreto delle mura domestiche. Questa limitazione trova per i più giustificazione nella necessità di tutelare l’immagine esteriore della famiglia, evidentemente ormai già compromessa dalla diffusione delle voci popolari circa la relazione incestuosa: laddove invece, tali voci non si diffondano, sarà preferibile lasciare impuniti i colpevoli onde evitare gli effetti ancora più deleteri che sull’aggregato familiare genera il coinvolgimento in un procedimento penale. Ovviamente la valutazione circa il configurarsi del “pubblico scandalo” è rimessa all’interprete nel caso concreto.

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Il delitto di infanticidio


Il Codice Rocco tutela il bene della vita umana fin dal suo momento iniziale attraverso i delitti dell’omicidio e dell’infanticidio. Quest’ultima figura criminis, assurge a fattispecie criminosa autonoma in presenza dell’elemento specializzante delle condizioni.

La condotta prevista dall’art. 578 c.p. si realizza dal momento del distacco, naturale o indotto, del feto dall’utero materno, durante il parto se si tratta di un “feto!” o immediatamente dopo il parto se si tratta di un neonato. Si presuppone quindi, un dato cronologico: l’uccisione deve avvenire nella fase di passaggio tra il distacco del feto dall’alveo materno e il momento in cui il concepito acquista vita autonoma, oppure “immediatamente” dopo, fin quando però durino le condizioni di abbandono connesse al parto.

Qualora la condotta diretta a sopprimere il prodotto del concepimento sia posta in essere dopo il distacco del feto dall’utero materno, il fatto, in assenza dell’elemento specializzante delle condizioni di abbandono materiale e morale della madre, sancito dall’art. 578 c.p., configura il delitto di omicidio volontario di cui agli artt. 575 e 577, n.1, c.p.

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Ai fini del calcolo dell’assegno di mantenimento, vale il reddito netto o lordo?

Con l'ordinanza n. 651/2019 del 14.2.2019, la Corte di Cassazione, oltre a ricordare i criteri di calcolo dell’assegno divorzile e a ribadire le istruzioni fornite dalla sentenza delle Sezioni Unite pubblicata il mese di luglio 2018, chiarisce che la valutazione in ordine alle capacità economiche del coniuge obbligato ai fini del riconoscimento e della determinazione dell’assegno di mantenimento a favore dell’altro coniuge non può che essere operata sul reddito netto e non già su quello lordo, poiché, in costanza di matrimonio, la famiglia fa affidamento sul reddito netto ed ad esso rapporta ogni possibilità di spesa.

(Cass. ord. n. 651/19 del 14.1.2019)

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Riconoscimento del minore infrasedicenne.

Sul tema si è espressa la Suprema Corte con sentenza N.14/2003.

La Cassazione riporta: “In tema di riconoscimento di figlio naturale, l’art.250 cod. civ. che, nell’ipotesi di minore infrasedicenne, subordina la possibilità del secondo riconoscimento al consenso del genitore che detto riconoscimento ha già effettuato, dispone altresì che al compimento del sedicesimo anno il minore divenga titolare di un autonomo potere di incidere sul diritto del secondo genitore al riconoscimento stesso. Ne consegue che il raggiungimento da parte del minore della “maggiore età” ritenuta dal legislatore adeguata ad esprimere un mediato giudizio determina il venir meno della necessità del consenso del primo genitore al riconoscimento da parte dell’altro genitore e, in difetto, dell’intervento del giudice. (Nel caso di specie S.C., preso atto del compimento del sedicesimo anno del minore, ha dichiarato la cessazione della materia del contendere ed ha cassato senza rinvio la sentenza impugnata).”   

Ad oggi, la legge n.219 del 10.12.2012, ha modificato il comma 2 dell’art. 250: “il riconoscimento del figlio che ha compiuto quattordici anni non produce effetto senza il suo assenso”. Si evince come il tetto di età sia stato abbassato e come il principio giurisprudenziale abbia ceduto il passo alla legge.

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Il diritto di pernottamento del figlio con il padre

Con decreto datato il 5 settembre 2018 dal Tribunale di Trieste si era preso in considerazione il caso di una richiesta da parte del padre di pernottamento del figlio di tenera età presso di lui.

Nonostante la madre del bambino non fosse d’accordo con tale richiesta poiché reputava il figlio troppo piccolo e che potesse pernottare con il padre solo dopo aver compiuto il terzo anno di età, il Tribunale di Trieste con il provvedimento sopra citato ha deciso di accogliere la richiesta del padre ritenendo appunto che non ci siamo elementi di inadeguatezza dello stesso ad occuparsi del figlio anche se molto piccolo.

Richiesta questa che fu accolta tendendo conto comunque degli impegni lavorativi di entrambi i coniugi.

Nel caso in esame non avendo quindi le parti contestato le rispettive capacità genitoriali è stato ritenuto pacifico disporre l’affido condiviso del minore.

È stata presa questa decisione da parte del Tribunale ritenendo che il pernotto con entrambi i genitori favorisce e tutela il minore e il suo legame con gli stessi indipendentemente dalla separazione della coppia. Principio questo ribadito anche dall’art. 337-ter c.c in base al quale il figlio minore ha diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi. Tali provvedimenti sono presi quindi dal giudice nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole.

 

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Il diritto al risarcimento del danno al coniuge sopravvissuto.

La perdita del coniuge rappresenta uno strazio morale, portando anche se non sempre con se, un danno patrimoniale. Si presume che ci sia tra moglie e marito quel legame affettivo che se rotto crea un danno. Ma ciò rappresenta una presunzione che può essere superata dal fatto che i coniugi sono separati.

Il coniuge superstite deve dimostrare in qualche modo di aver subito tale patimento.

Questo tema è stato affrontato dalla Suprema Corte di Cassazione con sentenza 31950/2018, dove il giudice, decidendo in riferimento ad un sinistro stradale tra l’autovettura condotta da Tizia, deceduta in seguito al sinistro ed il mezzo agricolo non assicurato condotto da Caio, ha ritenuto sussistente un concorso di colpa tra i due conducenti e ha condannato pertanto l’impresa per il fondo di garanzia per le vittime della strada al risarcimento del danno subito dal padre, dai figli e dai fratelli della vittima.  Ha però rigettato l’appello proposto da Tizio, con conseguente respingimento della domanda di risarcimento del danno non patrimoniale subito a seguito del decesso del coniuge.

Il Giudice dell’Appello ha inoltre disposto che, in riferimento alla pari responsabilità dei due conducenti, Caio, che era alla guida del veicolo agricolo, circolava su strada pubblica che versava in condizioni di scarsa visibilità, Tizia invece percorreva la strada senza prestare attenzione all’ostacolo visibile e senza indossare le cinture di sicurezza.

Contro la suddetta sentenza, Tizio proponeva ricorso per cassazione, lamentando che la Corte d’appello, sulla base di una relazione extraconiugale e della nascita di un figlio, abbia ritenuto insussistente il legame affettivo tra i coniugi al momento dell’incidente ed abbia quindi rigettato la richiesta di risarcimento del danno.

Il peso del marito della vittima veniva respinto per infondatezza del motivo, a tal riguardo la corte territoriale ha rilevato che il fatto illecito costituito dalla uccisione di un congiunto appartenente al nucleo familiare genera un danno patrimoniale presunto, dovendosi ritenere sussistente tra detti congiunti un vincolo affettivo ed un progetto di vita in comune. In tal caso solitamente il soggetto danneggiato non ha l’obbligo di provare di aver subito il danno non patrimoniale.

Questa presunzione può essere superata da tali elementi: la separazione legale o l’esistenza di una relazione extraconiugale con conseguente nascita di un figlio tre mesi prima della morte del coniuge. Questi elementi non comportano l’insussistenza del danno non patrimoniale in capo al coniuge superstite, ma impongono allo stesso di provare di aver effettivamente subito tale danno.

A tal riguardo, la corte territoriale ha ritenuto che il tizio non avesse fornito la prova del danno non patrimoniale e ha pertanto rigettato la domanda risarcitoria.

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La Cassazione si pronuncia ancora sul rimborso delle spese straordinarie relative ai figli.

In materia di separazione personale dei coniugi, la controversia relativa al rimborso della quota parte delle spese straordinarie relative ai figli, sostenute dal coniuge affidatario, non è solo soggetta agli ordinari criteri di competenza, in quanto diversa da quella concernente il regolamento dei rapporti tra coniugi, ma, ove le somme non risultino previamente determinate o determinabili, in base al titolo e con un semplice calcolo aritmetico, è anche caratterizzata dalla necessità di un accertamento circa l’insorgenza dell’obbligo di pagamento e dell’esatto ammontare della spesa, da effettuarsi in comparazione con quanto stabilito dal giudice della separazione.

(Cassazione civile, sez. I, 18 gennaio 2017, Est. Terrusi)

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Il ritiro della licenza del porto d'armi durante una separazione "conflittuale"


Il Tar Firenze ha stabilito che il ritiro della licenza del porto d’armi e il divieto di detenzione delle armi durante un processo di separazione “conflittuale” deve essere stabilito dalla Prefettura soltanto dopo un’indagine accurata.

Dall’indagine devono emergere effettive minacce o atti violenti nei confronti dell’altro coniuge o la sussistenza di una concreta situazione conflittuale tra i due tale da indurre “ragionevoli dubbi sull’affidabilità dell’interessato nel corretto utilizzo delle armi. Diversamente opinando, a fronte di qualunque separazione coniugale sarebbe necessario inibire l’uso delle armi poiché ogni separazione comporta inevitabilmente un certo grado di conflittualità”.

Nel caso di specie l’Amministrazione non aveva assunto nessun elemento concreto relativo a episodi di minacce o di violenza nei confronti della ex compagna e in più la denuncia querela (presentata dalla ex coniuge due anni prima) che aveva dato origine al procedimento di ritiro del porto d’armi era risultata completamente falsa al termine del procedimento penale. Il quadro istruttorio è rimasto privo degli elementi univoci idonei a porre in dubbio l’affidabilità del ricorrente nel corretto uso delle armi.

Per tali motivi il Tar Firenze ha annullato il decreto della Prefettura di Livorno con cui era stato predisposto il divieto di detenzione delle armi.

(Tar Firenze, sent. n. 1658/2018, pubblicata il 19/12/2018)

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La donazione ai futuri coniugi.

La comunione della proprietà di una casa tra due coniugi non è esclusa anche quando la somma di denaro necessaria per acquistare l’immobile è stata donata dalla madre di uno dei due coniugi.

Infatti quando il donante (la madre di uno dei due coniugi) consente che la casa sia intestata anche alla futura nuora, sta donando a lei il 50% della proprietà dell’immobile stesso.

(Cassazione, VI Sez., Sent. 20532/2018)

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Applicabilità diretta in Italia dell’istituto kafalah.

Trib. Mantova, sez I., decreto giudice tutelare 10 maggio 2018, Est. Alessandra Venturini

Il provvedimento di kafalah – istituto contemplato dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo e dalla Convenzione dell’Aja - che consiste nell’affido di un minore a un soggetto che si impegna a curarlo, educarlo e mantenerlo sino al raggiungimento della maggiore età senza che il minore entri a far parte della famiglia dell’affidatario, deve ritenersi direttamente efficace anche nel nostro ordinamento (ai sensi degli artt. 65 e 66 della legge .218/1995).

Ciò significa che non vi è luogo a provvedere alla richiesta di nomina di un tutore per il minore, ex artt. 343 ss. c.c., poiché questo è già stato affidato tramite kafalah ad un adulto che ne ha già la rappresentanza legale.

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Scioglimento dell'unione civile: secondo il Tribunale di Novara la dichiarazione di scioglimento dell'unione civile non costituisce condizione di procedibilità della domanda.

In tema di scioglimento dell’unione civile, il Tribunale di Novara – in composizione collegiale - ha stabilito che, ai fini della legittimità della dichiarazione giudiziale di scioglimento, la c.d. fase amministrativa della dichiarazione di scioglimento dell'unione civile non costituisce condizione di procedibilità della domanda.

Più precisamente, il Collegio ha ritenuto che “al ricorrere di determinate condizioni, che si andranno appresso indicando, il Tribunale adito possa comunque delibare la domanda di scioglimento dell'unione civile, pur in difetto di invio della predetta raccomandata e della formale dichiarazione innanzi all'ufficiale dello stato civile. In particolare, ad avviso del Collegio, nel caso in cui l'attore abbia notificato ritualmente il ricorso introduttivo del giudizio al partner, abbia ribadito in sede presidenziale la propria volontà di sciogliere il vincolo e, tra la fase presidenziale ed il momento in cui viene emesso da parte del Tribunale il provvedimento definitorio del giudizio, sia trascorso un lasso di tempo pari o superiore a tre mesi, allora si deve ritenere che l'omissione della fase amministrativa innanzi all'ufficiale di stato civile non pregiudichi la valutazione nel merito della domanda”.

Secondo il Collegio, infatti, “l'invocato comma 24, pur stabilendo che la parte renda la dichiarazione innanzi all'ufficiale di stato civile, non qualifica espressamente tale dichiarazione come condizione di procedibilità dell'azione, né fa discendere alcuna conseguenza dall'inadempimento di tale incombente. Inoltre e soprattutto, come ha avuto modo di precisare la dottrina, da tale dichiarazione non derivano altre conseguenze se non quella di determinare il dies a quo per la decorrenza di quel termine di tre mesi al quale i commentatori hanno pressoché unanimemente riconosciuto il significato di spatiucm deliberandi, momento di riflessione prodromico alla instaurazione del giudizio. Tanto chiarito, si può allora agevolmente ritenere che la rituale notifica del ricorso al partner possa tenere luogo all'invio della lettera raccomandata, in quanto idonea al raggiungimento dello scopo che la norma si prefigge, ovvero notiziare in maniera formale il partner della propria volontà di sciogliere il vincolo. Parimenti si può ben sostenere che la manifestazione di volontà ribadita innanzi al Presidente del Tribunale possa tenere luogo alla mancata dichiarazione innanzi all'ufficiale di stato civile. Ed invero, vale la pena ribadire in proposito che alla dichiarazione resa innanzi all'ufficiale di stato civile la legge non ha attribuito alcuna conseguenza, ad esempio in ordine allo scioglimento del regime di comunione legale dei beni eventualmente in essere, se non quella di fissare la decorrenza del periodo di riflessione di tre mesi. In definitiva, l'unico scopo attribuito a tale dichiarazione è quello di cristallizzare in maniera formale il momento in cui il partner manifesta la propria volontà di sciogliere l'unione al fine di consentire il decorrere del termine di tre mesi. Stando così le cose, allora, non si rinvengono argomenti di ordine letterale né sistematico che portino ad escludere la possibilità di equiparare, quanto a sacralità e formalità, la dichiarazione resa innanzi all'ufficiale di stato civile a quella resa innanzi al Presidente del Tribunale”.

(Trib. Novara, 05.07.2018)


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Affido condiviso: stessa quantità di tempo da trascorrere con i figli?

Con ordinanza 31902 del 10.12.2018, la Corte di Cassazione ha stabilito che, pur in presenza di un affido condiviso, i genitori separati non hanno diritto a trascorrere la stessa quantità di tempo con i figli, ma passa più giorni con il minore chi è in grado di instaurare un legame affettivo molto forte e di farlo crescere in un ambiente sociale più consono. 

Secondo i Giudici di Piazza Cavour, il principio di bigenitorialità si traduce nel diritto di ciascun genitore a essere presente in maniera significativa nella vita del figlio nel reciproco interesse, ma ciò non comporta una proporzione matematica in termini di parità dei tempi di frequentazione del minore in quanto l'esercizio del diritto deve essere armonizzato in concreto con le complessive esigenze di vita del figlio e dell'altro genitore. Infatti, “in tema di affidamento dei figli minori, il giudizio prognostico che il giudice, nell'esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve operare circa le capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell'unione, va formulato tenendo conto, in base ad elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità a un assiduo rapporto, nonché della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell'ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore, fermo restando, in ogni caso, il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione”.


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Case popolari e il vincolo del prezzo massimo di cessione dell'immobile in regime di edilizia agevolata. L'affrancazione.

Il vincolo del prezzo massimo di cessione dell'immobile in regime di edilizia agevolata ex art. 35 della l. n. 865 del 1971, qualora non sia intervenuta la convenzione di rimozione ex art. 31, comma 49 bis, della l. n. 448 del 1998, segue il bene nei passaggi di proprietà, a titolo di onere reale, con efficacia indefinita, attesa la "ratio legis" di garantire la casa ai meno abbienti, senza consentire operazioni speculative di rivendita. In tal caso, il preliminare di compravendita nel quale sia convenuto un prezzo superiore a quello imposto è dunque parzialmente nullo, ai sensi dell'art. 1419 c.c., per contrarietà a norma imperativa, ed opera l'integrazione automatica della clausola di "prezzo imposto", ex art. 1339 c.c.

(Cass. civ. Sez. Unite Sent., 16/09/2015, n. 18135)

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Figlio grande ed economicamente non indipendente: l'assegnazione della casa familiare.

Secondo il Tribunale di Perugia (Sentenza 1082/2018), quando il figlio, seppur non indipendente, raggiunge un’età tale da far ritenere che il suo stato di disoccupazione dipenda dalla sua volontà e non da condizioni esterne, spetta a quest'ultimo dimostrare il motivo per cui dovrebbe continuare a ottenere l’assegno di mantenimento. 

Quanto alla casa familiare, questa può essere attribuita all’ex coniuge soltanto se il figlio maggiorenne non è autonomo senza sua colpa. In base al principio di autoresponsabilità, infatti, deve essere il figlio ormai grande a dimostrare le ragioni per cui dovrebbe persistere il sostentamento a carico del padre. Nel caso di specie, Giudice, ritenendo il giovane in qualche modo inserito nel mondo del lavoro, visto anche l'acquisto da questo effettuato di una macchina di discreto valore, non ha assegnato la casa familiare alla madre.


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Il datore di lavoro del coniuge inadempiente provvede al pagamento dell'assegno di mantenimento.

Con ordinanza pubblicata il 22 agosto 2018 dalla prima sezione civile del Tribunale di Roma, la moglie ottiene che sia il datore di lavoro del marito a versarle ogni mese la somma stabilita dal giudice in sede di separazione, trattenendo la somma dalla retribuzione del coniuge inadempiente.

In base all'art 156 c.c., infatti, "In caso di inadempienza, su richiesta dell'avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all'obbligato, che una parte di esse venga versata direttamente agli aventi diritto".

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Sì all'affido esclusivo se il minore manifesta il proprio rifiuto nei confronti di un genitore.

Affido esclusivo a uno dei coniugi se durante l'audizione del minore il giudice percepisce il rifiuto verso l'altro genitore, nel caso di specie, manifestato da un ragazzo tredicenne nei confronti del padre arrogante e prevaricatore. 

Il Tribunale di Verbania, nell'ambito di una causa di divorzio, con la sentenza n. 390/2018 ha affidato i figli adolescenti alla madre, assegnandole anche la casa.

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Limitazione del diritto di visita a causa dell'alta conflittualità dei coniugi.

Con l'ordinanza n. 22219 del 12 settembre 2018, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un padre che lamentava di non avere tempo sufficiente per educare e instaurare un rapporto con la figlia. 

La vicenda riguarda una coppia separatasi poco dopo la nascita della figlia. I giudici avevano affidato la minore a entrambi i genitori, collocandola presso la madre alla quale era stata assegnata la casa coniugale. Il diritto di visita del padre era stato fissato in un giorno a settimana, vista l'alta conflittualità fra i due. 

Anche per la Cassazione la decisione è corretta. I Giudici di Piazza Cavour hanno infatti precisato che la regola dell'affidamento condiviso dei figli a entrambi i genitori non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l'altro genitore. Attiene poi ai poteri del giudice di merito fornire una concreta regolazione del regime di visita secondo modalità che non sono sindacabili, nelle loro specifiche articolazioni, in sede di giudizio di legittimità, ove invece è possibile denunciare che il giudice di merito abbia provveduto a disciplinare le frequentazioni dei genitori dichiarando di ispirarsi a criteri diversi da quello fondamentale, previsto in passato dall'art. 155 c.c. e ora dall'art. 337 ter c.c., dell'esclusivo interesse morale e materiale dei figli. 

In particolare, nel caso sottoposto all'esame della Corte, i giudici di merito hanno inteso correttamente riportarsi a tali principi laddove, dopo aver registrato le buone condizioni della minore pur in presenza di una esasperata conflittualità tra i genitori, hanno provveduto a stabilire in maniera rigida tempi e modalità di frequentazione fra il padre e la figlia per sedare il continuo contrasto esistente fra i genitori ed evitare che la bambina fosse costretta a difendersi dai loro conflitti.

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Danno morale per omesso versamento dell'assegno divorzile.

Secondo il Tribunale di Roma, va riconosciuto il danno morale a carico dell'uomo che dopo la sentenza di divorzio non paga il mantenimento ai minori e l'assegno alla ex costringendo la donna al pignoramento presso terzi e esponendola allo sfratto da casa insieme ai figli perché non può più pagare l'affitto.

Il risarcimento va liquidato in via equitativa e oltre al reato dell'omesso versamento a carico dell'onerato si configura anche quello di minaccia, integrato dagli sms sul cellulare della donna in cui l'uomo promette che l'avrebbe fatta morire di fame. 

(Trib. Roma, Sez. I, Sentenza n. 17144/18 del 12 settembre 2018).

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Nozze nulle anche se la convivenza che si protrae oltre i tre anni in caso di incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio.

È legittima la delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio, anche durato oltre tre anni, in caso di incapacità di un coniuge di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio. Con una decisione che sembra sconfessare il limite più stringente alla nullità delle nozze, e cioè la convivenza che si protrae oltre i tre anni, con la sentenza n. 24729 dell'8 ottobre 2018 la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della Procura generale presentato contro la delibazione. 



Cass. civ. Sez. I, Sent., (ud. 21/12/2017) 08-10-2018, n. 24729
MATRIMONIO
Sentenze ecclesiastiche di nullità, delibazione


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco - Presidente -

Dott. DE CHIARA Carlo - rel. Consigliere -

Dott. TRICOMI Laura - Consigliere -

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro - Consigliere -

Dott. NAZZICONE Loredana - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;

- ricorrente -

contro

P.L., rappresentato e difeso dall'Avv. Aldo Vangi, con domicilio eletto presso il suo studio in Mesagne, Via L. da Vinci n. 34;

- controricorrente -

e nei confronti di:

V.M.L.;

- intimata -

avverso la sentenza della Corte d'appello di Lecce n. 298/2017 depositata il 23 marzo 2017.

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 21 dicembre 2017 dal Consigliere Dott. Carlo De Chiara;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Francesca Ceroni, che ha concluso per la rimessione degli atti alle Sezione Unite e, in subordine, per l'accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

1. La Corte d'appello di Lecce, su domanda del sig. P.L. e nella contumacia della convenuta sig.ra V.M.L., ha dichiarato, con il parere favorevole del PM, efficace nella Repubblica italiana la sentenza del Tribunale ecclesiastico regionale pugliese di Bari dell'8 dicembre 2015, con la quale era stata dichiarata la nullità del matrimonio concordatario delle parti, celebrato il 21 luglio 1983, per grave discrezione di giudizio circa i diritti e doveri matrimoniali e per incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio, per cause di natura psichica, da parte del marito, che aveva promosso il giudizio di nullità.

La Corte ha negato l'esistenza di ostacoli alla dichiarazione di efficacia derivante da principi di ordine pubblico, in particolare quello della tutela dell'affidamento incolpevole dell'altro coniuge, non invocato dalla parte interessata.

2. Il Procuratore generale presso questa Corte ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi.

Si è difeso, con controricorso e memoria, l'intimato sig. P..

Motivi della decisione

1. Va preliminarmente affermata l'ammissibilità del ricorso del Procuratore generale presso questa Corte ai sensi dell'art. 72 c.p.c., commi 3 e 5, per le ragioni indicate, da ultima, da Cass. 2486/2017.

2. Con il primo motivo di ricorso si denuncia violazione degli artt. 7, 29 e 30 Cost., dell'art. 8 CEDU, dell'art. 7 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (c.d. Carta di Nizza), dell'art. 797 c.p.c., della L. 4 maggio 1983, n. 184, art. 6 e della L. 25 marzo 1985, n. 121, artt. 8 e ss.. Si richiamano i precedenti delle Sezioni Unite di questa Corte nn. 16379 e 16380 del 2014, secondo cui alla favorevole delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio osta, quale limite di ordine pubblico interno, la convivenza delle parti come coniugi protrattasi per almeno un triennio e si fa presente che dagli atti risulta appunto che i coniugi P. - V. avevano convissuto per circa 27 anni e avevano avuto due figli.

3. Con il secondo motivo, denunciando violazione degli artt. 2, 29 e 30 Cost., degli artt. 167 e 797 cod. proc. civ. e della L. 25 marzo 1985, n. 121, art. 8, si critica tuttavia la statuizione, contenuta nelle suddette sentenze delle Sezioni Unite, secondo cui tale limite di ordine pubblico non sarebbe rilevabile d'ufficio dal giudice, ma esclusivamente su eccezione di parte (eccezione in senso stretto), ravvisando in tale affermazione un contrasto, riguardante la "categoria processuale dell'eccezione in senso stretto con riferimento specifico alla compatibilità con la nozione di ordine pubblico", rispetto alla precedente giurisprudenza di legittimità, che si conforma invece alla regola della rivelabilità d'ufficio delle eccezioni, salvi i casi espressamente previsti dalla legge o nei quali l'iniziativa di parte è strutturalmente prevista quale elemento integrativo della fattispecie difensiva (come nel caso di eccezioni corrispondenti alla titolarità di un'azione costitutiva); contrasto per la risoluzione del quale si chiede quindi rimettersi nuovamente gli atti alle Sezioni Unite.

4. Con il terzo motivo, denunciando violazione degli artt. 6-8 CEDU e degli artt. 291 e 292 cod. proc. civ., si sostiene che la qualificazione del limite di ordine pubblico in questione quale oggetto di eccezione in senso stretto, configura una lesione del diritto al giusto processo del coniuge contumace e si chiede, pertanto, rimettersi gli atti alle Sezioni Unite di questa Corte anche su tale questione, quale questione di massima di particolare importanza, nonché investirsi la Corte di giustizia dell'Unione Europea di un rinvio pregiudiziale, ai sensi dell'art. 267 TFUE, sull'interpretazione del Regolamento n. 2201/2003, artt. 22 ("La decisione di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio non è riconosciuta... quando è resa in contumacia, ovvero la domanda giudiziale o un atto equivalente non è stato notificato o comunicato al convenuto contumace in tempo utile e in modo tale da poter presentare le proprie difese, salvo che sia stato accertato che il convenuto ha accettato inequivocabilmente la decisione") e 46 ("Gli atti pubblici formati e aventi efficacia esecutiva in uno Stato membro nonché gli accordi tra le parti aventi efficacia esec