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Validi i i trasferimenti immobiliari in caso di divorzio congiunto.

Con sentenza n. 21761, depositata il 29 luglio 2021, le Sezioni Unite hanno stabilito che in tema di divorzio sono valide le clausole dell'accordo di divorzio a domanda congiunta, o di separazione consensuale, che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, o di altri diritti reali, ovvero ne operino il trasferimento a favore di uno di essi, o dei figli, al fine di assicurarne il mantenimento. 

(Cass. civ. Sez. Unite, Sent., (ud. 11 maggio 2021) 29 luglio 2021, n. 21761)

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Integrazione e rimodulazione del progetto di intervento ai fini dell'ammissione al beneficio della messa alla prova.

La presentazione di un progetto di intervento, elaborato dai servizi minorili dell'amministrazione della giustizia in collaborazione con i servizi socio-assistenziali degli enti locali, rappresenta una condizione imprescindibile ai fini dell'ammissione al beneficio della messa alla prova. Il progetto può essere integrato o rimodulato durante la sospensione del provvedimento, avuto riguardo alle esigenze del beneficiario, previa valutazione delle modifiche nel contraddittorio delle parti; ciò avviene a fortiori nell'ipotesi in cui, nell'ipotesi in cui, a causa dell'emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Coronavirus, l'USSM non abbia potuto individuare, oltre a quanto già previsto nel progetto ritenuto idoneo dal Collegio, l'attività di volontariato e si sia riservata di integrare detto progetto avuto riguardo all'evoluzione della situazione sanitaria.

(Tribunale Penale di Caltanissetta, Sez. Min., Ord. 25 novembre 2020)

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Convocazione dell'assemblea via mail? La delibera è annullabile.

Secondo il Tribunale di Roma, sentenza 23 luglio 2021 n. 12727, è da ritenersi annullabile la delibera dell'assemblea se i condomini sono stati convocati via mail e non tramite PEC, perché quest'ultima genera un codice univoco registrato che produce effetti di una vera a propria raccomandata mentre la mail è uno strumento che non conferisce certezza della comunicazione.

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Criterio del tenore di vita: nella separazione coniugale è ancora rilevante.

La Cassazione, con la decisione n. 21504 depositata il 27 luglio 2021, ha stabilito che nella separazione coniugale è ancora rilevante il criterio del tenore di vita. Nella separazione personale, infatti, a differenza dello scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, permane il vincolo coniugale, sicché i "redditi adeguati" cui va rapportato, ai sensi dell'art. 156 c.c., l'assegno di mantenimento a favore del coniuge, in assenza della condizione ostativa dell'addebito, sono quelli necessari a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, essendo ancora attuale il dovere di assistenza materiale. 

(Cass. civ. Sez. VI-1 Ord., 27 luglio 2021, n. 21504)

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Colpa medica e coefficiente di salvezza.

La Cassazione fa chiarezza circa gli elementi che possono incidere sul coefficiente salvifico di probabilità statistica idoneo a ricondurre causalmente l'evento al comportamento omissivo del medico.

La Corte di Cassazione, quarta sezione penale, nella sentenza n. 30229/2021, si si è soffermata su quanto stabilito dalle Sezioni Unite, nella sentenza n. 38343/2014, circa l'accertamento della causalità omissiva e i limiti che incontra il sindacato di legittimità nel censire la valutazione argomentativa espressa in sede di merito, ribadendo che "nel reato colposo omissivo improprio, il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, che a sua volta deve essere fondato, oltre che su un ragionamento di deduzione logica basato sulle generalizzazioni scientifiche, anche su un giudizio di tipo induttivo elaborato sull'analisi della caratterizzazione del fatto storico e sulle particolarità del caso concreto". In particolare, si è sottolineato che, nella verifica dell'imputazione causale dell'evento, occorre dare corso ad un giudizio predittivo, sia pure riferito al passato: il giudice si interroga su ciò che sarebbe accaduto se l'agente avesse posto in essere la condotta che gli veniva richiesta.

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Gravi sofferenze provocate alla partner: per la Cassazione scatta il reato di tortura.

La Cassazione (Terza Sezione Penale) ha riconosciuto il reato di tortura a seguito delle gravi sofferenze, fisiche e psichiche, provocate alla vittima e che superano la soglia prevista per i maltrattamenti.

Più precisamente, con sentenza n. 32380/2021 ha confermato la condanna per il reato di cui all'art. 613-bis c.p. commesso in concorso con il delitto di maltrattamenti ex art. 572 c.p. e di violenza sessuale ex art. 609-bis del codice penale, ritenendo provato che l'imputato ha commesso il reato di tortura privata, provocando alla vittima acute sofferenze fisiche, riportando lesioni a causa delle percosse subite, e cagionando un trauma psichico. 

La Corte precisa inoltre che, ai fini della configurabilità del reato di tortura, dovranno necessariamente considerarsi solo fatti che costituiscano di per sé reato (a seconda dei casi, minaccia, percosse, lesioni, violenza privata) e che si caratterizzino per la loro gravità e per la loro idoneità a produrre acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico. Di conseguenza, "ciascuno dei singoli atti che concorrono ad integrare la fattispecie di tortura deve necessariamente superare una soglia minima di gravità che non è richiesta, invece, per i maltrattamenti".

Infine, nella sentenza si legge: "consistendo la tortura nell'inflizione brutale di sofferenze corporali, essa determina un grave e prolungato patimento fisico e morale dell'essere umano che la patisce, cosicché la sua particolarità risiede nella conclamata e terribile attitudine che la stessa possiede e cioè quella di assoggettare completamente la persona la quale, in balia dell'arbitrio altrui, è trasformata da essere umano in cosa, ossia in una res oggetto di accanimento".

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Lo specialista in ospedale deve anche prescrivere la terapia.

La Cassazione penale (sentenza n. 24895/2021), richiamando quanto affermato nella sentenza n. 24068/2018, con riguardo alla posizione di garanzia del medico che sia stato interpellato anche solo per un semplice consulto specialistico, ha affermato che questi, "qualora accerti l'esistenza di una patologia ad elevato e immediato rischio di aggravamento, ha l'obbligo di disporre personalmente i trattamenti terapeutici ritenuti idonei ad evitare eventi dannosi ovvero, in caso d'impossibilità di intervento, è tenuto ad adoperarsi facendo ricoverare il paziente in un reparto specialistico, portando a conoscenza dei medici specialistici la gravità e urgenza del caso ovvero, nel caso di indisponibilità di posti letto nel reparto specialistico, richiedendo che l'assistenza specializzata venga prestata nel reparto dove il paziente si trova ricoverato specie laddove questo reparto non sia idoneo ad affrontare la patologia riscontrata con la necessaria perizia professionale". 

La Sentenza è disponibile al seguente link: 

https://mega.nz/file/C2In3IBL#FzZEfT-j7u57zZkNSZM9lB-VwrMIuKkLypFPzPlcyKo


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Validi i trasferimenti immobiliari nell’ambito degli accordi di separazione e divorzio.

Le S.U., intervenendo sulla validità dei trasferimenti immobiliari nell’ambito degli accordi di separazione e divorzio. ribadiscono l’orientamento favorevole all’ammissibilità di tali trasferimenti e precisano che gli incombenti previsti dalla Legge n. 52 del 1985, art. 29 ben possono essere eseguiti dall'ausiliario del giudice, sulla base della documentazione che le parti saranno tenute a produrre.

(Cassazione civile, SS.UU., 29 luglio 2021, n. 21761)


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La fusione per incorporazione comporta l'estinzione della società incorporata.

La fusione per incorporazione estingue la società incorporata, la quale non può dunque iniziare un giudizio in persona del suo ex amministratore, avendo facoltà della società incorporante di spiegare intervento in corso di causa, ai sensi dell'art. 105 cpc, nel rispetto delle regole che lo disciplinano.

(Cassazione Civile, Sez. Unite, 30 luglio 2021, n. 21970)

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L'addebito della separazione non determina automaticamente il riconoscimento dell'assegno di mantenimento a favore dell'altro coniuge.

L'addebito della separazione non determina automaticamente il riconoscimento dell'assegno di mantenimento a favore dell'altro coniuge, ma devono concorrere, nello stesso momento, anche gli altri presupposti previsti dall'art. 156 del c.c., secondo il quale "Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall'altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri. L'entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell'obbligato".

Il diritto al mantenimento consiste quindi in una prestazione economica comprensiva di tutto ciò che risulti necessario alla conservazione del tenore di vita goduto dai coniugi prima della separazione e che prescinde da uno stato di bisogno. La condizione per l'ottenimento dell'assegno è determinata dalla non addebitabilità al beneficiario della separazione e dalla disparità economica tra le condizioni patrimoniali dei due coniugi.

La Suprema Corte, con l'ordinanza 11 agosto 2021, n. 22704, ha ribadito l'esclusione del riconoscimento automatico dell'assegno di mantenimento per la sola addebitabilità della separazione, essendo necessario anche il concorso di altri elementi quali la mancanza di redditi propri e il divario economico-patrimoniale valutato nel suo complesso. 

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Assegno divorzile: l'ultimo orientamento della Cassazione.

In tema di assegno divorzile, la Corte di Cassazione chiarisce che il giudice è tenuto a decidere sull'assegno previo accertamento della misura del contributo apportato dall'ex coniuge alla formazione del patrimonio comune o a quello del consorte nel corso del matrimonio. Difatti l'ultimo orientamento della Corte di Cassazione sancisce che l'assegno divorzile in favore dell'ex coniuge ha natura assistenziale, ma anche perequativo-compensativa, discendente direttamente dal principio costituzionale di solidarietà, che conduce al riconoscimento di un contributo volto non a conseguire l'autosufficienza economica del richiedente sulla base di un parametro astratto, bensì "un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella vita familiare in concreto, tenendo conto in particolare delle aspettative professionali sacrificate, fermo restando che la funzione equilibratrice non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall'ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi" (Cass. n. 11790/2021).

La natura assistenziale e perequativo - compensativa, ai sensi dell'art 5 della legge sul divorzio, richiede "l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi dell'ex coniuge istante, e dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive" (Cass. Civ., n. 11472/2021). 

Superando il precedente e consolidato orientamento, quindi, la Corte riconosce, oggi, la corresponsione dell'assegno divorzile commisurando e valutando il contributo che il coniuge richiedente ha apportato alla vita familiare ed anche alla carriera professionale del coniuge obbligato. 

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Opponibilità erga omnes della sentenza di disconoscimento di paternità.

Con ordinanza n. 19956, depositata il 13 luglio 2021, la Corte di Cassazione ha stabilito che la sentenza che accolga la domanda di disconoscimento della paternità, in quanto pronunciata nei confronti del P.M. e di tutti gli altri contraddittori necessari, assume autorità di cosa giudicata "erga omnes", essendo inerente allo "status" della persona. Pertanto, ne colui che è indicato come padre naturale, ne i suoi eredi, sono legittimati passivi nel relativo giudizio e la sentenza che accolga la domanda di disconoscimento è a loro opponibile, anche se non hanno partecipato al relativo giudizio. 

(Cass. civ. Sez. VI - 1, Ord., (ud. 13 maggio 2021) 13 luglio 2021, n. 19956)

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Padre si oppone alla vaccinazione anticovid 19 del figlio minore: madre autorizzata alla somministrazione.

Come stabilito dal Tribunale di Monza con Decreto del 22 luglio 2021, in caso di rifiuto opposto dal padre alla vaccinazione anticovid 19 del figlio minore, il conflitto genitoriale va risolto autorizzando la somministrazione del vaccino e attribuendo alla madre la facoltà di condurre il minore in un centro vaccinale e sottoscrivere il relativo consenso informato, anche in assenza del consenso dell’altro genitore.

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Se l'ex coniuge riceve una cospicua eredità si può chiedere la modifica dell'assegno di mantenimento.

Ove la fotografia della situazione economico-patrimoniale comparativa riferita agli ex coniugi muti per un'attribuzione patrimoniale che il giudice del merito, senza automatismi, accerti, in concreto, come rilevante in favore dell'avente diritto, il novum può essere posto a base di una domanda di revisione dell'assegno di mantenimento.

(Cassazione, Ordinanza del 2 luglio 2021 n. 18777)

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Sì alla parziale sospensione in appello della sentenza di separazione se gli arretrati del mantenimento sono molto alti, anche senza valutazioni sulla loro adeguatezza

Con l’Ordinanza del 27.07.2021 la Corte di Appello di Roma, decidendo su un’istanza inibitoria ex artt. 283 e 351 cpc avverso una sentenza di separazione, ha stabilito che è possibile sospendere il titolo esecutivo solo in relazione al mantenimento per il coniuge e il figlio minore dovuto per il periodo tra la data della domanda in primo grado a quella della pubblicazione della sentenza. Tale sospensione parziale può basarsi anche sul solo grave pericolo di non poter recuperare gli ingenti importi versati in seguito a una eventuale riforma favorevole all’appellante, pur senza una valutazione della fondatezza dei motivi di appello in fase inibitoria.

Nel caso concreto, Il Tribunale di Roma aveva condannato un uomo a corrispondere alla coniuge l’assegno mensile complessivo di 5000,00 €, per lei (2000 €) e per la figlia (3000 €), con decorrenza dalla domanda (giugno 2016), ripartendo tra i coniugi al 50% le spese straordinarie da sostenere per la figlia. 

Contestualmente all’appello proposto il 26/3/2021 anche sulle statuizioni economiche, il marito chiedeva la sospensione dell’efficacia della sentenza e depositava il 6/4/2021 istanza di trattazione anticipata ai sensi dell’art. 351 c.p.c., ponendo a fondamento della richiesta i motivi di contestazione nel merito della decisione impugnata nonché il grave pregiudizio conseguente alla probabile insolvenza della controparte, poiché non titolare di immobili, in caso di accoglimento dell’appello, stante l’elevato ammontare del credito per arretrati scaturito dalla decisione del primo giudice che egli assumeva erronea. 

L’appellata, costituendosi in giudizio, chiedeva il rigetto dell’istanza di sospensione; il Procuratore Generale chiedeva di procedere ad istruttoria sulle effettive capacità economiche delle parti al fine di valutare l’adeguatezza delle statuizioni.

La Corte accoglieva parzialmente la domanda dell’appellante, solo in relazione alle somme a titolo di mantenimento dal deposito della domanda alla pubblicazione del provvedimento di primo grado, ritenendo in primo luogo che:   
l’adeguatezza dell’entità dell’assegno richiede una valutazione di merito non anticipabile né possibile sulla base della cognizione sommaria di questa fase, dal momento che la stessa Corte, con il decreto presidenziale di fissazione dei termini di trattazione del giudizio, ha richiesto un’attività di integrazione istruttoria sulle risorse dei coniugi

E che, al contrario:
appare invece evidente il requisito del pregiudizio economico irreparabile derivante all’appellante per l’esecuzione della sentenza e per la verosimile difficoltà di restituzione da parte dell’appellata in caso di positiva definizione dell’appello, in relazione all’elevata somma per arretrati scaturente dalla significativa differenza tra le statuizioni provvisorie emesse nella fase presidenziale e quelle definitive intervenute a distanza di circa cinque anni, ciò traendosi dalle rispettive situazioni economiche delle parti poste a fondamento della decisione: una capacità di reddito presuntivamente superiore a quella documentata quanto all’appellante e il solo reddito da lavoro dipendente di 23000,00 euro lordi annui quanto all’appellata”.

Al fine di legittimare la sospensione parziale del titolo in assenza di una valutazione dei presupposti di appello, la Corte fa un distinguo tra le somme dovute in arretrato e quelle periodiche successive alla pubblicazione della sentenza, nell’ottica dell’idoneità a garantire le “primarie esigenze di vita” del coniuge e della figlia. Infatti:
“la destinazione della somma dovuta per arretrati di mantenimento (circa 200.000 €) non è invero individuabile in primarie esigenze di vita della coniuge e della minore che non possono essere differite né “sospese”, poiché queste devono ritenersi garantite dall’assegno di mantenimento vigente a far data dalla sentenza di primo grado, di ammontare tale da escludere la necessità di ricorso a somme ulteriori”.

Sì dunque alla sospensione parziale del titolo esecutivo sulla base del solo periculum in mora, venendo posticipata la valutazione della giustezza della somma (dunque della probabilità di accoglimento dell’appello) alla successiva fase di merito.

Corte di Appello di Roma, Ord. 27.07.2021 (testo integrale)

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Responsabilità dei genitori: necessaria la nomina del curatore speciale.

Nei giudizi relativi alla responsabilità dei genitori nei quali si discuta dell'affidamento della prole ai servizi sociali, la previsione di cui all'art. 336 , comma 4, c.c., così come modificato dall'art. 37, comma 3, della L. n. 149 del 2001, postula la nomina di un curatore speciale ex art. 78 c.p.c., sussistendo un conflitto di interessi del minore con entrambi i genitori.

In caso di mancata nomina del curatore speciale il procedimento deve ritenersi nullo ex art. 354, comma 1, c.p.c. con conseguente rimessione della causa al primo giudice per integrazione del contraddittorio.

(Corte di Cassazione Civile, Sez. I, Ord. 26 marzo 2021, n. 8627)

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Permesso di soggiorno per motivi familiari.

Il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari (D.L.vo n. 30/2007) non implica il requisito della convivenza effettiva tra i coniugi e, tantomeno, quello del pregresso regolare soggiorno del richiedente, salve le conseguenze dell'accertamento di un matrimonio fittizio o di una convivenza ai sensi dell'art. 30, comma 1-bis, D.L.vo n. 286 del 1998.

(Corte di Cassazione Civile, Sez. I, Ord. 10 marzo 2021, n. 6747)

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Cassazione: la casa coniugale può essere assegnata al coniuge che vive col figlio psicologicamente molto fragile

Con l’Ordinanza 19561 dell’8 luglio 2021 la Cassazione ha respinto il ricorso di una madre che chiedeva l’assegnazione della casa familiare per sé.

Gli Ermellini hanno dato risalto al fatto che presso la casa familiare vivessero il padre con uno dei due figli, psicologicamente molto fragile poiché provato dalla forte conflittualità tra i genitori e da un rapporto pessimo con la madre.

La sorella, invece, si era rifiutata di vivere col padre perché coinvolto in un’inchiesta relativa a reati di natura sessuale.

Il Supremo Collegio ha riconosciuto che la casa dovesse essere assegnata al padre in quanto la scelta del Giudice di merito di favorire l’interesse di uno dei figli è insindacabile in sede di legittimità se correttamente motivata. Nel caso di specie, l’interesse a favorire il ragazzo già convivente col padre derivava proprio dalle sue condizioni piscologiche precarie.

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Irrevocabile il consenso al divorzio congiunto da un solo coniuge.

Quando una coppia decide di proporre un ricorso di divorzio congiunto manifesta una volontà comune e paritetica, per cui, per la Cassazione, non è consentito (in seguito) a uno dei due coniugi di avere un ripensamento e revocare il consenso prestato.

(Cass. Civ., Ord. n. 19348/2021)

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Affido condiviso anche se il padre in passato ha tenuto una condotta contraria all'interesse del figlio.

Con l'Ordinanza n.18603/2021, la Cassazione ha ribaltato la decisione della Corte di Appello, che nel disporre l'affido esclusivo alla madre aveva valorizzato esclusivamente la condotta passata del padre.

Secondo la Corte, infatti, il giudice che opta per l'affido esclusivo del minore alla madre, perché il padre in passato ha tenuto una condotta contraria all'interesse del figlio, deve procedere a una valutazione anche delle sue "attuali" capacità genitoriali. 

(Cass. Civ., Ord. n. 18603/2021)

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Costituisce sottrazione internazionale la violazione di un accordo tra genitori sul diritto di custodia del figlio

Con la Sentenza n. 18620 del 30.06.2021 la Corte di Cassazione ha ritenuto integrato l’illecito della sottrazione internazionale nella condotta di una madre che, in violazione di un accordo tra la stessa e l’ex marito relativamente alla custodia e all’affido della figlia, ha trasferito la residenza della minore in Italia senza più fare ritorno in Belgio.

L’accordo, sottoscritto dai due genitori davanti a un Tribunale belga, prevedeva che entrambi esercitassero la responsabilità genitoriale sulla bambina e individuava il Belgio come residenza abituale della stessa.

Il Tribunale di Milano non aveva valorizzato tale accordo, ritenendolo in contrasto con le domande giudiziali proposte dalla donna presso il Tribunale di Monza, e altresì aveva negato l’ordine di rimpatrio sul presupposto che non fosse determinabile una residenza abituale della minore, stante anche la sua tenera età.

La Cassazione, invece, ha ritenuto irrilevante la pendenza delle domande giudiziali presso il Tribunale di Monza, anche perché l’accordo non era stato soggetto a revisioni.

Ancora, gli Ermellini hanno argomentato che: “ l’illecito della sottrazione internazionale, Convenzione dell'Aja del 1980, resa esecutiva in Italia nel 1994, mira a tutelare il minore contro gli effetti nocivi del suo illecito trasferimento o mancato rientro nel luogo ove egli svolge la sua abituale vita quotidiana, sul presupposto della tutela del superiore interesse dello stesso alla conservazione delle relazioni interpersonali che fanno parte del suo mondo e costituiscono la sua identità (Corte Cost. 231/2001).”

A tal fine, l’individuazione della residenza abituale a cui il minore deve fare ritorno può basarsi anche su un accordo tra genitori. Una volta accertata la titolarità dell’esercizio della responsabilità genitoriale e l’identità della residenza abituale, solo alcune ragioni possono essere ostative dell’immediato rientro dei minori, previste dall’art. 13 della Convenzione in parola:
a) che la persona, l'istituzione o l'ente cui era affidato il minore non esercitava effettivamente il diritto di affidamento al momento del trasferimento o del mancato rientro, o aveva consentito, anche successivamente, al trasferimento o al mancato ritorno; o b) che sussiste un fondato rischio, per il minore, di essere esposto, per il fatto del suo ritorno, ai pericoli fisici e psichici, o comunque di trovarsi in una situazione intollerabile".

Non essendo riscontrabili tali eventualità nel caso di specie (comunque rimesse alla valutazione discrezionale del Giudice di merito), e stabilendo l’accordo tra le parti sia l’affido condiviso che la residenza abituale in Belgio, gli Ermellini hanno ritenuto integrato l’illecito della sottrazione internazionale.  

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È incostituzionale la sospensione della prescrizione per rinvio dovuto a necessità organizzative da pandemia COVID-19

Con la Sentenza n. 140/2021 la Corte Costituzionale ha dichiarato l'incostituzionalità dell’articolo 83, comma 9, del decreto legge n. 18 del 2020, nella parte in cui prevede la sospensione del corso della prescrizione "per il tempo in cui i procedimenti penali sono rinviati ai sensi del precedente comma 7, lettera g), e in ogni caso, non oltre il 30 giugno 2020".

Pertanto, contrastano con la Costituzione (in particolare col principio di legalità ex art. 25) i provvedimenti di rinvio delle udienze penali adottati dal capo dell'ufficio giudiziario nell'ambito delle disposizioni per contrastare l'emergenza epidemiologica da Covid-19.

Infatti, le norme sulla prescrizione hanno natura di diritto sostanziale  e ricadono nell'ambito di applicazione del principio di legalità poiché determinano un allungamento del termine di estinzione del reato. Pertanto, si impone la necessità che la fattispecie estintiva sia determinata nei suoi elementi costitutivi in modo da assicurare un sufficiente grado di conoscenza o di conoscibilità.

La disposizione caducata dalla sentenza, invece, prevedeva una regola processuale definita integralmente dalle disposizioni autonomamente adottate dal capo dell'ufficio, comportando così "un radicale deficit di determinatezza, per legge, della fattispecie, con conseguente lesione del principio di legalità limitatamente alla ricaduta di tale regola sul decorso della prescrizione".

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Il concetto di “indispensabilità” della prova nuova in appello nell'attuale formulazione dell’art. 345, comma 3 c.p.c.

La Cassazione ribadisce il principio secondo il quale, nell’attuale formulazione dell’art. 345, comma 3 c.p.c., nessun ruolo gioca la deduzione e la dimostrazione dell’indispensabilità del mezzo di prova proposto per la prima volta in appello, il quale potrà dunque essere ammesso nella sola ipotesi in cui la parte dimostri di non aver potuto proporlo nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile.

Ha affermato quindi il seguente principio di diritto: "Nel giudizio di appello, la nuova formulazione dell'art. 345 cpc, comma 3, quale risulta dalla novella di cui al DL n. 83 del 2012, convertito con modificazioni con la L. n. 134 del 2012, applicabile nel caso in cui la sentenza conclusiva del giudizio di primo grado sia stata pubblicata dal giorno 11 settembre 2012 in poi, pone il divieto assoluto di ammissione di nuovi mezzi di prova e di produzione di nuovi documenti, a prescindere dalla circostanza che questi abbiano o meno quel carattere di "indispensabilità" che, invece, costituiva criterio selettivo nella versione precedente della medesima norma, fatto comunque salvo che la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile".

(Cass., sez. VI., 21 gennaio 2021, n. 1109)

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Sentenza di divorzio successiva alla morte di uno dei coniugi: ammesso l'appello per cessata materia del contendere.

Avverso la sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, intervenuta successivamente alla morte di una delle parti, è ammissibile l'appello della parte superstite al fine di ottenere una pronuncia di cessazione della materia del contendere, essendo gli effetti civili del matrimonio già venuti meno per la morte di uno dei due coniugi.

Legittimati processuali nel giudizio di impugnazione sono anche gli eredi della parte deceduta.

(Cass. Civ., Sez. VI, Ord. 21 gennaio 2021, n. 1079)

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Lo scioglimento della comunione dei beni dei coniugi separati e la sua ricostituzione in seguito a riconciliazione

Con l'Ordinanza n. 6820 del 11.03.2021, la Suprema Corte ha avuto modo di chiarire i principi che regolamentano la comunione legale dei beni nel caso di separazione personale dei coniugi.

Gli Ermellini hanno infatti stabilito che: “”in materia di comunione legale tra i coniugi, la separazione personale costituisce causa di scioglimento della comunione, che è rimossa dalla riconciliazione dei coniugi medesimi, cui segue il ripristino automatico del regime di comunione originariamente adottato, con la sola esclusione degli acquisti effettuati durante il periodo di separazione e fatta salva l’invocabilità, “ratione temporis”, dell’effetto pubblicitario derivante dalla novella di cui all’art. 69 del Dpr 396 del 2000, che ha previsto l’annotazione a margine dell’atto di matrimonio delle dichiarazioni rivelatrici della volontà conciliativa”.

La pronuncia in parola, pertanto, delinea il funzionamento della comunione legale al momento della riconciliazione dei coniugi in seguito a separazione: essa si applica per quei beni che verranno acquistati successivamente alla riconciliazione e torna ad estendersi retroattivamente ai beni acquistati prima dello scioglimento. Tale applicazione retroattiva non si estende però agli acquisti effettuati in costanza di separazione, creando così un intervallo temporale tra i due periodi di vigenza della comunione.

Si ricorda che la comunione legale (artt. 177 ss cc) è il regime patrimoniale predefinito in assenza di diverso accordo tra i coniugi.  Essa è caratterizzata dall’assenza di una individuazione di quote specifiche di proprietà. Quando la comunione legale si scioglie, i beni che ne erano soggetti cadono in comunione ordinaria. Quest’ultima, a differenza della prima, è divisa in quote. Pertanto, ogni coniuge diventa titolare della quota del bene compreso nella comunione legale e può liberamente disporne. (Sul punto, si veda Cass. 28.12.2018 n. 33546).

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L'affido super esclusivo

L’affido super esclusivo (o esclusivo rafforzato) è un istituto di costruzione giurisprudenziale nato da una particolare interpretazione dell’art. 337-quater del Codice Civile. Il terzo comma dell’articolo in parola così recita: “Il genitore cui sono affidati i figli in via esclusiva, salva diversa disposizione del giudice, ha l'esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che non sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i genitori. Il genitore cui i figli non sono affidati ha il diritto ed il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse.

La figura qui analizzata è, appunto, ricondotta all’inciso “Salvo che non sia diversamente stabilito” e si qualifica pertanto come una terza via tra l’affido condiviso e quello esclusivo, posta al livello più alto di “gravità” nella limitazione dell’esercizio della responsabilità genitoriale.

Infatti, mentre l’affido esclusivo prevede comunque che le decisioni di maggiore interesse vengano prese di comune accordo trai genitori, l’affido super esclusivo riserva al solo genitore affidatario il compito di adottare tutte le scelte che riguardino il minore, senza il previo consenso o avvertimento dell’altro.

Nei fatti, l’istituto in esame esautora il genitore non affidatario, in maniera simile a un provvedimento limitativo o estintivo della responsabilità genitoriale.

La differenza sostanziale con questi ultimi provvedimenti sta nel fatto che, giuridicamente, con l’affido esclusivo rafforzato la titolarità della responsabilità genitoriale non viene intaccata: è il suo esercizio che viene marginalizzato al punto da limitarsi al solo diritto/dovere per il genitore non affidatario di vigilare sull’istruzione ed educazione della prole e ricorrere al giudice in caso ritenga siano state prese decisioni pregiudizievoli per il minore, come da dettato del predetto art. 337-quater cc.

L’affido esclusivo rafforzato, con tutta evidenza, è uno strumento molto potente e può trovare applicazione solo in casi di grave incapacità del genitore di crescere il minore in accordo con le sue inclinazioni e necessità, specie quando la condotta del genitore risulti dannosa o pregiudizievole per il figlio.

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Il riparto delle competenze in materia di famiglia tra giudice tutelare, giudice della separazione e tribunale per i minorenni

Trib. Roma, Sez. IX, 09.06.2021


Con riguardo ai provvedimenti adottati in sede di separazione dei coniugi, il potere di vigilanza attribuito dall'articolo 337 cod. civ. al giudice tutelare concerne l'attuazione delle condizioni stabilite dal tribunale ordinario per l'affidamento della prole in sede di separazione tra i coniugi, di talché il suo esercizio presuppone l'interpretazione delle condizioni della separazione ma non si estende all'attribuzione di poteri decisori, che non siano meramente applicativi delle condizioni medesime.

Di conseguenza, resta esclusa ogni statuizione modificativa di dette condizioni, che spetta invece al tribunale ordinario, ovvero, quando si tratti di incidere in via ablativa o limitativa della potestà genitoriale, al tribunale per i minorenni.

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Google Earth utilizzabile come prova per dimostrare gli abusi edilizi.

la Suprema Corte con la sentenza penale n. 37611/2020 ha dato asilo, nel processo penale, ai fotogrammi di Google Earth proprio per dimostrare gli abusi edilizi. 

La giurisprudenza penale ha sottolineato come i fotogrammi scaricati dal sito internet "Google Earth", in quanto rappresentano fatti, persone o cose, costituiscono prove documentali pienamente utilizzabili ai sensi dell'art. 234 c.p.p., o dell'art. 189 c.p.p. Ben diversa, poi, è la questione relativa alla valutazione del loro contenuto e alla corrispondenza al vero di quanto in essi rappresentato.

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I genitori sono responsabili per le lesioni provocate dalla inadeguatezza dell'educazione impartita ai figli minorenni.

L'inadeguatezza dell'educazione impartita dai genitori, quale fondamento, ex art. 2048 c.c., della responsabilità dei medesimi per il fatto illecito commesso dal figlio minore, può essere desunta, in mancanza di prova contraria, dalle modalità dello stesso fatto illecito, che ben possono rivelare il grado di maturità e di educazione del minore (Nel caso di specie, uno studente minorenne, prossimo alla maggiore età, nel corso dell'anno scolastico, durante le lezioni e, comunque, all'interno dell'istituto scolastico, in quattro diverse occasioni, offendeva verbalmente il docente, lo molestava impedendogli di tenere lezione, lo minacciava e spintonava).

(Tribunale Sondrio Sez. Unica, 03/03/2021)

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L’ergastolo è in contrasto con la Costituzione.

Con ordinanza numero 18518/2020, la Corte di Cassazione aveva sollevato questione di legittimità costituzionale, con riferimento agli artt. 3, 27 e 117 della Costituzione, degli artt. 4-bis comma 1 e 58-ter della legge n. 354 del 1975, e dell’art. 2 d. I. n. 152 del 1991, convertito, con modificazioni, nella legge n. 203 del 1991, «nella parte in cui escludono che il condannato all’ergastolo, per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all’art. 416-bis cod. pen. ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, che non abbia collaborato con la giustizia, possa essere ammesso alla liberazione condizionale». 

La Corte ha anzitutto rilevato che la vigente disciplina del cosiddetto ergastolo ostativo preclude in modo assoluto, a chi non abbia utilmente collaborato con la giustizia, la possibilità di accedere al procedimento per chiedere la liberazione condizionale, anche quando il suo ravvedimento risulti sicuro. Ha quindi osservato che tale disciplina ostativa, facendo della collaborazione l’unico modo per il condannato di recuperare la libertà, è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Tuttavia, secondo la Corte Costituzionale, l’accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata. Perciò ha stabilito di rinviare la trattazione delle questioni a maggio 2022, per consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi.

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Riconoscimento degli effetti di un provvedimento di adozione straniero da parte di coppia omosessuale maschile.

Non contrasta con i principi di ordine pubblico internazionale il riconoscimento degli effetti di un provvedimento giurisdizionale straniero di adozione di minore da parte di coppia omoaffettiva maschile che attribuisca lo status genitoriale secondo il modello dell’adozione piena o legittimante, non costituendo elemento ostativo il fatto che il nucleo familiare del figlio minore adottivo sia omogenitoriale ove sia esclusa la preesistenza di un accordo di surrogazione di maternità a fondamento della filiazione.

(Cassazione Sez. Un. Civili, 31 Marzo 2021, n. 9006)

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Il riconoscimento dell’efficacia della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio religioso e il giudicato della sentenza non definitiva sullo status.

Secondo la Cassazione, il riconoscimento dell’efficacia della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio religioso, intervenuto dopo il passaggio in giudicato della pronuncia di cessazione degli effetti civili (sentenza non definitiva sullo status) ma prima che sia divenuta definitiva la decisione in ordine alle relative conseguenze economiche, non comporta la cessazione della materia del contendere nel giudizio di divorzio, che può dunque proseguire ai fini dell’accertamento della spettanza e della liquidazione dell’assegno divorzile.

(Cass. civ. Sez. Unite, Sent., (ud. 01/12/2020) 31-03-2021, n. 9004)

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Niente assegno di divorzio al coniuge giovane e poco intraprendente nella ricerca di una nuova occupazione.

L'ex coniuge di età ancora giovanile, che abbia intrapreso una convivenza more uxorio dopo l'avvenuto divorzio e, seppur goda di buona salute, si dimostri poco intraprendente nella ricerca di una nuova occupazione, non ha diritto all'assegno divorzile.

(Cass. civ. Sez. VI - 1 Ord., 04/02/2021, n. 2653)

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Assegno divorzile: lo status di "coniuge debole" va verificato concretamente accertandosi se è il frutto di una scelta o se è indipendente dalla volontà dell'interessata.

Con la decisione n. 452/2021, la Corte di Cassazione ha stabilito che ai fini della valutazione dell'assegno divorzile, il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell'assunzione di un ruolo trainante nell'ambiente familiare non va dato per presupposto, ma verificato concretamente.

Nel caso di specie, invece, la Corte territoriale si è limitata a dare atto dell'indisponibilità di redditi da parte della ex moglie, del suo stato di disoccupazione, senza neppure riferire se siffatto stato fosse il risultato di una scelta ovvero di condizioni indipendenti dalla volontà dell'interessata. In altri termini, la moglie è stata qualificata come "coniuge debole" senza alcuna indagine rispetto alle condizioni reali della suddetta.

(Cass. civ. Sez. VI - 1 Ord., 13/01/2021, n. 452)

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Elevata conflittualità tra i genitori e decadenza dalla responsabilità genitoriale.

Il Tribunale di Milano, sez. IX , con sentenza n. 1145 del 11 febbraio 2021, ha stabilito che, ove venga accertata una conflittualità tra i genitori tale comportare notevoli pregiudizi per la crescita dei figli minori, vada sospesa la loro responsabilità genitoriale e disposto l’affidamento dei figli ad un soggetto extrafamiliare.

In particolare, il Tribunale, dopo aver accertato l'inadeguatezza dei genitori ad assicurare una sana e serena crescita dei figli, ma ritenendo di non dover pronunciare la decadenza dei medesimi dalla responsabilità genitoriale, esistendo dei margini di recupero della capacità genitoriale da parte dei coniugi ove avessero seguito un percorso psicoterapeutico, ha ritenuto più opportuno adottare un provvedimento di limitazione della responsabilità predetta ai sensi dell’art. 333 c.c., con affidamento dei minori al Comune di Milano e con collocamento alternato tra i genitori.

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Tribunale di Santa Maria Caupa Vetere: la donna può impiantare l'embrione crioconservato anche se il marito non è d'accordo

Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con Ordinanza del 27.01.2021, ha stabilito che la donna può impiantare gli  embrioni creati e crioconservati nonostante l'opposizione del marito e  l'intervenuta separazione dei coniugi.
Nella sua decisione, il Tribunale ha dato peso al principio di autoresponsabilità, per cui la donna aveva ormai un legittimo affidamento verso il consenso validamente prestato dal marito alla fecondazione.
Ancora, i Giudici hanno evidenziato la tutela che l'ordinamento garantisce ai figli anche nel caso di conflitto di coppia.

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Il canone di locazione agevolato va determinata in riferimento alle zone OMI in vigore al momento della stipula del contratto di locazione.

La misura del canone di locazione agevolato nei contratti concordati va determinata in riferimento alle zone OMI in vigore al momento della stipula del contratto di locazione e non a quelle vigenti al momento della sottoscrizione dell'accordo definito in sede locale tra le organizzazioni della proprietà edilizia e dei conduttori maggiormente rappresentative.

(Trib. Roma, sentenza, 25 novembre 2020, n. 18927)

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Sulla natura di atto recettizio dell'avviso di convocazione all'assemblea dei condomini.

Ogni condomino ha il diritto di intervenire all'assemblea e deve, quindi, essere messo in condizione di poterlo fare, con la conseguente necessità che l'avviso di convocazione, previsto dall'art. 66, comma 3, disp. att. c.c. nel testo vigente "ratione temporis", quale atto unilaterale recettizio, sia, non solo, inviato, ma anche ricevuto nel termine ivi stabilito di almeno cinque giorni prima della data fissata per l'adunanza, avendo riguardo alla riunione dell'assemblea in prima convocazione.

(Cass. Civ., Sez. 2 - , Ordinanza n. 24041 del 30/10/2020)

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Il provvedimento adottato dal tribunale su ricorso del coniuge che chieda la revisione dell'assegno di mantenimento a favore del figlio ha efficacia immediatamente esecutiva.

La Procura Generale della Corte di Cassazione, in data 17.11.2020, in relazione all'efficacia immediatamente esecutiva del provvedimento con il quale viene disposta la revisione dell'assegno di mantenimento in favore del figlio, ha così statuito: "in considerazione l’insegnamento di Cass. civ., sez. Un., 26 aprile 2013, n. 10064, secondo cui "in materia di revisione delle disposizioni concernenti l'affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalità dei contributi da corrispondere a seguito dello scioglimento e della cessazione degli effetti del matrimonio, a norma della L. n. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 9 e successive modificazioni, il decreto pronunciato dal tribunale è immediatamente esecutivo, in conformità di una regola più generale, desumibile dall'art. 4 della citata legge regolativa della materia e incompatibile con l'art. 741 c.p.c., che subordina l'efficacia esecutiva al decorso del termine utile per la proposizione del reclamo", cui aderiscono sia la successiva pronuncia resa da Cass. civ., sez. VI, 22 gennaio 2015, n. 1164, nonché numerose pronunce rese dai giudici di merito. Al proposito va rimarcato che ulteriore conferma di tale principio di diritto si può rinvenire nella l. n. 219 del 2012, all’articolo 3, che ha stabilito che nei procedimenti in materia di affidamento e di mantenimento dei minori, si applicano, in quanto compatibili, gli articoli 737 ss., cod. proc. civ., quindi il procedimento camerale, stabilendo espressamente che il Tribunale competente provvede in ogni caso in camera di consiglio e che i provvedimenti emessi sono immediatamente esecutivi, salvo che il giudice disponga diversamente".

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Sulla decorrenza dell'obbligo di mantenimento del figlio.

La Terza Sezione della Corte di Cassazione (con l’ordinanza n. 8816/2020), dopo aver ribadito il collegamento dell’obbligazione di mantenimento ex art. 148 del c.c. allo status genitoriale e, conseguentemente, la decorrenza dell'obbligazione in parola dalla nascita del figlio, ha aggiunto che, come dalla stessa Corte già affermato in passato, nel caso di successiva cessazione della convivenza tra i genitori l’obbligo del genitore non affidatario o collocatario non decorre dalla proposizione della domanda giudiziale, bensì dall’effettiva cessazione della coabitazione (cfr. Cass. Civ., n. 3302/2017).

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Provvedimenti ablativi o limitativi della potestà genitoriale: l’effetto attrattivo della competenza in favore del giudice della separazione/divorzio.

Nel caso in cui sia già in corso un giudizio di separazione ovvero di divorzio di fronte al giudice ordinario nel momento della proposizione di un un successivo provvedimento ablativo o limitativo della potestà genitoriale ai sensi degli artt. 330 e 333 c.c. da parte del giudice minorile si verifica l’effetto attrattivo (c.d. “vis actractiva”) della competenza in favore del giudice di fronte al quale è in corso il suddetto giudizio, nell’ottica (rispettosa della volontà del legislatore del 2012) di concentrazione delle tutele in capo ad uno stesso giudice per le questioni attinenti al rapporto genitori-figli minori, garantendo così l’armonia tra i provvedimenti e scongiurando una loro frammentazione provocata da possibili contrasti.

(Cass. civ. Sez. VI - 1, Ord., (ud. 15/12/2020) 11-02-2021, n. 3490)

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Assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne che studia fuori sede.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 29977/2020, ha avuto modo di pronunciarsi in merito alla possibilità per il genitore collocatario di chiedere l'aumento dell'assegno di mantenimento del figlio, studente fuori sede.

Con l'occasione ha chiarito che:

a) l'obbligo di mantenere il figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma si protrae, qualora questi, senza sua colpa, divenuto maggiorenne, sia ancora dipendente dai genitori;

b) poiché, di norma, è il genitore con il quale il figlio abita a provvedere materialmente ai bisogni ed alle necessità del figlio stesso, la coabitazione si configura, nelle ipotesi che più frequentemente ricorrono, come un parametro fattuale di rilevanza indiziaria, idoneo a giustificare la deroga alla regola generale della corresponsione diretta della somma a titolo di contributo al mantenimento al figlio maggiorenne;

c) in altre parole, non può darsi dirimente rilevanza al solo dato temporale della permanenza del figlio presso l'abitazione del genitore già collocatario: mentre il rapporto coniugale è connotato di regola da una quotidiana coabitazione e dalla unicità di interessi familiari, quello di filiazione può essere più spesso caratterizzato, in presenza di peculiari e personali interessi del figlio, specie se maggiorenne, da una sua presenza solo saltuaria per la necessità di assentarsi con frequenza per motivi di studio o di lavoro anche per non brevi periodi;

d) una frequentazione solo saltuaria della casa da parte del figlio non è, infatti, incompatibile con la persistenza di un più intenso legame di comunanza di vita con uno solo dei genitori, tale che sia quest'ultimo a restare la figura di riferimento per il corrente sostentamento del figlio e a provvedere materialmente alle sue esigenze, anticipando ogni esborso necessario;

e) nel concorso di dette circostanze, trova quindi giustificazione la legittimazione iure proprio di cui si sta trattando, sempre che sia mancata la richiesta in via giudiziale, da parte del figlio maggiorenne, di corresponsione diretta dell'assegno di mantenimento.

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Sulla posizione di parti sostanziali dei minori nel giudizi che li riguardano.

In generale i minori, nei procedimenti giudiziari che li riguardano, non possono essere considerati parti formali del giudizio, perché la legittimazione processuale non risulta attribuita loro da alcuna disposizione di legge; essi sono, tuttavia, parti sostanziali, in quanto portatori di interessi comunque diversi, quando non contrapposti, rispetto ai loro genitori. La tutela del minore, in questi giudizi, si realizza mediante la previsione che deve essere ascoltato, e costituisce pertanto violazione del principio del contraddittorio e dei diritti del minore il suo mancato ascolto, quando non sia sorretto da un'espressa motivazione sull'assenza di discernimento, tale da giustificarne l'omissione.

(Cass. civ. Sez. I Ord., 30/07/2020, n. 16410)

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Lesione della quota di riserva: integrale esaurimento del patrimonio del "de cuius" mediante donazioni e onere della prova a carico del legittimario leso.

Il principio secondo cui il legittimario che propone l'azione di riduzione ha l'onere di indicare e comprovare tutti gli elementi occorrenti per stabilire se, e in quale misura, sia avvenuta la lesione della sua quota di riserva, non può essere applicato qualora il "de cuius" abbia integralmente esaurito in vita il suo patrimonio con donazioni. 

In questo caso, infatti, il legittimario non ha altra via, per reintegrare la quota riservata, se non quella di agire in riduzione contro i donatari, essendo quindi la compiuta denuncia della lesione già implicita nella deduzione della manifesta insufficienza del "relictum".

(Cass. civ. Sez. II Sent., 31-07-2020, n. 16535 (rv. 658294-02))

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La comunicazione dell'ordinanza presidenziale da parte della cancelleria del Tribunale non fa decorrere il termine breve per il reclamo ex art. 708 c. 4 cc.

Con Ordinanza del 05.02.2021 la Corte di Appello di Napoli ha statuito che non è tardivo il reclamo ex art. 708 cpc proposto avverso l’Ordinanza Presidenziale del Tribunale oltre i 10 giorni dalla comunicazione di tale provvedimento da parte della cancelleria.
Infatti, la signora convenuta nel giudizio di reclamo aveva eccepito la tardività dello stesso, sulla base del disposto dell’ultimo comma dell’art. 708 c. 4 cpc a mente del quale:

“Contro i provvedimenti di cui al terzo comma si può proporre reclamo con ricorso alla corte d'appello che si pronuncia in camera di consiglio. Il reclamo deve essere proposto nel termine perentorio di dieci giorni dalla notificazione del provvedimento “

In poche parole, la reclamata equiparava la comunicazione del provvedimento da parte della cancelleria alla notifica menzionata nell’articolo, ritenendo quindi che fosse decorso il succitato termine di 10 giorni prima della presentazione in Corte di Appello del reclamo.

La Corte, diversamente opinando, ha ritenuto invece che il termine breve di 10 giorni ex art. 708 cpc decorra solo dal momento della notifica del provvedimento presidenziale effettuato da una delle parti del giudizio di separazione o divorzio. Al contrario, la comunicazione da parte della cancelleria fa decorrere il termine ordinario di sei mesi.

Si tratta di una pronuncia piuttosto interessante poiché, a differenza di quanto si possa pensare, non è pacifico che il termine “notifica” utilizzato dall’articolo in parola si riferisca solo all’impulso di parte.
Infatti, pur essendo largamente maggioritaria l’opinione di cui all’ordinanza in commento, non mancano voci dissonanti che qualificano come notificazione (idonea a far decorrere il termine breve di impugnazione) anche i biglietti di cancelleria che contengano copia integrale di un provvedimento. Si veda ad esempio: Circolare 27 giugno 2014 del Ministero della Giustizia; Tribunale di Modena, sentenza n. 1799 del 2 dicembre 2009; Corte d’Appello di Milano, sentenza n. 224 del 3/3/2014

Non va dimenticato, infatti, che l’art. 16 del D.L. 179/2012 ha imposto alle cancellerie l’obbligo di recapitare via PEC gli atti dell’Ufficio Giudiziario e che l’art. 133 c. 2 cpc prevede esplicitamente solo per la sentenza che la comunicazione da parte della cancelleria non possa far decorrere il termine breve per l’impugnazione.

Inoltre, anche tra chi ritiene che il termine breve ex art. 708 cpc decorra solo con la notifica di parte, non vi è concordia sulla durata del termine lungo in caso di sola comunicazione di cancelleria. Infatti, mancando un esplicito dato normativo, alcuni ritengono che il termine coincida con l’udienza davanti al G.I. (C.D.A. Napoli, ord. 26.6.2007).

La pronuncia qui esaminata offre anche spunti interessanti in relazioni ad altri aspetti del procedimento per reclamo ex art. 708 c. 4 cpc, come le sue condizioni di ammissibilità e il suo rapporto con gli altri mezzi a disposizione della parte per chiedere la modifica delle statuizioni presidenziali.

Corte di Appello di Napoli, ord. 05.02.2021 (testo completo)

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Cognome dei figli: l'ordinanza della Corte Costituzionale.

Con l'ordinanza n. 18 del 2021 la Corte Costituzionale ha disposto la rimessione davanti a sé delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 262, comma 1, c.c., nella parte in cui, in mancanza di diverso accordo dei genitori, impone l’acquisizione alla nascita del cognome paterno, anziché dei cognomi di entrambi i genitori, in riferimento agli artt. 2, 3 e 117, comma 1, Cost., quest’ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 CEDU, poiché lo stesso meccanismo consensuale – che il rimettente vorrebbe estendere all’opzione del solo cognome materno – non porrebbe rimedio allo squilibrio e alla disparità tra i genitori.

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Sull'assegnazione della casa familiare al genitore non collocatario.

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, l'assegnazione di una porzione della casa familiare al genitore non collocatario dei figli può disporsi solo nel caso in cui l'unità abitativa sia del tutto autonoma e distinta da quella destinata ad abitazione della famiglia o sia comunque agevolmente divisibile.

(Cass. civ. Sez. VI - 1 Ord., 15/10/2020, n. 22266 (rv. 659413-01))



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Assegno di mantenimento: si alla compensazione del credito.

La Corte di Cassazione si è pronunciata in merito alla possibilità, per l’ex marito, obbligato a corrispondere alla ex un assegno di mantenimento, di opporre in compensazione a quest’ultima, che agisca esecutivamente, il mutuo stipulato da entrambi ma pagato in via esclusiva da lui.

Secondo gli Ermellini, con l'opposizione ex art. 615 c.p.c. il debitore esecutato può opporre in compensazione al creditore procedente un controcredito certo (cioè, definitivamente verificato giudizialmente o incontestato) oppure un credito illiquido di importo certamente superiore (la cui entità possa essere accertata, senza dilazioni nella procedura esecutiva, nel merito del giudizio di opposizione) anche nell'ipotesi di espropriazione forzata promossa per il credito inerente al mantenimento del coniuge separato, non trovando applicazione, in difetto di un "credito alimentare", l'art. 447, comma 2, c.c.

(Cass. civ. Sez. III Sent., 26/05/2020, n. 9686 (rv. 657716-01))

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La ex partner della madre del minore non ha diritto di visita nei confronti del bambino, se ciò è contrario al suo best interest.

Nel decidere se l'ex convivente della madre ha diritto di visita nei confronti del bambino, gli Stati membri godono di un ampio margine di apprezzamento, in cui le autorità pubbliche devono trovare un equilibrio tra interessi privati e interessi pubblici o tra i diversi diritti protetti dalla Convenzione. In siffatte circostanze in gioco non vi era il solo diritto al rispetto della vita familiare della ricorrente, ma anche il principio dell'interesse superiore del bambino ai sensi dell'art. 8 della Convenzione.

Lo ha stabilito la Corte di Strasburgo nella decisione Honner contro Francia, pubblicata il 12 novembre 2020. Specifica la Corte dei diritti umani che la Corte dei diritti umani ha notato i giudici francesi avevano ritenuto gli incontri tra il minore e la ricorrente fossero traumatici per il bambino e che quindi non fosse nell'interesse del minore proseguirli. Tale decisione, dunque, si fondava sulla tutela del superiore interesse del minore, dato che G. era un bambino fragile, trovatosi in una situazione traumatizzante e al centro di un conflitto tra la ricorrente e la sua madre biologica, che non erano in grado di comunicare tra loro senza essere aggressive. Altresì aveva anche notato che non ci fosse stato un passaggio regolare del minore tra le due ex partner e che G. era stato riluttante nell'andare a casa della richiedente. Pertanto, la Corte di Strasburgo non ha potuto mettere in discussione la conclusione che la Corte d'appello era giunto da questi risultati, vale a dire che non era nell'interesse del bambino continuare incontrare il richiedente.

(Corte europea diritti dell'uomo, 12/11/2020)

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Con il patto di famiglia, la quota di legittima è, per legge, convertita in un diritto di credito immediatamente esigibile.

Con sentenza n. 29506/2020, depositata il 24 dicembre 2020, la Corte di Cassazione ha stabilito che all'atto della stipula del patto di famiglia sorge un diritto di credito dei futuri legittimari, cui corrisponde, specularmente, l'obbligo del discendente beneficiario di provvedervi subito (senza aspettare l'apertura della successione). I contraenti possono anche prevedere che tale liquidazione avvenga in tutto o in parte in natura, tant'è l'art. 768-quater, comma 3, precisa che, come il denaro, anche i beni assegnati ai partecipanti al patto, che non siano gli assegnatari dell'azienda o delle partecipazioni sociali, sono imputati, secondo il valore attribuito in contratto, alle quote di legittima spettanti a questi ultimi.

Dal punto di vista funzionale, il patto di famiglia si colloca nell'ambito dei patti successori non tanto perchè con esso vengono trasferiti per spirito di liberalità determinati beni dell'imprenditore prima dell'apertura della successione (in vista del passaggio generazionale nella gestione dell'impresa), ma perchè, affianco a tale attribuzione, la legge prevede necessariamente la soddisfazione dei legittimari non assegnatari, mediante liquidazione di un conguaglio (anche in natura) da parte del beneficiario dell'attribuzione, anticipando gli effetti dell'apertura della successione tra legittimari ed anche della divisone ereditaria, limitatamente ai beni oggetto di trasferimento, tenendo conto delle quote di legittima, e rafforzando la definitività delle attribuzioni tutte con l'esclusione dalla collazione e dalla riduzione.

(Cass. civ. Sez. V, 24/12/2020, n. 29506)

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Le Sezioni Unite sull'ammissibilità dei danni punitivi: dalla natura compensativa a quella punitiva-sanzionatoria.

Con la sentenza 5 luglio 2017 n. 16601, le Sezioni Unite della Suprema Corte pongono fine all’annosa questione relativa all’ammissibilità e al conseguente riconoscimento dei danni punitivi all’interno dell’ordinamento nazionale, previa individuazione della natura della responsabilità civile.

Innanzitutto, occorre muovere dalla esposizione dei filoni giurisprudenziali formatisi in merito alla questione de qua.

L’orientamento prevalso in seno alla Suprema Corte di Cassazione era granitico nel ritenere con fermezza l’incompatibilità della responsabilità civile con la funzione sanzionatoria, essendo demandata a tale responsabilità la sola funzione di restaurare la sfera del soggetto danneggiante.

In altri termini, alla luce della suddetta tesi, la finalità punitiva era pura prerogativa esclusiva della responsabilità penale,  il cui paradigma è da rinvenirsi nel principio di legalità e nei suoi corollari, di cui costituiscono espressione gli artt. 25 co. 2 Cost. (divieto di retroattività della legge penale), 27 co. 1 (principio di personalità della responsabilità penale e divieto di responsabilità per fatto altrui) e 27 co. 3 (nella misura in cui esprime lo scopo di rieducazione insito nella pena inflitta).

Il filone giurisprudenziale testè richiamato ha costituito oggetto di profonda revisione critica ad opera della dottrina; revisione critica mutuata dagli orientamenti giurisprudenziali successivi e posta alla base delle motivazioni della sentenza delle Sezioni Unite oggetto del presente commento.

Invero, con la pronuncia in esame il Supremo Consesso ha messo in evidenza che la funzione sanzionatoria del risarcimento del danno non è incompatibile con il sistema della responsabilità civile, pur necessitando di un’apposita previsione legislativa che esprima in modo chiaro lo scopo punitivo della disposizione medesima.

D’altronde, come efficacemente esposto ed argomentato dai Giudici di legittimità, il panorama normativo offre numerosi esempi paradigmatici dell’abbandono della esclusiva funzione compensativo-riparatoria della responsabilità civile, in favore dell’accoglimento altresì della finalità punitivo-sanzionatoria impressa dalla stessa.

Si pensi, ad esempio, al novellato art. 96 co. 3 c.p.c., che consente la condanna della parte soccombente al pagamento di una somma “equitativamente determinata” in funzione sanzionatoria dell’abuso del processo (diposizione, tra l’altro, mutuata anche dall’art. 26 del Codice del processo amministrativo, introdotto dal d. lgs.n. 104/2010). Occorre precisare che sulla natura dell’art. 96 co. 3 c.p.c. si è di recente espressa la Corte costituzionale, interrogata circa la questione di legittimità costituzionale della previsione de qua. Ebbene, la Corte - con la pronuncia n. 152/2016 - ha sancito con granitica certezza la natura altresì sanzionatoria con finalità deflattiva della suddetta disposizione.

Costituisce ulteriore esempio chiarificatore della funzione sanzionatoria della responsabilità civile il decreto legislativo di nuovo conio n. 7/2016, i cui artt. 3-5 hanno abrogato le fattispecie di reato previste a tutela della fede pubblica, onore e patrimonio, prevedendo altresì - in caso di natura dolosa del reato - una sanzione afflittiva pecuniaria da cumulare al risarcimento del danno in favore del danneggiato.

I due esempi appena fatti, che si incardinano in un ben più ampio novero di fattispecie espressive della suesposta finalità della responsabilità civile e che non si intendono qui oggetto di elencazione per chiare finalità di sintesi, confermano il riscontro della cittadinanza nel nostro ordinamento della natura polifunzionale della responsabilità civile.

Pertanto, superato positivamente l’ostacolo dell’ammissibilità della funzione sanzionatoria della responsabilità civile, occorre ora comprendere in che misura possa essere importata nell’ordinamento nazionale una sentenza di condanna per danni punitivi emessa da uno Stato estero, previa verifica della compatibilità di tale trasposizione con l’ordine pubblico.

Preso atto che la nozione di “ordine pubblico” include un ampio sistema di tutele in favore dei cives approntate a livello sovraordinato rispetto alla legislazione primaria, le Sezioni Unite chiariscono che il principio di legalità vigente nell’odierno ordinamento postula che la sentenza straniera di condanna sia emessa nel rispetto di adeguate basi normative, che garantiscano i principi di tipicità e prevedibilità della sanzione.

Alla luce delle suddette argomentazioni, i Giudici di legittimità hanno concluso che alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, essendo interne al sistema sia la funzione di deterrenza che quella sanzionatoria del responsabile civile.

Pertanto, non è ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto di origine statunitense del risarcimento di danni di natura punitiva.

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Delibazione di sentenza ecclesiastica e indissolubilità del matrimonio.

Perché sia dichiarata l'efficacia civile delle nullità matrimoniali pronunciate dai Tribunali della Chiesa Cattolica, occorre che la Corte d'Appello accerti "che ricorrono le altre condizioni richieste dalla legislazione italiana per la dichiarazione di efficacia delle sentenze straniere" (lett. c). Il rinvio è, come già detto, agli artt. 796 e 797 del codice di procedura civile. Orbene l'ultimo punto dell'art. 797 c.p.c. richiede che la sentenza da delibare, nel caso di specie la pronuncia canonica di nullità matrimoniale, non contenga "disposizioni contrarie all'ordine pubblico italiano". La Corte costituzionale nella citata sentenza n. 18 del 1982 ha definito l'ordine pubblico come l'insieme delle "regole fondamentali poste dalla Costituzione e dalle leggi a base degli istituti giuridici in cui si articola l'ordinamento positivo nel suo perenne adeguarsi all'evoluzione della società". Orbene non potranno essere delibate sentenze che dichiarino l'invalidità del vincolo per impedimenti tipicamente confessionali, in cui la nullità deriva dall'esistenza di situazioni del tutto peculiari che non trovano alcun riscontro nell'ordinamento civile, quali la disparità di religione, l'ordine sacro e il voto pubblico di castità. La giurisprudenza di legittimità inoltre, a partire dalla sentenza 1° ottobre 1982 n. 5026, pronunciata a sezioni unite, con orientamento ormai consolidato, ascrive la buona fede nel novero dei principi di ordine pubblico la cui tutela è imprescindibile e inderogabile in materia matrimoniale (Nel caso di specie, la nullità è pronunciata perché la parte non aderisce ad una delle condizioni richieste per la validità del matrimonio cattolico vi è la necessità della conoscenza o conoscibilità dell'apposizione di tale elemento accidentale da parte dell'altro nubendo. Appare, quindi, in contrasto assoluto con il nostro ordine pubblico interno la rilevanza, data in sede canonica, alla nullità del matrimonio, perché l'odierno ricorrente lo riteneva non indissolubile, sul presupposto della necessità di tutelare l'affidamento che l'altra parte, ignara delle altrui intenzioni escludenti, abbia riposto sulla validità del vincolo coniugale).

(Corte d'Appello Napoli Sez. minori, 24/11/2020)

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È possibile, per l'erede del legatario premorto all'accettazione, rinunciare al legato in sostituzione di legittima

Con l’Ordinanza del 27.08.2020 n. 17861, la VI Sezione civile della Corte di Cassazione ha stabilito che, ove il legato in sostituzione di legittima abbia ad oggetto il diritto di usufrutto ma il legatario muoia prima di poterlo accettare, la facoltà di rinuncia si trasmette all’erede del legatario nonostante egli non possa subentrare nel diritto già acquisito dal proprio dante causa. Infatti, in tale condizione l’erede del legatario diviene iure hereditatis titolare dell’azione di riduzione e può scegliere di assumere su di sé obblighi ed eventuali diritti nascenti dall’estinzione dell’usufrutto ovvero di rinunciarvi, assolvendo così all’onere cui è subordinata l’azione di riduzione stessa.

La Corte, sul punto osservava che: “In dottrina è comune l’osservazione che il fatto che l'acquisto del legato avvenga automaticamente non vuol dire che l'accettazione sia inutile o irrilevante. Con l'accettazione, infatti, il legatario fa definitivamente proprio il beneficio del legato e ciò si traduce nella definitività giuridica dell'acquisto, che non è più rinunziabile. Consegue da quanto sopra che se il legatario muore senza avere accettato, la facoltà di rinunziare, quale potere inerente al rapporto successorio in atto non esauritosi col definitivo conseguimento del legato, passa all'erede. L'applicazione di tale regola al legato sostitutivo comporta che l'erede del legittimario si trova, sotto questo aspetto, nella stessa condizione del legittimario proprio dante causa. Se il dante causa era ancora nella condizione di poter rinunciare al legato, e assolvere all'onere richiesto per poter domandare la riduzione delle disposizioni testamentarie, nella medesima condizione si troverà il suo erede, divenuto titolare iure hereditatis dell'azione di riduzione (art. 557 c.c.).

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L’esistenza di un patto successorio istitutivo può essere dimostrata con ogni mezzo

Con Sentenza n. 18197 del 02.09.2020, la 2° Sezione civile della Corte di Cassazione ha stabilito che l’esistenza di un patto successorio istitutivo non deve risultare necessariamente da l testamento o da un atto scritto. Al contrario, essa può venir dimostrata con qualunque mezzo, essendo il patto successorio considerato illecito dalla legge.
Infatti, gli Ermellini così si esprimevano: “Questa Corte condivide la soluzione, proposta dalla più accreditata dottrina, secondo cui non è necessario che l’esistenza del patto successorio istitutivo risulti dal testamento, quale motivo determinante della disposizione (art. 626 c.c.), o da atto scritto, ma è sempre ammissibile qualunque mezzo di prova, perché si tratta di provare un accordo che la legge considera come illecito.  È utile operare un parallelo con quanto prescrive l’art. 1417 c.c., in materia di prova della simulazione, che può essere liberamente provata dalle parti quando l’azione diretta ad accertare la illiceità del contratto dissimulato.

Nella sua decisione, la Corte ha anche ricordato la differenza tra testamenti simultanei validi e patto successorio istitutivo. 

          
I primi si hanno quando due disposizioni testamentarie, sia pure reciproche, costituiscano due atti perfettamente distinti, quantunque scritti sullo stesso foglio.   
Il secondo, vietato dall’art. 458 cc, si ha invece quando le disposizioni testamentarie redatte da più persone, pur essendo contenute in schede formalmente distinte, danno luogo a un accordo con il quale ciascuno dei testatori provvede alla sua successione in un determinato modo, in determinante correlazione con la concordata disposizione dei propri beni da parte degli altri.

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Nel procedimento di affidamento, l’ascolto del minore è un adempimento necessario.

Secondo la Cassazione, l’audizione dei minori, già prevista nell’art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, è divenuta un adempimento necessario nelle procedure giudiziarie che li riguardano ed, in particolare, in quelle relative al loro affidamento ai genitori, ai sensi dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la L. n. 77 del 2003, nonché dell’art. 315-bis c.c. (introdotto dalla L. n. 219 del 2012) e degli artt. 336-bis e 337-octies c.c. (inseriti dal D.Lgs. n. 154 del 2013, che ha altresì abrogato l’art. 155-sexies c.c.). 

L’ascolto del minore di almeno 12 anni, e anche di età minore ove capace di discernimento, costituisce, pertanto, una modalità tra le più rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonché elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse. Costituisce, pertanto, violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto che non sia sorretto da espressa motivazione sull’assenza di discernimento che ne può giustificare l’omissione, in quanto il minore è portatore di interessi contrapposti e diversi da quelli del genitore, in sede di affidamento e diritto di visita e, per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale (Cass. sez. Unite, 21/10/2009, n. 22238; Cass. 26/03/2015, n. 6129; Cass. 07/05/2019, n. 12018; Cass. 30/07/2020, n. 16410). 

Conseguentemente, in tutti i procedimenti previsti dall’art. 337 bis c.c., laddove si assumano provvedimenti in ordine alla convivenza dei figli con uno dei genitori, l’audizione del minore infra dodicenne, capace di discernimento, costituisce adempimento previsto a pena di nullità, in relazione al quale incombe sul giudice un obbligo di specifica e circostanziata motivazione, tanto più necessaria quanto più l’età del minore si approssima a quella dei dodici anni, oltre la quale subentra l’obbligo legale dell’ascolto. Ciò vale, secondo la Suprema Corte, non solo se il giudice ritenga il minore infra dodicenne incapace di discernimento ovvero l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore, ma anche qualora opti, in luogo dell’ascolto diretto, per un ascolto effettuato nel corso di indagini peritali o demandato ad un esperto al di fuori di detto incarico. 

(Cassazione civile, sez. I, ordinanza 25 gennaio 2021 n. 1474)

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Assegno di mantenimento alla moglie che si occupa del lavoro domestico per seguire il marito negli traslochi professionali.

La circostanza che il marito, prima della separazione personale tra coniugi, si spostasse frequentemente per opportunità lavorative giustifica l’assegno di mantenimento in favore della moglie, la quale si è sempre occupata del lavoro domestico per seguire il coniuge nei traslochi professionali. Il Collegio della VI Sezione Civile (Ordinanza 31 dicembre 2020, n. 30014) ha evidenziato che la potenziale idoneità della donna a produrre reddito, per l’effetto, risultava “limitatissima” per i pregressi accordi e le vicende familiari connotate dai plurimi trasferimenti.

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Il giudice non può escludere il "pernotto" della figlia presso l'abitazione del genitore senza una specifica motivazione.

Con ordinanza n. 28883 depositata il 17 dicembre 2020, la Corte di Cassazione ha stabilito che pur dovendosi riconoscere all'autorità giudiziaria ampia libertà in materia di diritto di affidamento di un figlio di età minore, è comunque necessario un rigoroso controllo sulle "restrizioni supplementari", ovvero quelle apportate dalle autorità al diritto di visita dei genitori, comprese quelle relative alla possibilità della figlia minore di dormire presso il domicilio del genitore non affidatario, e sulle garanzie giuridiche destinate ad assicurare la protezione effettiva del diritto dei genitori e dei figli al rispetto della loro vita familiare, di cui all'art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, onde scongiurare il rischio di troncare le relazioni familiari tra un figlio in tenera età ed uno dei genitori. 

(Cass. civ. Sez. VI-1, Ord., (ud. 12 novembre 2020) 17 dicembre 2020, n. 28883)

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Covid-19 e cognome dei figli nati fuori dal matrimonio: padre positivo deve fare domanda ex art. 262 cc

Si segnala un recente Decreto del Tribunale di Roma (n. 1846 del 01.02.2021) che, pur non presentando novità giuridiche, dimostra l’impatto dell’emergenza sanitaria da COVID-19 anche sul versante più “burocratico” del diritto.

Un uomo risultava positivo al virus Sars-Cov-2 e veniva posto dalla ASL in isolamento fiduciario.

Durante questo periodo, la compagna dava alla luce una bambina.
Non potendo il padre procedere al riconoscimento, per cui era necessaria la sua presenza, la piccola veniva riconosciuta dalla madre, assumendone il cognome.

Una volta negativizzato, l’uomo procedeva al riconoscimento, ma per attribuire il suo cognome alla minore si rendeva necessario depositare domanda giudiziale ex art. 262 cc, incardinando così un procedimento per Volontaria Giurisdizione presso il Tribunale di Roma.

Con Decreto del 01.02.2021, la Prima Sezione Civile del Tribunale di Roma accoglieva la domanda.


Questa vicenda ci dà lo spunto per affrontare il tema del riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio.


L’entrata in vigore della nuova Legge n. 219 del 10 dicembre 2012, "Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali”, ha sancito il superamento di ogni ineguaglianza normativa tra figli legittimi e figli naturali in virtù del principio dell'unicità dello status di figlio.

Si specifica però che il riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio deve essere effettuato da entrambi i genitori, anche disgiuntamente.

L’art. 250 del Codice Civile, infatti, prevede che:
“Il figlio nato fuori del matrimonio può essere riconosciuto, nei modi previsti dall’articolo 254, dal padre e dalla madre, anche se già uniti in matrimonio con altra persona all’epoca del concepimento. Il riconoscimento può avvenire tanto congiuntamente quanto separatamente.”
Per quanto riguarda il cognome, l’art. 262 cc, rubricato “Cognome del figlio nato fuori del matrimonio” prevede che:
1. Il figlio assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento è stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio assume il cognome del padre.
2. Se la filiazione nei confronti del padre è stata accertata o riconosciuta successivamente al riconoscimento da parte della madre, il figlio può assumere il cognome del padre aggiungendolo, anteponendolo o sostituendolo a quello della madre.
3. Se la filiazione nei confronti del genitore è stata accertata o riconosciuta successivamente all'attribuzione del cognome da parte dell'ufficiale dello stato civile, si applica il primo e il secondo comma del presente articolo; il figlio può mantenere il cognome precedentemente attribuitogli, ove tale cognome sia divenuto autonomo segno della sua identità personale, aggiungendolo, anteponendolo o sostituendolo al cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto o al cognome dei genitori in caso di riconoscimento da parte di entrambi.
4. Nel caso di minore età del figlio, il giudice decide circa l'assunzione del cognome del genitore, previo ascolto del figlio minore, che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento.”
Quest’ultimo comma riguarda, appunto, la domanda giudiziale di modifica o aggiunta del cognome del minore nato fuori dal matrimonio.

Essa va presentata al Tribunale competente e instaura un procedimento camerale per volontaria giurisdizione che si conclude con un decreto collegiale. È prevista la fissazione di un’udienza camerale solo in caso di opposizione di uno dei genitori o di presentazione della domanda da parte di uno solo degli stessi. 

È importante sottolineare che, secondo la Cassazione, in tema di attribuzione giudiziale del cognome al figlio nato fuori dal matrimonio e riconosciuto non contestualmente dai genitori, la scelta del giudice è ampiamente discrezionale. Infatti, i criteri di individuazione del cognome del minore si pongono in funzione del suo interesse, che è quello di evitare un danno alla sua identità personale, intesa anche come proiezione della sua personalità sociale, e la scelta del giudice deve avere riguardo al modo più conveniente di individuare il minore in relazione all’ambiente in cui è cresciuto fino al momento del successivo riconoscimento, non potendo essere condizionata dall’esigenza di equiparare il risultato a quello derivante dalle diverse regole, non richiamate dall’art. 262 c.c., che presiedono all’attribuzione del cognome al figlio nato nel matrimonio (Cass Civ. Ord.  n. 18161 del 05-07-2019; cfr. Cass. civ. sez. I n. 12640 del 18.06.2015).

Trib. Roma sez. I civ. Decr. 1846 del 01.02.2021 (testo completo)             

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Sul controllo a distanza dell'attività dei lavoratori.

Ai fini dell'operatività del divieto di utilizzo di apparecchiature per il controllo a distanza dell'attività dei lavoratori previsto dall'art. 4 della legge n. 300 del 1970, è necessario che il controllo riguardi, direttamente o indirettamente, l'attività lavorativa, mentre devono ritenersi certamente fuori dall'ambito di applicazione della norma sopra citata i controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore (c.d. controlli difensivi), quali, ad esempio, i sistemi di controllo dell'accesso ad aule riservate o gli apparecchi di rilevazione di telefonate ingiustificate.

(Cass. civ. Sez. lavoro Ord., 18/12/2020, n. 29115)

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Definirsi single su Facebook può comportare l'addebito della separazione.

Per il Tribunale di Palmi (Sentenza del 07/01/2021), definirsi single su Facebook può comportare l'addebito della separazione. In particolare: "Le indicazioni contenute sul profilo facebook di R.F. pur non essendo, ovviamente, prova di un rapporto extraconiugale costituiscono, tuttavia, un atteggiamento lesivo della dignità del partner proprio nella misura in cui, pubblicamente e sin troppo palesemente, rappresentano ai terzi estranei un modo di essere o uno stato d'animo incompatibile con un leale rapporto di coniugio".

(Tribunale Palmi, Sent., 07/01/2021)

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Matrimonio nullo se la condizione d'infermità mentale che ha determinato l'interdizione già esisteva al momento del matrimonio.

Con ordinanza n. 27564, depositata il 2 dicembre 2020, la Corte di Cassazione ha affermato che la chiara ed univoca formulazione testuale dell'art. 119 c.c. stabilisce l'ininfluenza del giudicato preventivo se venga accertata - con giudizio insindacabile perché attinente al merito della decisione - che la condizione d'infermità mentale che ha determinato l'interdizione già esisteva al momento del matrimonio. 

(Cass. civ. Sez. VI - 1 Ord., 2 dicembre 2020, n. 27564)


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Non è reato non consentire gli incontri tra la figlia e il padre violento.

Secondo la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, sentenza n. 12976/2020, non commette reato la madre che non consenta gli incontri tra la figlia e il padre violento, dopo che gli stessi siano stati sospesi su richiesta dei servizi sociali. 

La Suprema Corte ha infatti evidenziato come, secondo le Sezioni Unite, il concetto di elusione di un provvedimento del giudice relativo all’affidamento di minori, ai sensi del art. 388 del c.p., “non può equipararsi puramente e semplicemente a quello di inadempimento, occorrendo, affinché possa concretarsi il reato, che il genitore affidatario si sottragga, con atti fraudolenti o simulati, all’adempimento del suo obbligo di consentire le visite del genitore non affidatario, ostacolandole, appunto, attraverso comportamenti implicanti un inadempimento in mala fede e non riconducibile ad una mera inosservanza dell’obbligo” (Cass. Pen., SS.UU., n. 36692/2007).

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L'affidamento super esclusivo.

Secondo la Cassazione, quando un genitore vìola o trascura i doveri inerenti alla responsabilità genitoriale o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio, il giudice ha la possibilità di non pronunciare la decadenza della responsabilità genitoriale ai sensi dell’art. 330 c.c., potendo graduare le misure applicabili come previsto dall’art. 333 c.c. Quando emerge una condotta pregiudizievole per il figlio, ben possono adottarsi provvedimenti convenienti come anche disporre l’allontanamento del minore dalla residenza familiare, ovvero l’allontanamento del genitore convivente che maltratta o abusa del minore. L’istituto dell’affido può essere declinato secondo la modalità più pertinente ai sensi dell’art. 337 quater c.c. e quindi anche nella forma dell’affidamento esclusivo rafforzato, se questo risponde all’interesse del minore.

(Cassazione civile, sez. VI-1, ordinanza 31 dicembre 2020, n. 29999)

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Assegnazione della casa familiare e morosità condominiale: si può configurare una responsabilità solidale con l'ex coniuge?

In tema di assegnazione della casa familiare e di responsabilità solidale con l'ex coniuge in merito ai debiti condominiali pregressi maturati, il Tribunale di Roma, con la sentenza n. 56 del gennaio 2021, ha precisato che l'azione di recupero del credito è azionabile esclusivamente verso colui che riveste la qualità di condomino. 

Pertanto, l'assegnatario della casa familiare, nel caso in cui la proprietà permanga in capo all'altro coniuge, non può essere destinatario del decreto ingiuntivo azionato dal condominio.

(Tribunale Roma Sez. V, 04/01/2021)

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La pubblicazione di post canzonatori ed irridenti su Facebook non integra la condotta degli atti persecutori.

In tema di stalking, la pubblicazione di post meramente canzonatori ed irridenti su una pagina Facebook accessibile a chiunque non integra la condotta degli atti persecutori di cui all'art. 612 bis cod. pen., mancando il requisito della invasività inevitabile connessa all'invio di messaggi 'privati' (mediante SMS, Whatsapp, e telefonate), e, se rientra nei limiti della legittima libertà di manifestazione del pensiero e del diritto di critica, è legittima.

(Cass. pen. Sez. V, 03/11/2020, n. 34512)

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Madre “riferimento” per le esigenze del figlio: può chiedere all’ex l’aumento.

Anche se il figlio frequenta un ateneo fuori sede e fa ritorno alla casa della madre solo per le ferie e le festività, la donna risulta comunque legittimata a richiedere l’aumento dell’assegno all’ex marito, qualora il ragazzo faccia riferimento alla stessa per le proprie esigenze. 

(Cassazione civile, sez. I, sentenza 31 dicembre 2020, n. 29977)


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo - Presidente -

Dott. MELONI Marina - Consigliere -

Dott. ACIERNO Maria - Consigliere -

Dott. PARISE Clotilde - rel. Consigliere -

Dott. CARADONNA Lunella - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1634/2016 proposto da:

B.G., elettivamente domiciliato in Roma, Viale Eritrea n. 36, presso lo studio dell'avvocato Zanchi Guido, rappresentato e difeso dall'avvocato Zanchi Italo, giusta procura a margine del ricorso;

- ricorrente -

contro

V.M., elettivamente domiciliata in Roma, Viale delle Milizie n. 34, presso lo studio dell'avvocato Renzi Maria Rosaria, rappresentata e difesa dall'avvocato Rossi Maria Gabriella, giusta procura in calce al controricorso;

- controricorrente -

avverso il decreto della CORTE D'APPELLO di LECCE, depositato il 19/11/2015;

nonché sul ricorso 20675/2016 proposto da:

B.G., elettivamente domiciliato in Roma, Viale Eritrea n. 36, presso lo studio dell'avvocato Zanchi Guido, rappresentato e difeso dall'avvocato Zanchi Italo, giusta procura a margine del ricorso;

- ricorrente -

contro

V.M., elettivamente domiciliata in Roma, Viale delle Milizie n. 34, presso lo studio dell'avvocato Renzi Maria Rosaria, rappresentata e difesa dall'avvocato Rossi Maria Gabriella, giusta procura in calce al controricorso;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 675/2016 della CORTE D'APPELLO di LECCE, depositata il 27/06/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16/09/2020 dal Cons. Dott. PARISE CLOTILDE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca che ha concluso per il rigetto dei ricorsi, riportandosi alle conclusioni scritte nella requisitoria già depositata in atti;

udito, per il ricorrente, l'Avvocato Zanchi Italo che si riporta e chiede l'accoglimento dei ricorsi;

udito, per la controricorrente, l'Avvocato Rossi Maria Gabriella che si riporta e chiede il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con ricorso ex art. 337 quinquies c.c., V.M. chiedeva al Tribunale di Lecce l'aumento, da Euro 200 a Euro 450, dell'assegno di mantenimento a carico del padre B.G. per il figlio maggiorenne L., studente iscritto all'Università di (OMISSIS). Il Tribunale, con Decreto 28 gennaio 2015, rigettava la domanda rilevando che la coabitazione del figlio maggiorenne con la madre già affidataria era cessata e che il figlio, in ragione della frequenza dei corsi universitari a (OMISSIS), faceva rientro presso l'abitazione materna solo in occasione delle festività natalizie e pasquali e durante le vacanze estive.

2. Il reclamo proposto dalla V. avverso il citato decreto è stato accolto dalla Corte d'appello di Lecce con Decreto n. 139 del 2015, pubblicato il 19-11-2015 e notificato 27-11-15. La Corte territoriale ha ritenuto sussistente la legittimazione iure proprio e concorrente della madre a chiedere l'aumento del contributo di mantenimento del figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente, il quale "fa sempre capo al genitore con cui coabita per reperire le risorse necessarie per soddisfare le sue esigenze, a cui non può provvedere autonomamente". La Corte d'appello ha, pertanto, disatteso l'orientamento richiamato dal Tribunale, non attribuendo rilevanza, nel caso di specie, al criterio del tempo, prevalente o sporadico, trascorso dal figlio maggiorenne presso l'abitazione del genitore già collocatario, essendo giustificato da ragioni di studio l'allontanamento, per parte prevalente dell'anno, del figlio stesso dalla suddetta abitazione. La Corte territoriale ha, inoltre, accolto la richiesta di aumento del contributo di mantenimento a carico del padre, quantificato in Euro 450,00 mensili, importo ritenuto congruo in considerazione delle spese che notoriamente deve affrontare uno studente universitario fuori sede.

3. Avverso questo provvedimento B.G. propone ricorso per cassazione (R.G.N. 1634/2016), affidato a due motivi, di cui il primo articolato in cinque punti, nei confronti di V.M., che resiste con controricorso.

4. Avverso lo stesso Decreto n. 139 del 2015, B.G. ha proposto, ai sensi dell'art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, ricorso per revocazione, che è stato dichiarato inammissibile dalla Corte d'appello di Lecce con sentenza n. 675/2016 pubblicata il 27-6-2016. La Corte territoriale ha ritenuto insussistente il denunciato errore di fatto, rilevando che con il decreto impugnato era stato valutato l'aspetto della maggiore o minore permanenza del figlio presso la casa materna, presso quella paterna e presso la sede universitaria e se ne era esclusa la rilevanza, attribuita, invece, alla circostanza che il figlio, nonostante la coabitazione sporadica con la madre, faceva capo alla stessa "per reperire le risorse necessarie per soddisfare le sue esigenze, a cui non può provvedere autonomamente".

5. Avverso la citata sentenza n. 675/2016 della Corte d'appello di Lecce B.G. propone ricorso per cassazione (R.G.N. 20675/2016), affidato a sette motivi, nei confronti di V.M., che resiste con controricorso.

6. La prima causa, inizialmente assegnata alla Sesta Sezione di questa Corte, è stata rimessa alla pubblica udienza, ai sensi dell'art. 380 bis c.p.c., u.c., per l'eventuale riunione dell'altra causa ai sensi dell'art. 335 c.p.c..

La Procura Generale ha depositato requisitoria e le parti hanno depositato memorie illustrative.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo del ricorso di cui al n. 1634/2016 R.G. il ricorrente lamenta: (i) l'erronea valutazione da parte della Corte d'appello del fatto che il figlio ormai maggiorenne non coabita più con la madre e del fatto che a questa si sarebbe dovuto rivolgere per le proprie esigenze economiche, rimarcando che nei gradi di merito la stessa madre aveva riferito che il figlio abitava a (OMISSIS) e nei periodi in cui rientrava a (OMISSIS) si tratteneva anche presso la casa paterna, nonchéassumendo come pacifica la contribuzione del padre alle spese universitarie, specie quelle concordate con il figlio (pag. 4 ricorso), il quale, dunque, non faceva solo riferimento alla madre per tali spese; (ii) la violazione del disposto dell'art. 337 septies c.c., che prevede il versamento dell'assegno periodico di mantenimento per il figlio, maggiorenne ma non indipendente economicamente, direttamente a questi, e non la regola opposta indicata nel decreto impugnato, ossia la responsabilità economica esclusiva di un solo genitore, benché collocatario, verso il figlio maggiorenne; (iii) la mancanza di motivazione specifica in ordine alle circostanze di fatto giustificative della decisione di disporre il versamento dell'assegno di mantenimento non al figlio ma alla madre, la cui legittimazione concorrente sussiste solo se permane la convivenza; (iv) la mancata considerazione da parte del giudice di merito della cessata coabitazione tra il figlio maggiorenne, che si gestisce del tutto autonomamente, e la madre, in violazione e falsa applicazione degli artt. 337 ter e 337 septies c.c.; (v) l'erronea valutazione delle circostanze di fatto (maggiore età del figlio, suo trasferimento a (OMISSIS), rientro in (OMISSIS) in alcuni periodi di vacanza con alloggio alternato presso entrambi i genitori, versamento dell'assegno di mantenimento sul conto corrente intestato al figlio), nonché la violazione del principio dettato dall'art. 337 septies c.c., secondo il quale, ad avviso del ricorrente, il figlio maggiorenne che non coabita con i genitori "è legittimato in via esclusiva alla fissazione dell'ammontare degli assegni di mantenimento", considerato che, nella specie, gli assegni di mantenimento pagati dal padre venivano versati dalla madre sul conto corrente bancario intestato al figlio, il quale si gestiva in autonomia, come risultava dal contenuto della nota di WhatsApp prodotta e inviata nel (OMISSIS).

1.2. Con il secondo motivo del medesimo ricorso (n. 1634/2016 R.G.) il ricorrente si duole dell'omessa valutazione delle sue deduzioni nel merito della suddivisione dell'onere di mantenimento del figlio tra gli ex coniugi, stante la dedotta sua limitata disponibilità economica, quale libero professionista, come assume documentato in causa in relazione ai redditi dello stesso degli anni 2013 e 2014, rispetto a quella della madre, dirigente ASL con cospicuo stipendio e proprietaria di immobili. Denuncia altresì il vizio di omessa motivazione, avendo la Corte territoriale valutato soltanto le necessità dello studente universitario e non le possibilità di ciascun genitore al fine della distribuzione dell'onere contributivo.

2. Con il secondo ricorso (n. 20675/2016 R.G.) il ricorrente lamenta: (i) con il primo motivo il vizio di illogicità logica e contraddittorietà della motivazione, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere la corte territoriale escluso la rilevanza della coabitazione, salvo, di seguito, affermarla, seppure con la connotazione di sporadicità, al fine di giustificare la legittimazione della madre alla domanda di cui trattasi, rimarcando la contraddittorietà nell'utilizzo del termine coabitazione, che non può essere sporadica, oppure, diversamente opinando, dovendosi attribuire rilevanza anche alla coabitazione con il padre, parimenti sporadica; (ii) con i motivi secondo, terzo e quinto la violazione dell'art. 337 ter e septies c.c., per avere la Corte d'appello attribuito rilevanza alla coabitazione, e non alla convivenza, in contrasto con i principi affermati da questa Corte nelle pronunce che richiama (Cass. n. 18869/2014 e n. 4555/2012) e per avere il giudice d'appello ritenuto sussistente la legittimazione concorrente del genitore collocatario, nonostante la pacifica cessazione della convivenza con quest'ultimo, in contrasto con il principio dettato dall'art. 337 septies c.c., secondo il quale, ad avviso del ricorrente, il figlio maggiorenne che non coabita con i genitori è legittimato in via esclusiva a trattare la quantificazione dell'assegno di mantenimento con ciascuno dei genitori e a riceverne direttamente il versamento, non essendo concepibile una sorta di prorogatio, in capo al genitore originariamente collocatario, della responsabilità di sostentamento del figlio maggiorenne allontanatosi per motivi di studio; (iii) con il quarto motivo l'omessa motivazione, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riguardo le specifiche circostanze di fatto giustificative del riconoscimento alla madre, e non già direttamente al figlio maggiorenne e non economicamente autonomo, della legittimazione a richiedere l'assegno di mantenimento; (iv) con il sesto motivo la mancata valutazione delle circostanze del caso maggiore età del figlio, suo trasferimento a (OMISSIS), rientro in (OMISSIS) in alcuni periodi di vacanza con alloggio alternato presso entrambi i genitori, versamento dell'assegno di mantenimento sul conto corrente intestato al figlio- in base alle quali emergeva l'autonomia del figlio nella gestione delle risorse economiche e della sua esistenza; (v) con il settimo motivo la violazione dell'art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, per mancata revocazione del provvedimento 10-19/11/2015 della Corte d'appello di Lecce, ricorrendo l'errore di fatto consistito nell'affermazione di una circostanza - convivenza o coabitazione con la madre - pacificamente esclusa dalle parti, la violazione dell'art. 324 c.p.c., in relazione al giudicato formatosi sul difetto di coabitazione, con provvedimento del 28/01/2015 del Tribunale di Lecce, nonché, infine, l'improprio rilievo attribuito alla coabitazione sporadica e il mancato riconoscimento di una eguale posizione giuridica a entrambi i genitori verso il figlio maggiorenne, una volta cessata la coabitazione con la madre, già genitore collocatario.

3. In via preliminare deve disporsi la riunione dei due ricorsi in applicazione analogica dell'art. 335 c.p.c.. Si deve, infatti, ritenere che la riunione di detti ricorsi, anche se non espressamente prevista dalla citata norma del codice di rito, discenda dalla connessione esistente tra le due pronunce, atteso che sul ricorso per cassazione proposto contro la sentenza revocanda può risultare determinante la pronuncia di cassazione riguardante la sentenza resa in sede di revocazione (Cass. n. 10534/2015).

4. In ragione della peculiare connessione di cui si è appena detto, prioritariamente deve esaminarsi il ricorso avverso la sentenza che rigetta l'istanza di revocazione (n. 20675/2016 R.G.).

4.1. L'oggetto del giudizio di revocazione, promosso dall'attuale ricorrente ai sensi dell'art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, è l'errore sul fatto della coabitazione del figlio maggiorenne con la madre, fatto che è stato posto, ad avviso del ricorrente, a fondamento della decisione assunta con il decreto della Corte d'appello impugnato e la cui sussistenza il ricorrente assume incontestabilmente esclusa tra le parti.

Premesso, dunque, che il giudizio revocatorio verte, in base alla stessa prospettazione del ricorrente, sull'errore di fatto denunciato nei termini precisati, deve ritenersi pertinente all'oggetto di quel giudizio solo il settimo motivo di ricorso, mentre tutti gli altri motivi, che sono sostanziale riproposizione di quelli di cui al primo ricorso (n. 1634/2016 R.G.), attengono a questioni giuridiche o di merito, estranee al tema decidendi di cui si è detto.

4.2. Ciò posto, le doglianze espresse con il settimo motivo non colgono la ratio decidendi. La Corte territoriale ha, infatti, ritenuto insussistente il denunciato errore di fatto, rilevando che con il decreto impugnato era stato valutato l'aspetto della maggiore o minore permanenza del figlio presso la casa materna, presso quella paterna e presso la sede universitaria e se ne era esclusa la rilevanza, attribuita, invece, alla circostanza che il figlio, nonostante la coabitazione sporadica con la madre, faceva capo alla stessa "per reperire le risorse necessarie per soddisfare le sue esigenze, a cui non può provvedere autonomamente".

In altri termini, la Corte d'appello non solo ha affermato che non vi fosse stata la falsa percezione di quanto emergeva dagli atti, ma anche e soprattutto ha escluso la decisività di quel fatto ai fini della decisione assunta, per avere avuto rilievo non la circostanza della coabitazione del figlio con la madre, peraltro sporadica, ma il fatto che quest'ultima fosse il soggetto di riferimento del figlio per soddisfare le sue esigenze. A ciò si aggiunga che il giudizio sulla decisività dell'errore costituisce un apprezzamento di fatto riservato al giudice del merito, non sindacabile in sede di legittimità se sorretto da idonea motivazione, come nella specie (Cass. n. 25376/2006).

Le censure espresse dal ricorrente non si confrontano con il suddetto, chiaro, percorso argomentativo, risolvendosi in ripetitiva enunciazione della erronea rilevanza decisiva attribuita alla circostanza della coabitazione del figlio con la madre, decisività che è stata, invece, espressamente esclusa dalla Corte territoriale, ed essendo, per le stesse ragioni, inconferente il richiamo al giudicato, asseritamente formatosi in punto di difetto di coabitazione, di cui al decreto del Tribunale del 28/01/2015, riformato con il decreto della Corte d'appello di cui è chiesta la revocazione.

4.3. In conclusione, il ricorso di cui al n. 20675/2016 R.G. deve dichiararsi inammissibile.

5. Passando all'esame dell'altro ricorso, occorre premettere che, anche qualora fosse ora mutata la situazione per effetto dei provvedimenti provvisori emessi in sede di divorzio (cfr. memoria illustrativa del ricorrente di data 28-3-2017 e documenti allegati), permarrebbe l'interesse del ricorrente alla pronuncia in relazione al periodo anteriore, atteso che solo a partire dalla data in cui nel giudizio divorzile sono emessi i provvedimenti provvisori questi ultimi si sostituiscono a quelli emessi nel giudizio di separazione (Cass. n. 7547/2020).

5.1. Il primo motivo è articolato in cinque punti, con censure espresse sub specie del vizio di violazione di legge (artt. 337 ter e septies c.c.) e motivazionale, tutte concernenti, sotto distinti ma collegati profili, la rilevanza della convivenza e/o coabitazione del figlio maggiorenne con la madre al fine di escludere la legittimazione iure proprio di quest'ultima a pretendere l'aumento del contributo di mantenimento di Euro 200 che era stato posto a carico del padre, con obbligo di versamento alla madre collocataria, in base a quanto concordato dai coniugi in sede di separazione e recepito con la sentenza del Tribunale di Lecce n. 2583/2011.

Il ricorrente assume, in buona sostanza, che non sussista la legittimazione iure proprio e concorrente della madre ad agire per ottenere l'aumento del contributo di mantenimento per il figlio maggiorenne in ragione del fatto che quest'ultimo, per motivi di studio, trascorre lunghi periodi non più presso l'abitazione della madre, ma nella città ove ha intrapreso gli studi universitari.

5.2. La giurisprudenza di questa Corte ha ripetutamente chiarito, con orientamento costante, che l'obbligo di mantenere il figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma si protrae, qualora questi, senza sua colpa, divenuto maggiorenne, sia tuttavia ancora dipendente dai genitori. In tale ipotesi, il coniuge separato o divorziato, già affidatario, è legittimato, iure proprio, ed in via concorrente con la diversa legittimazione del figlio, che trova fondamento nella titolarità, in capo a quest'ultimo, del diritto al mantenimento, ad ottenere dall'altro coniuge un contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne. La perdurante legittimazione del coniuge già affidatario, in difetto di richiesta di corresponsione diretta dell'assegno da parte del figlio divenuto nelle more maggiorenne, si configura come autonoma, nel senso che il genitore già collocatario resta titolare, nei confronti dell'altro genitore obbligato, di un'autonoma pretesa basata sul comune dovere nei confronti del figlio ai sensi degli artt. 147 e 148 c.c. (tra le tante Cass. n. 25300/2013 e Cass. n. 35629/2018).

L'art. 337 septies c.c., prevede, infatti, come ipotesi alternativa a quella, ordinaria, del versamento diretto dell'assegno di mantenimento al figlio maggiorenne, quella conseguente a "diversa determinazione del giudice". Nella casistica giurisprudenziale di merito, formatasi in osservanza dei principi affermati da questa Corte (tra le tante Cass. n. 4555/2012 e da ultimo Cass. n. 17380/2020), la "diversa determinazione" che il giudice può assumere, valutate le circostanze del caso concreto, è anzitutto, appunto, il versamento del contributo all'altro genitore che si occupi materialmente del mantenimento del figlio, a ciò conseguendo la legittimazione attiva del suddetto genitore. Poiché, di norma, è il genitore con il quale il figlio abita a provvedere materialmente ai bisogni ed alle necessità del figlio stesso, la coabitazione si configura, nelle ipotesi che più frequentemente ricorrono, come un parametro fattuale di rilevanza indiziaria, idoneo a giustificare la deroga alla regola generale della corresponsione diretta della somma a titolo di contributo al mantenimento al figlio maggiorenne. Il versamento dell'assegno periodico al genitore con cui permane la coabitazione con il figlio maggiorenne rappresenta, perciò, un contributo concreto alla copertura delle spese correnti che egli si trova a dover sostenere mensilmente, spese correnti cui sono e restano comunque entrambi i genitori obbligati ai sensi degli artt. 147 e 148 c.c..

In definitiva, la coabitazione può assurgere ad univoco indice del fatto che permanga un più intenso legame di comunanza familiare tra il figlio maggiorenne e il genitore con cui abita e che sia quest'ultimo la figura di riferimento per il corrente sostentamento del primo e colui che provvede materialmente alle sue esigenze. Ciò che decisivamente rileva, perciò, ai fini della legittimazione, è che il genitore di cui trattasi sia appunto la figura di riferimento del figlio per il suo corrente sostentamento e colui che provvede materialmente alle sue esigenze: elemento, questo, rispetto al quale la convivenza ha valore puramente inferenziale.

5.2.1. Così chiarita la finalità, sostanzialmente probatoria a livello indiziario, da attribuirsi al fatto della coabitazione, ritiene il Collegio che debba darsi continuità, con le precisazioni di cui si dirà, all'orientamento di questa Corte (Cass. n. 11320/2005; Cass. n. 14241/2017 e n. 12391/2017 non massimate) secondo il quale non può darsi dirimente rilevanza al solo dato temporale della permanenza del figlio presso l'abitazione del genitore già collocatario. Mentre il rapporto coniugale è connotato di regola da una quotidiana coabitazione e dalla unicità di interessi familiari, quello di filiazione può essere più spesso caratterizzato, in presenza di peculiari e personali interessi del figlio, specie se maggiorenne, da una sua presenza solo saltuaria per la necessità di assentarsi con frequenza per motivi di studio o di lavoro anche per non brevi periodi (così Cass. n. 11320/2005).

La sporadicità dei rientri presso l'abitazione del genitore, stante le ragioni dell'allontanamento, non comporta affatto, per ciò solo, che siano mutati i precedenti assetti di contribuzione familiare. Una frequentazione solo saltuaria della casa da parte del figlio non è, infatti, incompatibile con la persistenza di un più intenso legame di comunanza di vita con uno solo dei genitori, tale che sia quest'ultimo a restare la figura di riferimento per il corrente sostentamento del figlio e a provvedere materialmente alle sue esigenze.

In altri termini, come rimarcato anche dalla Procura Generale, pur in difetto della prevalenza temporale della presenza del figlio nella casa del genitore già collocatario, quest'ultimo e la sua casa potranno essere rimasti per il primo un punto di riferimento stabile del nucleo familiare, sebbene "ristretto" all'esito della separazione coniugale, stante la sistematicità del ritorno del figlio studente in quel luogo, compatibilmente con i suoi impegni universitari o, in generale, di studio. Soprattutto, poi, potrà verificarsi in concreto che sia quel genitore, pur in assenza di coabitazione abituale o prevalente, a provvedere materialmente alle esigenze del figlio stesso, anticipando ogni esborso necessario per il suo sostentamento presso la sede di studio.

Nel concorso di dette circostanze, il cui accertamento non può che essere rimesso ai giudici di merito, trova giustificazione la legittimazione iure proprio di cui si sta trattando, sempre che sia mancata la richiesta in via giudiziale, da parte del figlio maggiorenne, di corresponsione diretta dell'assegno di mantenimento (Cass. n. 12392/2017, non massimata, per l'affermazione del principio secondo cui la legittimazione attiva resta al genitore in mancanza di richiesta giudiziale di versamento diretto del figlio).

5.2.2. Ritiene, pertanto, il Collegio di dover dissentire dall'indirizzo espresso in alcune pronunce di questa Corte (cfr. Cass. n. 4555/2012 e Cass. n. 18075/2013) secondo cui, anche nelle ipotesi di allontanamento del figlio per motivi di studio, la persistenza della legittimazione iure proprio del genitore già collocatario deve valutarsi in base al criterio discretivo della prevalenza temporale della coabitazione, potendo mutuarsi i principi affermati sull'assegnazione della casa familiare.

In relazione a quest'ultima tematica, il parametro della prevalenza temporale è certamente dirimente, atteso che è solo l'effettiva e fisica presenza del figlio nella casa familiare a giustificarne l'assegnazione al coniuge già collocatario, sicché detta assegnazione va negata se difetta la prevalenza temporale effettiva della presenza del figlio nell'abitazione. Invece, con riguardo alla legittimazione iure proprio del genitore a richiedere all'ex coniuge il contributo per il mantenimento del figlio, nella particolare ipotesi di suo allontanamento per motivi di studio, la casa ove vive il coniuge già collocatario assume rilevanza solo come luogo di "ritorno" e ritrovo del nucleo familiare nei termini di cui si è detto, sicché non è pertinente, ai fini che qui interessano e per quanto precisato, l'accertamento dell'assidua o prevalente frequentazione della casa da parte del figlio.

5.3. Facendo applicazione dei principi suesposti al caso di specie, le doglianze sono infondate, laddove il ricorrente assume la carenza di legittimazione attiva della V. perché difetta la coabitazione prevalente del figlio presso la sua casa.

Occorre premettere che non è in discussione che sia dovuto il mantenimento al figlio maggiorenne, studente universitario "modello", e non autosufficiente, né risulta, in base a quanto esposto nel decreto impugnato e a quanto dedotto dalle parti, che egli abbia richiesto al padre la corresponsione diretta dell'assegno, a modifica di quanto previsto nella sentenza di separazione coniugale, intervenendo in giudizio oppure esperendo autonoma azione.

Ciò posto, la Corte territoriale, dopo aver precisato di non condividere l'orientamento giurisprudenziale secondo cui il genitore è legittimato a chiedere l'aumento dell'assegno di mantenimento per il figlio solo se quest'ultimo abiti in prevalenza presso la sua casa, ha ravvisato sussistente la legittimazione concorrente della reclamante in quanto genitore a cui il figlio faceva capo per reperire le risorse necessarie per soddisfare le sue esigenze, a cui non poteva provvedere autonomamente. L'accertamento di fatto compiuto dalla Corte d'appello è, dunque, consistito nell'individuare la madre come soggetto di riferimento per il corrente e materiale sostentamento economico del figlio trasferitosi in altra città per motivi di studio, ossia per necessità di istruzione e per scelta dello stesso figlio, condivisa dalla madre ed avversata dal padre, anche giudizialmente senza esito positivo.

Le censure si incentrano, per un verso e principalmente, sulla questione della sporadicità della coabitazione del figlio con la madre, che non ha, invece, rilevanza dirimente in base alle considerazioni in diritto sopra espresse (p. 5.2), sicché ne discende l'infondatezza per quanto si è precisato.

Per altro verso, il ricorrente, senza censurare specificamente il fatto posto a base della decisione impugnata (materiale e corrente sostentamento della madre necessario per mantenere il figlio a (OMISSIS), con la relativa anticipazione di ogni spesa), deduce che il figlio si gestisce autonomamente, dato che gli assegni di mantenimento corrisposti dal padre venivano versati dalla madre su un conto corrente intestato al giovane, nonché si limita genericamente a sostenere di contribuire "alle spese straordinarie, specie quelle universitarie e concordate col figlio", richiamando una "nota di WhatsApp", prodotta in primo grado come doc. n. 5, indicata come risalente al (OMISSIS), da cui risulterebbero le nuove condizioni economiche concordate con il figlio, peraltro, per quanto è dato comprendere, con un aumento del contributo (raddoppiato rispetto a quello iniziale di Euro 200) solo a carico della madre.

In disparte ogni considerazione sulla valenza di quel documento, del quale non vi è cenno nel decreto impugnato, ai fini della prova dell'accordo asseritamente intervenuto tra padre e figlio, che non risulta aver mai avanzato richiesta di corresponsione diretta del contributo di mantenimento dovuto dal padre, le doglianze sono inammissibili perché genericamente formulate e neppure specificamente riferibili alla ratio decidendi del decreto impugnato di cui si è detto.

6. Anche il secondo motivo è in parte infondato e in parte inammissibile.

6.1. Il ricorrente si duole della suddivisione in parti paritarie tra gli ex coniugi del disposto aumento del contributo di mantenimento (Euro 450 a carico di ciascuno) per mancata considerazione delle sue condizioni reddituali, lamentando anche omessa motivazione.

La Corte d'appello ha, invece, motivato in modo idoneo, non inferiore al minimo costituzionale (Cass. S.U. n. 8053/2014), la statuizione sul punto e le ulteriori doglianze, relative alla valutazione della capacità reddituale del padre, libero professionista, sollecitano, in realtà, inammissibilmente una rivalutazione del merito.

7. In conclusione il ricorso di cui al n. 1634/2016 R.G. va rigettato.

8. Considerata la parziale difformità di orientamento di questa Corte sulle questioni dirimenti rispetto a precedenti pronunce, le spese del presente giudizio sono compensate per metà e le residue spese, liquidate nell'intero come in dispositivo, sono poste a carico del ricorrente.

9. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto (Cass. S.U. n. 5314/2020).

10. Va disposto che in caso di diffusione della presente sentenza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52.

P.Q.M.

La Corte, riuniti i ricorsi, dichiara inammissibile il ricorso di cui al n. 20675/2016 R.G. e rigetta il ricorso di cui al n. 1634/2016, compensa per metà le spese del presente giudizio e condanna il ricorrente alla rifusione della residua metà di dette spese, liquidate, nell'intero, in complessivi Euro 6.400, di cui Euro 400 per esborsi, oltre spese generali, nella misura del 15 per cento, ed accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Dispone che in caso di diffusione della presente sentenza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52.

Così deciso in Roma, il 16 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 31 dicembre 2020

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Sospensione dell’esercizio della responsabilità genitoriale anche per chi maltratta il proprio coniuge.

La Corte di Cassazione affronta, per la prima volta, un tema assai delicato, ovvero se il reato di maltrattamenti in famiglia, commesso a danno di soggetto diverso rispetto al minore, ma aggravato dall’essere stato compiuto in presenza del minore, può configurare abuso della responsabilità genitoriale. Ebbene, secondo la Corte, costituisce abuso del proprio potere da parte del genitore non soltanto commettere reati contro la vita, l’incolumità o la libertà della prole, ma anche imporre ai propri figli la visione e la percezione di quei medesimi atteggiamenti violenti e prevaricatori commessi a danno di altri. In altri termini, la pena accessoria della sospensione dell’esercizio della responsabilità genitoriale prevista dal secondo comma dell’art. 34 c.p. è applicabile al condannato per il reato di maltrattamenti in famiglia malgrado il reato sia stato contestato solo a danno del coniuge e non nei confronti del figlio minore.

(Cass. pen. sez. V, 3 dicembre 2020, n. 34504)

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La coltivazione domestica di una piantina di marijuana: se diretta all'uso meramente personale non è reato.

Le Sezioni Unite – superando la precedente giurisprudenza “di rigore”, sintetizzabile nel principio che la coltivazione è sempre penalmente rilevante a prescindere da quale sia la dimensione e dalla destinazione personale del ricavato – hanno affermato che non integra il reato di cui all’art. 73 del D.P.R. 390/90 chi coltiva per uso domestico piante da stupefacente in numero modesto, tale da accreditare una destinazione dello scarsissimo principio attivo ricavabile ad un uso esclusivamente personale del coltivatore. Detto in altri termini, la Suprema Corte a Sez. Un., pur aderendo all’orientamento per cui il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente, ne esclude dal perimetro della tipicità – in quanto non riconducibili all’ambito di applicazione della norma penale – le coltivazioni di minime dimensioni svolte in forma domestica purché questa, in relazione agli indici del caso concreto appare destinata a produrre sostanza stupefacente diretta all’uso meramente personale di colui che la coltiva.

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Reato di violenza sessuale: la Cassazione chiarisce il concetto di "abuso di autorità".

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza emessa dalle Sezioni Unite in data 16.07.2020 n. 27326, depositata in data 01.10.2020, ha chiarito definitivamente il concetto di “abuso di autorità” di cui all’art. 609 bis co. 1 c.p., affermando che deve essere interpretato come una forma di abuso che “presuppone una posizione di preminenza, anche di fatto e di natura privata, che l’agente strumentalizza per costringere il soggetto passivo a compiere o subire atti sessuali”.

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Responsabilità per violazione del consenso informato.

La Suprema Corte di Cassazione, conformemente al consolidato indirizzo giurisprudenziale in materia di consenso informato, ha individuato quale presupposto indefettibile per il riconoscimento del risarcimento del danno per violazione del consenso informato la prova che il paziente avrebbe rifiutato l’intervento chirurgico o il trattamento sanitario in generale qualora fosse stato adeguatamente informato dei rischi prevedibili connessi allo stesso.

(Corte di Cassazione - III sez. civ. - ordinanza n. 25875 del 16-11-2020)

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Il Tribunale di Roma sulla prova della annullabilità per conflitto di interessi ex art. 1394 cc e le prove derivanti dal processo penale

Con Sentenza n. 11268 del 01.08.2020 la Sezione X del Tribunale di Roma ha stabilito che, ai fini della pronuncia di annullamento del contratto ex art. 1394 cc, il conflitto di interessi tra rappresentante e rappresentato e la sua conoscenza o conoscibilità da parte del terzo possono essere dimostrati anche solo presuntivamente, attraverso circostanze ed elementi che, secondo lo id quod plerumque accidit, nel loro insieme siano idonei a indicare una comunanza di interessi tra rappresentate e terzo a detrimento del rappresentato. Non è quindi necessario, a parere del Giudicante di primo grado, che i requisiti dell’annullabilità ex art. 1394 cc siano confortati da specifica prova scritta; né essi devono obbligatoriamente inerire a tutte le situazioni di conflitto esistenti tra rappresentante e rappresentato, potendo riguardare anche il solo specifico negozio di cui si chiede l’annullamento. Gli elementi di prova, per giunta, possono derivare dagli atti di un procedimento penale che abbia coinvolto il rappresentante ma a cui il terzo sia rimasto estraneo.

Nel caso di specie, la domanda ex art. 1394 cc veniva formulata da una signora vittima dei raggiri di un soggetto che l’aveva convinta a farsi rilasciare  procura speciale a vendere la propria casa familiare di residenza. Tale procura veniva impiegata per svendere l’immobile in parola, ad insaputa della firmataria alla quale oltretutto non risultava essere stato versato alcun corrispettivo.

Nel giudizio per l’annullamento del contratto di compravendita, i convenuti acquirenti contestavano la domanda di parte attrice rappresentando di non avere avuto conoscenza delle complessive macchinazioni truffaldine del rappresentante a danno della donna, volte a depauperarla completamente e sfociate poi in un procedimento penale a carico del procuratore. In pendenza del procedimento civile, questi era stato condannato in primo grado per truffa: condanna confermata in seguito dalla Corte di Appello che aveva però pronunciato il non doversi procedere per prescrizione del reato. Gli acquirenti erano rimasti estranei a tali vicende penali.

Il Giudice accoglieva la domanda di parte attrice, rinvenendo la prova del conflitto di interessi - e della sua conoscenza o conoscibilità da parte dei convenuti - in alcuni elementi presenti negli atti del già citato procedimento penale, come il dimostrato proposito truffaldino del rappresentante e la parentela tra gli acquirenti e il titolare della società che aveva intermediato la vendita di tutti gli immobili della firmataria, sempre su procura data allo stesso rappresentante. Ancora, riteneva accoglibile la domanda ex art. 1394 cc per via di anomalie nel contratto di compravendita e dell’esiguità del prezzo pattuito, del cui versamento alla signora, oltretutto, non vi era prova.

Relativamente alla prova dell’annullabilità per conflitto di interessi, il decidente spiegava che: “Il conflitto d'interessi idoneo, ai sensi dell'art. 1394 cod. civ., a produrre l'annullabilità del contratto, richiede l'accertamento dell'esistenza di un rapporto d'incompatibilità tra gli interessi del rappresentato e quelli del rappresentante, da dimostrare non in modo astratto od ipotetico ma con riferimento al singolo atto o negozio che, per le sue intrinseche caratteristiche, consenta la creazione dell'utile di un soggetto mediante il sacrificio dell'altro. (…)         
Il conflitto di interessi tra rappresentante e rappresentato che, se conosciuto o conoscibile dal terzo, rende annullabile il contratto concluso dal rappresentante, ai sensi dell'art. 1394 cod. civ. (applicabile anche ai casi di rappresentanza organica di una persona giuridica), ricorre allorquando il primo sia portatore di interessi incompatibili con quelli del secondo, cosicché la salvaguardia dei detti interessi gli impedisce di tutelare adeguatamente l'interesse del "dominus", con la conseguenza che non ha rilevanza, di per sé, che l'atto compiuto sia vantaggioso o svantaggioso per il rappresentato e che non è necessario provare di aver subito un concreto pregiudizio, perché il rappresentato possa domandare o eccepire l'annullabilità del negozio.

E ancora:

“il giudice civile, può utilizzare come fonte del proprio convincimento le prove raccolte in un giudizio penale, già definito, ancorché con sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, ponendo a base delle proprie conclusioni gli elementi di fatto già acquisiti con le garanzie di legge in quella sede e sottoponendoli al proprio vaglio critico, mediante il confronto con gli elementi probatori emersi nel giudizio civile; a tal fine, egli non è tenuto a disporre la previa acquisizione degli atti del procedimento penale e ad esaminarne il contenuto, qualora, per la formazione di un razionale convincimento, ritenga sufficiente le risultanze della sola sentenza.

A tal riguardo, il giudicante si è uniformato a un orientamento della Suprema Corte. (Cfr. Cassazione, Sez. 2, Sentenza n. 22200 del 29/10/2010).  

Trib. Roma Sez. X, 01.08.2020 n. 11268 (testo completo). 

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Interpretazione del testamento e attribuzione di una quota aritmetica dell'asse ereditario.

In tema di successione, l'assegnazione di beni determinati può essere interpretata come disposizione a titolo universale qualora risulti che il testatore, pur avendo indicato beni determinati, abbia in effetti inteso assegnare questi come quota del patrimonio ereditario. A tal fine l'indagine, di carattere obiettivo circa il contenuto dell'atto, nel senso dell'attribuzione della universalità di beni o di una quota aritmetica di essi oppure dell'attribuzione di un bene o di un complesso di beni determinati, e di carattere soggettivo sulla intenzione del testatore, deve essere più completa e penetrante di quella necessaria quando invece il testatore detta le disposizioni con riferimento alla quantità indeterminata dei suoi beni.

(Tribunale Vibo Valentia Sent., 08/06/2020)

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Diritto di prelazione e disciplina del maso chiuso.

Con ordinanza n. 24982 depositata il 9 novembre 2020, la Corte di Cassazione ha affermato che nel caso in cui più affittuari o più affittuarie dichiarino di voler esercitare il diritto di prelazione su un maso chiuso, deve essere data la preferenza al coltivatore diretto o alla coltivatrice diretta che ha in affitto la sede o la maggior parte degli stabili del maso chiuso; a questi/e succedono gli affittuari o le affittuarie di singoli fondi e il diritto di prelazione tra di loro spetta a colui o colei che dimostri di possedere i migliori requisiti per garantire la conduzione e coltivazione diretta e la futura sussistenza del maso", mentre nel comma 4 del medesimo articolo si fa espresso riferimento ai familiari che collaborano nel maso e che vivono nel medesimo, riconoscendo loro il diritto di prelazione nel caso di alienazione di un maso chiuso o di una parte del medesimo a persone imparentate oltre il secondo grado. 

(Cass. civ., Sez. III, Ord., 9.11.2020, n. 24982)

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Donazione indiretta, simulazione e azione di riduzione.

Con decisione del 31 luglio 2020, n. 16535, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui il legittimario che propone l'azione di riduzione ha l'onere di indicare e comprovare tutti gli elementi occorrenti per stabilire se, e in quale misura, sia avvenuta la lesione della sua quota di riserva, non può essere applicato qualora il "de cuius" abbia integralmente esaurito in vita il suo patrimonio con donazioni. In questo caso, infatti, il legittimario non ha altra via, per reintegrare la quota riservata, se non quella di agire in riduzione contro i donatari, essendo quindi la compiuta denuncia della lesione già implicita nella deduzione della manifesta insufficienza del "relictum". 

(Cass. civ., Sez. II, 31.7.2020, n. 16535)

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In tema di filiazione, un semplice mandato ai servizi sociali non garantisce i rapporti del figlio con il padre se la madre ne ha alienato la figura.

Cass. civ. Sez. I, Ord., (ud. 25/11/2020) 16-12-2020, n. 28723



REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. - Presidente -

Dott. VALITUTTI Antonio - Consigliere -

Dott. LAMORGESE Antonio P. - Consigliere -

Dott. CARADONNA Lunella - rel. Consigliere -

Dott. FIDANZIA Andrea - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 6235/2019 proposto da:

M.E., rappresentato e difeso dall'Avv. Castigli Gian Luca, del Foro di Arezzo, giusta procura allegata in calce al ricorso per cassazione.

- ricorrente -

contro

D.C.A.A., M.S.A., rappresentato e difeso dall'Avv. Paola Gallesi; Procura Generale presso la Corte di appello di Firenze;

- intimati -

avverso il decreto della Corte di appello di FIRENZE n. 6492/2014 pubblicato il 7 agosto 2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 25 novembre 2020 dal Consigliere Dott. Lunella Caradonna.

Svolgimento del processo

Che:

1. Con decreto del 7 agosto 2018, la Corte di appello di Firenze ha rigettato il reclamo proposto da M.E. avverso il decreto del Tribunale peri Minorenni di Firenze dell'11 ottobre 2016 che non aveva accolto la richiesta di decadenza di D.C.A.A. dalla potestà genitoriale sul figlio minore M.S.A., nato il (OMISSIS), con l'allontanamento del minore dall'abitazione materna, dando mandato ai servizi Sociali di (OMISSIS) di predisporre, a seguito di una espressa richiesta in tal senso rivolta loro dal M. e previa un'adeguata preparazione del minore del padre stesso, incontri osservati una volta al mese, ferme le altre disposizioni vigenti.

2. A sostegno del decreto impugnato, la Corte di appello di Firenze, all'esito della disposta CTU al fine di valutare la capacità genitoriale della madre e la possibilità di ripresa dei rapporti padre-figlio, ha affermato che non era necessario, nè opportuno disporre l'affidamento del minore ai servizi Sociali e che, al fine di consentire di ipotizzare una ripresa dei rapporti padre-figlio, appariva sufficiente dare mandato ai Servizi Sociali di (OMISSIS). 3. M.E., avverso il suddetto decreto, ha proposto ricorso per cassazione con atto affidato a sei motivi.

4. D.C.A.A. e M.S.A., rappresentato e difeso dall'Avv. Paola Gallesi, non hanno svolto difese.

Motivi della decisione

Che:

1. Con il primo motivo il ricorrente deduce, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, la violazione e falsa applicazione degli artt. 330 e 336 c.c. e dell'art. 354 c.p.c., comma 1, posto che non era mai stato nominato un curatore speciale per il minore e che, verificata la mancata integrazione del contraddittorio in primo grado nei confronti del minore, la Corte di appello si era limitata a nominare difensore l'Avv. Paola Gallesi, mentre avrebbe dovuto rimettere la causa al primo giudice.

2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione degli artt. 330 e 337 ter c.c., per non avere interpretato la norma individuando gli elementi della fattispecie nella violazione o trascuratezza dei doveri inerenti alla potestà genitoriale o nell'abuso dei relativi poteri con grave pregiudizio per il figlio sostituendoli con l'adeguatezza della capacità genitoriale della madre e il pregiudizio per il minore dall'eventuale allontanamento da questa.

3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, la censura dell'affermazione con la quale si conclude per l'adeguatezza della capacità della madre, in quanto la Corte aveva messo a fondamento della propria decisione unicamente una parte ampiamente contestata della CTU, omettendo l'esame dei comportamenti posti in essere dalla madre che avevano alienato la figura paterna.

4. Con il quarto motivo il ricorrente deduce, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, la violazione e falsa applicazione dell'art. 337 ter c.c., in ordine ai comportamenti posti in essere dalla madre che avevano alienato la figura paterna nella parte in cui aderendo alla giurisprudenza di Cassazione che ritiene che in tema di Pas occorra accertare se sussistono i denunciati comportamenti volti all'allontanamento del figlio dall'altro genitore, aveva invece ritenuto decisa l'incapacità del padre a relazionarsi con il figlio.

5. Con il quinto motivo il ricorrente deduce, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell'art. 116 c.p.c., in relazione alla valutazione effettuata dalla CTU sulla capacità genitoriale della madre.

6. Con il sesto motivo il ricorrente deduce, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l'omessa e in ogni caso contraddittorietà, insufficienza della motivazione, illogicità e palese erroneità della stessa in ordine ai comportamenti posti in essere dal padre per recuperare il rapporto con il figlio.

7. Deve in via preliminare affermarsi l'ammissibilità del ricorso.

Ed invero, questa Corte, rimeditando il proprio precedente contrario orientamento, ha più recentemente statuito, con affermazione cui il Collegio intende assicurare continuità, che i provvedimenti cosiddetti de potestate, che attengono alla compressione della titolarità della responsabilità genitoriale, ovvero i provvedimenti di decadenza limitativi di cui agli artt. 330 e 333 c.c., hanno l'attitudine al giudicato rebus sic stantibus, in quanto non revocabili o modificabili salva la sopravvenienza di fatti nuovi, sicchè il decreto della corte di appello che, in sede di reclamo, conferma, revoca o modifica il predetto provvedimento, è impugnabile con ricorso per cassazione ex art. 111 Cost., comma 7 (Cass., 6 marzo 2018, n. 5256; Cass., 21 novembre 2016, n. 23633; Cass. 29 gennaio 2016, n. 1743).

Specificamente questa Corte ha affermato "essendo indubitabile che il decreto adottato dal tribunale per i minorenni, con il quale si dispone la decadenza o la limitazione della responsabilità genitoriale, incide su diritti di natura personalissima, di primario rango costituzionale, deve - per converso - ritenersi che tale provvedimento, emanato peraltro all'esito di un procedimento che si svolge con la presenza di parti processuali in conflitto tra loro, abbia attitudine al cd. giudicato rebus sic stantibus. Tale provvedimento non è, invero, nè revocabile, nè modificabile, se non per la sopravvenienza di fatti nuovi e non per la mera rivalutazione delle circostanze preesistenti già esaminate. Pertanto, dopo che la Corte d'appello lo abbia confermato, revocato o modificato in sede di reclamo ex art. 739 c.p.c., il decreto camerale - secondo l'orientamento innovativo in esame - acquista una sua definitività, ed è senz'altro impugnabile con il ricorso per cassazione che va, di conseguenza, ritenuto pienamente ammissibile" (Cass., 25 luglio 2018, n. 19780).

7.1 Si tratta di un indirizzo che trova applicazione anche nella presente controversia, con la necessaria premessa che si tratta di una rivisitazione dell'indirizzo tradizionale che ha avuto origine dalla modifica dell'art. 38 disp. att., introdotta dalla L. 10 dicembre 2002, n. 219, art. 3, comma 1, che ha attribuito al giudice ordinario anche i procedimenti ex artt. 330 e 333 c.c., nell'ipotesi in cui sia in corso tra le stesse parti un giudizio di separazione o divorzio, e alla nuova veste assunta dal minore nei procedimenti giurisdizionali che lo riguardano.

Di recente, questa Corte ha ulteriormente precisato che in materia di provvedimenti de potestate ex artt. 330, 333 e 336 c.c., il decreto pronunciato dalla Corte d'appello sul reclamo avverso quello del Tribunale per i minorenni è impugnabile con il ricorso per cassazione, avendo, al pari del decreto reclamato, carattere decisorio e definitivo, in quanto incidente su diritti di natura personalissima e di primario rango costituzionale, ed essendo modificabile e revocabile soltanto per la sopravvenienza di nuove circostanze di fatto e quindi idoneo ad acquistare efficacia di giudicato, sia pure rebus sic stantibus, anche quando non sia stato emesso a conclusione del procedimento per essere stato, anzi, espressamente pronunciato "in via non definitiva", trattandosi di provvedimento che riveste comunque carattere decisorio, quando non sia stato adottato a titolo provvisorio ed urgente, idoneo ad incidere in modo tendenzialmente stabile sull'esercizio della responsabilità genitoriale (Cass., 24 gennaio 2020, n. 1668).

7.2 Tale principio, che il Collegio condivide, deve considerarsi applicabile anche alla fattispecie in esame, in quanto avente ad oggetto la domanda di decadenza di D.C.A.A. dalla potestà genitoriale sul figlio minore M.S.A., nato il (OMISSIS).

8. Tanto premesso in punto di ammissibilità del ricorso per cassazione, l'esame delle censure porta al rigetto del primo motivo e, all'accoglimento del terzo e quarto motivo che vanno trattati unitariamente in quanto hanno ad oggetto la medesima questione giuridica della tutela del principio della bigenitorialità.

8.1 Questa Corte ha già avuto modo di affermare che il procedimento ex art. 336 c.c., benchè non prettamente contenzioso, non ha ad oggetto preminente, o addirittura esclusivo, un'attività di controllo del giudice sull'esercizio della responsabilità genitoriale, che escluda la presenza di parti processuali fra di loro in conflitto (Cass., 21 novembre 2016, n. 23633; Cass. 29 gennaio 2016, n. 1743).

L'articolo in esame stabilisce, infatti, quali sono i soggetti legittimati a promuovere il ricorso, prevede che i genitori e i minori siano assistiti da un difensore, sancisce l'obbligo di audizione dei genitori, nonchè, nel testo modificato dal D.Lgs. n. 154 del 2013, l'obbligo di ascolto del minore dodicenne, od anche di età inferiore ove dotato di discernimento e il decreto che dispone la limitazione o la decadenza della responsabilità genitoriale incide su diritti di natura personalissima di primario rango costituzionale (Cass., 6 marzo 2018, n. 5256).

8.2 Anche la Corte Costituzionale, con la sentenza interpretativa di rigetto n. 1 del 30 gennaio 2002, ha chiarito che dalla novità introdotta dalla L. n. 149 del 2001, art. 37, comma 3 (che ha aggiunto all'art. 336 c.c., il comma 4, che stabilisce che per i provvedimenti di cui ai commi precedenti, ovvero adottati ai sensi degli artt. 330 e 333 c.c., i genitori ed il minore sono assistiti da un difensore) si evince l'attribuzione della qualità di parti del procedimento che, in quanto tali, hanno diritto ad averne notizia ed a parteciparvi, non solo dei genitori ma anche del minore ed ha, altresì, precisato che la necessità che il contraddittorio sia assicurato anche nei confronti del minore, previa eventuale nomina di un curatore speciale ai sensi dell'art. 78 c.p.c., può trarsi pure dall'art. 12, comma 2, della Convenzione sui diritti del fanciullo, resa esecutiva in Italia con la L. n. 176 del 1991 e perciò dotata di efficacia imperativa nell'ordinamento interno, che prevede che al fanciullo sia data la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne, sia direttamente sia tramite un rappresentante o un organo appropriato.

8.3 Tanto premesso in punto di principi applicabili al caso in esame, si legge nel ricorso per cassazione che la Corte di appello di Firenze, verificata la mancata integrazione del contraddittorio in primo grado nei confronti del minore, aveva nominato, all'udienza del 22 febbraio 2017, il difensore l'Avv. Paola Gallesi e, nel provvedimento impugnato, che il legale del minore aveva concluso per l'affidamento ai servizi Sociali con monitoraggio di almeno un anno.

Nel caso in esame, quindi, la rappresentanza nel procedimento del figlio minore S.A. è stata affidata al difensore specificamente nominato, a cui spettava esaminare l'istanza e gli atti processuali e formulare le conclusioni ritenute opportune nell'interesse esclusivo del minore, così come in effetti è accaduto.

La Corte di appello di Firenze, nominando difensore del minore l'Avv. Paola Gallesi, ha in tal modo sanato il vizio procedurale verificatosi per effetto della mancata partecipazione del minore pure in primo grado.

9. Le censure sollevate con il terzo e il quarto motivo sono fondate. 9.1 Il ricorrente deduce, in particolare, che sia il Tribunale, che la Corte di appello non avevano in alcun modo valutato alcuni fatti decisivi - ben documentati, quali i comportamenti posti in essere dalla madre finalizzati ad emarginare la figura paterna (così i tabulati telefonici, le registrazioni audio di telefonate intercorse tra padre e figlio, le relazioni dell'educatore C., le sentenze di rigetto della Corte di appello di Catania e del Tribunale dei minori di Firenze, la relazione depositata il 30 marzo 2018, la relazione del consulente di parte depositata unitamente alla consulenza d'ufficio il 30 marzo 2018), nè avevano considerato l'interesse del minore al recupero della figura paterna e all'accettazione della diversità delle due figure genitoriali, la cui compresenza e la cui co-referenzialità costituivano elementi imprescindibili per un sereno sviluppo della sfera emozionale ed affettiva del minore stesso.

Nella sostanza il ricorrente censura la violazione del principio della bigenitorialità, cioè del diritto del bambino di avere un rapporto tendenzialmente equilibrato ed armonioso con entrambi i genitori e, quindi, anche con il padre, ai fini dell'esercizio condiviso della responsabilità genitoriale.

La Corte territoriale, secondo l'assunto del ricorrente, avrebbe omesso del tutto di considerare i documenti che dimostravano come la D.C. aveva ostacolato in ogni modo il suo rapporto con il figlio e che l'attuale convivenza del figlio con la madre costituiva un insuperabile impedimento al suo riavvicinamento al figlio; che era stato omesso l'espletamento di indagini specifiche volte ad individuare l'esistenza di una Parental Alienation Syndrome e che ciò aveva precluso la tutela dei suoi diritti di padre e dei diritti del figlio.

9.2 Ciò posto, questa Corte di legittimità ha più volte affermato che, nell'interesse superiore del minore, va assicurato il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, nel dovere dei primi di cooperare nell'assistenza, educazione ed istruzione (Cass., 8 aprile 2019, n. 9764; Cass., 23 settembre 2015, n. 18817; Cass., 22 maggio 2014, n. 11412).

Tale orientamento trova riscontro nella giurisprudenza della Corte Edu, che, chiamata a pronunciarsi sul rispetto della vita familiare di cui all'art. 8 CEDU, pur riconoscendo all'autorità giudiziaria ampia libertà in materia di diritto di affidamento di un figlio di età minore, ha precisato che è comunque necessario un rigoroso controllo sulle "restrizioni supplementari", ovvero quelle apportate dalle autorità al diritto di visita dei genitori, e sulle garanzie giuridiche destinate ad assicurare la protezione effettiva del diritto dei genitori e dei figli al rispetto della loro vita familiare, di cui all'art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, onde scongiurare il rischio di troncare le relazioni familiari tra un figlio in tenera età ed uno dei genitori (Corte EDU, 9 febbraio 2017, Solarino c. Italia).

La Corte EDU, quindi, invita le Autorità nazionali ad adottare tutte le misure atte a mantenere i legami tra il genitore e i figli, affermando che "per un genitore e suo figlio, stare insieme costituisce un elemento fondamentale della vita familiare" (Kutzner c. Germania, n. 46544/99, CEDU 2002) e che "le misure interne che lo impediscono costituiscono una ingerenza nel diritto protetto dall'art. 8 della Convenzione" (K. E T. c. Finlandia, n. 25702/94, CEDU 2001).

I giudici di Strasburgo, inoltre, hanno precisato che, in un quadro di osservanza della frequentazione tra genitore e figlio, gli obblighi positivi da adottarsi dalle autorità degli Stati nazionali, per garantire effettività della vita privata o familiare nei termini di cui all'art. 8 della Convenzione EDU, non si limitano al controllo che il bambino possa incontrare il proprio genitore o avere contatti con lui, ma includono l'insieme delle misure preparatorie che, non automatiche e stereotipate, permettono di raggiungere questo risultato, nella preliminare esigenza che le misure deputate a ravvicinare il genitore al figlio rispondano a rapida attuazione, perchè il trascorrere del tempo può avere delle conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il fanciullo e quello dei genitori che non vive con lui (Corte EDU, 29 gennaio 2013, Lombardo c. Italia).

In particolare, nella pronuncia da ultimo richiamata, la Corte EDU ha affermato che era stato violato l'art. 8 della Convenzione da parte dello Stato italiano, in un caso in cui le autorità giudiziarie, a fronte degli ostacoli opposti dalla madre affidataria, ma anche dalla stessa figlia minorenne, a che il padre esercitasse effettivamente e con continuità il diritto di visita, non si erano impegnate a mettere in atto tutte le misure necessarie a mantenere il legale familiare tra padre e figlia minore, attraverso un concreto ed effettivo esercizio del diritto di visita nel contesto di una separazione legale tra i genitori.

Nello specifico, i giudici Europei hanno messo in evidenza che quelle autorità si erano limitate reiteratamente e con formule stereotipate a confermare i propri provvedimenti, nonchè a prescrivere l'intervento dei servizi sociali, cui erano richieste di volta in volta informazioni e delegata una generica funzione di controllo, così determinandosi il consolidamento di una situazione di fatto pregiudizievole per il padre, mentre avrebbero potuto rapidamente adottare misure specifiche per il ripristino della collaborazione tra i genitori e dei rapporti tra il padre e la figlia, anche avvalendosi della mediazione dei servizi sociali.

9.3 Tanto premesso in punto di principi giurisprudenziali applicabili nel caso in esame, la Corte di appello di Firenze, all'esito della consulenza tecnica d'ufficio disposta al fine di valutare la capacità genitoriale della madre e la possibilità di ripresa dei rapporti del padre con il figlio, con motivazione praticamente assente, dando acritica conferma alla motivazione del giudice di primo grado e senza tenere in alcun conto le critiche mosse dal padre con l'atto di impugnazione, ha ritenuto l'adeguatezza della capacità genitoriale della madre e ha affermato che non era necessario, nè opportuno disporre l'affidamento del minore ai servizi Sociali e che, al fine di consentire di ipotizzare una ripresa dei rapporti padre-figlio, appariva sufficiente dare mandato ai Servizi Sociali di (OMISSIS). Rileva questo Collegio, tenendo anche conto della evidente conflittualità esistente tra i genitori, che non consentiva di effettuare una prognosi positiva in relazione alla possibilità di soluzioni diverse concordate, che manca del tutto una specifica motivazione in ordine alle eventuali ragioni che hanno indotto la Corte di merito ad escludere una frequentazione più assidua con il padre, che ha piuttosto disposto, peraltro a seguito di una espressa richiesta del M. e previa un'adeguata preparazione del minore e del padre stesso, incontri osservati una volta al mese con l'ausilio dei servizi sociali, ossia ad escludere una effettiva realizzazione del principio di bigenitorialità del minore, in funzione dei suoi bisogni di crescita equilibrata.

La Corte, inoltre, omette del tutto di prendere in esame quale fatto decisivo della controversia la condotta "oppositiva" della madre, quale risulterebbe dai fatti documentali introdotti nel giudizio dal padre del minore, su cui non svolge alcuna considerazione, pur trattandosi di una condotta gravemente lesiva del diritto del minore alla bigenitorialità, nè evidenzia le ragioni di incapacità del padre di prendersi cura del figlio, mancando nel contempo di apprezzare, avuto riguardo alla posizione del genitore collocatario, che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l'altro genitore a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e sana. Ancora, i giudici di merito non hanno motivato sulle ragioni del rifiuto del padre da parte del figlio e sono venuti meno all'obbligo di verificare, in concreto, l'esistenza dei denunciati comportamenti volti all'allontanamento fisico e affettivo del figlio minore dall'altro genitore, potendo il giudice di merito, a tal fine, utilizzare i comuni mezzi di prova tipici e specifici della materia, ivi compreso l'ascolto del minore, e anche le presunzioni (desumendo eventualmente elementi anche dalla presenza, ove esistente, di legame "peculiari" tra il figlio e uno dei genitori).

Tali comportamenti, infatti, ove accertati, sicuramente pregiudicherebbero il diritto del figlio alla bigenitorialità e ad una sua crescita equilibrata e serena.

Questa Corte, al riguardo, ha avuto occasione di osservare che, in tema di affidamento dei figli minori, il giudizio prognostico che il giudice, nell'esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve operare circa le capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell'unione, va formulato tenuto conto, in base ad elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, nonchè della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell'ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore (Cass., 23 settembre 2015, n. 18817, citata).

10. I restanti motivi sono assorbiti dall'accoglimento dei predetti.

11. In conclusione la decisione impugnata va cassata, in relazione al terzo e quarto motivo, con rinvio alla Corte di appello di Firenze, in diversa composizione, per il riesame e la liquidazione delle spese di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il terzo e quarto motivo di ricorso; dichiara infondato il primo motivo, assorbiti gli altri; cassa il decreto impugnato, in relazione ai motivi accolti, e rinvia la causa alla Corte di appello di Firenze, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.

Così deciso in Roma, il 25 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 dicembre 2020

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Danno da morte del congiunto e onere della prova.

Con decisione depositata il 1 settembre 2020, il Tribunale di Imperia ha specificato che la morte di uno stretto congiunto "costituisce di per sé un fatto noto dal quale il giudice può desumere, ex art. 2727 c.c., che i congiunti dello scomparso abbiano patito una sofferenza interiore tale da determinare un'alterazione della loro vita di relazione e da indurli a scelte di vita diverse da quelle che avrebbero altrimenti compiuto, sicché nel giudizio di risarcimento del relativo danno non patrimoniale incombe al danneggiante dimostrare l'inesistenza di tali pregiudizi" (T. Imperia 1.9.2020).

Il giudice, nell'ambito della propria valutazione equitativa, deve selezionare criteri comunque idonei a consentire la c.d. personalizzazione del danno, una liquidazione adeguata e proporzionata, che, muovendo da una uniformità pecuniaria di base, riesca ad essere adeguata all'effettiva incidenza della menomazione subita dal danneggiato nel caso concreto: per il danno da perdita del rapporto parentale, l'apprezzamento deve concernere quali fatti specifici cui parametrare la misura economica dello sconvolgimento di vita, la gravità del fatto, l'entità del dolore patito, le condizioni soggettive della persona, il turbamento dello stato d'animo, l'età della vittima e dei congiunti all'epoca del fatto, il grado di sensibilità dei danneggiati superstiti, la situazione di convivenza o meno con il deceduto.

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La Kafalah negoziale è utilizzabile ai fini del ricongiungimento familiare.

Con sentenza n. 25310, depositata l'11 novembre 2020, la Corte di Cassazione ha stabilito che la valutazione circa la possibilità di consentire al minore l'ingresso in Italia e il ricongiungimento con l'affidatario non può essere esclusa in considerazione della natura e della finalità dell'istituto della "kafalah" negoziale, ma pur sempre deve essere effettuata caso per caso in considerazione del superiore interesse del minore. 

Cass. civ. Sez. I, Sent., (ud. 14/10/2020) 11-11-2020, n. 25310

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe - Presidente -

Dott. TERRUSI Francesco - rel. Consigliere -

Dott. PAZZI Alberto - Consigliere -

Dott. PACILLI Giuseppina Anna Rosaria - Consigliere -

Dott. CARADONNA Lunella - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 33922/2018 proposto da:

Ministero degli Affari Esteri, in persona del Ministro pro tempore, nonchè Ministero dell'Interno, in persona del Ministro pro tempore, entrambi elettivamente domiciliati in Roma, Via dei Portoghesi 12, presso l'Avvocatura generale dello Stato che li rappresenta e difende ope legis;

- ricorrenti -

contro

A.Z.;

- intimato -

avverso la sentenza n. 813/2018 della CORTE D'APPELLO di GENOVA, depositata il 16/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 14/10/2020 dal Cons. Dott. TERRUSI FRANCESCO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito per i ricorrenti l'avvocato generale dello Stato Ilia Massarelli, che ha concluso per l'accoglimento.

Svolgimento del processo

La corte d'appello di Genova ha respinto il gravame del Ministero dell'Interno e del Ministero degli Esteri contro l'ordinanza con la quale il tribunale della stessa città aveva annullato il diniego del visto dell'ambasciata italiana a (OMISSIS) per il ricongiungimento familiare di A.Z., già titolare di permesso per asilo politico, col proprio fratello minore I.A., affidatogli tramite procura notarile della madre.

L'avvocatura generale dello Stato ha proposto ricorso per cassazione nell'interesse di entrambi i ministeri, deducendo un unico motivo.

L'intimato non ha svolto difese.

La causa è stata rimessa in pubblica udienza con ordinanza interlocutoria n. 5081 del 2020, in relazione all'ambito applicativo dell'art. 29 T.U. IMM., nella parte relativa ai minori che, ai fini del ricongiungimento, possono essere equiparati ai figli (adottati, affidati e sottoposti a tutela).

Motivi della decisione

I. - Con l'unico mezzo l'avvocatura denunzia la violazione o falsa applicazione della L. n. 184 del 1983, art. 9 e art. 29 del T.U. IMM. perchè la norma da ultimo citata, nell'indicare i familiari di cui è ammesso il ricongiungimento, non farebbe alcun riferimento ai fratelli, che sono in base all'ordinamento italiano parenti di secondo grado, e non potrebbe essere interpretata estensivamente.

Il ricorso è fondato, sebbene nel senso e nei limiti che seguono.

II. - La corte d'appello di Genova ha confermato la decisione di primo grado sulla base di due considerazioni: (i) perchè l'art. 29 T.U. IMM., elenca i minori che possono equiparasi ai figli - ovvero gli adottati, gli affidati e i sottoposti a tutela e (ii) perchè nel caso concreto il fratello minore del richiedente era stato a lui affidato dalla madre in base a dichiarazione giurata vidimata da un notaio del luogo.

Anche se, con certo qual grado di contraddizione, la medesima corte ha pure sottolineato che le amministrazioni appellanti non avevano provato che il minore fosse fratello del richiedente, è pacifico, stante il tenore complessivo del provvedimento, che la decisione è stata resa sullo specifico presupposto che il minore è il fratello del richiedente, a lui affidato dalla madre. Occorre aggiungere del resto che, a riguardo del rapporto parentale e dell'avvenuto affidamento con la ridetta modalità, la decisione non è stata censurata.

III. - Il giudice a quo ha soggiunto che l'affidamento parentale è in Italia libero (per i primi sei mesi), ai sensi della L. n. 184 del 1983, art. 9, cosicchè le modalità adottate per l'affido, nel caso in esame, non avrebbero potuto esser ritenute in contrasto con l'ordinamento nazionale.

In tal guisa ha ritenuto non pertinenti i riferimenti delle amministrazioni ai precedenti di questa Corte in ordine all'istituto della "kafalah", poichè nella specie la madre aveva direttamente e semplicemente affidato il minore al fratello maggiore senza spogliarsi della potestà genitoriale.

IV. - In una simile motivazione - che identifica la ratio decidendi - si annidano errori di diritto, poichè invece proprio dalla giurisprudenza formatasi, nel tempo, con riguardo alla "kafalah" (istituto di diritto islamico teso a garantire protezione e assistenza ai minori che versino in condizioni di abbandono o privazione di mezzi, stante il divieto coranico dell'adozione) la corte d'appello avrebbe dovuto trarre i principi rilevanti ai fini di causa.

A questo proposito è opportuno ricostruire, benchè sommariamente, il quadro normativo e giurisprudenziale in materia.

L'art. 29 del T.U. Imm. dispone che lo straniero può chiedere il ricongiungimento per i seguenti familiari: "a) coniuge non legalmente separato e di età non inferiore ai diciotto anni; b) figli minori, anche del coniuge o nati fuori del matrimonio, non coniugati, a condizione che l'altro genitore, qualora esistente, abbia dato il suo consenso; c) figli maggiorenni a carico, qualora per ragioni oggettive non possano provvedere alle proprie indispensabili esigenze di vita in ragione del loro stato di salute che comporti invalidità totale; d) genitori a carico, qualora non abbiano altri figli nel Paese di origine o di provenienza, ovvero genitori ultrasessantacinquenni, qualora gli altri figli siano impossibilitati al loro sostentamento per documentati, gravi motivi di salute 2". Dopodichè la norma al comma 2 chiarisce che "i minori adottati o affidati o sottoposti a tutela sono equiparati ai figli".

il punto attiene al significato da attribuire all'espressione "affidati".

V. - Quanto alla "kafalah" un orientamento assume che l'art. 29 citato non potrebbe essere interpretato estensivamente, neppure ai sensi dell'art. 28, comma 2, del medesimo D.Lgs., il quale, nel consentire l'applicazione delle norme più favorevoli, si riferisce esclusivamente a quelle che disciplinano le modalità del ricongiungimento (Cass. n. 4868-10).

Su questo orientamento fa leva l'avvocatura ricorrente.

Tuttavia l'orientamento citato è stato nella medesima prospettiva in parte contraddetto dalle Sezioni unite di questa Corte, che ex art. 363 c.p.c., hanno affermato il principio per cui "non può essere rifiutato il nulla osta all'ingresso nel territorio nazionale, per ricongiungimento familiare, richiesto nell'interesse di minore cittadino extracomunitario, affidato a cittadino italiano residente in Italia con provvedimento di "kafalah" pronunciato dal giudice straniero, nel caso in cui il minore stesso sia a carico o conviva nel paese di provenienza con il cittadino italiano, ovvero gravi motivi di salute impongano che debba essere da questi personalmente assistito" (Cass. Sez. U n. 21108-13).

Nella motivazione è stato precisato (in linea ben vero con quanto già indicato da Cass. n. 7472-08) che in ogni situazione nella quale venga in rilievo l'interesse del minore deve esserne assicurata la prevalenza sugli eventuali interessi confliggenti principio, codesto, espressamente affermato nell'art. 3 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 24 novembre 1989 ("In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente") e ribadito con l'art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea del 7 dicembre 2000, adottata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo (che, ai sensi dell'art. 6 del trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1 dicembre 2009, ha lo stesso valore giuridico dei Trattati).

In sostanza, "in tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l'interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente"; e tanto è desumibile anche dall'art. 2 (applicabile anche agli stranieri maggiorenni o minori: v. C. Cost. n. 199-86, C. Cost. n. 203-97, C. Cost. n. 376-00) e art. 30 Cost..

VI. - Ora, come hanno chiarito le Sezioni unite, tale principio deve trovare applicazione anche in materia di disciplina interna dell'immigrazione - il che è d'altronde previsto dall'art. 28, comma 3, T.U. Imm., secondo il quale "in tutti i procedimenti amministrativi e giurisdizionali finalizzati a dare attuazione al diritto all'unità familiare e riguardanti i minori, deve essere preso in considerazione con carattere di priorità il superiore interesse del fanciullo, conformemente a quanto previsto dall'art. 3 della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della L. 27 maggio 1991, n. 176".

A questo orientamento il collegio intende dare continuità.

Deve essere anche precisato che, in relazione alla "kafalah" pubblicistica (situazione pur diversa da quella in esame, che si basa su un affidamento diretto e privatistico dalla madre del minore al fratello), il corredo argomentativo della sentenza delle Sezioni unite si incentra sulla ammissibilità dell'interpretazione estensiva (sebbene ovviamente non di quella analogica) dell'art. 29 del T.U. Imm., in ciò chiaramente smentendo la diversa odierna tesi dell'avvocatura dello Stato.

Dopo aver ricordato che nell'interpretazione delle norme primarie il giudice deve preferire quella conforme a Costituzione, la richiamata sentenza ha ribadito che la definizione normativa dei familiari stranieri per i quali il cittadino italiano residente in Italia può chiedere il ricongiungimento "non consente l'applicazione analogica a casi non previsti" (Cass. n. 25661-10), ma consente, in mancanza di regole di ermeneutica di diverso segno, l'interpretazione estensiva, specialmente quando sia l'unica costituzionalmente orientata e conforme ai principi affermati nelle norme sovranazionali, pattizie o provenienti da fonti dell'Unione Europea.

In tal modo la sentenza ha esplicitamente richiamato - e quindi per tale via confermato - quanto specificamente stabilito da Cass. n. 7472-08, secondo la quale tra gli istituti della "kafalah" di diritto islamico, "quando questa non abbia natura esclusivamente negoziale", e dell'affidamento nazionale di un minore prevalgono i punti in comune sulle differenze; cosicchè il primo istituto, il quale costituisce l'unico di protezione previsto dagli ordinamenti islamici nei confronti dei minori orfani, illegittimi o abbandonati, può fungere da presupposto per il ricongiungimento familiare e dare titolo allo stesso, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 29, comma 2 (cd. T.U. Imm.).

VII. - L'indirizzo risalente alla citata pronuncia delle Sezioni unite ha lasciato aperta la questione relativa al limite dell'interpretazione estensiva, determinato dall'inciso "quando questa (la "kafalah") non abbia natura esclusivamente negoziale".

Devesi cioè stabilire se il confine dell'interpretazione estensiva debba porsi in rapporto ai soli istituti pubblicistici (come la "kafalah" tradizionale), ovvero possa determinarsi anche oltre tali istituti, col fine di dare tutela a situazioni nelle quali l'interesse del minore al ricongiungimento sia stato tradotto in atti di affidamento puro e semplice a uno dei familiari maggiorenni.

Questo è l'aspetto che rileva nel presente giudizio. E tale aspetto la corte territoriale ha completamente trascurato, erroneamente affermando la non pertinenza dei riferimenti alla "kafalah"; mentre invece essi ben afferivano, sebbene nell'ottica dell'interpretazione estensiva (in base ai principi giurisprudenziali appena richiamati) e del suo eventuale limite.

VIII. - Sennonchè pure la "kafalah" convenzionale, prevista in alcuni ordinamenti giuridici che si ispirano all'insegnamento del Corano, è stata considerata rilevante dalla successiva giurisprudenza di questa Corte, con la condivisibile avvertenza che si tratta di un istituto di protezione familiare inteso a far godere al minore maggiori opportunità di crescita e migliori condizioni di vita, salvaguardando il rapporto con i genitori.

Tale istituto prescinde dallo stato di abbandono del minore, ma si realizza mediante un negozio stipulato tra la famiglia di origine e quella di accoglienza, donde per tale via presenta caratteri comuni con l'affidamento previsto dall'ordinamento nazionale. E solo in quanto finalizzato a realizzare l'interesse superiore del minore esso non contrasta con i principi dell'ordine pubblico italiano e neppure con quelli della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, che pure opera espressamente, all'art. 20, comma 3, il riconoscimento quale istituto di protezione del minore della sola "kafalah" giudiziale - la quale, diversamente da quella convenzionale, presuppone invece la situazione di abbandono o comunque di grave disagio del minore nel suo ambiente familiare (v. Cass. n. 1843-15).

In tale prospettiva la valutazione circa la possibilità di consentire al minore l'ingresso in Italia e il ricongiungimento con l'affidatario non può essere esclusa, quindi, in considerazione della natura e della finalità dell'istituto della "kafalah" negoziale, ma pur sempre deve essere effettuata caso per caso in considerazione del superiore interesse del minore.

IX. - Simili criteri di giudizio vanno in questa sede confermati, come in qualche modo sostenuto anche dal procuratore generale in udienza.

Solo che, parametrata a essi, l'impugnata sentenza è deficitaria.

Lo è innanzi tutto nella parte in cui ha omesso di svolgere l'accertamento richiesto sulla natura e sulle finalità dell'istituto prescelto dalle parti (appartenenti alla stessa famiglia) e sulla corrispondenza di esso alle norme di diritto interno dello Stato di provenienza.

Lo è poi nella motivazione assunta, poichè è stato affermato a premessa che non alla "kafalah" le parti avevano fatto riferimento (per quanto nel correttivo negoziale), sebbene a un atto di affidamento mero (avente forma "notarile") del minore dalla madre al fratello maggiore; atto che tuttavia neppure è stato qualificato sul piano giuridico.

Lo è infine nella ragione di conferma della decisione di prime cure, motivata con l'apodittica affermazione che un simile atto non sarebbe contrastante con la legislazione nazionale italiana. Quando invece, ferme essendo le analogie riscontrabili con il citato istituto di diritto islamico apoditticamente escluso, la corte d'appello avrebbe dovuto accertare prioritariamente (i) quale fosse la effettiva ragione pratico-giuridica di esso (giacchè un atto consimile è potenzialmente utilizzabile anche a fine elusivo delle norme del Paese ospitante); (ii) se e in qual senso, in base alle norme di diritto interno dello Stato di provenienza, il ricorso a un istituto del genere fosse da considerare ammesso e (iii) se e in qual senso, a fronte della concreta situazione personale e familiare, esso fosse coerente con i superiori interessi del minore. Cosicchè solo dopo l'espletamento di tale doverosa indagine si sarebbe potuto giungere a un concreto giudizio di non contrarietà all'ordinamento interno.

X. - L'impugnata sentenza va dunque cassata.

Segue il rinvio alla medesima corte d'appello, la quale, in diversa composizione, rinnoverà l'esame uniformandosi ai principi esposti.

Essa provvederà anche sulle spese del giudizio svoltosi in questa sede di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa l'impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla corte d'appello di Genova.

Dispone che, in caso di diffusione della presente sentenza, siano omesse le generalità e gli altri dati significativi.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 14 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2020

 

 

 






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In caso di scioglimento della comunione ereditaria, il coerede ha diritto ad ottenere il rimborso dell'intera somma spesa per apportare migliorie al bene comune.

In caso di scioglimento della comunione ereditaria, il coerede ha diritto ad ottenere il rimborso dell'intera somma spesa per apportare migliorie al bene comune, e non una semplice indennità pari all'accresciuto valore della cosa. In particolare, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 3050/2020, ha ribadito il principio di diritto vigente in materia per cui"Il coerede che sul bene comune da lui posseduto abbia eseguito delle migliorie può pretendere, in sede di divisione, non già l'applicazione dell'art. 1150 del c.c., secondo cui è dovuta un'indennità pari all'aumento di valore della cosa in conseguenza dei miglioramenti, ma, quale mandatario o utile gestore degli altri eredi partecipanti alla comunione ereditaria, il rimborso delle spese sostenute per la cosa comune, esclusa la rivalutazione monetaria, trattandosi di debito di valuta e non di debito di valore”.

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Abbandono del domicilio familiare da parte di uni dei coniugi e conseguente addebito della separazione personale.

Il volontario abbandono del domicilio familiare da parte di uni dei coniugi, costituendo violazione del dovere di convivenza, è di per sé sufficiente a giustificare l'addebito della separazione personale, a meno che non risulti provato che esso è stato determinato dal comportamento dell'altro coniuge o sia intervenuto in un momento in cui la prosecuzione della convivenza era già divenuta intollerabile.

(Cass. Civ., Sez. 6 - 1, Ordinanza n. 648 del 15/1/2020)

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Una semplice voltura castale è idonea a configurare un’accettazione tacita dell’eredità.

Con l’ordinanza n. 1438/2020, la Corte di Cassazione, in tema di accettazione tacita di eredità, ha chiarito che, mentre gli atti di natura meramente fiscale, quale una denuncia di successione, sono inidonei a configurare un’accettazione tacita dell’eredità, tale accettazione può essere desunta dal compimento di atti che siano allo stesso tempo fiscali e civili. 

Una voltura castale, eseguita dal chiamato all’eredità sui beni immobili del de cuius, è idonea pertanto a configurare un’accettazione tacita dell’eredità.

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Tribunale di Roma: inammissibile il sequestro nel giudizio per divorzio se il richiedente ha un titolo esecutivo e ha già pignorato

Con provvedimento del 09.12.2020, la Prima Sezione Civile del Tribunale di Roma ha ritenuto inammissibile la richiesta di sequestro conservativo e quella di sequestro di quote societarie avanzate dalla ricorrente nei confronti del marito.   

           
Nel motivare il rigetto, il Giudice ha evidenziato che il sequestro conservativo era inammissibile perché la richiedente disponeva già di un titolo esecutivo da far valere contro il resistente. 
           
Inoltre, risultava inammissibile anche la richiesta di sequestro di quote societarie poiché la ricorrente aveva già proceduto a  vincolarle tramite pignoramento eseguito in forza del predetto titolo esecutivo.

Pertanto, il Tribunale non ha rinvenuto alcun rischio che il convenuto dismettesse il proprio patrimonio, al contrario di quanto sostenuto da parte attrice. Quest’ultima, infatti, riteneva dimostrato tale intento nel fatto che  il coniuge avesse trasferito alcune quote da una società ad un’altra.

Sul punto, il Giudice ha comunque ritenuto necessari “maggiori approfondimenti sulla reale capacità economica del resistente, in ragione delle partecipazioni societarie, sia quanto alla T*** srl (società in relazionale alla quale è necessario verificare la potenziale redditività ed il valore della quota) che quanto alle T*** M*** srl (società della quale il resistente è titolare di quota pari all’1,5% dell’intero, ma di cui risulta amministratore, occupandosi peraltro, pur a fronte dell’esiguità della quota, di trovare nuovi soci, come da sue stesse dichiarazioni, ed assumendo garanzia ipotecaria per un finanziamento sociale, circostanze tutte che necessitano di approfondimento in ordine all’effettiva posizione del sig. P. all’interno della citata società); peraltro deve darsi conto della circostanza che, a fronte della cessione di quote della T*** srl alla T*** M*** s.r.l, il resistente ha ricevuto la somma di euro 125.000,00, che la parte dichiara di aver versato alla predetta T*** M*** srl, per l’aumento di capitale sottoscritto, segno questo (unitamente alla circostanza che la parte stia continuando a versare gli importi dovuti per il mantenimento dei figli, salvi i dedotti pregressi inadempimenti) di capacità economica.”

 

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Nei giudizi di modifica delle condizioni di separazione o divorzio la domanda in corso di causa può essere proposta solo nel rispetto del contraddittorio.

Nei giudizi aventi ad oggetto le modifiche alle statuizioni consequenziali alla separazione personale e al divorzio, possono essere proposte domande in corso di causa ove siano giustificate da sopravvenienze fattuali ma nel rispetto del principio del contraddittorio, sicché risulta inammissibile la richiesta di un contributo per il mantenimento del figlio introdotta soltanto nelle note conclusive del giudizio di appello.

(Cass. Civ., Sez. 1, Ordinanza n. 19020 del 14/09/2020)

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Ripetizione dell'indebito per il genitore che ha versato il mantenimento alla prole già economicamente indipendente.

La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 3659/2020, ha sancito la sussistenza di un diritto alla ripetizione delle somme versate a titolo di mantenimento, in capo all’ex coniuge che abbia continuato ad adempiere a tale obbligo anche dopo il raggiungimento dell’autosufficienza economica da parte delle figlie maggiorenni.

Per la Cassazione, le somme versate dal genitore obbligato all’ex coniuge sono irripetibili soltanto qualora le stesse abbiano concretamente svolto una funzione alimentare, la quale, però, non sussiste nel caso in cui ne abbiano tratto vantaggio dei figli maggiorenni ed economicamente indipendenti.

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Non è configurabile il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare se il coniuge si attiene agli impegni assunti con l'ex coniuge tramite un accordo transattivo anche se non omologato dal giudice.

Se gli ex coniugi hanno stipulato un accordo transattivo in merito all'assegno di mantenimento, esso è valido, se non contiene clausole lesive degli interessi dei beneficiari del mantenimento, anche se non omologato dal giudice. La parte che vi si attenga, pertanto, non commette alcun reato. La Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 5236/2020, si è pronunciata in merito alla configurabilità del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, di cui all’art. 570 bis del c.p., in capo al coniuge che non abbia versato all’altro l’importo previsto dal giudice a titolo di mantenimento, nel caso in cui sia stato stipulato un accordo transattivo modificativo di tale importo, il quale, però, non sia stato omologato dal giudice.

La Suprema Corte, infatti, ha affermato il principio di diritto per cui “Non è configurabile il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare nel caso di separazione o di scioglimento del matrimonio ex art. 570 bis del c.p. qualora l'agente si sia attenuto agli impegni assunti con l'ex coniuge tramite un accordo transattivo, non omologato dall'autorità giudiziaria, modificativo delle statuizioni sui rapporti patrimoniali contenute in un precedente provvedimento giudiziario”.

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La regolarità edilizia del fabbricato è condizione necessaria per lo scioglimento della comunione attraverso la divisione.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2675/2020, si è pronunciata in merito alla divisibilità giudiziale della comunione su un immobile in relazione al quale sia stata riscontrata un’irregolarità urbanistica. Secondo gli Ermellini, la regolarità edilizia del fabbricato costituisce condizione necessaria per lo scioglimento della comunione attraverso la divisione. Hanno affermato pertanto il seguente principio di diritto: Quando sia proposta domanda di scioglimento di una comunione, il giudice non può disporre la divisione che abbia ad oggetto un fabbricato abusivo o parti di esso, in assenza della dichiarazione circa gli estremi della concessione edilizia e degli atti ad essa equipollenti, come richiesti dall'art. 40, comma 2, I. 47/1985, costituendo la regolarità edilizia del fabbricato condizione dell'azione di divisione sotto il profilo della possibilità giuridica, e non potendo la pronuncia del giudice realizzare un effetto maggiore e diverso rispetto a quello che è consentito alle parti nell'ambito della loro autonomia negoziale, sicché la mancanza della documentazione attestante la regolarità edilizia dell'edificio e il mancato esame di essa da parte del giudice sono rilevabili d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio”.

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Quantificazione del contributo dovuto dal genitore per il mantenimento dei figli economicamente non autosufficienti.

Nel giudizio di divorzio, al fine di quantificare l'ammontare del contributo dovuto dal genitore per il mantenimento dei figli economicamente non autosufficienti, deve osservarsi il principio di proporzionalità, che richiede una valutazione comparata dei redditi di entrambi i genitori, oltre alla considerazione delle esigenze attuali del figlio e del tenore di vita da lui goduto.

(Cass. Civ., Sez. 6 - 1, Ordinanza n. 19299 del 16/09/2020)

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Tribunale di Roma: se la causa del danno resta incerta, la prova della responsabilità medica contrattuale è in capo al paziente

Con la Sentenza n. 17156 del 1.12.2020 la XIII Sezione Civile del Tribunale di Roma ha rigettato una richiesta risarcitoria per responsabilità medica di natura contrattuale, avanzata da una donna avverso la struttura ospedaliera ove era stata sottoposta a un intervento di tiroidectomia cui aveva fatto seguito un’importante ipocalcemia.

La CTU aveva ritenuto provato il nesso causale tra intervento e conseguenze lamentate ma non era stata in grado di motivare la loro inspiegabile gravità, oltretutto riconoscendo che la prestazione era stata correttamente ponderata ed eseguita dall’equipe medica.     
Pertanto, pur richiedendo la convocazione dei Periti di Ufficio per chiarimenti, parte attrice sosteneva che comunque – la responsabilità della Struttura Sanitaria permanesse anche qualora la causa del danno lamentato fosse rimasta incerta, gravando quindi sulla convenuta l’onere della prova del fatto escludente l’evento pregiudizievole.

Il Giudice ha rigettato tale interpretazione delle regole sull’onere delle prova, ritenendo piuttosto di doversi uniformare all’orientamento di Cassazione per cui: “in tal caso il deficit probatorio grave [sic] sull’attore: «nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere del paziente dimostrare l'esistenza del nesso causale, provando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del "più probabile che non", causa del danno, sicché, ove la stessa sia rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata» (Cassazione sez. III n. 3704 del 15/02/2018 m. 647948 - 01)”.

Pertanto, l’adito Giudicante ha ritenuto che: “L’ipocalcemia ingravescente è da considerarsi un evento naturale eccezionalmente innescatosi in seguito all’intervento di tiroidectomia, senza che sia rimasto – ad avviso del decidente – del tutto estranea l’esecuzione dei tre cicli radiometabolici tra i cui effetti collaterali - esplicitati nel consenso informato reso per il secondo ciclo di terapia presso l’Ospedale di Cagliari – vi è l’indicazione che la terapia in questione «ha lo scopo di distruggere i residui di tessuto tiroideo dopo l’intervento chirurgico», dilatando gli effetti negativi della patologia di cui si discute.”

La pronuncia, decisamente articolata e ricca di rimandi giurisprudenziali, offre spunti interessanti anche su ulteriori questioni di malpractice sanitaria, come il valore giuridico della complicanza prevedibile e non prevenibile.

Trib. Roma, sez. XIII civ. 1.12.2020, n. 17156 (testo completo)


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Modificabilità dell'assegno di mantenimento anche in pendenza di divorzio.

Secondo la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione (sentenza n. 7547/2020), l’importo del mantenimento può essere modificato anche in pendenza del giudizio di divorzio se il giudice non ha adottato provvedimenti temporanei ed urgenti.

In particolare, "...il giudice della separazione è investito della potestas iudicandi sulla domanda di attribuzione o modifica del contributo di mantenimento per il coniuge e i figli anche quando sia pendente il giudizio di divorzio, a meno che il giudice del divorzio non abbia adottato provvedimenti temporanei ed urgenti nella fase presidenziale o istruttoria, i quali sono destinati a sovrapporsi a (e ad assorbire) quelli adottati in sede di separazione solo dal momento in cui sono adottati o ne è disposta la decorrenza”.

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Il marito accusa falsamente la moglie dalla quale è separato di intrattenere una relazione con un altro uomo: è diffamazione aggravata.

La Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13564/2020, si è pronunciata in merito alla configurabilità dei reati di calunnia e di diffamazione aggravata, di cui, rispettivamente, agli articoli 368 e 595, comma 3, del c.p., in capo al marito che abbia accusato la moglie di infedeltà, pur essendo consapevole della falsità di tale accusa.

Secondo la Cassazione, sussiste il delitto di calunnia ogni volta che le accuse sono state prospettate in termini volutamente diversi da quanto accaduto realmente e, dunque, non spiegabili soggettivamente sulla base di diversi apprezzamenti della realtà. Sussiste altresì il delitto di diffamazione aggravata in ragione dell’ingiustificato addebito mosso alla persona offesa sulla base di una sviata rappresentazione della vicenda di intrattenere una relazione extraconiugale con un altro uomo. Tale elemento è infatti intrinsecamente idoneo a ledere la reputazione di cui gode la persona offesa presso la propria comunità di riferimento, oltre che la sua dignità personale, in relazione al complesso dei propri valori e delle proprie qualità.


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In sede di reclamo avverso l’ordinanza presidenziale, la Corte d'Appello non deve statuire sulle spese.

In tema di separazione dei coniugi, la Corte d’Appello adita in sede di reclamo avverso l’ordinanza presidenziale, ai sensi dell’art. 708 c.p.c., non deve statuire sulle spese del procedimento, poiché, trattandosi di provvedimento adottato in pendenza della lite, resta riservato al Tribunale provvedere sulle spese nella sentenza emessa a conclusione del giudizio anche per la fase di reclamo.

(Cassazione civile, sez. I, 30 Aprile 2020, n. 8432. Pres. Giancola. Est. Mercolino)

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Colpevole del reato di stalking chi assilla la propria ex utilizzando il pretesto di chiederle di vedere il figlio.

La Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10904/2020, si è pronunciata in merito alla configurabilità del delitto di atti persecutori (stalking), di cui all’art. 612 bis del c.p., in capo a colui che perseguiti la propria ex ricorrendo alla scusa di voler esercitare il proprio ruolo di padre.

Secondo la Suprema Corte le condotte vessatorie dirette esclusivamente contro la ex convivente escludono che le chiamate, le minacce e i pedinamenti possano ritenersi finalizzati ad incontrare o ad avere notizie dei figli, così da non potersi configurare la scriminante ex art 51 c.p.

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Infedeltà del coniuge: presupposti per il risarcimento del danno da illecito endofamiliare.

La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 26383 del 19 novembre 2020, indica i presupposti in presenza dei quali l'infedeltà del coniuge può giustificare il risarcimento dei danni morali in favore dell'altro coniuge a prescindere da una pronuncia di addebito.

E' necessario, secondo la Corte, che la condizione di afflizione indotta nel coniuge superi la soglia della tollerabilità e si traduca, per le sue modalità o per la gravità dello sconvolgimento che provoca, nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, quale quello della salute o all'onore o alla dignità personale.

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Separazione consensuale a mezzo negoziazione assistita con trasferimento immobiliare: necessaria l’autenticazione del verbale da parte del Notaio.

Con la sentenza n° 1202/2020 la Suprema Corte di Cassazione ha sancito che, ove i coniugi, in sede di negoziazione assistita, raggiungano un accordo di separazione consensuale ex art. 6 del D.L. 132/2014 convertito dalla L. 162/2014, comprendente il trasferimento di diritti immobiliari, la trascrizione di tale accordo richiede l’autenticazione del relativo verbale da parte di Pubblico Ufficiale a ciò autorizzato, ai sensi dell’art. 5 comma 3 D.L. 132/2014.

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Accesso ai documenti fiscali dell’ex coniuge: consentito anche a prescindere dalla pendenza di un giudizio di separazione o divorzio.

Alla luce della recente sentenza del Consiglio di Stato a.p. 25/09/2020 n. 19, l’istituto dell’accesso difensivo di cui alla Legge n.241/1990 può essere esercitato, mediante estrazione di copia, indipendentemente dalla previsione e dall’esercizio dei poteri processuali di esibizione istruttoria di documenti amministrativi e di richiesta di informazioni alla pubblica amministrazione nel processo civile ai sensi degli artt. 210, 211 e 213 cod. proc. civ.

La recente pronuncia ha riconosciuto in capo al coniuge richiedente un diritto prevalente rispetto alla segretezza della documentazione fiscale. Tuttavia ciò è possibile solo quando il richiedente dimostra che l’accesso alla documentazione fiscale è necessaria a difendere un interesse giuridicamente rilevante, come può essere, a titolo esemplificativo, la tutela dei figli. E' dunque possibile accedere ai documenti fiscali, reddituali e patrimoniali detenuti dall’Agenzia delle Entrate e relativi alla altro coniuge (o ex coniuge).


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I genitori devono impartire un’educazione idonea a scongiurare danni ai terzi.

La Corte d’Appello di Bari si è pronunciata sulla portata degli obblighi educativi incombenti sui genitori e su ciò che questi sono chiamati a dimostrare onde superare la presunzione di culpa in vigilando et educando allorché il proprio figlio, nell’ambito dei rapporti con l’ambiente extrafamiliare, abbia recato danni a terzi.

Così, con sentenza del 19 ottobre 2020, n. 1754, ha stabilito che i genitori hanno l’onere di impartire ai figli un’educazione sufficiente a scongiurare il pericolo che questi cagionino danni ai terzi e che, a tal fine, pur non essendo necessario provare una costante ed ininterrotta presenza fisica, occorre comunque dare prova di aver adeguatamente impostato i rapporti del minore con l’ambiente extrafamiliare.

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Danni da infiltrazioni: responsabilità oggettiva del condominio sulle parti comuni fino a prova del caso fortuito.

Vi è una responsabilità oggettiva del custode, nel caso di specie del condominio, rispetto alle parti comuni dell'edificio. All'attore è sufficiente dimostrare il nesso eziologico fra la cosa in custodia e il danno, di converso, è onere del custode fornire la prova del caso fortuito. La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 25018 pubblicata il 9 novembre 2020, ha stabilito che in tema di responsabilità da cosa in custodia, ex art. 2051 c.c., trattandosi di un criterio di imputazione oggettivo della responsabilità, sarà l'attore/danneggiato a dover dimostrare il nesso eziologico tra la cosa in custodia ed il danno, mentre, sul custode graverà l'onere della prova liberatoria.

(Cass. civ. Sez. II Ord., 09/11/2020, n. 25018)

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Determinazione della rendita per infortunio sul lavoro a favore dei familiari superstiti.

Con ordinanza n. 18658 dell'8 settembre 2020, la Corte di Cassazione ha stabilito che il diritto alla rendita per infortunio sul lavoro in favore dei familiari superstiti, ex art. 85, D.P.R. n. 1124 del 1965, presuppone, ai sensi del successivo art. 106, la cosiddetta "vivenza a carico", la quale sussiste ove i predetti si trovino senza sufficienti mezzi di sussistenza autonoma ed al loro mantenimento abbia concorso in modo efficiente il lavoratore defunto, dovendosi a tal fine considerare anche il reddito del coniuge dell'ascendente che domanda la prestazione previdenziale, giacché, anche ove non sia operante il regime di comunione legale, comunque sussiste l'obbligo di assistenza materiale tra coniugi posto dall'art. 143 c.c. e quello di assistenza per i figli di cui al successivo art. 147 c.c., senza che possa procedersi ad una valutazione distinta della posizione di ciascuno dei superstiti, indipendentemente dalla sussistenza di contributi o aiuti familiari. 

(Cass. civ., Sez. lavoro, Ord., 8.9.2020, n. 18658)

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Periodo di conservazione dei dati personali dell'interessato.

La Corte di Giustizia dell'Unione Europea (Sentenza del 6 Ottobre 2020, C-623/17) si è pronunciata in merito al rapporto tra le esigenze di sicurezza nazionale e il periodo di conservazione dei dati. La sentenza ha riconosciuto che gli operatori di comunicazione elettronica non possono conservare i dati di traffico indiscriminatamente per esigenze di sicurezza. Infatti, in caso di minaccia alla sicurezza nazionale, è necessario tenere sempre in considerazione i principi in materia di data protection. Ad ogni modo, la Corte ha riconosciuto che una grave minaccia può legittimare la conservazione generalizzata dei dati. Tuttavia, queste misure invasive possono essere implementate solo per un periodo di tempo strettamente necessario e attraverso la previsione di alcune garanzie essenziali. Gli Stati membri possono prevedere misure restrittive che limitino l'esercizio dei diritti ma sempre in modo conforme al principio di proporzionalità. Pertanto, le limitazioni previste devono essere necessarie, appropriate e proporzionali nel contesto di una società democratica.

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Violazione della privacy e risarcimento del danno.

Il danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell'art. 15 del d.lgs. n. 196 del 2003 (codice della privacy), pur determinato da una lesione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali tutelato dagli artt. 2 e 21 Cost. e dall'art. 8 della CEDU, non si sottrae alla verifica della "gravità della lesione" e della "serietà del danno", in quanto anche per tale diritto opera il bilanciamento con il principio di solidarietà ex art. 2 Cost., di cui quello di tolleranza della lesione minima è intrinseco precipitato, sicché determina una lesione ingiustificabile del diritto non la mera violazione delle prescrizioni poste dall'art. 11 del codice della privacy, ma solo quella che ne offenda in modo sensibile la sua portata effettiva, restando comunque il relativo accertamento di fatto rimesso al giudice di merito.

(Cass. civ. Sez. VI - 1 Ord., 20/08/2020, n. 17383 (rv. 658718-01)).

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No alla diffusione dei dati sulla salute che rendano anche indirettamente identificabili le persone.

Il Garante per la protezione dei dati personali ha ribadito che non si possono diffondere dati sulla salute che rendano anche indirettamente identificabili le persone. Con il Provvedimento n. 155/2020 (Newsletter 468/2020) il Garante ha dato ragione al Responsabile per la prevenzione della corruzione e della trasparenza della Regione Autonoma Valle d'Aosta, che aveva parzialmente negato l'accesso a particolari dati concernenti la distribuzione dei casi di Covid-19 registrati nella Regione ad un giornalista che ne aveva fatto richiesta. Il Garante ha ritenuto corretto l'operato della Regione poiché la generale conoscenza del complesso delle informazioni richieste poteva infatti consentire, in ragione dello scarso numero degli abitanti che caratterizza molti Comuni valdostani, di identificare i soggetti colpiti dal virus. Il Garante ha peraltro ricordato che, qualora l'istanza riguardi dati personali relativi alla salute, l'accesso civico deve essere escluso, così come previsto dalla normativa in materia di trasparenza e come confermato anche dalle Linee guida dell'Anac in materia di accesso civico.

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Requisiti aggiuntivi di accreditamento degli organismi di certificazione.

Il provvedimento del Garante n. 148/2020 ha definito i criteri aggiuntivi per l'accreditamento degli organismi di certificazione esprimendo i principi che gli organismi devono prendere come punti di riferimento. Il primo è il requisito di onorabilità. Questo principio deve essere implementato soprattutto con riferimento ai "decision maker", ovvero il personale che decide sulle certificazioni. Inoltre, le risorse umane degli organismi devono avere un'adeguata formazione. Dunque, il personale dovrà essere qualificato e allo stesso tempo "dovrà dimostrare di mantenere aggiornate le conoscenze specifiche del settore". Altri due principi menzionati nel provvedimento sono l'indipendenza e l'imparzialità. Gli organismi di certificazione, infatti, devono fornire prova della propria indipendenza, soprattutto in riferimento al loro finanziamento. I loro compiti e funzioni non devono dare adito a un conflitto d'interessi. Oltre a ciò, gli organismi di certificazione dovranno conservare le informazioni riguardanti i prodotti, i processi e i servizi certificati in modo che siano disponibili sia al personale interno sia al pubblico.

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Ripartizione della pensione della reversibilità tra coniuge divorziato e coniuge superstite.

La ripartizione del trattamento di reversibilità tra coniuge divorziato e coniuge superstite, entrambi aventi i requisiti per la relativa pensione, va effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata dei matrimoni, ponderando ulteriori elementi correlati alla finalità solidaristica dell’istituto, tra i quali la durata delle convivenze prematrimoniali – dovendosi riconoscere alla convivenza more uxorio non una semplice valenza “correttiva” dei risultati derivanti dall’applicazione del criterio della durata del rapporto matrimoniale, bensì un distinto ed autonomo rilievo giuridico, ove il coniuge interessato provi stabilità ed effettività della comunione di vita prematrimoniale – senza mai confondere, però, la durata della convivenza con quella del matrimonio, cui si riferisce il criterio legale, né individuare nell’entità dell’assegno divorzile un limite legale alla quota di pensione attribuibile all’ex coniuge, data la mancanza di qualsiasi indicazione normativa in tal senso.

(Cassazione civile, sez. VI-1, ordinanza 13 novembre 2020, n. 25656)

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Il Tribunale Ordinario autorizza il padre a far vaccinare i figli anche senza il consenso della madre

Con Decreto del 17.11.2020, pubblicato il 24.11.2020, la Prima Sezione Civile del Tribunale di Roma, decidendo un procedimento ex artt. 316 c. 4 e 337 bis cc tra un uomo e una donna ex conviventi, ha autorizzato il padre non collocatario a procedere alla vaccinazione obbligatoria dei figli minori della coppia, anche in disaccordo con la madre.

Il Tribunale risolveva preliminarmente questione di competenza sollevata dalla signora, la quale riteneva che la domanda di sottoposizione alla profilassi vaccinale obbligatoria dovesse essere proposta avanti il Tribunale per i Minorenni poiché comportante una limitazione della responsabilità genitoriale senza la previa pendenza di un procedimento per separazione o divorzio (le parti non erano coniugate).

Il Collegio ha così argomentato:               
Preliminarmente l’eccezione di difetto di competenza del Tribunale adito con riferimento alla questione della vaccinazione obbligatoria per i minori sollevata dalla ricorrente in sede di note di trattazione scritta deve essere rigettata.

La domanda formulata del presente giudizio [dal padre] ha ad oggetto la risoluzione di un conflitto tra i genitori con riferimento ad una questione di particolare rilevanza per il minore secondo quanto previsto dall’art. 337- ter comma 4. Il resistente non ha richiesto l’adozione di alcuna misura limitativa dell’esercizio della responsabilità genitoriale, non essendo stata neppure allegata la presenza di condotte paterne pregiudizievoli per i minori. In applicazione dell’art. 38 disp. att. c.c. competente per la domanda oggetto del presente giudizio è, pertanto, il Tribunale adito.”

In punto di decisione, così concludeva:
“Quanto alle vaccinazioni per i minori, per le quali la madre ha manifestato il proprio convincimento in senso negativo e la necessità di essere adeguatamente informata, senza nondimeno addurre valide ragioni ostative o allegare condizioni di salute incompatibili con la somministrazione, il Tribunale, rammentando l’obbligatorietà (anche ai fini della frequenza scolastica) delle vaccinazioni come previste dal calendario allegato al Piano Nazionale di prevenzione nazionale vigente per la fascia 0-16 anni e considerando che ben potranno essere soddisfatte eventuali richieste informative della madre da parte degli organi sanitari preposti in sede di somministrazione, ritiene che il padre debba essere autorizzato ad eseguire la profilassi vaccinale dei figli L. e S. normativamente prevista in via obbligatoria anche in assenza di consenso materno (in tal senso correttamente qualificandosi la di lui domanda tesa ad ottenere che in via urgente il Tribunale disponga che i minori siano sottoposti all’immediata somministrazione dei vaccini obbligatori).
[…]
P.Q.M.
Il Tribunale, pronunciando sul ricorso iscritto al n […]     
- Autorizza [il padre] a far eseguire le vaccinazioni normativamente previste come obbligatorie ai figli L. e S. anche in assenza del consenso materno”.


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Violazione della privacy e risarcimento del danno.

Il danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell'art. 15 del d.lgs. n. 196 del 2003 (codice della privacy), pur determinato da una lesione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali tutelato dagli artt. 2 e 21 Cost. e dall'art. 8 della CEDU, non si sottrae alla verifica della "gravità della lesione" e della "serietà del danno", in quanto anche per tale diritto opera il bilanciamento con il principio di solidarietà ex art. 2 Cost., di cui quello di tolleranza della lesione minima è intrinseco precipitato, sicché determina una lesione ingiustificabile del diritto non la mera violazione delle prescrizioni poste dall'art. 11 del codice della privacy, ma solo quella che ne offenda in modo sensibile la sua portata effettiva, restando comunque il relativo accertamento di fatto rimesso al giudice di merito.

(Cass. civ. Sez. VI - 1 Ord., 20/08/2020, n. 17383 (rv. 658718-01)

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Il concetto di capacità lavorativa.

Tra le evenienze che comportano il sorgere del diritto al mantenimento in capo al figlio maggiorenne non autosufficiente, si pongono: a) la condizione di una peculiare minorazione o debolezza delle capacità personali, pur non sfociate nei presupposti di una misura tipica di protezione degli incapaci; b) la prosecuzione di studi ultraliceali con diligenza, da cui si desuma l'esistenza di un iter volto alla realizzazione delle proprie aspirazioni ed attitudini, che sia ancora legittimamente in corso di svolgimento, in quanto vi si dimostrino effettivo impegno ed adeguati risultati, mediante la tempestività e l'adeguatezza dei voti conseguiti negli esami del corso intrapreso; c) l'essere trascorso un lasso di tempo ragionevolmente breve dalla conclusione degli studi, svolti dal figlio nell'ambito del ciclo di studi che il soggetto abbia reputato a sé idoneo, lasso in cui questi si sia razionalmente ed attivamente adoperato nella ricerca di un lavoro; d) la mancanza di un qualsiasi lavoro, pur dopo l'effettuazione di tutti i possibili tentativi di ricerca dello stesso, sia o no confacente alla propria specifica preparazione professionale.

(Cass. civile, Sez. I, 14 Agosto 2020, n. 17183)

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Violazione del dovere di coabitazione e abbandono della casa coniugale.

In seguito alla riformulazione dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto alla sola verifica della violazione del "minimo costituzionale" richiesto dall'art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi - che si convertono in violazione dell'art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e danno luogo a nullità della sentenza - di "mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale", di "motivazione apparente", di "manifesta ed irriducibile contraddittorietà" e di "motivazione perplessa od incomprensibile", al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un "fatto storico", che abbia formato oggetto di discussione e che appaia "decisivo" ai fini di una diversa soluzione della controversia. (Nella specie, non vi è stato omesso esame di un fatto storico, avendo la Corte d'appello proceduto ad una propria valutazione delle risultanze istruttorie, ed in primis alla valutazione delle condizioni economico patrimoniale dei coniugi ed alla ritenuta inadeguatezza dei redditi della S. a mantenere il tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale (avendo avuto la Corte ben presente che la stessa si è protratta sino al 2004-2005, come si evince dalla pag. 4 della motivazione della decisione impugnata); con i motivi, si vuole sollecitare un nuovo esame delle risultanze fattuali accertate dal giudice di merito. Inoltre, il vizio di insufficiente motivazione non può essere più sindacato dal giudice di legittimità).

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L'obbligato al mantenimento deve provare che il beneficiario non autosufficiente ha rifiutato offerte lavorative.

Nei giudizi che hanno ad oggetto le statuizioni consequenziali alla separazione personale ed al divorzio, in applicazione del principio rebus sic stantibus possono essere proposte domande in corso di causa ove siano giustificate da sopravvenienze fattuali (ex multis Cass. 3925 del 2012) ma senza che possa alterarsi unilateralmente l'applicazione del principio del contraddittorio. Nella specie la parte ricorrente espressamente afferma di aver prospettato il diritto ad un contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne, convivente e non autosufficiente, sopravvenuto in corso di causa, soltanto nelle note conclusive, per redigere le quali, secondo quanto emerge dalla lettura del provvedimento impugnato e dall'esame degli atti processuali, consentito in virtù del vizio denunciato, è stato dato un identico termine alle parti, così da escludere ogni possibilità d'interlocuzione alla controparte. Nè è stato dedotto od allegato che il contraddittorio sulla domanda nuova sia stato officiosamente attivato dal Collegio. Deve rinviarsi, in conclusione, all'orientamento, del tutto consolidato nella giurisprudenza di legittimità secondo il quale ove la domanda sulla quale si concentra il vizio di omessa pronuncia sia da ritenersi inammissibile od infondata, la Corte di cassazione non deve formalisticamente rilevare l'omissione ma evidenziare la correttezza, come nella specie, del provvedimento impugnato.

(Cass. civ. Sez. I Ord., 14/09/2020, n. 19020)

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La genitorialità intenzionale: dubbi sulla legittimità costituzionale della normativa italiana.

Con l’ordinanza n. 8325 del 2020, la Corte di Cassazione, sez. civ. I, ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 12, sesto comma, della legge n. 40 del 2004, 18 del d.p.r. n. 396 del 2000, 64, primo comma, lett. g, della legge n. 218 del 1995, se interpretati alla luce della sentenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione n. 12193 del 2019, «laddove si esclude, attraverso il limite dell’ordine pubblico, fissato in linea generale e astratta dal legislatore, la possibilità del riconoscimento ai fini dell’efficacia in Italia, di provvedimenti giurisdizionali stranieri che accertino il diritto di essere inserito - quale genitore d’intenzione - nell’atto di nascita del figlio della persona cui si è legati da matrimonio celebrato all’estero, nato con le modalità della gestazione per altri (c.d. “maternità surrogata”)»1 (p. 8-9).

In particolare, la legge 19 febbraio n. 40 del 2004, recante “Norme in materia di procreazione assistita”, riserva l’accesso alle tecniche di pma alle coppie eterosessuali coniugate o conviventi, affette da sterilità o infertilità, o portatrici di malattie genetiche trasmissibili, rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, primo comma, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 1942, i cui componenti siano entrambi viventi e in età potenzialmente fertile. L’esclusione dei single e delle coppie omosessuali si giustifica, nell’ideologia originaria della legge n. 40, per l’esigenza di garantire al nascituro una famiglia così detta “tradizionale”. Tuttavia, nonostante i divieti italiani, le coppie e i single, provvisti dei mezzi economici necessari, possono ricorrere alla pma e alla gpa all’estero, nei paesi in cui tali pratiche sono lecite. Al ritorno in Italia si pone, però, il problema del riconoscimento degli atti di nascita che attestano la genitorialità anche del così detto genitore d’intenzione.

Il principale ostacolo al riconoscimento degli atti di nascita validamente formati all’estero (o dei provvedimenti giurisprudenziali stranieri) che attestano la genitorialità del così detto genitore intenzionale è rappresentato dal limite dell’ordine pubblico.

Una prima apertura nei confronti del riconoscimento in Italia degli atti di nascita di cui sopra è avvenuta con la sentenza della Corte di Cassazione, sez. I, n. 19599 del 2016. Secondo la Corte il riconoscimento e la trascrizione dell’atto di nascita in questione non contrastava con il principio dell’ordine pubblico, in quanto quest’ultimo deve essere inteso non, secondo un’accezione di ispirazione statualista, come ordine pubblico interno, ossia «come espressione di un limite riferibile all’ordinamento giuridico nazionale», bensì, in maniera più aderente agli artt. 10, 11 e 117, primo comma, Cost., come ordine pubblico internazionale, ossia «come complesso dei principi fondamentali caratterizzanti l’ordinamento interno in un determinato periodo storico, ma ispirati a esigenze di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo comuni ai diversi ordinamenti e collocati a un livello sovraordinato rispetto alla legislazione ordinaria». «In altri termini - osservava la Corte - i principi di ordine pubblico devono essere ricercati esclusivamente nei principi supremi e/o fondamentali della nostra Carta costituzionale, vale a dire in quelli che non potrebbero essere sovvertiti dal legislatore ordinario». Da ciò segue che il contrasto con l’ordine pubblico non è ravvisabile per il solo fatto che la norma straniera si ponga in contrasto con divieti interni, in quanto «il parametro di riferimento non è costituto (o non è costituito più) dalle norme con le quali il legislatore ordinario eserciti (o abbia esercitato) la propria discrezionalità in una determinata materia, ma esclusivamente dai principi fondamentali vincolanti per lo stesso legislatore ordinario» e, in particolare, dai «diritti fondamentali dell’uomo, desumibili dalla Carta costituzionale, dai Trattati fondativi e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, nonché dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo». Tali principi sono stati poi ribaditi dalla Corte di Cassazione, sez. I, con la sentenza n. 14878 del 2017.

Eppure, nel 2019 la Corte di Cassazione, Sezioni unite, con la sentenza n. 12193 del 2019, nella quale si è affermata la contrarietà all’ordine pubblico del provvedimento giurisdizionale straniero con cui sia stato accertato il rapporto di filiazione tra minori, nati in paese straniero mediante ricorso alla maternità surrogata ivi lecita, e il genitore d’intenzione italiano, con conseguente impossibilità di riconoscimento e trascrizione. A giudizio delle Sezioni unite, infatti, il divieto di surrogazione di maternità, ex art. 12, sesto comma, della l. n. 40 del 2004, è qualificabile come principio di ordine pubblico, in quanto posto a tutela di valori fondamentali, quali la dignità umana della gestante e l’istituto della adozione. Secondo i Giudici il riconoscimento e la trascrizione degli atti di nascita formati a seguito di gpa si pongano in contrasto proprio con l’ordine pubblico internazionale, come ricostruito nella sentenza del 2016, e cioè con principi fondamentali dell’ordinamento nazionale e sovranazionale.

Un ruolo determinante spetta invece sentenza del 24 gennaio 2017, ric. n. 25358/12, con cui, nel caso Paradiso e Campanelli c. Italia, la Grande Chambre della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, ribaltando la precedente decisione di primo grado, ha stabilito che non costituisce violazione dell’art. 8 CEDU la decisione delle autorità di uno Stato membro di allontanare un minore, nato all’estero ricorrendo alla maternità surrogata, dalla coppia che è ricorsa a tale tecnica, quando lo stesso non abbia alcun legame genetico con il padre e la madre committenti. Nel caso di specie, a giudizio della Grande Chambre, non vi sarebbe stata alcuna violazione del diritto alla vita familiare del minore, posto che non si sarebbe costituita alcuna famiglia de facto (principalmente per il breve tempo in cui il minore è rimasto con la coppia), né, quindi, del suo superiore interesse, mentre l’interferenza nella vita privata della coppia committente sarebbe stata pienamente giustificata alla luce dell’art. 8 CEDU, posto che le misure adottate dalle autorità italiane erano conformi alla legge e perseguivano uno scopo legittimo, individuato nella necessità di protezione dei minori.

Il problema della possibile violazione del superiore interesse del minore è affrontato anche dalle Sezioni unite. Al riguardo i giudici, da un lato, ammettono che il bilanciamento compiuto dal legislatore nella previsione dell’art. 12, sesto comma, della legge n. 40 comporti un necessario affievolimento dell’interesse del minore alla conservazione dello status filiationis in caso di surrogazione di maternità, per la prevalenza di altri, superiori, interessi di ordine pubblico internazionale. D’altro lato, sottolineano, però, come tale affievolimento non si traduca necessariamente nella cancellazione dell’interesse del concepito.

 

 

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La Cassazione ritiene che ricorrano i presupposti per rimettere alla Corte costituzionale la questione di legittimità costituzionale dell'art. 12, comma 6, l. n. 40 del 2004, dell'art. 18, d.P.R. n. 396 del 2000, e dell'art. 64, comma 1, lett. g), l. n. 218 del 1995, laddove si esclude, attraverso il limite dell'ordine pubblico, fissato in linea generale e astratta dal legislatore, la possibilità del riconoscimento, ai fini dell'efficacia in Italia, di provvedimenti giurisdizionali stranieri che accertino il diritto di essere inserito - quale genitore d'intenzione - nell'atto di nascita del figlio della persona cui si è legati da matrimonio celebrato all'estero, nato con le modalità della gestazione per altri (c.d. "maternità surrogata").


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto - Presidente -

Dott. IOFRIDA Giulia - Consigliere -

Dott. CAIAZZO Rosario - rel. Consigliere -

Dott. SCALIA Laura - Consigliere -

Dott. FIDANZIA Andrea - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA INTERLOCUTORIA

sul ricorso n. 30401/2018 proposto da:

Ministero dell'Interno, in persona del Ministro pro tempore; Sindaco del Comune di Verona, nella qualità di Ufficiale del Governo, elett.te domiciliati in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, presso l'Avvocatura Generale dello Stato, che li rappresenta e difende;

- ricorrenti -

contro

F.P., B.F., in proprio e quali genitori del minore B.F.P., elett.te domiciliati presso l'avv. Alexander Schuster, il quale li rappresenta e difende, con procura speciale in calce al controricorso e ricorso incidentale;

- controricorrenti -

contro

Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Venezia;

- intimato -

nonchè F.P., B.F., in proprio e quali genitori del minore B.F.P., elett.te domiciliati presso l'avv. Alexander Schuster, il quale li rappresenta e difende, con procura speciale in calce al controricorso e ricorso incidentale;

- ricorrenti incidentali -

contro

Ministero dell'Interno, in persona del Ministro pro tempore; Sindaco del Comune di Verona, nella qualità di Ufficiale del Governo, elett.te domiciliati in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, presso l'Avvocatura Generale dello Stato, che li rappresenta e difende;

- intimati -

avverso la sentenza n. 6775/2018 della CORTE D'APPELLO di VENEZIA, depositata il 16/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/12/2019 dal Cons. Dott. CAIAZZO ROSARIO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale, Dott.ssa IMMACOLATA Zeno, la quale ha concluso per l'accoglimento del quarto motivo del ricorso principale e per il rigetto degli altri motivi e del ricorso incidentale;

udito, per i ricorrenti, l'avvocato dello Stato Ferrante Wally che ha chiesto l'accoglimento del ricorso principale;

udito, per i controricorrenti e ricorrenti incidentali, l'avvocato Schuster Alexander il quale ha chiesto il rigetto del ricorso principale e l'accoglimento del ricorso incidentale.

Svolgimento del processo

I sigg.ri F.P. e B.F. hanno proposto ricorso ex art. 702 bis c.p.c., alla Corte di appello di Verona a seguito del rifiuto loro opposto dall'ufficiale di stato civile del Comune di Verona, di trascrivere l'atto di nascita del minore B.F.P., nato in (OMISSIS), nel quale si attesta che il medesimo è il figlio dei ricorrenti.

Al riguardo, i ricorrenti, cittadini italiani, coniugati in (OMISSIS), con matrimonio trascritto in Italia nel registro delle unioni civili nel (OMISSIS), hanno allegato che: il bambino era nato con le modalità tipiche della gestazione per altri (cd. "maternità surrogata"), essendo la fecondazione avvenuta tra un ovocita di una donatrice anonima e i gameti di F.P., con successivo impianto dell'embrione nell'utero di una diversa donna, non anonima, che aveva portato a termine la gravidanza e partorito il bambino; al momento della nascita le Autorità canadesi avevano formato un atto di nascita nel quale era indicato, come unico genitore, F.P., mentre nè la donatrice dell'ovocita, nè la cd. "madre gestazionale" erano dichiarate madri del minore. A seguito del ricorso presso la Suprema Corte della British Columbia, i ricorrenti avevano ottenuto, in data 8.11.2017, una sentenza nella quale si dichiarava che entrambi erano genitori del minore con la conseguente modifica dell'atto di nascita. L'ufficiale di stato civile del Comune di Verona aveva però rifiutato la richiesta avanzata il 16.12.17, di rettificare l'atto di nascita, sia perchè già esisteva un atto di nascita trascritto, sia per l'assenza di dati normativi certi e di precedenti nella giurisprudenza di legittimità favorevoli alla richiesta. Pertanto, i ricorrenti hanno chiesto, a norma della L. 2 agosto 1995, n. 218, art. 67, l'esecutorietà in Italia della sentenza emessa in Canada nel 2017, al fine di ottenere la trascrizione dell'atto di nascita del minore, invocando l'applicazione del combinato disposto della L. n. 218 del 1995, artt. 3365 e 66 e rilevando la non contrarietà all'ordine pubblico della suddetta sentenza canadese, già passata in giudicato, e la liceità delle condotte che hanno determinato la nascita del bambino secondo le leggi del Paese in cui sono state poste in essere.

L'Avvocatura dello Stato si è costituita per il Sindaco del Comune di Verona e per il Ministero dell'Interno, sollevando varie eccezioni preliminari e d'inammissibilità della domanda per contrarietà all'ordine pubblico; parimenti il Pubblico Ministero è intervenuto opponendosi all'accoglimento del ricorso.

Con ordinanza del 16.7.18, la Corte d'appello di Venezia, in accoglimento del ricorso, ha accertato che la sentenza emessa dalla Suprema Corte della British Columbia in data 8.9.17 - che aveva riconosciuto F.P. e B.F. quali genitori di B.F.P., nato il (OMISSIS) - possedeva i requisiti per il riconoscimento a norma della L. n. 218 del 1995, art. 67.

In particolare, la Corte territoriale veneziana nella sua motivazione osserva che: va preliminarmente riconosciuta la legittimazione processuale del Sindaco del Comune di Verona, nella veste di ufficiale di Governo, e del Ministero dell'Interno. Nel merito la circostanza che nel sistema delle fonti interne non sia previsto il matrimonio tra soggetti dello stesso sesso, e quindi che non sia concesso di attribuire automaticamente ad entrambi la responsabilità genitoriale del minore nato dalla procreazione medicalmente assistita, si risolve nell'evidenza di una diversità di discipline sostanziali, ma non è di per sè indice dell'esistenza di un principio superiore fondante e irrinunciabile dell'assetto costituzionale o dell'ordinamento dell'Unione Europea. Nella materia in esame vige tra i diritti fondamentali la tutela del superiore interesse del minore in ambito interno e internazionale, come sancita dalle convenzioni internazionali. Nell'ambito di questo assetto l'ordine pubblico internazionale impone l'esigenza imprescindibile di assicurare al minore la conservazione dello status e dei mezzi di tutela di cui possa validamente giovarsi in base alla legislazione nazionale applicabile, in particolare del diritto al riconoscimento dei legami familiari ed al mantenimento dei rapporti con chi ha legalmente assunto il riferimento della responsabilità genitoriale. Nè può ricondursi all'ordine pubblico la previsione che il minore debba avere genitori di sesso diverso, posto che nel nostro ordinamento è contemplata la possibilità che il minore abbia due figure genitoriali dello stesso sesso nel caso in cui uno dei genitori abbia ottenuto la rettificazione dell'attribuzione del sesso con gli effetti di cui alla L. n. 164 del 1982, art. 4. Quanto ai divieti di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita di cui alla L. n. 12, comma 2, L. n. 40 del 2004, le scelte del legislatore italiano appaiono frutto di discrezionalità e non esprimono principi fondanti a livello costituzionale che impegnino l'ordine pubblico. Nè può ritenersi rilevante la sanzione penale comminata dell'art. 12, comma 6, della predetta Legge che punisce chiunque, in qualsiasi forma, realizzi, organizzi o pubblicizzi la maternità surrogata dato che il divieto e la sanzione penale non si sovrappongono alla valutazione del miglior interesse del minore concepito all'estero con tali tecniche, il quale non può essere privato dello status legittimamente acquisito nel paese in cui è nato.

Ricorre in Cassazione l'Avvocatura dello Stato nell'interesse del Ministero dell'Interno e del Sindaco di Verona, con quattro motivi.

F.P. e B.P., quali esercenti la responsabilità genitoriale sul minore P. resistono con controricorso, eccependo l'inammissibilità e l'infondatezza del ricorso; i controricorrenti propongono altresì ricorso incidentale affidato ad un unico motivo condizionato all'accoglimento di uno o più motivi del ricorso principale.

Motivi della decisione

Con il primo motivo del ricorso principale si deduce il difetto assoluto di giurisdizione, a norma dell'art. 360 c.p.c., comma 1, in quanto nell'ordinamento giuridico nazionale non esiste una norma che legittimi una piena bigenitorialità omosessuale, come affermata dal giudice canadese.

Con il secondo motivo si denunzia violazione del D.P.R. n. 396 del 2000, art. 95, essendo competente in materia il Tribunale in primo grado. La Corte d'appello ha erroneamente ritenuto che l'oggetto del procedimento fosse il riconoscimento dell'efficacia del provvedimento giurisdizionale straniero nell'ordinamento italiano, mentre invece i ricorrenti hanno richiesto la trascrizione dell'atto di nascita straniero ai sensi del D.P.R. n. 396 del 2000, art. 28, comma 2, lett. e), impugnando il provvedimento con cui l'ufficiale di stato civile aveva rifiutato di trascrivere il suddetto provvedimento giurisdizionale canadese, venendo dunque in rilievo un'opposizione al rifiuto di trascrizione che, a norma del citato art. 95, è proponibile con ricorso innanzi al Tribunale.

Con il terzo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, avendo la Corte d'appello omesso di pronunciarsi sull'eccezione di difetto di legittimazione attiva del padre intenzionale B.F. a rappresentare il minore.

Con il quarto motivo si denunzia violazione e falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, artt. 16 e 65D.P.R. n. 396 del 2000, art. 18L. n. 40 del 2005, art. 5 e art. 12, commi 2 e 6, in quanto l'ordinanza impugnata confligge con vari principi fondanti l'ordine pubblico, tra cui la nozione di filiazione intesa nell'ordinamento italiano quale discendenza da persone di sesso diverso, come disciplinata dalle norme in materia di fecondazione assistita, anche eterologa, nonchè con il divieto della cd. "maternità surrogata", fattispecie costituente reato secondo la legge italiana.

L'unico motivo del ricorso incidentale denunzia la violazione e la falsa applicazione dell'art. 100 c.p.c. e L. n. 218 del 1995, art. 67, avendo erroneamente la Corte d'appello considerato il Ministero e il Sindaco controricorrenti legittimati passivi, poichè il primo non aveva competenze in materia di stato civile, mentre il Sindaco non era titolare di un interesse proprio rispetto all'istanza di trascrizione.

Anzitutto, sono da esaminare i primi tre motivi del ricorso principale e l'unico dell'incidentale per il loro carattere logico-preliminare rispetto alla suddetta questione di legittimità costituzionale. Tali motivi sono infondati, anche alla luce della motivazione della recente sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, n. 12193/19.

I primi due motivi possono inoltre essere esaminati congiuntamente poichè tra loro connessi.

Sussiste la giurisdizione del giudice ordinario adito, poichè il giudizio fonda la causa petendi sull'accertamento di diritti fondamentali (rectius, sulla prospettazione di tali diritti, e ciò basta a innescare la giurisdizione).

Il procedimento della L. n. 218 del 1995, ex art. 67, si differenzia da quello di rettificazione degli atti dello stato civile disciplinato dal D.P.R. n. 396 del 2000, in quanto, pur con esso concorrente, ha una più ampia portata, avendo per oggetto il riconoscimento dello status accertato o costituito dal provvedimento straniero. Ciò giustifica una lettura allargata della legittimazione a partecipare a tale giudizio.

Il rifiuto di procedere alla trascrizione nei registri dello stato civile di un provvedimento giurisdizionale straniero, con il quale sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero e un cittadino italiano, dà luogo, se non determinato da vizi formali, a una controversia di stato, da risolversi mediante il procedimento disciplinato dalla L. n. 218 del 1995, art. 67, in contraddittorio con il Sindaco, in qualità di ufficiale dello stato civile destinatario della richiesta di trascrizione, ed eventualmente con il Ministero dell'interno, legittimato a spiegare intervento in causa e ad impugnare la decisione, in virtù della competenza ad esso attribuita in materia di tenuta dei registri dello stato civile.

Quanto al ricorso incidentale va ribadito che il Sindaco è l'organo il cui rifiuto di trascrizione dà origine alla controversia e come tale è direttamente interessato alle conseguenze e all'attuazione della pronuncia di delibazione; l'ordine di trascrizione (o di cancellazione della trascrizione già eseguita) riveste infatti un ruolo centrale e non accessorio nella decisione ex art. 67.

Dall'altro lato, il Sindaco è ufficiale di governo, organo periferico dell'Amministrazione statale dell'Interno, alla cui competenza il D.P.R. n. 396 del 2000, ha trasferito le attribuzioni in materia di tenuta dei registri dello stato civile e contro la quale possono essere esperite tra l'altro le azioni di risarcimento di eventuali danni derivanti dalla (effettuata od omessa) trascrizione. Anche il Ministero dell'Interno ha pertanto un interesse autonomo, concreto e attuale a partecipare al giudizio, mentre tuttavia il Ministero dell'Interno interveniente ed essendo parte a pieno titolo del giudizio di riconoscimento può anche impugnare il provvedimento a sè sfavorevole.

Infine il terzo motivo del ricorso principale è infondato, in quanto è evidente che la Corte d'appello abbia pronunciato implicitamente sull'eccezione di difetto di legittimazione di B.F., decidendo sulla domanda di quest'ultimo in ordine al diritto di essere inserito quale "padre d'intenzione" - nell'atto di nascita del figlio di F.P., cui è legato da matrimonio celebrato in (OMISSIS).

Il quarto motivo di ricorso e la questione di legittimità costituzionale del divieto di trascrizione.

Il quarto motivo è il fulcro del ricorso principale e suscita una pluralità di questioni, affrontate e decise dalla recente sentenza n. 12193/2019 delle Sezioni Unite, che rivestono un rilievo costituzionale e sono decisive ai fini del riconoscimento o meno del provvedimento giudiziario canadese.

Il Collegio ritiene che ricorrano i presupposti per rimettere alla Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale della L. n. 40 del 2004, art. 12, comma 6D.P.R. n. 396 del 2000, art. 18L. n. 218 del 1995, art. 64, comma 1, lett. g), se interpretati alla luce della citata sentenza delle Sezioni Unite laddove si esclude, attraverso il limite dell'ordine pubblico, fissato in linea generale e astratta dal legislatore, la possibilità del riconoscimento, ai fini dell'efficacia in Italia, di provvedimenti giurisdizionali stranieri che accertino il diritto di essere inserito - quale genitore d'intenzione - nell'atto di nascita del figlio della persona cui si è legati da matrimonio celebrato all'estero, nato con le modalità della gestazione per altri (cd. "maternità surrogata").

Al fine di prospettare tale questione di legittimità costituzionale, occorre muovere dalla motivazione della predetta sentenza delle Sezioni Unite n. 12193 del 2019.

Il cardine di tale motivazione è fondato sul rilievo per cui il riconoscimento dell'efficacia di un provvedimento giurisdizionale straniero, con il quale sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero mediante il ricorso alla maternità surrogata e il genitore d'intenzione, nella specie cittadino italiano, trova ostacolo nel divieto di surrogazione di maternità, previsto dalla L. n. 40 del 2004, art. 12, comma 6, qualificabile come principio di ordine pubblico, in quanto posto a tutela di valori fondamentali, quali la dignità della donna e l'istituto dell'adozione. Secondo le Sezioni Unite la tutela di tali valori, non irragionevolmente ritenuti prevalenti sull'interesse del minore, nell'ambito di un bilanciamento effettuato direttamente dal legislatore, al quale il giudice non può sostituire la propria valutazione, non esclude peraltro la possibilità di conferire comunque rilievo al rapporto con il genitore intenzionale, mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici e specificamente, nel nostro ordinamento, all'adozione in casi particolari, prevista dalla L. n. 184 del 1983, art. 44, comma 1, lett. d).

Le Sezioni Unite si sono confrontate direttamente con il divieto, sanzionato penalmente, della L. n. 40 del 2004, art. 12, comma 6, legge, quest'ultima, considerata "costituzionalmente necessaria". Tale divieto, secondo le Sezioni Unite, mostra con chiarezza che, anche dopo gli interventi della Corte costituzionale, la L. n. 40 del 2004, continua a distinguere tra fecondazione eterologa e maternità surrogata. Ne discende che il divieto penale contenuto in una legge siffatta va considerato espressivo di un superiore principio di ordine pubblico che, come chiarito anche dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 272 del 2017, mira a sanzionare una pratica che offende in modo intollerabile la dignità umana e fa dunque riferimento a valori superiori e fondanti. Ciò comporta che non può essere trascritto nè riconosciuto in Italia il provvedimento giudiziale straniero che, riconoscendo implicitamente la validità dell'accordo di maternità surrogata attribuisce la paternità (o la maternità) anche al genitore intenzionale che non ha apportato alcuno contributo biologico alla procreazione.

Tale conclusione, secondo le Sezioni Unite, non si pone in contrasto con il superiore interesse del minore: sia perchè tale interesse non ha valore assoluto e può affievolirsi rispetto ad altri valori, rientrando tale valutazione bilanciata anche nel margine di apprezzamento che la Corte Europea dei Diritti dell'uomo comunque riconosce agli Stati ai fini della decisione di autorizzare o meno la pratica di maternità surrogata e gli effetti giuridici ad essa collegati; sia perchè l'interesse del minore a restare nella coppia (anche dello stesso sesso) di cui fa parte il genitore d'intenzione è pur sempre tutelabile attraverso l'adozione in casi particolari di cui alla L. n. 184 del 1983, art. 44, comma 1, lett. d), secondo l'orientamento inaugurato da Cass. n. 12962 del 2016. Alla luce di questa ricostruzione, le Sezioni Unite hanno concluso che gli effetti del riconoscimento del provvedimento straniero, di cui è stata chiesta la trascrizione, si pongono in contrasto con l'ordine pubblico della L. n. 218 del 1995, ex art. 64, comma 1, lett. g).

Il parere del 10 aprile 2019 della Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti Umani.

Successivamente, in data 10.4.19, è stato pubblicato il parere consultivo della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo sulla richiesta preventiva della Adunanza Plenaria della Corte di Cassazione francese (decisa con arret interlocutoire n. 638 del 5 ottobre 2018 e trasmessa con lettera del 12 ottobre 2018).

Tale parere è stato reso, per la prima volta, in esecuzione del Protocollo n. 16 allegato alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, entrato in vigore 11 ottobre 2018 - ma non per l'Italia, che non lo ha ancora reso esecutivo-; al riguardo, nel rapporto esplicativo allo stesso Protocollo si evidenzia che la formulazione di cui all'art. 1, par. 1, del Protocollo, trae ispirazione dall'art. 43, par. 2, della Convenzione, il quale sancisce che il rinvio di un caso dinanzi alla Grande Camera è ammesso quando "la questione oggetto del ricorso solleva gravi problemi di interpretazione o di applicazione della Convenzione o dei suoi Protocolli, o comunque un'importante questione di carattere generale".

La dottrina ha chiarito che il parere reso dalla Grande Camera, nell'ambito del predetto protocollo, costituisce un giudizio astratto, teso a chiarire in via preliminare il contenuto delle norme convenzionali, fornendo quindi un ausilio ai giudici nazionali che potranno, così, prevenirne la violazione ovvero, se già commessa, porvi rimedio.

La vicenda che ha portato alla richiesta di parere consultivo è nota inserendosi nella procedura di riesame del giudicato emesso dalla Corte di Cassazione francese dopo la decisione dei leading cases Menesson e Labassee c. Francia da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (C.E.D.U., 26 giugno 2014, ric. nn. 65192/11 e 65941/11). Con tali pronunce del 2011 la Corte di Strasburgo ha sancito la violazione da parte della Francia del diritto, tutelato dall'art. 8 della C.E.D.U., alla vita privata e familiare dei figli e la non adeguata considerazione del loro superiore interesse per effetto del diniego di riconoscimento della filiazione - legittimamente acquisita negli Stati Uniti in seguito a gestazione per altri - nei confronti del padre intenzionale e biologico. La giurisdizione francese è stata successivamente investita di una richiesta di riesame del giudicato per ciò che concerne il permanente rifiuto di trascrivere nei registri dello stato civile il riconoscimento della filiazione anche nei confronti della madre intenzionale che non aveva contribuito al concepimento mediante donazione dei propri gameti.

La Corte di Cassazione francese ha formulato nei seguenti termini le questioni che ha inteso sottoporre alla Corte di Strasburgo con la propria richiesta di parere consultivo: a) se uno Stato parte della Convenzione, rifiutando di trascrivere nei registri dello stato civile l'atto di nascita di un bambino nato all'estero mediante gestazione per altri, nella parte in cui tale atto designa come madre legale la madre intenzionale - mentre la trascrizione dell'atto di nascita è ammessa laddove designa come padre legale il padre intenzionale in quanto padre biologico - eccede il proprio margine di apprezzamento di cui dispone con riferimento all'art. 8 della Convenzione E.D.U. e se deve distinguersi a seconda che il bambino sia stato concepito o meno con i gameti della madre intenzionale; b) nella ipotesi di una risposta positiva a uno dei precedenti quesiti se la possibilità per la madre intenzionale di adottare il figlio del suo coniuge, padre biologico, permette di rispettare le prescrizioni dell'art. 8 della Convenzione costituendo un modo alternativo di instaurazione del rapporto di filiazione nei suoi confronti.

Con il proprio parere consultivo la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha risposto positivamente al primo quesito (non ritenendo attinente all'oggetto della procedura prevista dal protocollo n. 16 la questione sulla rilevanza della donazione dei gameti da parte della madre intenzionale) e, rispondendo al secondo quesito, ha affermato che l'adozione da parte della madre intenzionale può ritenersi accettabile, come modello alternativo di instaurazione del rapporto legale di filiazione, a condizione che le modalità previste dal diritto interno per l'adozione garantiscano la effettività e celerità del riconoscimento e che esso risulti conforme all'interesse superiore del minore.

Nel ritenere che tale risposta della Corte di Strasburgo si ponga in conflitto con il diritto vivente in Italia, così come si è venuto a configurare all'esito della citata pronuncia delle Sezioni Unite, il Collegio considera particolarmente significativi i seguenti passaggi della motivazione del parere consultivo.

In primo luogo il richiamo alla Convenzione di New York del 1989, ratificata in Italia con L. 27 maggio 1991, n. 176 e, in particolare, ai suoi artt. 2, 3, 7, 8, 9 e 18, che disegnano lo statuto dei diritti inviolabili dei minori. La Convenzione in particolare sancisce: a) l'obbligo per gli Stati parti di rispettare e garantire i diritti enunciati nella Convenzione a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione, politica o altra, del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza; b) la tutela da ogni forma di discriminazione o di sanzione, motivate dalla condizione sociale, dalle attività, opinioni professate o convinzioni dei suoi genitori, dei suoi rappresentanti legali o dei suoi familiari; c) la considerazione preminente dell'interesse superiore del minore in tutte le decisioni delle pubbliche autorità che lo riguardano; d) il diritto del minore alla registrazione immediata al momento della nascita e, da allora, a un nome, ad acquisire una cittadinanza e nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e ad essere allevato da essi, a veder preservata da ingerenze illegali la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari, così come riconosciute dalla legge; e) il diritto a non essere separato dai suoi genitori, se non quando sia necessario nel suo preminente interesse, e di intrattenere rapporti personali e contatti diretti regolari con entrambi i genitori anche se risiedono in Stati diversi; f) il riconoscimento ad entrambi i genitori della responsabilità comune nei confronti del figlio per ciò che concerne la sua educazione e la cura del suo sviluppo.

In secondo luogo la Corte Europea ha affrontato immediatamente la questione del rapporto fra l'interesse superiore del minore - che, ha ribadito la Corte, deve sempre prevalere quando è in discussione la sua situazione personale - e il margine di apprezzamento attribuito agli Stati nel riconoscere il rapporto di filiazione nei confronti del genitore intenzionale che non sia anche genitore biologico. A tal fine ha richiamato quanto già affermato nelle sentenze del 2011 e cioè che sebbene sia concepibile che la Francia possa desiderare di scoraggiare i propri cittadini dal ricorrere, recandosi all'estero, a un metodo di procreazione che proibisce nel proprio territorio, tuttavia gli effetti del mancato riconoscimento non investono solo le persone che hanno operato la scelta di adottare le modalità procreative non consentite dall'ordinamento francese. Invero, gli effetti del divieto di riconoscimento si ripercuotono sui minori che vedono gravemente inciso il diritto al rispetto della loro vita privata e familiare.

Il riferimento della Corte all'art. 8 della Convenzione Europea viene subito circostanziato come impossibilità di conciliare l'interesse superiore del minore, che va valutato caso per caso, con le conseguenze di un divieto generale e assoluto di riconoscimento del legame di filiazione con il genitore intenzionale in quanto tali conseguenze sono lesive della stessa identità del minore e del diritto alla continuità dello status filiationis, compromettendo il radicamento del minore nel contesto familiare in cui è nato; in sostanza sono lesive di tutti quei diritti che costituiscono, alla luce della Convenzione di New York, il nucleo inviolabile della sua protezione. Ciò a giudizio della Corte Europea restringe il margine di apprezzamento degli Stati e impone al diritto interno di offrire la possibilità del riconoscimento del legame di filiazione con il genitore intenzionale.

Tale riconoscimento deve essere reso sempre possibile e può essere negato solo se, in casi particolari, ciò corrisponda in concreto all'interesse superiore del minore ma la Corte Europea ritiene che non necessariamente il riconoscimento debba coincidere con la trascrizione nei registri dello stato civile dell'atto di nascita legalmente formato all'estero. Agli Stati parti della Convenzione, che attualmente adottano al riguardo soluzioni diverse, va riservato un più ampio margine di apprezzamento sulla possibilità di predisporre modalità alternative alla trascrizione dell'atto di nascita e la adozione da parte del genitore d'intenzione ben può essere una modalità alternativa al riconoscimento. Tuttavia la Corte fissa due condizioni perchè l'adozione possa considerarsi un mezzo ugualmente rispettoso dell'art. 8 della Convenzione. Le condizioni previste per l'adozione devono essere idonee a garantire l'effettività del riconoscimento del legame di filiazione e la procedura deve essere rapida e non esporre il minore a una protratta situazione di incertezza giuridica circa il riconoscimento del legame. Se la Convenzione non impone agli Stati di riconoscere ab initio un legame di filiazione con il genitore intenzionale ciò che richiede l'interesse superiore del minore - da valutare in concreto, caso per caso - è che questo legame costituito legalmente all'estero venga riconosciuto non oltre il momento della sua concretizzazione. Accertamento quest'ultimo che non può che essere compiuto dalle Autorità nazionali competenti le quali potranno valutare, tenendo conto delle circostanze particolari del caso di specie, se e quando tale legame si sia concretizzato.

Alla luce della motivazione del parere consultivo della Corte di Strasburgo si intravedono chiaramente due profili di conflitto non superabili con la attuale situazione del diritto vivente in Italia come configurato dalla recente sentenza delle Sezioni Unite.

Il primo di tali profili è l'attribuzione al divieto di maternità surrogata dello statuto di principio di ordine pubblico internazionale prevalente a priori sull'interesse del minore per effetto di una scelta compiuta dal legislatore italiano in via generale e astratta dalla valutazione del singolo caso concreto.

Una tale configurazione, che si basa sulla rilevanza del divieto di gestazione per altri, sancito penalmente dalla L. n. 40 del 2004, art. 12, si scontra, in primo luogo, con la constatazione della Corte Europea per cui, se è legittimo che uno Stato parte della Convenzione imponga misure dissuasive nei confronti dei propri cittadini che intendano ricorrere all'estero a forme di procreazione vietate nel proprio territorio, anche se tali misure incidano sulle situazioni soggettive di coloro che mettano in pratica tale intendimento, tuttavia non è consentito agli Stati di adottare misure che incidano negativamente sulla situazione soggettiva di chi nasce da una gestazione per altri e abbiano l'effetto di negare i diritti inviolabili connessi alla identità personale del minore e alla sua appartenenza al nucleo familiare di origine. Diritti che risultano definitivamente fissati dall'atto di nascita legalmente formato nell'ordinamento del paese in cui il minore è nato.

In secondo luogo il principio della preminenza dell'interesse del minore impedisce al legislatore di imporre una sua compressione in via generale e astratta e di determinare conseguentemente un affievolimento ex lege del diritto al riconoscimento dello status filiationis legalmente acquisito all'estero. Un simile diniego non può che essere il frutto di una valutazione in sede giurisdizionale e sulla base di una considerazione rigorosa del caso concreto che conduca a ritenere, in via eccezionale, corrispondente all'interesse specifico del minore il mancato riconoscimento dello stato di filiazione.

In questa prospettiva anche la predisposizione di mezzi alternativi alla trascrizione dell'atto di nascita formato all'estero assume nella motivazione della Corte Europea la valenza di una diversa ma equiparata forma di riconoscimento dello status filiationis e non la predisposizione o la utilizzazione di uno strumento di minor tutela confacente a una situazione di diritto affievolito.

Ciò evidenzia il secondo inconciliabile profilo di conflitto con l'attuale configurazione del diritto vivente che, alla stregua della pronuncia delle Sezioni Unite, ritiene adeguata alla tutela dell'interesse del minore la presenza nel sistema normativo di una modalità alternativa alla trascrizione dell'atto di nascita e cioè la possibilità per il genitore di intenzione di richiedere l'adozione in casi particolari della L. n. 184 del 1983, ex art. 44, lett. d). Un istituto che per le ragioni che si esporranno in prosieguo non risulta affatto idoneo a garantire quella effettività e celerità di attribuzione dello status filiationis ritenute dalla Corte di Strasburgo le condizioni imprescindibili per qualificare la modalità alternativa alla trascrizione rispettosa del diritto alla tutela della vita privata e familiare del minore.

Rilevanza del parere consultivo e impossibilità di una interpretazione costituzionalmente e convenzionalmente conforme.

Il Collegio ritiene che nella decisione della causa non si possa prescindere dal predetto parere della Grande Camera che, sebbene non direttamente vincolante, impone scelte ermeneutiche differenti da quelle adottate dalle Sezioni Unite nella sentenza del 2019. Tuttavia la impossibilità di una opzione interpretativa in contrasto con quello che allo stato costituisce il diritto vivente, per come interpretato dalla più alta istanza della giurisdizione di legittimità, direttamente chiamata a pronunciarsi su una questione di massima importanza, e, per altro verso, la impossibilità di confermare una linea interpretativa che, per quanto si è detto sinora, si ritiene in contrasto con la posizione espressa dalla Corte Europea sullo stesso tema, induce a sollevare la questione di costituzionalità della L. n. 40 del 2004, art. 12, comma 6L. n. 218 del 1995, art. 64, comma 1, nonchè del D.P.R. n. 396 del 2000, art. 18, se interpretati, come attualmente nel diritto vivente, come impeditivi, in via generale e senza valutazione concreta dell'interesse superiore del minore, della trascrizione dell'atto di nascita legalmente costituito all'estero di un bambino nato mediante gestazione per altri nella parte in cui esso attesta la filiazione dal genitore intenzionale non biologico, specie se coniugato con il genitore intenzionale biologico. Si ravvisa infatti il contrasto di tale interpretazione con l'art. 117 Cost., comma 1, in relazione all'art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo e agli artt. 2, 3, 7, 8, 9, 10 e 18 della Convenzione di New York del 20 novembre 1989 delle Nazioni Unite nonchè all'art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea.

Al riguardo, a parere del giudice rimettente, non è possibile una interpretazione costituzionalmente e convenzionalmente conforme delle norme in questione attraverso un'esegesi adeguatrice. Se è vero che una tale verifica è un obbligo del giudice a quo perchè la prospettazione d'incostituzionalità delle norme costituisce sempre una extrema ratio tuttavia, nella fattispecie in esame, utilizzando gli ordinari poteri ermeneutici, la soluzione conforme a Costituzione e alla C.E.D.U. non è praticabile, se non contraddicendo la recente statuizione delle Sezioni Unite. Parallelamente la verifica della rispondenza del diritto vivente ai principii costituzionali in relazione a quelli convenzionali non potrebbe che avvenire mediante la richiesta, che anche le Sezioni Unite sarebbero tenute a prospettare, di un intervento interpretativo del Giudice delle leggi, o che, eventualmente, si estrinsechi in una pronuncia additiva o manipolativa delle norme che s'intendono sottoporre al vaglio di costituzionalità.

In particolare, va osservato che la sentenza delle Sezioni Unite, per l'autorevolezza dell'organo giudiziario da cui promana - la cui funzione è appunto quella di assicurare con le sue decisioni nel territorio nazionale l'esatta osservanza e l'uniforme interpretazione delle norme di diritto, vale a dire la cosiddetta funzione nomofilattica della Suprema Corte - ha certamente formato un diritto vivente sull'interpretazione delle norme applicate nella fattispecie concreta da cui il giudice a quo non può prescindere nella sua opera diretta a rinvenire nell'ordinamento giuridico un'interpretazione costituzionalmente conforme delle medesime norme.

E' noto che nella giurisprudenza della stessa Corte Costituzionale, in conformità di autorevole insegnamento dottrinale, il tenore letterale della norma o il diritto vivente sono, in astratto, riguardati come principali ostacoli alla ricerca di una soluzione conforme a Costituzione. Ma al riguardo, il collegio rimettente non ignora anche che, in particolare, l'eventuale resistenza opposta dalla prevalente interpretazione giurisprudenziale della disposizione normativa è ritenuta in molte occasioni superabile, in quanto uniformarsi al diritto vivente è considerata "facoltà" e non "obbligo" per il giudice a quo (v. Corte Cost., sent. n. 350 del 1997).

Nel caso concreto, però, non appare possibile che il Collegio decida la causa fornendo un'interpretazione della fattispecie astratta che si contrapponga e superi quella adottata dalle Sezioni Unite, essendo ciò precluso, per quanto esposto, dalla natura della pronuncia che è ontologicamente orientata a radicare il diritto vivente al fine di garantire la certezza e l'uniformità dell'applicazione del diritto, quale bene fondamentale dell'ordinamento giuridico. Ciò appare viepiù evidente se si considera che le Sezioni Unite, nel pronunciare la sentenza predetta, sono state espressamente investite da una sezione semplice della Suprema Corte al fine di affermare il principio di diritto nella complessa materia in esame.

Ora, tenuto anche conto del sopravvenuto parere espresso dalla Grande Camera della CEDU - come sopra illustrato - il Collegio ritiene che la formulazione delle disposizioni normative applicate nella fattispecie offra una resistenza insuperabile ad essere interpretata in modo conforme alla Convenzione e alla Costituzione, se interpretate secondo la citata sentenza delle Sezioni Unite e del diritto vivente così formatosi.

Al riguardo, in conformità di quanto ritiene la dottrina, a norma dell'art. 374 c.p.c., comma 3, va osservato che il Collegio della sezione semplice della Suprema Corte non è posto di fronte alla secca alternativa tra l'uniformare la propria decisione al principio di diritto enunciato dalle sezioni unite - per dirimere un contrasto o una questione di massima di particolare importanza - e la rimessione con ordinanza interlocutoria del ricorso alle Sezioni Unite, esponendo le ragioni del dissenso. Il Collegio della sezione semplice può sottrarsi a questa alternativa attivando l'incidente suscettibile di condurre a una declaratoria di incostituzionalità, e quindi alla rimozione, della disposizione sottostante al principio enunciato dalle Sezioni Unite.

La stessa Corte costituzionale ha convalidato questo percorso interpretativo con la sentenza n. 3 del 2015, esaminando la questione sollevata dal giudice a quo il quale aveva prospettato l'impossibilità di un'interpretazione costituzionalmente conforme delle norme impugnate attesa la sussistenza del diritto vivente formatosi a seguito di una sentenza delle Sezioni Unite.

Conflitto con i principi d'inviolabilità dei diritti fondamentali del minore, d'uguaglianza, non discriminazione, ragionevolezza e proporzionalità.

Il contrasto del diritto vivente appare peraltro a questo Collegio sussistere anche in relazione ai principi fondamentali affermati dalla Carta e dalla giurisprudenza costituzionale italiana in materia di diritti inviolabili del minore e diritto d'eguaglianza correlato ai rapporti di filiazione e pertanto il Collegio intende altresì prospettare questione di legittimità costituzionale delle stesse disposizioni citate in precedenza per contrasto con gli artt. 2, 3, 30 e 31 Cost., se interpretate secondo la sentenza n. 12193/19 delle Sezioni Unite.

I principi di uguaglianza e di non discriminazione, specificamente in relazione alla nascita, sono consacrati nella Costituzione negli artt. 2, 3, 30 e 31. Al riguardo, va osservato che l'interpretazione - fatta propria dalle Sezioni Unite - secondo cui il riconoscimento del provvedimento straniero di inserimento del padre d'intenzione nello stato di nascita del minore è precluso dal limite dell'ordine pubblico, sulla base del disvalore espresso dalla sanzione penale comminata per la fattispecie della gestazione per altri (cd. maternità "surrogata"), si pone in contrasto con gli artt. 2, 30 e 31 Cost.. Invero, l'interpretazione delle Sezioni Unite è d'ostacolo all'inalienabile diritto del minore all'inserimento e alla stabile permanenza nel nucleo familiare, inteso come formazione sociale tutelata dalla Carta Costituzionale, attesa l'impossibilità di sancire la paternità legale del genitore d'intenzione. E' evidente che la tutela del diritto del minore alla propria identità e alla formazione e al consolidamento del rapporto di filiazione all'interno della propria famiglia, legittimamente costituitasi in conformità della legge canadese, sia infirmata da un riconoscimento parziale dell'atto di stato civile che escluda il padre d'intenzione sulla base di considerazioni estranee alla tutela del minore.

Al riguardo, il Collegio intende sottoporre al Giudice delle leggi la questione di costituzionalità anche sotto il profilo del bilanciamento degli interessi costituzionalmente rilevanti, che, a giudizio del Collegio, è stato realizzato con modalità tali da determinare il sacrificio e la compressione dell'interesse superiore del minore in una ottica incompatibile con il dettato costituzionale (cfr., da ultimo, Corte Cost., sent. n. 236 del 2018) e comunque con modalità e in una misura irrazionale sproporzionata ed eccessiva con l'effetto di ribaltare la gerarchia di valori sottesa alla Carta costituzionale, incentrata sul principio personalistico di tutela dei diritti fondamentali della persona. Occorre, in proposito, muovere dal rilievo che l'ordine pubblico internazionale costituisce, anche secondo l'orientamento di una autorevole dottrina, il criterio di ragionevolezza sulla base del quale s'istituisce la gerarchia assiologica tra norme, postulando che l'applicazione di una legge straniera o il riconoscimento di efficacia di un atto straniero può spingersi sino al punto di creare, nel caso concreto, una frattura, rispetto all'ordinamento interno, derivante dall'applicazione della legge straniera o dal riconoscimento dell'atto straniero, ma non oltre il punto in cui il contrasto concerna i principi fondamentali e irrinunziabili del nostro sistema ordinamentale, ossia, in particolare, i principi ispirati alla tutela dei diritti fondamentali della persona umana e della sua dignità.

Invero, la stessa nozione di ordine pubblico recepita dalle Sezioni Unite, attraverso il riferimento primario ai principi costituzionali, implica che, dinanzi a valori fondamentali dell'individuo, l'interesse pubblico (anche se assistito da una sanzione penale) passi necessariamente in secondo piano, secondo il principio ermeneutico di bilanciamento tra principi di ordine pubblico di rango costituzionale e principi di ordine pubblico derivanti da discrezionalità legislativa, con la conseguenza che, in questo caso, la nozione di ordine pubblico va circoscritta ai soli valori supremi e vincolanti contenuti nella Costituzione e nelle Carte dei diritti fondamentali sovranazionali.

E' quindi possibile affermare che la nozione di ordine pubblico internazionale, anche se intesa come comprensiva della rilevanza di norme interne inderogabili, e di rilevanza penale, nella tradizione giuridica domestica (cd. ordine pubblico discrezionale) non possa mai comportare la lesione di diritti fondamentali dell'individuo, manifestazione di valori supremi e vincolanti della cultura giuridica che ci appartiene, trasfusi nella Costituzione, nella Convenzione Europea del 1950 e nella Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea, che rappresentano un ordine pubblico gerarchicamente superiore (cd. ordine pubblico costituzionale).

Invero, come è stato rilevato da autorevole dottrina, la tutela dell'interesse superiore del minore - anche sotto il profilo della sua identità personale, familiare e sociale - e il principio di ordine pubblico solo apparentemente possono apparire due entità contrapposte perchè, invece, è proprio il preminente interesse del minore, in quanto espressione della inviolabilità dei diritti della persona umana, a concorrere alla formazione del principio di ordine pubblico, ed a costituire un valore che è parte integrante e costitutiva dell'ordine giuridico italiano.

In questo contesto di principi fondanti dell'ordinamento costituzionale italiano la legislazione e la giurisprudenza costituzionale e ordinaria hanno delineato progressivamente la unificazione e l'unicità dello stato di figlio a prescindere dalle condizioni di nascita e dalle modalità con le quali viene a istituirsi il rapporto di filiazione. Nè può affermarsi che sia principio generale del nostro ordinamento giuridico che lo stato di filiazione sia esclusivamente legato al contributo biologico del genitore al concepimento e alla nascita del figlio; invero, l'adozione e la legittimità dell'accesso alle tecniche di procreazione eterologa smentiscono tale assunto.

Per altro verso la possibilità per la donna di partorire anonimamente e di non costituire il legame di filiazione smentisce un nesso indissolubile fra genitorialità biologica e giuridica.

Nè tale compressione del diritto del minore alla sua identità personale e sociale può trovare la sua legittimazione in quanto espressiva della rilevanza del principio di dignità della donna come elemento anche esso costitutivo e indefettibile dell'ordine pubblico. Il riconoscimento della decisione straniera non comporta alcun riconoscimento del contratto di "maternità surrogata" - la cui illiceità nell'ordinamento italiano non viene in discussione nel caso in esame - ma ha come effetto il riconoscimento dello status e dell'identità del figlio, acquisite insieme alla cittadinanza canadese, e al diritto fondamentale a instaurare un rapporto familiare con coloro che si sono liberamente impegnati ad accoglierlo assumendone le relative responsabilità e formando una famiglia che ha pieno riconoscimento sia nell'ordinamento canadese, in cui si consente il matrimonio fra persone dello stesso sesso e la gestazione per altri, sia nell'ordinamento italiano in cui tale riconoscimento è già concretamente in atto come unione civile. Un bilanciamento fra i diritti inviolabili del minore e l'interesse dello Stato a impedire una forma di procreazione che ritiene lesiva della dignità della donna appare pertanto del tutto improprio. Nessuna tutela deriva alla donna dal mancato riconoscimento del rapporto di filiazione con il genitore intenzionale. Mancato riconoscimento che, come si è detto, lede invece gravemente il figlio. Lo Stato tutela la dignità della donna vietando la gestazione per altri nel suo ordinamento ma non può affievolire i diritti inviolabili di un minore, che è nato all'estero e vi ha acquisito legalmente il proprio status e la propria identità personale, come conseguenza di un improprio bilanciamento dei diritti inviolabili del minore con la propria legittima volontà di scoraggiare i propri cittadini a recarsi all'estero per eludere il divieto della gestazione per altri. Come ha affermato chiaramente nel suo parere consultivo la Corte di Strasburgo, seguendo una linea interpretativa pienamente aderente ai nostri valori costituzionali, la compressione del diritto del minore alla sua identità personale, familiare e sociale non può verificarsi per effetto di una condotta altrui, anche se penalmente illecita nel nostro ordinamento.

L'interpretazione ostativa al riconoscimento appare dunque in contrasto con gli artt. 2 e 3 Cost., in quanto il diniego di trascrizione dell'atto di stato civile, nella parte afferente all'inserimento del padre d'intenzione, sovrapponendo il divieto penalistico inerente alla cd. "maternità surrogata" alla tutela del diritto del minore alla pienezza del suo status, comporta la conseguenza di discriminare i nati nell'attribuzione dello stato di figlio a seconda delle circostanze della nascita e della modalità di gestazione. Oltre a questa lesione del principio di non discriminazione che ha una chiara codificazione nella Costituzione italiana, nella C.E.D.U., nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea e, come si è detto, nella Convenzione di New York del 1989 sui diritti dei minori, l'interpretazione appare irragionevole perchè distingue i genitori riconosciuti come tali dall'ordinamento straniero sulla base del loro apporto biologico alla procreazione. Infatti, se alla base della interpretazione seguita dalle Sezioni Unite vi è la ricognizione del disvalore della maternità surrogata e della rilevanza della sanzione penale comminata dalla L. n. 40 del 2004, art. 12, comma 6, appare del tutto irragionevole e contraddittorio consentire la trascrizione dell'atto di stato civile in cui è inserito il solo padre biologico, autore della condotta procreativa realizzata in pieno contrasto con la norma penale, e precludere invece il riconoscimento del provvedimento giudiziario straniero che ha legittimato l'inserimento nello stato civile della famiglia anche del padre d'intenzione il quale è rimasto estraneo a tale condotta.

L'affermazione della esclusione in via generale e aprioristica del riconoscimento, attribuita, da parte delle Sezioni Unite, alla scelta sanzionatoria del legislatore non tiene inoltre in alcun conto la legislazione del paese in cui è avvenuta la nascita e il riconoscimento. Invero, non può apparire irrilevante che la gestazione in questione sia avvenuta nel pieno rispetto delle leggi di un Paese, quale il Canada, che condivide i fondamentali valori della nostra Costituzione e legittima solo la "maternità surrogata" altruistica, cioè senza corrispettivo e diretta a fornire sostegno a favore di una nascita, che altrimenti non potrebbe avvenire, con il consenso, accertato dalle autorità giurisdizionali, della madre gestazionale e/o genetica a non assumere lo status di genitore per favorire l'avvento di una nuova vita. Tale fattispecie ispirata da intenti solidaristici va distinta da quelle ipotesi in cui, invece, questa stessa pratica è realizzata con finalità di tipo commerciale. Situazioni, queste ultime, che all'evidenza meriterebbero una differente valutazione in termini assiologici e normativi, alle quali invece - seguendo la linea interpretativa che ricostruisce in termini assoluti il limite dell'ordine pubblico - si è costretti ad accordare il medesimo trattamento.

Seguendo l'interpretazione sin qui contestata il risultato ottenuto dall'opposizione del limite dell'ordine pubblico alla trascrizione è in definitiva quello di far ricadere gli effetti negativi sul soggetto che non ha alcuna responsabilità per le modalità in cui è stato concepito ed è nato e sul soggetto che non ha contribuito alla procreazione mentre alcuna tutela viene ad essere attribuita alla donna che ha portato a termine la gestazione nell'esercizio di un potere di autodeterminazione che le è riconosciuto dal proprio ordinamento. Si tratta in sostanza di un bilanciamento fra diritti e interessi che non hanno alcuna attinenza con i soggetti che ne sono titolari e con le loro condotte.

Secondo le Sezioni Unite il riconoscimento dell'efficacia di un provvedimento giurisdizionale straniero, con il quale sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore, nato all'estero mediante il ricorso alla maternità surrogata, e il genitore d'intenzione, munito della cittadinanza italiana, trova ostacolo nel divieto di surrogazione di maternità che è qualificabile come principio di ordine pubblico, anche in quanto posto a tutela del valore fondamentale rappresentato dall'istituto dell'adozione. Ma anche questa ragione di bilanciamento che determina l'affievolimento dell'interesse del minore non si sottrae a una critica sotto i profili ampiamente esaminati in precedenza della astrattezza del giudizio di prevalenza attribuito al legislatore e della compressione dei diritti inviolabili del minore. Nè appare rispondere a un criterio di ragionevolezza e proporzionalità attribuire al ricorso alla maternità surrogata un attentato all'istituto dell'adozione. L'attribuzione dello status filiationis nei confronti del genitore intenzionale non biologico dipende, allo stesso modo di quanto avviene per la fecondazione eterologa, dalla attuazione di un progetto genitoriale che appartiene alla coppia legata da vincolo matrimoniale. Nè può affermarsi che nell'ordinamento italiano sia presente un principio assoluto di favor adoptionis e anzi questo è da escludere per le coppie dello stesso sesso cui è preclusa l'adozione. Per quanto riguarda poi la sottrazione a un giudizio preventivo sull'idoneità genitoriale il raffronto dell'accesso a una forma di procreazione medicalmente assistita con l'adozione appare improprio perchè l'idoneità genitoriale è attribuita per principio, e salva una verifica giudiziale conseguente a comportamenti pregiudizievoli per il minore nel corso della relazione familiare, a qualsiasi persona e si estende necessariamente al coniuge per garantire il pieno inserimento del futuro nato nella discendenza e nella vita familiare. Un tale giudizio preventivo sull'interesse del minore a veder riconosciuto lo status filiationis nel nostro ordinamento non è comunque estraneo al procedimento di delibazione secondo l'indicazione della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che ritiene ineliminabile una valutazione caso per caso intesa a verificare la realizzazione in concreto dell'interesse del minore alla trascrizione.

Infine, di non minore rilevanza appare la lesione delle norme costituzionali che tutelano la vita familiare e l'esplicazione della personalità nelle formazioni sociali. Disposizioni che, per i profili che qui interessano, vengono sempre più strettamente ricollegate dalla Corte Costituzionale all'art. 8 della Convenzione E.D.U. e alla giurisprudenza della Corte Europea. L'accezione dell'endiadi "vita privata e familiare" va intesa in senso ampio, comprensiva di ogni espressione della personalità e dignità della persona ed anche del diritto all'identità dell'individuo. In questa prospettiva si è sempre più chiaramente affermata una valorizzazione dei legami familiari secondo i principi di uguaglianza e di bigenitorialità affinchè i minori possano fruire pienamente della relazione genitoriale e i genitori possano entrambi partecipare a pieno titolo alla cura e alla educazione dei figli e ad adottare congiuntamente le decisioni più importanti che li riguardano.

Ora, richiamando quanto sopra esposto circa il parere espresso dalla Grande Camera il 10.4.19, occorre evidenziare che esso ha valorizzato tali parametri, che ha ritenuto decisivi, evocando specificamente il migliore interesse del minore ed il ridotto margine di apprezzamento riservato ai Paesi contraenti in materia, ribadendo il carattere sopraordinato del primo e le ragioni delle restrizioni del secondo. A parere del Collegio, tale ultimo rilievo appare rivestire un'inequivoca decisività nell'orientare ogni interpretazione del giudice nazionale nel senso di considerare la discrezionalità del singolo Paese come recessiva laddove essa si esprima attraverso norme che non garantiscano, come si è detto, la tutela piena dei diritti del minore alla propria identità ma anche alla piena fruizione ed espressione della propria vita familiare. L'applicazione della sanzione penale - che la giurisprudenza ha comunque escluso per la coppia che vi ricorre, se praticata all'estero, anche in ordine al reato di alterazione di stato, previsto dall'art. 567 c.p., comma 2 (Cass. penale, sezione V n. 13525 del 10.3.2016 e Cass. penale, sezione VI n. 48696 del 10.3.2016) - e la predisposizione di misure dissuasive per la sua elusione non può legittimare altresì la incisione dei rapporti familiari successivi alla condotta sanzionata. Un limite questo che costituisce un principio generale e fondamentale dell'ordinamento italiano per come si è configurato attraverso le più importanti riforme in materia familiare che hanno inteso eliminare qualsiasi discriminazione dei figli in relazione alla loro nascita e realizzare una condizione di pari dignità dei genitori nel loro rapporto con i figli, finalità che sono una chiara espressione dei valori riconosciuti dalla Costituzione italiana (artt. 30 e 31) e dalla Unione Europea oltre che dalle Convenzioni internazionali cui l'Italia ha aderito sin dall'immediato dopoguerra, nello spirito che attraversa tutta la Costituzione, di piena adesione alla nuova rilevanza dei diritti umani anche nella sfera dei rapporti internazionali.

Il disconoscimento del rapporto di filiazione nei confronti di uno dei genitori legalmente riconosciuti dall'ordinamento del paese di nascita e di cittadinanza comporta la alterazione dei rapporti familiari con ripercussioni gravemente nocive nei confronti del minore che vede messa in discussione e negata la unicità e inscindibilità della sua relazione genitoriale nello spazio e subisce una grave menomazione ex post della relazione con il genitore intenzionale e gli effetti negativi di una artificiale situazione di disparità e di potenziale conflittualità fra coloro che ha percepito come entrambi suoi genitori. In questa prospettiva appare quanto mai pertinente l'utilizzazione nel suddetto parere consultivo della CEDU dell'espressione "concretizzazione" del legame come momento in cui viene in essere la irreversibilità del diritto del minore al pieno riconoscimento del suo status filiationis. In altri termini l'appartenenza a una comunità familiare non tollera geometrie variabili in funzioni del luogo in cui si trova o andrà a vivere il minore. Ciò che si è concretizzato deve essere riconosciuto pienamente alla stregua di quello che si realizza con la trascrizione dell'atto di nascita. Il margine di discrezionalità per gli Stati è ampio per ciò che concerne la scelta delle modalità del riconoscimento, ma estremamente limitato per ciò che concerne il contenuto del riconoscimento che deve essere effettivo e tempestivo per non protrarre la situazione di vulnerabilità del minore come conseguenza del mancato riconoscimento immediato. Al riguardo, giova evidenziare che l'opzione ermeneutica formulata dalle Sezioni Unite, secondo la quale la pretesa sanzionatoria dello Stato deve prevalere sui diritti e sull'interesse del bambino, attraverso il filtro dell'ordine pubblico, non trova conferma nella giurisprudenza della Corte Costituzionale che in varie pronunce ha affermato con chiarezza che il disvalore che la legge attribuisce alla condotta dei genitori, al punto anche di sanzionarla penalmente, non può riverberarsi sulla condizione giuridica del figlio, nè per quanto riguarda l'accertamento di status, nè per quanto riguarda le relazioni personali. Al riguardo, va richiamato qui quell'importante filone giurisprudenziale della Corte costituzionale formatosi in riferimento agli automatismi legislativi (cfr., ex multis, Corte Cost., sent. n. 31 del 2012, e n. 7 del 2013): esso, pur riguardando ipotesi differenti da quella qui in discussione, viene comunque in rilievo perchè il Giudice delle leggi ha censurato proprio sotto il profilo della ragionevolezza, ai sensi dell'art. 3 Cost., congegni normativi che, al pari di quello al centro dell'odierna questione, precludono al giudice "ogni possibilità di valutazione e di bilanciamento, nel caso concreto".

Infatti, con tali pronunce la Corte Costituzionale ha, rispettivamente, escluso che la condanna per il reato di alterazione di stato o di soppressione di stato giustifichi, come sanzione accessoria, l'automatica decadenza dalla potestà/responsabilità dei genitori, dovendo anche in tal caso il giudice valutare, nell'esclusivo interesse del bambino, l'effettiva qualità della relazione e l'opportunità di salvaguardarla.

Si pensi, inoltre, nell'ambito del medesimo orientamento, alla sentenza n. 494 del 28.11.2002, che dichiarò costituzionalmente illegittimo l'art. 278 c.c. abr. che, in ordine all'incesto, impediva le indagini sulla paternità e la maternità.

Può dunque dirsi che, in materia di status il legislatore e la giurisprudenza hanno definitivamente abbandonato ogni logica sanzionatoria; invero, se la tutela dei diritti del bambino costituisce fine primario dell'ordinamento, allora essa non può essere sacrificata per condannare il comportamento dei genitori. Il fatto che la nascita sia dovuta ad una condotta degli adulti riprovata dall'ordinamento anche con il ricorso a sanzioni penali (l'adulterio, lo stupro, l'incesto, negli esempi sopra riportati), non impedisce più di costituire legalmente lo stato di figlio.

Incostituzionalità del divieto di trascrizione dell'atto di nascita in mancanza di un modo alternativo e conforme alle prescrizioni dell'art. 8 C.E.D.U. di riconoscimento dello status filiationis.

Alla luce di queste considerazioni non può ritenersi adeguato alle prescrizioni del parere consultivo del 9 aprile 2019 il modo alternativo di riconoscimento cui fa riferimento la decisione delle Sezioni Unite e cioè l'adozione della L. n. 184 del 1983, ex art. 44, lett. d).

In primo luogo, va osservato che tale - forma di adozione non crea un vero rapporto di filiazione ma il riconoscimento di una situazione affettiva cui attribuisce sì diritti e doveri ma che nega comunque al figlio e all'adottante il diritto a una relazione pienamente equiparata alla filiazione e pone il genitore non biologico in una situazione di inferiorità rispetto al genitore biologico.

L'adozione in casi particolari di cui all'art. 44, lett. d), non crea legami parentali con i congiunti dell'adottante ed esclude il diritto a succedere nei loro confronti.

In sostanza vi è - sempre che il procedimento di adozione in casi particolari si concluda positivamente - una sorta di declassamento (downgrade) della relazione genitoriale e dello status filiationis che non può legittimarsi in alcun modo paragonandolo a quello del matrimonio fra persone dello stesso sesso in unione civile previsto dal legislatore del 2016. In quest'ultimo caso la riqualificazione del rapporto non crea alcuna arbitraria discriminazione all'interno del nucleo familiare e preserva comunque i diritti e doveri derivanti per il diritto civile italiano dal matrimonio. Nè una legittimazione può essere ricercata dall'essere il vincolo matrimoniale instaurato fra persone dello stesso sesso, che nel nostro ordinamento non possono accedere alle tecniche di procreazione assistita. La stessa condizione di non riconoscibilità da parte del genitore intenzionale non biologico riguarda anche le coppie eterosessuali e una ipotetica differenziazione del regime di trascrizione degli atti di nascita sulla base della eterosessualità dei coniugi o della loro omosessualità incontrerebbe comunque la preclusione nei principi, a cui si è fatto riferimento in precedenza, di non discriminazione nei confronti del minore e dei suoi genitori e nel carattere inviolabile dei diritti fondamentali del minore alla identità e alla vita familiare. Ne consegue, allora, che l'unica giustificazione rinvenibile del diniego di riconoscimento del provvedimento dello Stato canadese legittimante l'inserimento del padre d'intenzione nell'atto di nascita del minore è appunto quella di un effetto espansivo della sanzione penale nei confronti del minore e del genitore intenzionale non biologico, ma si tratta di una giustificazione della quale ci si è ampiamente occupati sinora evidenziando il suo conflitto con le norme costituzionali, convenzionali e internazionali.

Per altro verso, l'istituto non corrisponde al requisito della tempestività trattandosi di un procedimento finalizzato ad un provvedimento che richiede un lungo e complesso iter processuale e decisionale perchè non consiste in una delibazione di una pronuncia giurisdizionale straniera che, se pure effettuata con riferimento all'interesse superiore del minore e quindi con una attenzione specifica al caso concreto, comporta come esito finale il recepimento di uno status già codificato in una statuizione giurisdizionale da dichiarare efficace nel nostro ordinamento. Il procedimento di adozione è invece finalizzato a una creazione di una situazione soggettiva ad hoc e specificamente propria del nostro ordinamento. Pertanto, tale procedimento comporta una articolazione e complessità decisamente superiore rispetto al procedimento di delibazione di una sentenza straniera, esponendo pertanto il minore a un lungo periodo di incertezza giuridica sulla propria condizione personale e determinando una preclusione o, comunque, una serie di ostacoli gravi all'esercizio della responsabilità genitoriale da parte del genitore intenzionale che la richiede.

Inoltre, l'adozione in casi particolari ex art. 44, lett. d), è soggetta alla volontà del genitore intenzionale di adire l'autorità giudiziaria italiana per richiederla e quindi lascia aperta la sua possibilità di sottrarsi all'assunzione di responsabilità già manifestata e legittimata nel paese in cui il minore è nato; ipotesi questa che potrà verificarsi specificamente nel caso di crisi della coppia genitoriale. Più grave è, per altro verso, la condizione inversa e cioè la soggezione dell'adozione ex art. 44, lett. d), all'assenso all'adozione da parte del genitore biologico che potrebbe venir meno in caso di separazione o divorzio, ma anche di sopravvenuto decesso.

In definitiva, il Collegio non ritiene esistenti nel sistema normativo italiano attuale istituti che consentano una forma di riconoscimento del legame di filiazione alternativa alla trascrizione dell'atto di nascita o al riconoscimento del provvedimento giurisdizionale straniero che instauri il legame di filiazione anche con il genitore intenzionale non biologico nei confronti del minore nato mediante ricorso all'estero alla pratica della gestazione per altri. Conformemente alla ratio sottesa al parere consultivo della Corte di Strasburgo sembra potersi affermare che l'istituto dell'adozione in casi particolari potrebbe semmai costituire una forma di tutela del rapporto affettivo insorto con il genitore intenzionale nei casi particolari in cui il pieno riconoscimento dello status filiationis non si dimostri concretamente rispondente all'interesse del minore.

Anche sotto questo profilo relativo al deficit di istituti alternativi vanno pertanto sollevate le precedenti questioni di legittimità costituzionale.

In definitiva, le valutazioni che precedono inducono a prospettare al giudice delle leggi la questione di legittimità costituzionale della L. n. 40 del 2004, art. 12, comma 6L. n. 218 del 1995, art. 64, comma 1, lett. g) e D.P.R. n. 396 del 2000, art. 18 (che vieta la trascrizione negli atti dello stato civile degli atti formati all'estero se contrari all'ordine pubblico), perchè in contrasto con gli artt. 2, 3, 30, 31 Cost. e art. 117 Cost., comma 1 - in relazione all'art. 8 CEDU - se interpretati, secondo l'attuale conformazione del diritto vivente, come impeditivi, in via generale e senza valutazione concreta dell'interesse superiore del minore, della trascrizione dell'atto di nascita legalmente costituito all'estero di un bambino nato mediante gestazione per altri nella parte in cui esso attesta la filiazione dal genitore intenzionale non biologico, specie se coniugato con il genitore intenzionale biologico.

P.Q.M.

Letti gli artt. 134 e 137 Cost.L. Cost. 9 febbraio 1948, n. 1, art. 1 e L. Cost. 11 marzo 1953, n. 87, art. 23.

DICHIARA rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della L. n. 40 del 2004, art. 12, comma 6D.P.R. n. 396 del 2000, art. 18 e L. n. 218 del 1995, art. 64, comma 1, lett. g), nella parte in cui non consentono, secondo l'interpretazione attuale del diritto vivente, che possa essere riconosciuto e dichiarato esecutivo, per contrasto con l'ordine pubblico, il provvedimento giudiziario straniero relativo all'inserimento nell'atto di stato civile di un minore procreato con le modalità della gestazione per altri (altrimenti detta "maternità surrogata") del cd. genitore d'intenzione non biologico, per contrasto con gli artt. 2, 3, 30, 31 Cost.art. 117 Cost., comma 1, quest'ultimo in relazione all'art. 8 della Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, artt. 2, 3, 7, 8, 9 e 18 della Convenzione 20 novembre 1989 delle Nazioni Unite sui diritti dei minori, ratificata in Italia con L. 27 maggio 1991, n. 176 e dell'art. 24 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea. Dispone che la presente ordinanza sia notificata alle parti, al Presidente del Consiglio dei Ministri e comunicata al Presidente del Senato e al Presidente della Camera dei Deputati.

Dispone che, all'esito, il fascicolo sia trasmesso, unitamente alla prova delle eseguite notificazioni e comunicazioni, alla Corte Costituzionale. Dispone che sia omessa l'indicazione dei nominativi e dei dati identificativi delle parti.

Sospende il giudizio.

Dispone che sia omessa l'indicazione dei nominativi e dei dati identificativi delle parti.

Sospende il giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 29 aprile 2020

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Rapporto tra la qualità di erede del coniuge superstite e il diritto di abitazione.

Con decisione del 20 luglio 2020, il Tribunale di Palermo ha stabilito che il diritto di abitazione non ha alcuna funzione di tutela della legittima e la sua ratio è quella di realizzare una nuova concezione della famiglia tendente ad una completa parificazione dei coniugi non solo sul piano patrimoniale ma anche sotto quello etico e sentimentale, sul presupposto che la ricerca di un nuovo alloggio per il coniuge superstite potrebbe essere fonte di un grave danno psicologico e morale per la stabilità delle abitudini di vita della persona.

(T. Palermo, Sez. II Civ., 20/7/2020, n. 2315)

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Termine a quo della prescrizione decennale per il rimborso del mantenimento del figlio naturale.

Con ordinanza n. 16561 depositata il 31 luglio 2020 la Corte di Cassazione ha stabilito che il genitore che ha riconosciuto il figlio, e che sia adempiente agli obblighi di mantenimento, ha diritto al rimborso pro quota delle spese di mantenimento. Tale diritto non incorre nell'ordinaria prescrizione decennale prima del passaggio in giudicato della sentenza che accerta la filiazione naturale.

(Cass. civ. Sez. I, Ord., 31.7.2020, n. 16561)

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Delitto di percosse anche se sul corpo della vittima non permangono segni lesivi.

Con sentenza 23 luglio 2020, n. 22045, la Corte di Cassazione ha affermato che, con particolare riferimento al reato di percosse, l'assenza tracce sul corpo della figlia dello schiaffo assestato dalla madre, non esclude l'integrazione del delitto di cui all'art. 581 c.p., atteso che tale delitto deve ritenersi, comunque, provato, non solo sulla scorta delle dichiarazioni della persona offesa e del padre, ma anche da eventuali riscontri documentali, come ad esempio, dal referto medico nel quale sia riportato che la vittima aveva riferito, nell'immediatezza dei fatti, al personale del Pronto Soccorso di essere stata colpita da uno schiaffo al volto dalla madre.

(Cass. pen. Sez. V, 23.7.2020, n. 22045)

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Il diritto degli ascendenti di frequentare i nipoti minorenni è recessivo rispetto al diritto di questi ultimi di crescere in maniera serena ed equilibrata.

I procedimenti in tema di provvedimenti riguardanti i minori non sono soggetti ad una rigida applicazione del principio della domanda, in quanto, per esigenze e finalità pubblicistiche, la tutela degli interessi morali e materiali della prole è sottratta all'iniziativa ed alla disponibilità delle parti, ed è sempre riconosciuto al giudice il potere di adottare d'ufficio, in ogni stato e grado del giudizio di merito, tutti i provvedimenti necessari per la migliore protezione dei minori, nonché di esercitare, in deroga alle regole generali sull'onere della prova, i poteri istruttori officiosi necessari nella specie, i contrasti insorti tra le parti, che avevano peraltro coinvolto anche altri componenti della famiglia, e le ripercussioni di ordine psicologico subite dalle minori, già affette da difficoltà fisiche e/o di attenzione segnalate nella relazione del Servizio sociale, nonché il rischio di destabilizzazione della stessa coppia genitoriale, dovuto all'irrigidimento dei rapporti familiari, mettendo in pericolo la realizzazione del progetto formativo ed educativo al quale il nonno paterno avrebbe dovuto collaborare, si configuravano infatti come fattori sopravvenuti ostativi all'esercizio del diritto riconosciuto dal precedente provvedimento, almeno secondo le modalità da quest'ultimo stabilite, giustificando pertanto non solo il rigetto della domanda proposta dal ricorrente, ma anche l'intervento officioso del giudice, volto a modificare la predetta disciplina al fine di assicurare la compatibilità del mantenimento dei rapporti con il nonno con l'equilibrato sviluppo delle nipoti.

(Cass. civ. Sez. I, Ord., 19.5.2020, n. 9145)

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Il mutamento del cognome del minore, per l'aggiunta di quello della madre, necessita l'accordo dei genitori.

Il mutamento del cognome del minore, coinvolgendo un diritto fondamentale dell'individuo, è ricompreso tra le decisioni di maggiore interesse per le quali, nell'esercizio della responsabilità genitoriale, è necessario l'accordo dei genitori. Infatti, l'effettiva realizzazione dell'identità personale si attua anche attraverso l'affermazione del diritto del figlio ad essere indidivuato tramite l'attribuzione del cognome di entrambi i genitori, considerato il riconoscimento del paritario rilievo di tali figure nel processo di costruzione dell'identità medesima.

(Tribunale di Napoli 27 marzo 2020)

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Danno endofamiliare: risarcibile solo in caso di violazione di un diritto fondamentale di natura costituzionale.

Si ha illecito endofamiliare allorquando i comportamenti sono illeciti solo perché commessi da persone legate da vincoli famigliari, mentre non lo sarebbero nel caso di commissione da parte di persone non legate da tali vincoli. Tuttavia, il risarcimento del danno da illecito famigliare può essere effettuato solo nel caso in cui venga violato un diritto fondamentale di rango costituzionale, quale la dignità della persona, e la violazione sia di particolare gravità, essendo posta in essere con modalità insultante, ingiuriosa ed offensiva.

(Trib. di Reggio Emilia, 24 giugno 2020)

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Non delibabile la sentenza straniera di divorzio che maschera un ripudio.

Con ordinanza n. 17170, depositata il 14 agosto 2020, la prima sezione della Cassazione civile ha affermato che il giudizio di delibazione di un provvedimento straniero deve mantenersi aderente al dettato della L. n. 218 del 1995, art. 64, c. I, lett. g), secondo cui il riconoscimento della sentenza straniera non può avere luogo se le sue disposizioni producono "effetti contrari all'ordine pubblico" e, per l'effetto, è necessario che il giudice, senza estendere la propria cognizione altrove, valuti gli "effetti" della decisione nel nostro ordinamento e non la correttezza della soluzione adottata alla luce dell'ordinamento straniero, ovvero della legge italiana, non essendo consentita un'indagine sul merito del rapporto giuridico dedotto. Pertanto, non è delibabile nel nostro ordinamento una sentenza iraniana di divorzio che in realtà consisteva in un ripudio.

(Cass. civ., Sez. I, ord., 14.8.2020, n. 17170)

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Accordo integrativo a latere del contratto di locazione: nullo per contrarietà a norme imperative.

In tema di locazioni non abitative, l'accordo integrativo concluso tra locatore e conduttore, a latere del contratto di locazione, volto a far ottenere al locatore un canone maggiorato rispetto a quello previsto nel contratto di locazione, deve ritenersi nullo per contrarietà a norme imperative ex art. 1418, comma 1, c.c. e 79, comma 1, L. n. 392/1978 in quanto volto ad eludere la normativa di natura tributaria che deve ormai ritenersi norma imperativa. 

(Cass. Civ., Sez. III, n. 22126 del 13 ottobre 2020)

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L'accertamento della maternità ex art. 269 c.p.c., in caso di parto anonimo è sottoposta alla revoca della rinuncia alla genitorialità giuridica da parte della madre.

L’azione giudiziale di accertamento della maternità ex art. 269 c.p.c., nel caso in cui la madre abbia esercitato il diritto al cd. parto anonimo, è sottoposta alla condizione della sopravvenuta revoca della rinuncia alla genitorialità giuridica da parte della madre, ovvero alla morte di quest’ultima, non essendovi più in entrambi i casi elementi ostativi per la conoscenza del rapporto di filiazione e così dovendosi interpretare, secondo una lettura costituzionalmente e internazionalmente orientata, la suddetta norma.

(Cassazione civile, sez. I, 22 Settembre 2020, n. 19824)

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Cessione in godimento del lastrico solare per ripetitore.

Il programma negoziale con cui il proprietario di un lastrico solare intenda cedere in godimento ad altri, a titolo oneroso, la facoltà di installarvi e mantenervi per un certo tempo un ripetitore, o altro impianto tecnologico, con il diritto di mantenere la disponibilità ed il godimento dell'impianto ed asportare il medesimo alla fine del rapporto, può astrattamente essere perseguito sia attraverso un contratto ad effetti reali, sia attraverso un contratto ad effetti personali; la riconduzione del contratto concretamente dedotto in giudizio all'una o all'altra delle suddette categorie rappresenta una questione di interpretazione contrattuale, che rientra nei poteri del giudice di merito. Qualora le parti abbiano inteso attribuire al loro accordo effetti reali, lo schema negoziale di riferimento è quello del contratto costitutivo di un diritto di superficie, il quale attribuisce all'acquirente la proprietà superficiaria dell'impianto installato sul lastrico solare, può essere costituito per un tempo determinato e può prevedere una deroga convenzionale alla regola che all'estinzione del diritto per scadenza del termine il proprietario del suolo diventa proprietario della costruzione; il contratto con cui un condominio costituisca in favore di altri un diritto di superficie, anche temporaneo, sul lastrico solare del fabbricato condominiale, finalizzato alla installazione di un ripetitore, o altro impianto tecnologico, richiede l'approvazione di tutti i condomini. Qualora le parti abbiano inteso attribuire al loro accordo effetti obbligatori, lo schema negoziale di riferimento è quello del contratto atipico di concessione ad aedificandum di natura personale, con rinuncia del concedente agli effetti dell'accessione; con tale contratto il proprietario di un'area concede ad altri il diritto personale di edificare sulla stessa, di godere e disporre dell'opera edificata per l'intera durata del rapporto e di asportare tale opera al termine del rapporto. Esso è soggetto alla disciplina dettata, oltre che dai patti negoziali, dalle norme generali contenute nel titolo II del libro IV del codice civile (art. 1323 c.c.), nonché, per quanto non previsto dal titolo, dalle norme sulla locazione, tra cui quelle dettate dagli artt. 1599 c.c. e 2643 n. 8 c.c. Ove stipulato da un condominio per consentire ad altri la installazione di un ripetitore, o altro impianto tecnologico, sul lastrico solare del fabbricato condominiale richiede l'approvazione di tutti i condomini solo se la relativa durata sia convenuta per più di nove anni.

(Cassazione Sez. Un. Civili, 30 Aprile 2020, n. 8434. Pres. Mammone. Est. Cosentino)

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Relativamente al progetto educativo dei figli, ciascun genitore deve rispettare il credo dell'altro genitore.

Con decisione del 9 luglio 2020, il Tribunale di Pesaro ha accolto la richiesta della madre di modifica delle condizioni di affidamento della figlia minore, con particolare riguardo al divieto a lei imposto di fare frequentare alla figlia, che aveva praticato sin da piccola la religione Cattolica, le riunioni e le adunanze dei Testimoni di Geova. Il Giudice ha sottolineato che ciascun genitore dovrà rispettare il credo dell'altro genitore, permettendo e non impedendo al figlio minore non solamente di praticare e frequentare le celebrazioni religiose dell'altro genitore, ma anche tutte quelle tradizioni ed attività, direttamente o indirettamente legati alla religione di ciascun, genitore, anche se in contrasto con i principi della propria religione, come, a titolo meramente esemplificativo, feste, compleanni e recite scolastiche.

(Tribunale Pesaro, 09/07/2020)

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Il potere di pattuire con i condomini morosi dilazioni di pagamento o di concludere accordi transattivi non spetta all'amministratore ma all'assemblea.

Non rientra tra le attribuzioni dell'amministratore il potere di pattuire con i condomini morosi dilazioni di pagamento o accordi transattivi, spettando all'assemblea il potere di approvare una transazione riguardante spese d'interesse comune, ovvero di delegare l'amministratore a transigere, fissando gli eventuali limiti dell'attività dispositiva negoziale affidatagli.

(Cassazione civile, sez. VI, 08 Giugno 2020, n. 10846. Pres. D'Ascola. Est. Scarpa)

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Vessatoria la clausola che attribuisce al mediatore il diritto alla provvigione anche in caso di recesso del venditore.

La clausola che attribuisca al mediatore il diritto alla provvigione anche in caso di recesso da parte del venditore può presumersi vessatoria quando il compenso non trova giustificazione nella prestazione svolta dal mediatore. Si presume vessatoria anche la clausola che consente al professionista di trattenere una somma di denaro versata dal consumatore se quest'ultimo non conclude il contratto o recede da esso, senza prevedere il diritto del consumatore di esigere dal professionista il doppio della somma corrisposta se è quest'ultimo a non concludere il contratto oppure a recedere.

(Cassazione civile, sez. II, 18 Settembre 2020, n. 19565. Pres. D'Ascola. Est. Rossana Giannaccari)

*** ***

Fatto

1. Con decreto n. 11779 del 09/13.06.2011, il Giudice di Pace di Roma ingiungeva a A.B. ed a C.D. il pagamento in favore della D. Immobiliare S.r.l. dell'importo pari ad Euro 4.100,00, oltre interessi e spese, a titolo di penale per l'anticipato recesso dal contratto di mediazione stipulato in data 07.02.2011.

1.1. Con il citato contratto, A.B. e C.D. affidavano alla D. Immobiliare s.r.l. l'incarico di alienare un immobile di loro proprietà in Roma, prevedendo all'art. 4, comma 3, il diritto di ciascuna parte di recedere anticipatamente dall'accordo, previa corresponsione, in favore dell'altra, di un corrispettivo pari all'1% del prezzo di vendita dell'immobile, stimato in complessivi Euro 410.000,00.

1.2. Con comunicazione del 15.02.2011, A.B. e C.D. recedevano dal contratto, ritenendo che la stima del prezzo di vendita fosse incongruo ed inferiore di circa Euro 30.000.00 rispetto a quello effettuato da altre due agenzie immobiliari.

1.3. Con atto di citazione notificato il 20.10.2011, A.B. e C.D. proponevano opposizione a decreto ingiuntivo, deducendo, da un lato, il carattere vessatorio della clausola di cui all'art. 4, comma 3, del mandato di mediazione immobiliare e rilevando, dall'altro, l'errore essenziale in cui sarebbero incorsi ad opera della controparte nella determinazione del prezzo di vendita. Con riguardo al primo dei due profili, gli opponenti, in qualità di consumatori D.Lgs. n. 206 del 2005, ex art. 3, comma 1, denunciavano il significativo squilibrio contrattuale derivante dall'applicazione della previsione di cui all'art. 4, che, nel commisurare il corrispettivo dovuto dai preponenti in caso di recesso, non contemplava un adeguamento dello stesso all'attività concretamente espletata dall'agenzia, costringendo, in tal modo, i mandanti a riconoscere in favore di controparte l'importo pattuito a prescindere dall'attività svolta e dai risultati conseguiti dal mediatore. L'iniquità di tale previsione negoziale risultava avvalorata dall'inconsistente differenza tra la percentuale riconosciuta in favore dell'agente in caso di conclusione dell'affare - pari a 1,5% del prezzo di vendita dell'immobile - e quella stabilita in caso di recesso del cliente - pari all'1% del medesimo prezzo. Quanto, poi, alla seconda censura formulata, gli opponenti sostenevano di essere stati indotti in errore dall'agenzia in errore in ordine al prezzo dell'immobile, essendo lo stesso di ammontare notevolmente inferiore a quello risultante dalle quotazioni del mercato immobiliare.

1.4. Con sentenza n. 28598/2013 del 16.11.2012, il Giudice di Pace di Roma accoglieva l'opposizione e, per l'effetto, revocava il decreto ingiuntivo opposto, dichiarando nullo ed inefficace il contratto stipulato tra le parti e rilevando, in ogni caso, la legittimità del recesso esercitato dagli opponenti per avere l'agente sottostimato il prezzo di vendita dell'immobile, inducendoli, in tal modo, alla stipula di un negozio in base ad una distorta rappresentazione della realtà.

1.5. Con atto di citazione notificato in data 20.01.2014, la D. Immobiliare s.r.l. appellava la sentenza del Giudice di pace.

1.6. Instauratosi il contraddittorio con la costituzione di A.B. e C.D., il Tribunale di Roma, con sentenza dell'11.3.2016, accoglieva l'appello e, per l'effetto confermava il decreto ingiuntivo opposto.

1.7. Il Tribunale applicava la disciplina di cui agli artt. 1469 bis e ss. relativa ai contratti del consumatore e non riconosceva natura vessatoria alla clausola di cui all'art. 4, comma 3 del contratto di mediazione. In particolare, osservava il giudice d'appello come la previsione negoziale censurata ponesse le parti su di un piano di assoluta parità, riconoscendo alle stesse la facoltà di recedere dal contratto previa corresponsione del medesimo importo. La stessa quantificazione del corrispettivo dovuto non era indice, secondo il Tribunale, del carattere vessatorio della clausola negoziale, essendo lo stesso di ammontare inferiore di un terzo rispetto all'importo previsto a titolo di compenso provvigionale. Infine, quanto al profilo dell'errore essenziale in cui sarebbe incorsi i mandanti al momento della stipula del negozio, il giudice del gravame ne motivava l'insussistenza in ragione del mancato assolvimento dell'onere probatorio ex art. 2697 c.c., non avendo gli stessi dimostrato l'effettiva sussistenza del vizio denunciato, limitandosi a produrre in atti stime del valore del proprio immobile eseguite da altre agenzie immobiliari, inidonee a comprovare l'anomalia occorsa nel procedimento di formazione della volontà.

2. Per la cassazione della sentenza hanno proposto ricorso A.B. e C.D. sulla base di sei motivi.

2.1. Ha resistito con controricorso D. Immobiliare S.r.l..

 

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1418, 1419, 1342, 1362 e 1469 bis c.c. e del D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, artt. 18, 19, 20, 21, 22, 33, 34, 35, 36 e 64, in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. I ricorrenti muovono dalla disposizione contenuta nel D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 33, la quale prevede la nullità di una clausola che imponga al consumatore, in caso di inadempimento, il pagamento di una somma di denaro eccessivo a titolo di risarcimento, clausola penale o altro titolo equivalente di importo manifestamente eccesivo. Il giudice di merito avrebbe errato nel riconoscere al mediatore il diritto alla provvigione in caso di recesso anticipato, sulla base dell'art. 4, comma 3 del contratto, omettendo di accertare in concreto se il contratto avesse avuto un inizio di esecuzione e se un'attività affettiva fosse stata dal medesimo svolta, tenendo conto che la revoca era intervenuta solo una settimana dopo il conferimento dell'incarico. La determinazione concreta dell'importo dovuto in caso di recesso, stabilita nella misura pari a due terzi, comporterebbe, secondo i ricorrenti, uno squilibrio nel sinallagma contrattuale, in quanto nessun tipo, di attività sarebbe stata svolta dal mediatore. Infine, il giudice di merito non avrebbe considerato che il recesso sarebbe avvenuto entro dieci giorni dalla conclusione del contratto, sicchè sussisterebbe il diritto ex lege del consumatore, ai sensi dell'art. 64 del Codice del Consumo, di recedere senza corrispondere alcuna penalità.

2. Con il terzo motivo di ricorso, sotto la rubrica "violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., n. 3 con riferimento agli artt. 1725 e 1759 c.c. e del D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 64, (applicabili ratione tempons) in relazione all'art. 2697 c.c. ed agli artt. 115 e 116 c.p.c. ", il ricorrente lamenta che il giudice di merito non avrebbe valutato la sussistenza di una giusta causa di recesso e l'attività concretamente effettuata dal mediatore fino a tale data. Sarebbe mancata l'indagine sull'adeguatezza del corrispettivo pattuito, ai sensi dell'art. 4, comma 3 del contratto di mediazione, in quanto la comunicazione del recesso era avvenuta dopo sette giorni dalla stipula del contratto.

3.1. I motivi, che vanno esaminati congiuntamente per la loro connessione, sono fondati nei limiti di cui in motivazione.

3.2. Non sussiste, in primo luogo, la violazione del D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 64 -secondo cui per i contratti e per le proposte contrattuali a distanza ovvero negoziati fuori dai locali commerciali, il consumatore ha diritto di recedere senza alcuna penalità e senza specificarne il motivo, entro il termine di quattordici giorni lavorativi - non risultando dalla motivazione della sentenza impugnata che il contratto di mediazione sia stato concluso fuori dai locali commerciali.

3.3. Quanto alla natura abusiva della clausola che prevede una penale pari all'1%, del prezzo di vendita in caso di revoca dell'incarico prima della scadenza, si impongono, preliminarmente, alcune premesse di inquadramento.

3.4. Il D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206 - noto con l'accezione di Codice del Consumo - rappresenta il plesso normativo finalizzato ad apprestare una tutela incisiva e pregnante ad una parte - consumatore - generalmente dotata di minor forza contrattuale dell'altra - professionista - nella definizione dell'assetto negoziale, atto a disciplinare l'operazione perseguita dalle parti contraenti.

3.5. A questo proposito occorre ricordare che, in base alla giurisprudenza costante della Corte di Giustizia, il sistema di tutela istituito con la direttiva 93/13 si fonda sull'idea che il consumatore si trova in una posizione di inferiorità nei confronti del professionista per quanto riguarda sia il potere negoziale sia il livello di informazione (v., in particolare, sentenza del 17 luglio 2014, Sanchez Mordilo e Abril Garcfa, C-169/14, EU:C:2014:2099, punto 22 e giurisprudenza ivi citata).

3.6. La normativa speciale, introducendo una specifica disciplina diretta ad appianare le disuguaglianze sostanziali fra soggetti titolari di poteri contrattuali differenti, integra la normativa codicistica, enucleando una forma di tutela privatistica differenziata su base personale, applicabile esclusivamente in ragione della qualifica soggettiva rivestita dalle parti contraenti.

3.7. La forte connotazione soggettiva dell'impianto così strutturato emerge chiaramente dalla previsione di cui all'art. 3 del Codice del Consumo che, circoscrivendo l'ambito applicativo della normativa, definisce le contrapposte categorie di consumatore e professionista.

3.8. Precisamente, ai sensi della lett. a) della previsione de qua, con l'accezione "consumatore ed utente" si intende "la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta"; di contro, il termine "professionista" individua, ai sensi della lett. e) della medesima disposizione, "la persona fisica o giuridica che agisce nell'esercizio della propria attività imprenditoriale o professionale".

3.9. Tracciati i confini soggettivi della normativa di cui al D.Lgs. n. 206 del 2005, risulta, a questo punto, necessario perimetrarne l'ambito oggettivo, focalizzando l'attenzione sulle c.d. clausole vessatorie, la cui disciplina, in forza del rinvio operato dall'art. 1469 bis c.c., è cristallizzata negli artt. 33 e ss. del Codice del Consumo.

3.10. Mette conto evidenziare che l'art. 6, paragrafo 1, della direttiva 93/13 prevede che "le clausole abusive non vincolino i consumatori se, malgrado la buona fede determina un significativo squilibrio in danno del consumatore. Si tratta di una disposizione imperativa tesa a sostituire all'equilibrio formale, che il contratto determina fra i diritti e gli obblighi delle parti contraenti, un equilibrio reale, finalizzato a ristabilire l'uguaglianza tra queste ultime (v., in particolare, sentenze del 17 luglio 2014, Sanchez Mordilo e Abril Garcia, C-169/14, EU:C:2014:2099, punto 23, nonchè del 21 dicembre 2016, Gutierrez Naranjo e a., C-154/15, C-307/15 e C-308/15, EU:C:2016:980, punti 53 e 55).

3.11. Secondo la giurisprudenza costante della Corte di Giustizia, tale, disposizione deve essere considerata come una norma equivalente alle disposizioni nazionali che occupano, nell'ambito dell'ordinamento giuridico interno, il rango di norme di ordine pubblico (v. sentenze del 6 ottobre 2009, Asturcom Telecomunicaciones, C-40/08, EU:C:2009:615, punti 51 e 52, nonchè del 21 dicembre 2016, Gutierrez Naranjoe a., C-154/15, C-307/15 e C-308/15, EU:C:2016:980, punto 54; Corte di Giustizia UE sez. I, 26/01/2017, n. 421). 3.12.L'art. 33, comma 1 del Codice del Consumo pone un'enunciazione di ordine generale, definendo vessatorie le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto.

3.13. Indice univoco del carattere abusivo di una clausola, alla stregua della definizione poc'anzi enunciata, è, dunque, rappresentato dallo squilibrio avente ad oggetto non già il mero valore delle reciproche prestazioni delle parti, bensì il complesso dei diritti e degli obblighi derivanti dal regolamento contrattuale predisposto.

3.14. L'indagine giudiziale circa la natura vessatoria delle clausole è agevolata dalla tipizzazione, all'interno del Codice del Consumo, di un elenco di clausole per le quali sussiste una presunzione assoluta di vessatorietà, che hanno l'effetto di indebolire ulteriormente la posizione contrattuale del consumatore.

3.15. L'automatica comminazione della sanzione della nullità parziale della clausola, e non dell'intero rapporto contrattuale, associata a tali previsioni subisce una deroga espressa con riguardo alle c.d. clausole presumibilmente vessatorie.

3.16. L'art. 33, comma 2 del Codice del Consumo contiene un elenco di venti clausole soggette ad una presunzione relativa di vessatorietà, in forza della quale una previsione negoziale astrattamente riconducibile ad una o più delle clausole espressamente contemplate dal suddetto elenco si presume vessatoria, salvo che il professionista fornisca la prova contraria.

3.17. L'onere probatorio gravante sul professionista al fine di confutare la natura presumibilmente vessatoria di una clausola contrattuale si considera assolto al ricorrere di determinati presupposti.

3.18. In primis, la presunzione di vessatorietà può essere vinta dal professionista, in conformità a quanto espressamente previsto dall'art. 34, comma 4 del Codice del Consumo, mediante la dimostrazione che la clausola censurata non sia stata unilateralmente imposta dallo stesso, ma abbia, di contro, formato oggetto di specifica trattativa individuale tra le parti, sempre che la medesima risulti caratterizzata dagli indefettibili requisiti dell'individualità, serietà ed effettività (Cass. civ., 20/03/2016, n. 6802; Cass. civ., 26/09/2008, n. 24262).

3.19. In primo luogo, ai sensi dell'art. 34, comma 2 del Codice del Consumo, non possono considerarsi vessatorie le clausole che attengono alla determinazione dell'oggetto del contratto nè all'adeguatezza del corrispettivo dei beni,e dei servizi, purchè tali elementi siano individuati in modo chiaro e comprensibile. - 3.20.Secondo quanto stabilito da Cass. civ., sez. III, 03/11/2010, n. 22357, la clausola che attribuisca al mediatore il diritto alla provvigione anche nel caso di mancata effettuazione dell'affare per fatto imputabile al venditore può presumersi vessatoria, e quindi inefficace a norma dell'art. 1469 bis c.c., se le parti non abbiano espressamente pattuito un meccanismo di adeguamento di tale importo all'attività sino a quel momento concretamente espletata dal mediatore.

3.21. La ratio dell'introduzione di tale principiò di gradualità va ravvisata nell'esigenza di garantire, nei contratti a prestazioni corrispettive come il contratto di mediazione "atipica" il rispetto del sinallagma contrattuale, dovendo trovare la prestazione di una parte il proprio fondamento nella controprestazione, al fine di evitare il ricorrere di situazioni di indebito arricchimento ai danni del contraente debole del negozio perfezionato.

3.22. Come argomentato nella citata sentenza, il compenso del mediatore, in caso di mancata conclusione dell'affare, trova giustificazione nello svolgimento di una concreta attività di ricerca di terzi interessati all'affare, attraverso la predisposizione dei propri mezzi e della propria organizzazione. 3.23.L'accertamento relativo all'abusività della clausola va svolto anche nell'ipotesi in cui sia previsto il diritto potestativo di recesso, al fine di evitare che il diritto al compenso possa essere fissato in misura indipendente dal tempo e dall'attività svolta dal mediatore.

3.24. Non si tratta, pertanto, di un inammissibile sindacato sull'oggetto del contratto, vietato dall'art. 34 comma 2 del Codice del Consumo in quanto non è messo in gioco la congruità del corrispettivo nell'ambito del regolamento dei rapporti contrattuali; l'accertamento sulla; vessatorietà della clausola costituisce, invece, un dovere officioso del giudice, tenuto a rilevare, anche d'ufficio la nullità di una clausola che, nel contratto concluso tra il consumatore ed il professionista, determina, a carico del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto.

3.25. Il giudice di merito ha reputato non squilibrata in favore del professionista la clausola citata sia perchè l'indennità dell'1% per il diritto di recesso è stabilite anche a carico dell'agenzia sia perchè oggetto di trattativa tra le parti. Non ha però tenuto conto che il compenso andava parametrato all'attività concretamente svolta dal mediatore, che, in relazione al breve lasso temporale intercorrente tra la conclusione del contratto e l'esercizio del diritto di recesso, meritava di attenta valutazione da parte del giudice di merito.

3.26. La clausola contrattuale, che riconosce il diritto al compenso in via automatica, se svincolata dall'effettivo svolgimento dell'attività di ricerca dei terzi interessati all'affare e delle attività ad esse propedeutiche, conduce al risultato di costituire, a favore dell'agente immobiliare una rendita di posizione, andando ad incidere negativamente sull'equilibrio contrattuale nel rapporto tra professionista e consumatore espressamente previsto dall'art. 33 del Codice del Consumo.

3.27. La valutazione in concreto dell'attività svolta impedisce che il diritto alla provvigione da parte del mediatore possa essere svincolato dallo svolgimento di qualsiasi controprestazione, determinando inevitabilmente non tanto uno squilibrio nella prestazioni ma addirittura l'assenza della prestazione.

3.29. Il sindacato sull'equilibrio contrattuale, che costituisce uno dei cardini dell'operazione ermeneutica in materia di contratto concluso con il consumatore risulta del tutto omessa, indagine che, invece avrebbe dovuto essere svolta, secondo l'orientamento di questa Corte espresso da Cassazione Sez. III del 3.11.2010 n. 23357.

3.30. Il principio espresso dalla citata decisione, che demanda al giudice di merito la valutazione della vessatorietà della clausola che prevede un importo eccessivo in favore del mediatore, nell'ipotesi di mancata conclusione dell'affare deve essere quindi estesa anche nel caso in cui sia stato esercitato il diritto potestativo di recesso.

3.31. La decisione impugnata si pone in contrasto con la giurisprudenza della Corte di Giustizia, che, in più occasioni ha affermato che, in assenza di un controllo efficace del carattere potenzialmente abusivo delle clausole del contratto da parte del giudice, il rispetto dei diritti conferiti dalla direttiva 93/13 non può essere garantito (sentenza del 13.9.2018, Profit Credit Polska, C-176/17, EU: C.2018:711).

3.32. Tale penetrante controllo è previsto anche in via officiosa affine di ovviare allo squilibrio che esiste tra il consumatore ed il professionista, come affermato nella sentenza dell'11 marzo 2020, Lintner, C-511/17, EU:C:2020:188, in materia di credito al consumo. Nella citata decisione, la corte di Lussemburgo demanda al giudice, anche in caso di mancata comparizione del consumatore, il compito di adottare i mezzi istruttori necessari per verificare il carattere potenzialmente abusivo delle clausole rientranti nell'ambito di applicazione della direttiva 93/13, per garantire al consumatore la tutela dei diritti che gli sono conferiti dalla direttiva stessa.

3.33. Più recentemente, la Corte di Giustizia, con la sentenza del 4.6.2020, nella causa C-495/19, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Regionale di Poznan, Polonia, concernente l'acquisizione d'ufficio, da parte del giudice, dei mezzi istruttori per accertare la natura abusiva delle clausole, in caso di procedimento contumaciale, ha affermato che tale indagine deve essere effettuata, qualora sussistano dubbi sul carattere abusivo delle clausole. E' stato ribadito che spetta ai giudici nazionali, tenendo conto di tutte le norme del diritto nazionale e applicando i metodi di interpretazione riconosciuti da quest'ultimo, decidere se e in quale misura una disposizione nazionale possa essere interpretata conformemente alla direttiva 93/13, senza procedere ad un'interpretazione contra legem di tale disposizione nazionale (v., per analogia, sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, C-414/16, EU:C: 2018:257, punto 71 e giurisprudenza ivi citata). La Corte ha peraltro stabilito che l'esigenza di un'interpretazione conforme include l'obbligo, per i giudici nazionali, di modificare, se del caso, una giurisprudenza consolidata se questa si basa su un'interpretazione del diritto nazionale incompatibile con gli scopi di una direttiva (sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, C-414/16, EU:C:2018:257, punto 72 e giurisprudenza ivi citata).

3.34. La corte di merito ha omesso di valutare il profilo di vessatorietà della clausola contrattuale, anche con riferimento all'art. 33, lett. e) del Codice del Consumo, che stabilisce la presunzione di vessatorietà della clausola che consente al professionista di trattenere una somma di denaro versata dal "consumatore se quest'ultimo non conclude il contratto o recede da sso, senza prevedere il diritto del consumatore di esigere dal professionista il doppio della somma corrisposta se è quest'ultimo a non concludere il contratto oppure a recedere.

3.35. La sentenza impugnata va cassata in relazione ai motivi accolti, nei limiti di cui in motivazione, e rinviata, anche per le spese del giudizio di legittimità, innanzi al Tribunale di Roma, in diversa composizione, che si atterrà ai seguenti principi di diritto:

"La clausola che attribuisca al mediatore il diritto alla provvigione anche in caso di recesso da parte del venditore può presumersi vessatoria quando il compenso non trova giustificazione nella prestazione svolta dal mediatore. E' compito del giudice di merito valutare se una qualche attività sia stata svolta dal mediatore attraverso le attività propedeutiche e necessarie per la ricerca di soggetti interessati all'acquisto del bene".

"Si presume vessatoria la clausola che consente al professionista di trattenere una somma di denaro versata dal consumatore se quest'ultimo non conclude il contratto o recede da esso, senza prevedere il diritto del consumatore di esigere dal professionista il doppio della somma corrisposta se è quest'ultimo a non concludere il contratto oppure a recedere".

4. Con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 con riferimento all'art. 1176 c.c., comma 2, e art. 1375 c.c. in relazione agli artt. 1427,1428,1429,1469 bis, 1759,2697 e 2729 c.c. e art. 115 c.p.c., per non aver il Giudice di merito riconosciuto l'errore essenziale in cui sarebbero incorsi i ricorrenti ad opera della controparte nella determinazione del prezzo di vendita dell'immobile, unilateralmente determinato e sottostimato rispetto alle valutazioni compiute da altre agenzie.

4.1. Il motivo è infondato.

4.2. L'errore, quale vizio del consenso idoneo ad incidere sul libero processo di formazione della volontà, deve, per assumere rilevanza ai fini dell'annullamento contrattuale, essere dotato degli specifici requisiti normativamente tipizzati ex art. 1428 c.c. dell'essenzialità e della riconoscibilità.

4.3. L'errore sulla valutazione economica della cosa oggetto del contratto non rientra nella nozione di errore di fatto idoneo a giustificare una pronuncia di annullamento del contratto, in quanto non incide sull'identità o qualità della cosa, ma attiene alla sfera dei motivi in base ai quali la parte si è determinata a concludere un certo accordo ed al rischio che il contraente si assume, nell'ambito dell'autonomia contrattuale, per effetto delle proprie personali valutazioni sull'utilità economica dell'affare (Cass. civ., sez. II, 03/09/2013, n. 20148; Cass. civ., sez. I, 12/06/2008, n. 15706; Cass. civ., sez. Ili, 03/04/2003, n. 5139). 4.4.Il Tribunale di Roma, con apprezzamento di fatto, incensurabile in sede di legittimità, ha tratto la prova relativa all'assenza dei requisiti dell'errore di fatto proprio dalla disparità della valutazione dell'immobile da parte delle altre due agenzie immobiliari, che prevedevano un'oscillazione di circa Euro 30.000,00. 4.5.In secondo luogo, il Tribunale ha accertato che" la censura relativa alla presunta unilaterale determinazione del prezzo di vendita da parte della Do.Ro Immobiliare s.r.l. risultava smentita dalla lettera del regolamento contrattuale, in cui sì menziona espressamente l'accordo raggiunto tra le parti in merito alla quantificazione del corrispettivo di vendita dell'immobile (cfr. pag. 6 sentenza Tribunale).

4.6. Ebbene, nel caso di specie, l'errore invocato dagli odierni ricorrenti esula dalla nozione di errore di fatto essenziale e riconoscibile, traducendosi semplicemente in una falsa rappresentazione avente ad oggetto il valore del bene e, quindi, la convenienza stessa dell'affare concluso dalle parti contraenti.

5. Con il quarto motivo di ricorso si deduce il vizio di omessa motivazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, con riferimento all'art. 1418 c.c., comma 1, artt. 1419 e 1725 c.c., per non aver il Giudice di merito statuito in ordine alla difformità dei modelli di incarico predisposti dalla D. Immobiliare rispetto alla modulistica di settore approvata e recepita da F.I.A.I.P. e dalle Camere di Commercio.

6. Con il quinto motivo di ricorso si deduce l'omessa motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5 con riferimento all'art. 1418 c.c., comma 1, artt. 1419 e 1725 c.c., per non aver il Tribunale di Roma proceduto all'esame delle clausole di cui agli artt. 6 e 7 del contratto di mediazione, rispettivamente disciplinanti la durata del vincolo negoziale ed il diritto di esclusiva, sulle quali sarebbe mancata la trattativa.

7. Con il sesto motivo di ricorso si deduce l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5 con riferimento all'art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., per aver il Giudice di merito errato nell'applicazione del c.d. fatto notorio concernente la documentazione prodotta dai ricorrenti in relazione alla stima del valore dell'immobile effettuata da altre agenzie, con ciò disattendo le norme di cui agli artt. 2697 c.c. e ss., in materia di onere della prova.

8.I motivi, che vanno esaminati congiuntamente per la loro connessione, sono inammissibili.

8.1. I ricorrenti, nella formulazione delle suddette doglianze, si sono limitati ad addurre, in violazione del principio di autosufficienza di cui all'art. 366 c.p.c., critiche generiche alla sentenza impugnata, impedendo a codesta Corte di avere una completa cognizione del significato e della portata delle censure formulate.

8.2. I motivi di cui ai nn. 4 e 5 del ricorso, oltre ad essere privi del summenzionato carattere della completezza ed esaustività, risultano, altresì, estranei al thema decidendum del giudizio, con conseguente violazione del consolidato orientamento di questa Corte, secondo cui i motivi di ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che abbiano formato oggetto del thema decidendum del giudizio di secondo grado, fissato dalle impugnazioni e dalle richieste delle parti (Cass. civ., sez. II, 11/08/1990, n. 8230).

8.3. Non può, pertanto, alla stregua delle considerazioni svolte, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, che ha ad oggetto il fatto storico e non la diversa ricostruzione delle emergenze istruttorie da parte del giudice di merito, con motivazione che deve assicurare il "minimo costituzionale" (Cassazione civile sez. un., 07/04/2014, n. 8053.

8.4. Anche il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione è inammissibile perchè presuppone come ancora vigente il controllo di legittimità sulla motivazione della sentenza nei termini in cui esso era possibile prima della modifica dell'art. 360 c.p.c., n. 5, apportata dal D.L n. 83 del 2012, convertito - nella L. n. 134 del 2012, essendo viceversa denunciabile soltanto l'omesso esame di uno specifico fatto decisivo che sia stato oggetto di discussione tra le parti (Cass. civ., SS.UU., Sent. n. 8053/2014).

 

P.Q.M.

Accoglie il primo ed il terzo motivo di ricorso nei limiti di cui in motivazione, rigetta i restanti, cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti e rinvia al Tribunale di Roma in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Seconda Sezione Civile della Corte di cassazione, il 5 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 18 settembre 2020.


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Revisione dell'assegno divorzile per giustificati motivi sopravvenuti.

In tema di revisione dell'assegno divorzile, ai sensi dell'art. 9 della legge n. 898 del 1970, il mutamento sopravvenuto delle condizioni patrimoniali delle parti attiene agli elementi di fatto e rappresenta il presupposto necessario che deve essere accertato dal giudice perché possa procedersi al giudizio di revisione dell'assegno, da rendersi, poi, in applicazione dei principi giurisprudenziali attuali. Ne consegue che consentire l'accesso al rimedio della revisione attribuendo alla formula dei "giustificati motivi" un significato che includa la sopravvenienza di tutti quei motivi che possano far sorgere un interesse ad agire per conseguire la modifica dell'assegno, ricomprendendo tra essi anche una diversa interpretazione delle norme applicabili avallata dal diritto vivente giurisprudenziale, è opzione esegetica non percorribile poiché non considera che la funzione della giurisprudenza è ricognitiva dell'esistenza e del contenuto della "regula iuris", non già creativa della stessa. 

(Cassazione civile, sez. I, 20 Gennaio 2020. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Maria Giovanna C. Sambito)

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Concezione soggettiva della condizione di intollerabilità della convivenza.

In tema di separazione personale dei coniugi, la condizione di intollerabilità della convivenza deve essere intesa in senso soggettivo, non essendo necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere dalla condizione di disaffezione e distacco di una sola delle parti, che sia verificabile in base a fatti obiettivi, come la presentazione stessa del ricorso ed il successivo comportamento processuale, con particolare riferimento alle risultanze negative del tentativo di conciliazione, dovendosi ritenere venuto meno, al ricorrere di tali evenienze, quel principio del consenso che caratterizza ogni vicenda del rapporto coniugale.

(Cassazione civile, sez. I, 05 Agosto 2020. Pres. Valitutti. Est. Solaini)

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La Cassazione chiarisce il termine a quo della prescrizione decennale per il rimborso del mantenimento del figlio naturale.

Con ordinanza n. 16561 depositata il 31 luglio 2020 la Corte di Cassazione ha stabilito che il genitore che ha riconosciuto il figlio, e che sia adempiente agli obblighi di mantenimento, ha diritto al rimborso pro quota delle spese di mantenimento. Tale diritto non incorre nell'ordinaria prescrizione decennale prima del passaggio in giudicato della sentenza che accerta la filiazione naturale (Cass. civ. Sez. I, Ord., 31.7.2020, n. 16561).

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Sì al parental control su cellulari e computer dei figli adolescenti.

Nel corso di un giudizio di divorzio i coniugi, residenti in regioni diverse e genitori di due gemelli quattordicenni, scoprono la presenza di materiale pedopornografico sul cellulare dei figli, ricevuto tramite una chat di WhatsApp a cui partecipavano un centinaio di adolescenti; nonché di due video trasgressivi girati da uno dei due ragazzi. Il Tribunale richiama la madre, con la quale i minori convivono prevalentemente, a un maggiore controllo dei figli, anche in considerazione della delicata fase adolescenziale che questi trascorrono; stabilisce che i contenuti presenti sui telefoni cellulari e computer usati dai minori siano costantemente supervisionati da entrambi i genitori, anche tramite l’applicazione dei necessari dispositivi di filtro, al fine di evitare la comparsa di materiali non adatti all’età e alla formazione educativa dei ragazzi; e dispone per il periodo estivo il loro collocamento prevalente presso il padre, in considerazione dell’importanza di salvaguardare il più possibile il ruolo e la presenza della figura paterna nonostante la distanza abitativa. La sentenza del Tribunale di Parma del 5 agosto 2020, n. 698, ha sicuramente il merito di aver ribadito che tra i poteri-doveri che il codice civile, ma ancor prima la Costituzione all’art. 30, assegna ai genitori, vi è innanzitutto quello di educare i propri figli, e che dunque il controllo e l’imposizione del genitore non solo sono leciti, ma diventano doverosi ogni qual volta si tratti di impartire ai figli quantomeno quel minimo di disciplina comportamentale, conforme ai principi costituzionali e alle norme penali, indispensabile per una civile convivenza, sia all’interno della famiglia, sia al di fuori di essa; come pure quando ciò sia oggettivamente ed effettivamente giustificato dalla necessità di proteggere il figlio dal pericolo concreto di un serio pregiudizio. Non c’è dubbio che oggi il web rappresenti una delle principali insidie per i minori, in quanto potenzialmente in grado di condurli ad abbracciare disvalori e a tenere condotte illegali e antisociali, così come di esporli a pericoli anche gravi per la loro incolumità psicofisica. Dunque, al fine di proteggerlo da tali rischi, il genitore ha il potere e il dovere di controllare l’attività del figlio su internet e sui social, anche tramite l’attivazione di sistemi c.d. di parental control, e quindi di intervenire laddove si renda necessario.

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Cognome della coppia unita civilmente.

Non sono fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 3, lett. c), n. 2), D.Lgs. n. 5/2017, in riferimento agli artt. 2, 3, 11, 76 e 117, comma 1, Cost., quest'ultimo in relazione all'art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con L. 4 agosto 1955, n. 848, e agli artt. 1 e 7 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007. Ed infatti, la natura paritaria e flessibile della disciplina del cognome comune da utilizzare durante l'unione civile e la facoltà di stabilirne la collocazione accanto a quello originario - anche in mancanza di modifiche della scheda anagrafica - costituiscono garanzia adeguata dell'identità della coppia unita civilmente e della sua visibilità nella sfera delle relazioni sociali in cui essa si trova ad esistere.

(Corte cost., 22/11/2018, n. 212)

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Riconoscimento di un minore concepito mediante il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita.

Il riconoscimento di un minore concepito mediante il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo da parte di una donna legata in unione civile con quella che lo ha partorito, ma non avente alcun legame biologico con il minore, si pone in contrasto con l'art. 4, comma 3, della legge n. 40 del 2004 e con l'esclusione del ricorso alle predette tecniche da parte delle coppie omosessuali, non essendo consentita, al di fuori dei casi previsti dalla legge, la realizzazione di forme di genitorialità svincolate da un rapporto biologico, con i medesimi strumenti giuridici previsti per il minore nato nel matrimonio o riconosciuto.

(Cass. civ. Sez. I, 22/04/2020, n. 8029)

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Tre anni di convivenza dopo le nozze: no alla delibazione della sentenza di nullità del matrimonio religioso.

La Cassazione civile, sez. II, con ordinanza del 17 settembre 2020, n. 19329, ha stabilito che la sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio canonico non può essere delibata e resa efficace nell’ordinamento italiano se i coniugi, dopo la celebrazione del matrimonio, hanno convissuto come tali per uno spatium temporis superiore a tre anni ostando a ciò i principi di ordine pubblico italiano.

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E' dovere anche dei figli maschi di occuparsi dei genitori anziani.

Con ordinanza n. 14477/2020 depositata il 9 luglio, la Corte di cassazione ha ribadito che spetta tanto alle figlie quanto ai figli occuparsi dei genitori anziani e che di conseguenza il ricorrente, pur avendo altri due figli, non ha perduto per effetto della morte dell'unica figlia la ragionevole probabilità di un mutuum adiutorium negli anni a venire.

(Cass. Civ., Ord., 9.7.2020, n. 14477).

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La Cassazione: il minore è parte del processo che lo riguarda.

L'attribuzione ai minori del concetto di "parte" del processo si esprime non nella necessità di una partecipazione "formale" (implicata dalla nozione di parte in senso proprio), ma nel diritto del minore di essere ascoltato ai fini del merito, in quanto parte sostanziale: soggetto portatore di interessi comunque diversi, quando non in certi casi anche contrapposti, da quelli dei genitori.

Secondo la Cassazione, i minori non possono considerarsi parti vere e proprie (formali) del procedimento finché la legittimazione processuale non sia loro attribuita da una specifica disposizione di legge. I minori sono in tal senso portatori di interessi diversi da (o in qualche caso contrapposti a) quelli dei genitori, sia in sede di affidamento sia in sede di disciplina dei diritti correlati, e per tale profilo sono qualificati parti. Lo sono però solo in senso sostanziale, infatti la finalità del loro ascolto è funzionale alla miglior tutela dei relativi interessi, cosicché il mancato ascolto non determina alcuna nullità (procedimentale), nè la regressione del procedimento che ne dovrebbe altrimenti conseguire secondo il disposto ex art. 354 c.p.c.; determina invece la possibilità di impugnare nel merito la decisione finale, in quanto adottata pretermettendo il dato essenziale della valutazione delle opinioni del minore.

(Cass. civ., Sez. I, 30.7.2020, n. 16410).

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Danni da infiltrazioni. Il Condominio deve dimostrare il caso fortuito.

Il Tribunale di Teramo, con la sentenza n. 685 del 4 settembre, ha stabilito che il proprietario non è tenuto a pagare per i lavori di riparazione del tetto, causa di infiltrazioni al suo appartamento, se il condominio non prova il caso fortuito o un fattore esterno che escluda la propria responsabilità.

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Per il mantenimento del figlio minore vige il principio di proporzionalità.

L'art. 155 c.c., nell'imporre a ciascuno dei coniugi l'obbligo di provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, individua, quali elementi da tenere in conto nella determinazione dell'assegno, oltre alle esigenze dei figli, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza, i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti, nonché, appunto, le risorse economiche di entrambi i genitori. Lo stabilisce la Cassazione civile, sez. VI-1, sentenza 16 settembre 2020, n. 19299

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Il giudice di legittimità può sindacare le modalità di esercizio del diritto di visita solo se il giudice di merito si è ispirato a criteri diversi da quello dell’esclusivo interesse del minore.

I giudici di legittimità, con ordinanza n. 24937/2019, hanno precisato che nonostante il fatto che il minore sia collocato presso uno soltanto dei genitori, questo non preclude la configurabilità dell'affido condiviso, il quale si prospetta anche nel caso in cui il minore viva con uno soltanto dei genitori, osservando specifiche modalità di visita con l'altro. 

Le modalità concrete di esercizio del diritto di visita, inoltre, sono sempre disposte dal giudice di merito e, conseguentemente, non costituiscono oggetto di sindacato di legittimità. La Corte di Cassazione, confermando l’orientamento consolidato in tema di diritto di visita del genitore, ha stabilito che il giudice di legittimità può esprimersi in merito a tali profili solo “allorché il giudice di merito si sia ispirato, nel disciplinare le frequentazioni del genitore non convivente con il minore, a criteri diversi da quello fondamentale previsto dall’articolo 155 c.c. dell’esclusivo interesse del minore”.

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L’accordo transattivo intervenuto dopo il divorzio è idoneo a disciplinare i rapporti patrimoniali tra gli ex coniugi.

Secondo la Sentenza n. 36392/2019 della VI Sezione Penale della Corte di Cassazione, “l’accordo transattivo relativo alle attribuzioni patrimoniali, concluso tra le parti ai margini di un giudizio di separazione o di divorzio, ha natura negoziale e produce effetti senza necessità di essere sottoposto al giudice per l’omologazione”. Pertanto non si configura la fattispecie penale di omesso versamento dell’assegno divorzile per l’ex coniuge che rispetta tale accordo.

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La mala gestio del condominio va sempre provata.

Per individuare la mala gestio del condominio occorre provare il nesso causale tra sospensione lavori e danni subiti. Nel caso analizzato dalla Corte di Cassazione (ordinanza n. 14711 del 10 luglio 2020) la ditta incaricata allo svolgimento dei lavori di manutenzione del fabbricato avrebbe abbandonato i lavori a causa del mancato pagamento degli stessi. La Cassazione condivide l'assunto della Corte d'appello: la società ricorrente non avrebbe fornito la prova dell'esistenza del nesso causa-effetto tra l'evento e il pregiudizio subito. In altre parole, la società avrebbe omesso di fornire la prova sul concatenamento tra l'omesso versamento degli oneri condominiali, l'inerzia dell'amministratore, il mancato pagamento nei confronti dell'appaltatore e la sospensione dei lavori circostanza che, da ultimo, avrebbe determinato (secondo il ricorrente) il crollo del valore degli immobili il che, a cascata, avrebbe costretto la società alla vendita (o meglio, alla svendita) del proprio patrimonio immobiliare ad un prezzo notevolmente inferiore rispetto ai valori di mercato.

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Ascensore. Innovazione pregiudizievole. Serve il consenso unanime dei condomini.

Per individuare la mala gestio del condominio occorre provare il nesso causale tra sospensione lavori e danni subiti. Nulla la delibera dell'assemblea, non adottata ad unanimità, per l'installazione dell'ascensore che riduce lo spazio dei pianerottoli, pregiudica e limita la luce e la veduta delle finestre è nulla. La Corte d'appello di Roma, con sentenza n. 3449 del 14 luglio, ha ritenuto esente da censure la pronuncia del giudice di 1° grado che, sulla base degli accertamenti eseguiti dal CTU, ha ritenuto che l'opera fosse vietata dalla normativa degli artt. 1102 e 1120 c.c. in quanto l'uso più intenso del bene comune da parte di alcuni condomini non consentiva il pari uso degli altri, mutava la destinazione naturale dello stesso, ledeva il decoro architettonico dell'edificio comportando una modifica e riduzione dei pianerottoli, una importante e pregiudizievole limitazione della luce e veduta delle finestre, incideva sul diritto di ciascuno all'uso delle parti comuni in quanto comprometteva il godimento della colonna d'aria e di luce e della funzione naturale del bene essendo le finestre destinate a dare aria e luce all'edificio.

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Lavori straordinari. Con l'approvazione assembleare si legittima l'amministratore a riscuotere i contributi.

Nessun ostacolo alla riscossione dei contributi per interventi straordinari nei confronti dei condomini morosi se vi è la mancata approvazione del consuntivo. La delibera dell'assemblea, che dispone l'esecuzione degli interventi straordinari, ha "ex se" valore costitutivo della relativa obbligazione di contribuzione, per cui l'amministratore di condominio, in forza dell'art. 1130, n. 3, c.c., è comunque munito di legittimazione all'azione per il recupero degli oneri condominiali promossa nei confronti del condomino moroso (Cass. civ., Ord., 23 luglio 2020, n. 15696).

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Spese dei lavori di manutenzione. Solo con l'unanimità si possono derogare le tabelle millesimali.

La Cassazione, con ordinanza n. 18044 del 28 agosto 2020, ha stabilito che la deroga alle tabelle millesimali, sui criteri di ripartizione delle spese condominiali, è possibile solo se approvata ad unanimità. Nel caso analizzato, viene impugnata la deliberazione assembleare che determinava le quote di alcuni lavori di riparazione e miglioramento sismico dell'edificio. 

In tema di condominio, mentre la deliberazione che approva le tabelle millesimali, non ponendosi come fonte diretta dell'obbligo contributivo del condomino, non deve essere approvata con il consenso unanime dei condòmini, la tabella da cui risulti espressamente che si sia inteso derogare al regime legale di ripartizione delle spese rivela, viceversa, natura contrattuale.

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Assegno divorzile per l'ex e il figlio minorenne: solo al figlio spetta il mantenimento dello stesso tenore di vita.

Con sentenza 23 luglio 2020, n. 15774, la Corte di Cassazione, sez. I civile, circa la funzione ed i criteri di determinazione dell’assegno divorzile a favore dell’ex coniuge ex art. 5, comma 6, della L. 898/70, ha confermato l’orientamento giurisprudenziale da ultimo formatosi e consolidatosi nella giurisprudenza di legittimità relativo alla funzione compensativa/perequativa di detto assegno e sulla conseguente necessità di determinarne l’entità in ragione del dimostrato sacrificio delle aspirazioni e prospettive economiche dell’ex coniuge istante a favore della conduzione della vita familiare nonché del concreto apporto da questo dato al patrimonio familiare. Cassa perciò, con rinvio, l’impugnata sentenza della Corte d’Appello di Milano che, in linea con il precedente orientamento giurisprudenziale sussistente al momento di tale pronuncia, aveva ritenuto l’assegno divorzile a favore dell’ex coniuge con funzione assistenziale e di entità da commisurarsi, tra l’altro, al tenore di vita goduto dall’ex coniuge istante in costanza di matrimonio. Quanto all’assegno divorzile per il mantenimento del figlio minorenne, la Corte di Cassazione conferma invece la decisione dei precedenti giudici di merito di ritenere, ai sensi dell’art. 337-ter, comma 4, cod. civ., che l’entità di detto assegno vada commisurata, tra l’altro, al tenore di vita goduto dal figlio minorenne in costanza della convivenza con entrambi i genitori.

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Autovelox sul lato opposto della strada: la sanzione è illegittima.

La Cassazione, con l'ordinanza del 23 luglio 2020, n. 15760, ribadisce l’orientamento precedentemente seguito nel disegnare il perimetro di legalità riferito alla contestazione della violazione amministrativa di cui all’art. 142 del codice della strada fondata sull’accertamento della violazione eseguito a mezzo di autovelox, il cui verbale è affetto da illegittimità derivata se nonostante il decreto prefettizio abbia previsto la legittima installazione dell'autovelox lungo un solo senso di marcia, l'accertamento sia stato invece effettuato mediante la rilevazione di un autovelox posizionato sul contrapposto senso di marcia, difettando “a monte” l'adozione di uno specifico provvedimento autorizzativo.

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Niente addebito al marito traditore se la moglie ne accetta i tradimenti per anni.

Per la Cassazione, non scatta l'addebito della separazione per il marito infedele se la moglie ne accetta i tradimenti per anni e nonostante tutto continua a conviverci. 

Con l'ordinanza n. 16691/2020 la Cassazione respinge il ricorso di una moglie che, in sede di merito, si vede rigettare la richiesta di addebito della separazione al marito perché ha tollerato per anni l'infedeltà del coniuge con cui ha continuato a convivere. Senza nesso di causa tra tradimenti e sopravvenuta intollerabilità della convivenza, quindi, niente addebito al marito traditore.

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Il Dpcm che ha dichiarato l'emergenza sanitaria Covid 19 è illegittimo?

Il Giudice di Pace di Frosinone, con la sentenza n. 516/2020, accoglie il ricorso di un cittadino, multato per aver violato il divieto di spostamento imposto durante il lockdown, in quanto il Dpcm che ha dichiarato lo stato di emergenza e i successivi, che hanno imposto un obbligo generalizzato di permanenza domiciliare sono illegittimi per le seguenti ragioni:

1. perché il dlgs n. 1/2018 contenente il Codice della Protezione Civile all'art. 7 qualifica come eventi emergenziali quelli legati a eventi calamitosi naturali o derivanti dall'attività dell'uomo, senza che vengano menzionati fenomeni di natura sanitaria; 

2. perché in base al testo della Costituzione il Governo può esercitare poteri peculiari solo in stato di guerra. 

3. La dichiarazione dello stato di emergenza adottata dal Consiglio dei Ministri il 31 gennaio 2020 quindi è illegittima perché esercitata in assenza di una legittimazione legale o costituzionale. 

4. Stante l'illegittimità del Dpcm iniziale, che è un atto di Alta Amministrazione e quindi non un atto legislativo, devono considerarsi illegittimi tutti gli atti amministrativi conseguenti emanati nei mesi successivi, con conseguente disapplicazione da parte del Giudice di Pace. 

5.Il GdP segnala infine come i Dpcm sono illegittimi perché emanati in assenza di una preventiva delega, come accade invece per i decreti legislativi.

Per il Giudice di Pace occorre inoltre considerare che, per contrastare la diffusione del Covid19, è stata limitata fortemente la libertà di movimento dei cittadini, salvi i casi di comprovate esigenze lavorative, di saluti o di necessità. Un divieto così ampio e generale ha imposto nella sostanza un obbligo di permanenza domiciliare, che è una misura sanzionatoria restrittiva della libertà personale contemplata dal nostro ordinamento penale. L'art. 13 della Costituzione prevede infatti che le misure restrittive personali possono essere imposte solo su atto motivato del giudice. Nemmeno una legge quindi può imporre un obbligo di permanenza domiciliare generale a tutti i cittadini. Poiché nel caso di specie tale obbligo è stato imposto da un Dpcm, che è un atto amministrativo, il giudice deve procedere alla sua disapplicazione perché illegittimo.

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Area condominiale adibita a parcheggio.

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 5059/2020, ha ribadito che in mancanza di una espressa riserva di proprietà nel titolo originario di costituzione del condominio, i cortili e le aree destinate a parcheggio rientrano nell'elenco dei beni condominiali di cui all'art. 1117 c.c. Pertanto, la loro trasformazione in un'area destinata alla istallazione, con stabili opere edilizie, di box e autorimesse, a beneficio di alcuni soltanto dei condomini, comporta "sia un'alterazione della consistenza strutturale della cosa comune, sia una sottrazione della destinazione funzionale della stessa". La Suprema Corte, infatti, ribadisce che l'uso della cosa comune da parte di ciascun condomino è soggetto, ai sensi dell'art. 1102 c.c., al duplice divieto di alterarne la destinazione e di impedire agli altri partecipanti di fare parimenti uso della cosa stessa secondo il loro diritto. Si è ritenuto quindi "configuri un abuso agli effetti dell'art. 1102 c.c. la condotta del condomino consistente nella stabile occupazione - mediante il parcheggio per lunghi periodi di tempo della propria autovettura - di una porzione del cortile comune, poiché impedisce agli altri condomini di partecipare all'utilizzo dello spazio comune, ostacolandone il libero e pacifico godimento e alterando l'equilibrio tra le concorrenti ed analoghe facoltà".

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La stipula di un mutuo consente la riduzione dell'assegno di mantenimento.

Il mutuo contratto dal marito per liquidare la sorella nell'ambito di un accordo conciliativo relativo alla divisione ereditaria nell'ambito della sua famiglia depone per una diminuzione di reddito, piuttosto che per un suo incremento, e giustifica, pertanto, la riduzione dell'assegno di mantenimento in favore della moglie. 

(Cass. civ., Sez. VI-1, 30.6.2020, n. 13184).

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Revoca dell’assegnazione della casa familiare: non impone l’adeguamento delle statuizioni economiche.

La Corte di cassazione, con l’ordinanza Sez. 1 -6, n. 16286 del 30 luglio 2020, affronta, sotto due distinti profili, la questione dei presupposti e degli effetti della revoca dell’assegnazione della casa coniugale disposta, nel caso di specie dalla Corte di appello di Brescia, con la sentenza di divorzio. In particolare, la Suprema Corte ha ribadito il principio secondo cui è estranea alla valutazione circa l’assegnazione della casa familiare qualsivoglia profilo relativo alla ponderazione tra interessi di natura solo economica dei coniugi o dei figli, ove in tali valutazioni non entrino in gioco le esigenze della prole di rimanere nel quotidiano ambiente domestico, ai sensi dell'attuale art. 337 sexies cod. civ. (in tal senso, Cass. civ., Sez. 1, n. 25604 del 12/10/2018). Sotto un diverso profilo, si afferma che, ai fini della revoca dell'assegnazione della casa coniugale all’ex coniuge (nella specie, collocatario di un figlio maggiorenne con grave deficit psico-fisico), è richiesto un accertamento rigoroso del venir meno dell'esigenza abitativa con carattere di stabilità, e dunque di irreversibilità, in considerazione del prioritario interesse della prole convivente con l'assegnatario, nonché dei sopravvenuti fatti modificativi delle condizioni economiche di ciascuno dei coniugi, in funzione dell’eventuale adeguamento delle statuizioni economiche. 

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Grande conflittualità tra i coniugi: per la Cassazione niente affido condiviso del figlio.

La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 5604/2020, si è pronunciata in merito all’adeguatezza dell’affido congiunto del figlio minore nei casi in cui, tra i genitori, vi sia una situazione di grave conflittualità. 

La vicenda sottoposta alla Suprema Corte vedeva come protagonisti una coppia di genitori che, essendo incapaci di elaborare in modo adeguato il fallimento della loro relazione e del loro progetto di vita comune, avevano dato origine ad una situazione di grande conflittualità. Alla luce di tale situazione, il Tribunale rigettava la domanda di affido condiviso presentato dalla coppia, e sospendeva la loro responsabilità genitoriale, affidando il minore al Comune di residenza con collocazione prevalente presso la madre. Tale decisione veniva, poi, confermata anche dalla Corte d’Appello, secondo cui, stante l’elevata conflittualità dei genitori, era da escludere l’affido condiviso del figlio. Il caso giunge poi dinanzi alla Corte di Cassazione. 

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando quanto disposto dalla Corte d’Appello. Secondo i Giudici di legittimità, infatti, quest’ultima ha fornito una motivazione molto ampia e dettagliata della propria decisione, descrivendo come i due genitori fossero incapaci di esercitare in modo idoneo la propria responsabilità genitoriale. Come deciso dai giudici di merito, dunque, la soluzione migliore per gli interessi del minore non può che consistere nel suo affidamento al Comune di residenza, considerato che gli stessi Servizi Sociali interpellati hanno evidenziato la sussistenza di un clima di assoluta conflittualità tra le parti, in cui entrambi i genitori cercano di screditare la figura dell’altro, senza dimostrare in alcun modo una seppur minima intenzione di affrontare un percorso di mediazione.

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Sulla sentenza parziale di separazione.

Con l'ordinanza n. 12057 del 22 giugno 2020 la Corte di Cassazione chiarisce in merito ai rapporti tra sentenza parziale di separazione /divorzio e pronuncia di accertamento sulla domanda di addebito, precisando che: 

a)  l'articolo 709 bis c.p.c. prevede espressamente la possibilità' di emettere una pronuncia immediata di separazione tra coniugi separatamente dalla pronuncia sulla domanda di addebito; 

b) Il legislatore ha quindi previsto, sia nel giudizio di separazione personale dei coniugi (articolo 709 bis c.p.c.) sia nel giudizio per lo scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio (L. n. 898 del 1970, articolo 4, comma 12), che il Tribunale emetta sentenza non definitiva relativa, rispettivamente, alla separazione o al divorzio. 

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Cassazione: il diritto dei nonni di frequentare i nipoti può essere limitato in caso di conflitto con i loro genitori.

Secondo la Corte di Cassazione (ordinanza n.9145/2020) "il diritto di instaurare e mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni, riconosciuto agli ascendenti dall'art. 317 bis c.c., costituisce una posizione soggettiva piena soltanto nei confronti dei terzi, rivestendo invece una portata recessiva nei confronti dei minori, titolari dello speculare quanto prevalente diritto di conservare rapporti significativi con i parenti: è stato, infatti, precisato che tale diritto non ha carattere incondizionato, essendo il suo esercizio subordinato ad una valutazione del giudice avente di mira l'interesse esclusivo del minore, e potendo quindi essere escluso o assoggettato a restrizioni qualora non risulti funzionale ad una crescita serena ed equilibrata di quest'ultimo, in quanto la frequentazione con i nonni comporti per lui turbamento e disequilibrio affettivo”.

Nel caso di specie, pur dando atto dell'atteggiamento di chiusura manifestato dai genitori, in dipendenza della soggettiva attribuzione alle iniziative legali del nonno della finalità di legittimare la moglie nel ruolo di nonna, da essi non gradito, La Corte ha comunque ritenuto di dover considerare prevalente, nella situazione di conflitto originatasi, l'interesse delle minori a crescere in un clima di serenità, anche a costo di un parziale sacrificio del rapporto con l'ascendente.

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Assegno di divorzio ridotto in caso di eredità e se il matrimonio dura poco.

Secondo la Cassazione l'assegno di divorzio va ridotto se il matrimonio dura poco e se una delle parti eredita consistenti somme di denaro/immobili. 

In particolare, "la revisione dell'assegno divorzile di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 9, postula l'accertamento di una sopravvenuta modifica delle condizioni economiche degli ex coniugi idonea a mutare il pregresso assetto patrimoniale realizzato con il precedente provvedimento attributivo dell'assegno, secondo una valutazione comparativa delle loro condizioni, quale presupposto fattuale (dei "giustificati motivi" di cui parla l'art. 9) necessario per procedere al giudizio di revisione dell'assegno, da rendersi, poi, in applicazione dei principi giurisprudenziali attuali (cfr. Cass. n. 1119 del 2020)". Va quindi verificato "se siano sopravvenuti elementi fattuali idonei a destabilizzare l'assetto patrimoniale in essere, nel qual caso il giudice di merito dovrà fare applicazione dei nuovi principi, quali emergenti dalle recenti pronunce di questa corte in materia da ultimo, Cass. n. 21234 e 21228 del 2019), per modificarlo e adeguarlo all'attualità".

Nel caso specifico, il giudice di merito non ha tenuto conto di numerosi elementi fattuali: "non ha considerato la non trascurabile eredità (consistente in denaro e un immobile) acquisita dalla G.; i sopravvenuti oneri familiari dell'obbligato derivanti dal nuovo matrimonio, cui è collegato il sorgere di nuovi obblighi di carattere economico, la cui rilevanza è riconosciuta dalla giurisprudenza quale circostanza sopravvenuta che può portare alla modifica delle condizioni originariamente stabilite (cfr. Cass. n. 6289 del 2014, n. 14175 del 2016); ha mancato di accertare la disponibilità di ulteriori fonti di reddito sopravvenute da parte della G.; lo stesso reddito del M. è stato determinato dal giudice di merito in un importo contestato dal ricorrente senza indicare la fonte del proprio convincimento; inoltre, la limitata durata del vincolo matrimoniale (sei anni) potrebbe assumere nuova luce se si considera che l'assegno divorzile è stato di fatto corrisposto per diversi anni dal momento in cui è stato attribuito e determinato (con sentenza del 2013), al fine di giustificare potenzialmente una attualizzazione dell'assetto patrimoniale post-coniugale, in applicazione di un criterio, qual è quello della durata del matrimonio, rilevante anche ai fini della revisione delle condizioni patrimoniali degli ex coniugi (cfr. L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, come modificato dalla L. n. 74 del 1987)". La Corte dunque accoglie il ricorso, cassa il provvedimento impugnato e rinvia nuovamente alla Corte d'Appello competente.

(Cass. civ. Sez. VI - 1, Ord., (ud. 14/02/2020) 05-06-2020, n. 10647)

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Coppie gay, il nome della madre intenzionale non può essere scritto negli atti di stato civile insieme a quello della madre naturale.

Posto che nell'ordinamento italiano una sola persona ha diritto di essere menzionata come madre nell'atto di nascita, in virtù di un rapporto di filiazione che presuppone il legame biologico e/o genetico con il nato, ne consegue che il divieto di doppia maternità si applica agli atti di nascita formati o da formare in Italia, a prescindere dal luogo dove sia avvenuta la pratica fecondativa.

(Cass. civ. Sez. I, 03/04/2020, n. 7668)

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Il marito che ruba alla moglie la credenziali dell’home banking rischia condanna penale.

Secondo la Cassazione (Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 23/09/2019) 03-04-2020, n. 11288), il marito che ruba alla moglie la credenziali dell’home banking va incontro alla condanna per il reato di «Detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici» previsto dall'art. 615-quater c.p.

Più precisamente, il predetto articolo testualmente recita: "Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto o di arrecare ad altri un danno, abusivamente si procura, riproduce, diffonde, comunica o consegna codici, parole chiave o altri mezzi idonei all'accesso ad un sistema informatico o telematico, protetto da misure di sicurezza, o comunque fornisce indicazioni o istruzioni idonee al predetto scopo, è punito con la reclusione sino ad un anno e con la multa sino a euro 5.164. La pena è della reclusione da uno a due anni e della multa da euro 5.164 a euro 10.329 se ricorre taluna delle circostanze di cui ai numeri 1) e 2) del quarto comma dell'articolo 617-quater".


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Illecito endofamiliare (in pillole).

-  La categoria dell'illecito endofamiliare non è oggetto di specifica tipizzazione normativa, ma, come evidenziato dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, questo non deve indurre a ritenere che l'illecito avente le proprie radici all'interno del tessuto familiare trovi la sua sanzione esclusivamente nel diritto di famiglia, bensì impone un raccordo tra la disciplina sanzionatoria specifica dei rapporti familiari e quella dell'illecito civile extracontrattuale (Cass. sez. III, 7 marzo 2019, n.6598).

-  L'illecito endofamiliare comprende al suo interno una molteplicità di ipotesi che hanno come comune presupposto logico-giuridico la lesione del diritto inviolabile della dignità e della personalità di ogni componente del nucleo familiare quale conseguenza di una violazione dei doveri familiari e rientra nell'ambito del danno esistenziale, ossia non patrimoniale.

-  Poiché sia configurabile l'illecito endofamiliare è necessario che sussistano i seguenti elementi costitutivi: 
-) condotta dolosa o colposa; 
-) il nesso causale tra la condotta e l'evento di danno che deve qualificarsi come ingiusto; 
-) danno derivante dalla condotta (danno-conseguenza).

-  La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha chiarito che l'onere della prova ricade sulla parte che richiede il risarcimento del danno.

-  Il danno endofamiliare sfugge a precise quantificazioni e pertanto viene liquidato in via equitativa ex art. 1226 c.c.


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Cassazione: la Corte d’Appello adita in sede di reclamo avverso l’ordinanza del Presidente del Tribunale non deve statuire sulle spese.

In tema di separazione dei coniugi, la Corte d’Appello adita in sede di reclamo avverso l’ordinanza del Presidente del Tribunale, ai sensi dell’art. 708 c.p.c., non deve statuire sulle spese del procedimento, poiché, trattandosi di provvedimento adottato in pendenza della lite, resta riservato al tribunale provvedere sulle spese nella sentenza emessa a conclusione del giudizio anche per la fase di reclamo. (massima ufficiale)

(Cassazione civile, sez. I, 30 Aprile 2020, n. 8432. Pres. Giancola. Est. Mercolino.)

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Calcolo dell'assegno divorzile: i parametri della Corte d'Appello di Roma.

Con provvedimento del 12 marzo 2020, la Corte d'Appello di Roma ha specificato che in sede di calcolo dell'assegno divorzile il giudice, in prima battuta, procede alla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali delle parti e, qualora risulti l'inadeguatezza dei mezzi del richiedente o, comunque, l'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, ne accerta le cause in base ai parametri dell'art. 5, comma 6, prima parte, L. n. 898/1970, appurando se quella sperequazione sia o meno conseguenza del contributo fornito dal medesimo istante alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno dei due, con sacrificio delle proprie aspettative professionali e reddituali, in relazione all'età e alla durata del matrimonio, quindi quantifica l'assegno parametrandolo non al pregresso tenore di vita familiare, né al parametro della autosufficienza economica, bensì in misura tale da assicurare, all'avente diritto, un livello reddituale adeguato al contributo sopra richiamato.

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Quando può dirsi raggiunta l'indipendenza economica dei figli?

Con l'ordinanza n. 1448 del 23 gennaio 2020, la Corte di Cassazione ha precisato quando il figlio può essere ritenuto economicamente autosufficiente così da escludere il contributo al suo mantenimento da parte del genitore. In particolare:

a) l'obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte di quest'ultimo, ma perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio ha raggiunto l'indipendenza economica; 

b) il raggiungimento di detta indipendenza economica non è dimostrato dal mero conseguimento di una eventuale borsa di studio, correlata ad un dottorato di ricerca, sia per la sua temporaneità sia per la modestia dell'introito in rapporto alle incrementate, presumibili, necessità del beneficiario.

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Il danno all'immagine ed alla reputazione inteso come danno conseguenza non sussiste "in re ipsa".

Il danno all'immagine ed alla reputazione (nella specie, per un articolo asseritamente diffamatorio), inteso come "danno conseguenza", non sussiste "in re ipsa", dovendo essere allegato e provato da chi ne domanda il risarcimento. Pertanto, la sua liquidazione deve essere compiuta dal giudice, con accertamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità, sulla base non di valutazioni astratte, bensì del concreto pregiudizio presumibilmente patito dalla vittima, per come da questa dedotto e dimostrato, anche attraverso presunzioni gravi, precise e concordanti, che siano fondate, però, su elementi indiziari diversi dal fatto in sé, ed assumendo quali parametri di riferimento la diffusione dello scritto, la rilevanza dell'offesa e la posizione sociale della vittima. (massima ufficiale)

(Cassazione civile, sez. III, 18 Febbraio 2020, n. 4005. Pres. Spirito. Est. Francesca Fiecconi.)

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Revisione dell’assegno di mantenimento per i figli.

I provvedimenti in tema di mantenimento dei figli minori di genitori divorziati passano in giudicato, ma essendo sempre rivedibili, divengono definitivi solo "rebus sic stantibus", sicché il giudice in sede di revisione non può procedere ad una diversa ponderazione delle pregresse condizioni economiche delle parti, né può prendere in esame fatti anteriori alla definitività del titolo stesso o che comunque avrebbero potuto essere fatti valere con gli strumenti concessi per impedirne la definitività. (Nella specie la S.C. ha confermato il rigetto della domanda proposta dal coniuge onerato del pagamento di un assegno di mantenimento per la prole, il quale aveva introdotto un nuovo procedimento di revisione dell'assegno, invocando fatti modificativi delle condizioni economiche delle parti, intervenuti prima della conclusione di altro procedimento di modifica nel quale essi avrebbero potuto essere fatti valere). (massima ufficiale)

(Cassazione civile, sez. I, 09 Gennaio 2020. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Maria Giovanna C. Sambito.)

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Cessione in godimento del lastrico solare per ripetitore.

Il programma negoziale con cui il proprietario di un lastrico solare intenda cedere in godimento ad altri, a titolo oneroso, la facoltà di installarvi e mantenervi per un certo tempo un ripetitore, o altro impianto tecnologico, con il diritto di mantenere la disponibilità ed il godimento dell'impianto ed asportare il medesimo alla fine del rapporto, può astrattamente essere perseguito sia attraverso un contratto ad effetti reali, sia attraverso un contratto ad effetti personali; la riconduzione del contratto concretamente dedotto in giudizio all'una o all'altra delle suddette categorie rappresenta una questione di interpretazione contrattuale, che rientra nei poteri del giudice di merito. 

Qualora le parti abbiano inteso attribuire al loro accordo effetti reali, lo schema negoziale di riferimento è quello del contratto costitutivo di un diritto di superficie, il quale attribuisce all'acquirente la proprietà superficiaria dell'impianto installato sul lastrico solare, può essere costituito per un tempo determinato e può prevedere una deroga convenzionale alla regola che all'estinzione del diritto per scadenza del termine il proprietario del suolo diventa proprietario della costruzione; il contratto con cui un condominio costituisca in favore di altri un diritto di superficie, anche temporaneo, sul lastrico solare del fabbricato condominiale, finalizzato alla installazione di un ripetitore, o altro impianto tecnologico, richiede l'approvazione di tutti i condomini. 

Qualora le parti abbiano inteso attribuire al loro accordo effetti obbligatori, lo schema negoziale di riferimento è quello del contratto atipico di concessione ad aedificandum di natura personale, con rinuncia del concedente agli effetti dell'accessione; con tale contratto il proprietario di un'area concede ad altri il diritto personale di edificare sulla stessa, di godere e disporre dell'opera edificata per l'intera durata del rapporto e di asportare tale opera al termine del rapporto. Esso è soggetto alla disciplina dettata, oltre che dai patti negoziali, dalle norme generali contenute nel titolo II del libro IV del codice civile (art. 1323 c.c.), nonché, per quanto non previsto dal titolo, dalle norme sulla locazione, tra cui quelle dettate dagli artt. 1599 c.c. e 2643 n. 8 c.c. Ove stipulato da un condominio per consentire ad altri la installazione di un ripetitore, o altro impianto tecnologico, sul lastrico solare del fabbricato condominiale richiede l'approvazione di tutti i condomini solo se la relativa durata sia convenuta per più di nove anni. (massima ufficiale)

(Cassazione Sez. Un. Civili, 30 Aprile 2020, n. 8434. Pres. Mammone. Est. Cosentino)

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Cassazione: legittima la disposizione del Giudice di aggiungere il cognome paterno a quello della madre, se funzionale all'interesse del figlio e alla tutela della sua identità personale


Con l'ordinanza n. 772/2020, la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione si è pronunciata relativamente alla legittimità che al minore riconosciuto dalla madre venga attribuito, oltre al cognome di quest’ultima, anche quello del padre.

La pronuncia in esame trae origine dal decreto con cui il giudice di primo grado aveva accolto la domanda proposta da una donna, disponendo che il figlio di costei assumesse, in aggiunta al suo, anche il cognome del padre naturale, e stabilendo, inoltre, l'affido esclusivo del minore presso la madre.

Il padre del bambino proponeva reclamo presso la Corte d'Appello, la quale, però, lo rigettava.

Il reclamante decideva così di ricorrere dinanzi alla Corte di Cassazione.  Eccependo, in primo luogo, la violazione e falsa applicazione dell'art. 262 del c.c, il ricorrente  contestava l'affermazione dei giudici d'appello secondo cui "l'aggiunta del patronimico non lede l'interesse del minore, che non versa ancora nella fase adolescenziale".        
Secondo l’uomo, infatti, oltre a non essere consentita una distinzione tra minore in fase adolescenziale e minore in fase preadolescenziale, in ogni caso non era stato tenuto conto del fatto che suo figlio avesse già acquisito, nella trama dei rapporti sociali, una definitiva e formale identità attraverso il cognome materno, tale da sconsigliare l'uso del cognome del padre. Pertanto, secondo l'uomo, i giudici di merito non avevano valutato in modo adeguato l'interesse del minore.

Ancora, il ricorrente riteneva che la Corte d'Appello adita non avesse debitamente tenuto conto nemmeno della totale inesistenza di rapporti tra padre e figlio, nonché la sua assoluta inidoneità all'esercizio della responsabilità genitoriale., circostanza, questa, confermata dal fatto che fosse stato disposto l’affido esclusivo in capo alla madre.

Ciononostante, la Suprema Corte dichiarava il ricorso inammissibile.

I giudici di legittimità, infatti, rilevavano come la decisione di merito fosse del tutto conforme alla costante giurisprudenza di legittimità, secondo cui, in tema di attribuzione giudiziale del cognome al figlio nato fuori del matrimonio e riconosciuto in maniera non contestuale dai genitori, "i criteri di individuazione del cognome del minore si pongono in funzione del suo interesse, che è quello di evitare un danno alla sua identità personale, intesa anche come proiezione della sua personalità sociale, avente copertura costituzionale assoluta; la scelta, anche officiosa, del giudice è ampiamente discrezionale e deve avere riguardo al modo più conveniente di individuare il minore in relazione all'ambiente in cui è cresciuto fino al momento del successivo riconoscimento, non potendo essere condizionata dall'esigenza di equiparare il risultato a quello derivante dalle diverse regole, non richiamate dall'art. 262 c.c., che presiedono all'attribuzione del cognome al figlio nato nel matrimonio" (Cass. Civ., n. 12640/2015).

Come già più volte evidenziato dalla Cassazione, infatti, "Il giudice è investito dall'art. 262 commi 2 e 3, c.c. del potere-dovere di decidere su ognuna delle possibilità previste da detta disposizione avendo riguardo, quale criterio di riferimento, unicamente all'interesse del minore e con esclusione di qualsiasi automaticità, che non riguarda nè la prima attribuzione, essendo inconfigurabile una regola di prevalenza del criterio del prior in tempore, nè il patronimico, per il quale non sussiste alcun favor in sè nel nostro ordinamento" (cfr. Cass. Civ., n. 18161/2019; Cass. Civ., n.2644/2011).

Secondo i giudici di legittimità, dunque, la decisione presa dai giudicanti di merito è perfettamente coerente con il principio di diritto per cui "in tema di minori, è legittima, in ipotesi di secondo riconoscimento da parte del padre, l'attribuzione del patronimico, in aggiunta al cognome della madre, purché non gli arrechi pregiudizio in ragione della cattiva reputazione del padre e purché non ne sia lesivo dell'identità personale, ove questa si sia definitivamente consolidata con l'uso del solo matronimico nella trama dei rapporti personali e sociali" (Cass. Civ., n. 26062/2014).

Pertanto, secondo gli Ermellini, la Corte territoriale aveva disposto del tutto legittimamente l'attribuzione al minore del cognome paterno, in aggiunta a quello materno.  I giudici di merito, infatti, avevano preliminarmente individuato il relativo concreto interesse del minore, nonché evidenziato l'auspicabile evoluzione positiva del rapporto con il genitore, anche per effetto dell'assunzione dell'ulteriore cognome, oltre all'interesse del fanciullo a stabilire un legame con gli altri figli del padre e ad affermare e palesare la propria appartenenza alla famiglia paterna.

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Tribunale di Modena: il cittadino straniero ha diritto al ricongiungimento col partner italiano

Tribunale di Modena, 7.2.2020 n. 370.
Il  cittadino straniero ha diritto di fare ingresso nel nostro Paese e di ricongiungersi col partner italiano se intrattiene con quest'ultimo una relazione stabile, anche se non registrata, purché debitamente attestata da documentazione ufficiale . Pertanto, va riconosciuto carattere di ufficialità all'accordo di convivenza sottoscritto dallo straniero e dal partner italiano di fronte all'avvocato, ai sensi dell'art. I, co. 50 e 51 della Legge 76/2016 con disposizione di iscrizione anagrafica del partner straniero privo di autonomo titolo di soggiorno ai fini del mantenimento dell'unità familiare. 

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Cassazione penale: no alla compensazione tra obbligo di mantenimento e credito con l'ex coniuge

La sentenza n. 9553 del 10.03.2020 della VI sezione penale della Corte di Cassazione stabilisce che la concezione penalistica dell'obbligo di mantenimento esclude la compensabilità del proprio debito di mantenimento con un credito pregresso nei confronti dell'ex coniuge. 

Dopo una condanna in Corte di Appello per il reato di cui all’art. 570 c.p., l’imputato ricorreva in Cassazione, deducendo, in particolare, di aver operato la compensazione tra debito di mantenimento e un suo precedente credito con controparte poiché in ogni caso, a differenza dei crediti alimentari, per i crediti di mantenimento (compreso quello del figlio minore) non opera il divieto di cui all'articolo 477 c.c., se a porre la compensazione è il beneficiario.

Gli Ermellini rigettavano il ricorso con le seguenti motivazioni:

a) dalla lettura della documentazione istruttoria non risultava pacifico che fosse stata l'ex moglie dell’imputato a chiedere la compensazione;

b) La definizione penalistica dell’obbligo di mantenimento differisce da quella civilistica. Quest’ultima indica l’obbligo di corrispondere le somme indicate nel provvedimento come mantenimento; la definizione penalistica afferisce invece al dovere di non fare mancare ai beneficiari i mezzi di sussistenza. Non è pertanto possibile escludere la configurabilità dell’art. 570 cp attraverso la compensazione del debito da mantenimento con un credito pregresso, avendo l’obbligato il preminente dovere di sopperire, comunque, allo stato di bisogno dei figli minorenni e del coniuge soddisfacendone le esigenze primarie;

c) lo stato di bisogno della ex coniuge era inoltre ravvisabile nel pignoramento di un terzo dello stipendio effettuato  per pagare il mutuo stipulato per l'acquisto della casa, nella vendita degli oggetti in oro, nella richiesta al datore di lavoro di un parziale anticipo del Tfr e nel riscatto di polizza assicurativa. Per i figli minorenni lo stato di bisogno è invece presunto.

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Integra il reato di atti persecutori tormentare la propria ex con la richiesta continua e pretestuosa di vedere il figlio


La Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10904/2020, ha ritenuto configurabile il reato di atti persecutori (o stalking) ex. 612 bis del c.p., in capo a un soggetto che perseguiti l'ex coniuge o compagno con comportamenti ossessivi sfruttando il proprio diritto alla genitorialità come scusa. 


Tribunale e Corte d’Appello avevano infatti condannato un uomo per il delitto in parola, poiché aveva perseguitato l'ex compagna con la scusa di esercitare il suo diritto di padre, chiamandola in continuazione a ogni ora del giorno e della notte e arrivando a danneggiare la sua automobile. 

L'imputato adiva così la Cassazione, sostenendo che le sue condotte fossero scriminate ex art. 51 c.p. dalla sua volontà di esercitare il proprio diritto di visita al figlio minorenne avuto durante la relazione con la vittima.

La Suprema Corte accoglieva il ricorso ma solo limitatamente al mancato riconoscimento del vincolo di continuazione.

Relativamente alla configurazione del reato, gli Ermellini hanno evidenziato come non rientri tra i loro poteri quello di eseguire una sostanziale rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione di merito, con la conseguenza che una richiesta formulata in tal senso è sempre da ritenere inammissibile (cfr. Cass. Pen., n. 15977/2015).


La Suprema Corte ha poi osservato che giudici di merito non avevano assolutamente errato nell'escludere la configurabilità della scriminante ex art. 51 c.p., poiché le chiamate, le minacce e i pedinamenti da parte dell'imputato non potevano ritenersi finalizzati ad incontrare il figlio.


In ultimo, gli Ermellini hanno accolto la contestazione sull'esclusione del vincolo continuativo. La Corte d’Appello si era infatti limitata ad escluderlo sostenendo che non fosse sufficiente l'allegazione della sentenza per vedersi riconosciuta la continuatività.

Al contrario, secondo gli Ermellini,i giudici di merito ben avrebbero potuto valutare un vincolo di continuazione tra i fatti di cui alla precedente sentenza e quelli attuali. 

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Coronavirus e genitori divorziati residenti in Comuni diversi: il Tribunale di Roma modifica temporaneamente il regime di affido condiviso per garantire salute e bigenitorialità.

A fronte dell'emergenza sanitaria da pandemia di covid-19, con una soluzione di compromesso, la Sezione Famiglia del Tribunale di Roma ha modificato temporaneamente le condizioni di affidamento condiviso tra due genitori divorziati residenti in Comuni diversi, piuttosto che limitarsi a riaffermare la validità del regime vigente o a sospenderlo per il genitore non collocatario prevalente. 

Con Decreto n. 7852 del  17.04.2020, la Sezione I Civile del Tribunale Ordinario di Roma ha modificato un proprio provvedimento inaudita altera parte del 30.03.2020 con cui aveva ordinato a un uomo di riaccompagnare i figli presso l’ex moglie, secondo quanto previsto dalle modalità di affidamento condiviso.    
Tale provvedimento aveva accolto un ricorso ex art. 700 cpc presentato dalla donna, collocataria principale dei minori, dopo che l’ex marito aveva mancato per giorni di ricondurre i bambini al domicilio materno. Nello specifico, all’entrata in vigore su suolo nazionale delle misure d’emergenza anti-coronavirus, l’uomo stava trascorrendo il regolare periodo di spettanza con i figli presso la sua residenza, in un Comune diverso da quello della madre. Data la situazione, il padre aveva deciso – secondo le parole del Collegio - di “sottoporre a quarantena” presso di sé i minori fino al concludersi dell’emergenza sanitaria, anche offrendosi di ospitare controparte, ritenendo la propria abitazione in campagna più salubre rispetto al contesto urbano in cui ella risiedeva.  


Il Decreto in esame, dopo aver ritenuto il ricorso riconducibile al modello ex art. 709 ter cpc, pur considerando arbitraria la decisione dell’uomo poiché “non è risultata suffragata da alcun consulto medico ed ha integrato, pertanto, la violazione delle modalità di affido condiviso stabilite”,  non si è limitato a confermare le modalità di affido condiviso o a sospenderle nei confronti del padre, ma le ha provvisoriamente modificate, disponendo una cadenza settimanale per alcuni mesi e quindicinale per i successivi.           
Inoltre, il Decreto in parola ha statuito il mantenimento diretto
dei minori e ha rinviato, per la trattazione del procedimento principale di modifica delle condizioni di divorzio, a una ulteriore udienza  fissata per un periodo (sperabilmente) successivo alla fine dell’emergenza sanitaria.     


Nel fare ciò, il Collegio ha tenuto conto della “contingente situazione di emergenza epidemiologica, durante la quale i minori sono a casa per la sospensione dell’attività scolastica, presumibilmente fino al prossimo settembre” e ha ritenuto “necessario superare la fase emergenziale in atto, la quale altera la modalità ordinaria di permanenza dei genitori con i figli, per addivenire alla modifica definitiva delle condizioni della separazione [sic] solo all’esito della sopra richiamata emergenza epidemiologica”, anche in ragione del fatto che “in concomitanza delle restrizioni governative adottate in ragione della emergenza epidemiologica da covid-19, il dissidio tra le parti si è manifestato chiaramente nella incapacità di gestire i tempi di permanenza dei minori presso ciascun genitore, la quale ha causato ulteriore tensione tra le parti in danno della prole”.



Segue il testo integrale del Decreto.




                        TRIBUNALE ORDINARIO DI ROMA

                                 SEZIONE PRIMA CIVILE 


 Il Tribunale, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

                                                                  (...omissis...)

con l'intervento del P.M. presso il Tribunale ha pronunciato il seguente

                                             

                                                                          DECRETO

                                            
                                                             (…omissis…)

Rilevato che le parti hanno formulato istanza di modifica delle condizioni di affidamento e di mantenimento dei figli minori, lamentando reciprocamente condotte dell’altro genitore tali da compromettere l’equilibrio dei figli e da ingenerare discredito della figura dell’altro genitore agli occhi della prole;

Rilevato che il Collegio preso atto della elevatissima conflittualità, della incapacità di comunicare e del possibile pregiudizio che tali condotte possono arrecare al benessere dei figli ha disposto CTU per verificare la condizione dei minori, con espressa delega a procedere al loro ascolto, per valutare le capacità genitoriali delle parti e per verificare la situazione dei figli in ambito scolastico e nelle relazioni con gli altri componenti della famiglia allargata (in particolare con l’attuale marito della resistente, convivente con i minori);
Rilevato che la CTU ha concluso suggerendo che “il collocamento dei bambini rimanga prevalente presso la mamma. La frequentazione padre figli può essere così organizzata. Frequentazione ordinaria: a weekend alterni dal giovedì (uscita di scuola) al lunedì mattina (a scuola). Mentre nella settimana senza il weekend dal martedì (uscita di scuola) fino al giovedì mattina (a scuola). Settimana di Ognissanti (finché i bambini saranno alla scuola ...) 11 gg. divisa a metà, sempre 5 alla madre e 6 al padre. Natale dal 20.12 al 25.12 entro le ore 12.00 alternato - dal 25.12 al 31.12 mattina entro le ore
12.00  alternato – dall’01.01 al 07.01 (a scuola) alternato. Pasqua e Pasquetta: alternate da fine scuola per 4 giorni ogni genitore (compleanno M… alternato) Ponti alternati Settimana Bianca alternata Estate dalla fine delle scuole a settimane alterne dal lunedì pomeriggio al lunedì pomeriggio successivo una settimana con un genitore e una con l’altro. Dall’01.07 al 16.07 con un genitore dal 16.07 al 31.07 con altro, dal 31.07 al 16.08 con un genitore e dal 16.08 al 31.08 con l’altro genitore. Settembre  regime ordinario. I compleanni dei bambini si festeggeranno a rotazione nell’anno, uno con la madre, uno con  il padre. Compleanno e Festa della mamma con la mamma. Compleanno e Festa del papà con il papà.: Si suggerisce che i genitori si facciano aiutare mediante un percorso di sostegno alla genitorialità, che li aiuti a rispondere alle richieste dei bambini, ovvero maggiore comunicazione, minori ambiguità, abbassamento dell’aggressività mascherata e diminuzione del conflitto”.


Rilevato che dagli atti di causa nulla risulta in merito al percorso psicologico intrapreso dalle parti, nell'interesse preminente della prole, come suggerito dal CTU;
Rilevato che all'esito della CTU ed in concomitanza delle restrizioni governative adottate in ragione della emergenza epidemiologica da covid-19, il dissidio tra le parti si è manifestato chiaramente nella incapacità di gestire i tempi di permanenza dei minori presso ciascun genitore, la quale ha causato ulteriore tensione tra le parti in danno della prole, e l’apertura di un procedimento incidentale su richiesta di parte resistente finalizzato di ordinare allo S… di riaccompagnare i figli minori presso il domicilio materno, dopo 25 giorni di permanenza non autorizzata dei minori presso il padre; 
Rilevato che il Tribunale con provvedimento d’urgenza inaudita altera parte del 30.3.2020 ha accolto il ricorso d’urgenza di parte resistente;

Ritenuto che tale provvedimento si è reso necessario in quanto, a prescindere dalla forma del ricorso impropriamente denominata ex art. 700 cpc, anziché ex art. 709 ter cpc la domanda di parte resistente è risultata fondata e suffragata dalla documentazione in atti attestante il rifiuto dello S… di riaccompagnare i figli dalla madre, al pari del verosimile pregiudizio subito dalla prole impossibilitata a ricongiungersi con la madre; 

Ritenuto che la decisione dello S… del tutto unilaterale di sottoporre a quarantena a ... (Provincia di ...) i propri i figli minori, ritenendo che tale luogo fosse più salubre alla salute dei medesimi e pretendendo inoltre che fosse la madre a doversi recare a casa sua in campagna, per eventualmente soggiornarvi anch’ella fino alla fine della quarantena, non è risultata suffragata da alcun consulto medico ed ha integrato, pertanto, la violazione delle modalità di affido condiviso stabilite;

Rilevato che nelle note da ultimo depositate dalle parti si evince la volontà comune di mantenere l’affidamento dei minori in via alternata per quindici giorni consecutivi;

Ritenuto che la richiesta di cui sopra appare condivisibile in considerazione della contingente situazione di emergenza epidemiologica, durante la quale i minori sono a casa per la sospensione dell’attività scolastica, presumibilmente fino al prossimo settembre, mentre non può concretarsi nella modifica definitiva delle condizioni di affidamento e collocamento dei minori, stante le risultanze della CTU come sopra riportate;

Ritenuto pertanto necessario superare la fase emergenziale in atto, la quale altera la modalità ordinaria di permanenza dei genitori con i figli, per addivenire alla modifica definitiva delle condizioni della separazione solo all’esito della sopra richiamata emergenza epidemiologica;

Ritenuto peraltro necessario che le parti intraprendano il percorso di sostegno alla genitorialità suggerito dalla CTU, e che le medesime ne diano conto alla prossima udienza fissata per le conclusioni;

                                                         P.Q.M.

 

1) Conferma il provvedimento adottato in data 30.3.2020;

 2)  Dispone provvisoriamente la conferma dell’affido condiviso dei minori ad entrambi i genitori con la seguente modalità di permanenza: dal lunedì pomeriggio al lunedì pomeriggio successivo una settimana con un genitore e una con l’altro. Dall’01.07 al 16.07 con un genitore dal 16.07 al 31.07 con altro, dal 31.07 al 16.08 con un genitore e dal 16.08 al 31.08 con l’altro genitore.

 3)  Dispone in via provvisoria che ciascun genitore provveda al mantenimento diretto dei minori.

 4)Fissa la nuova udienza innanzi al giudice relatore (…omissis…)

SI COMUNICHI ALLE PARTI.

 

                  Il Presidente


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Solo circostanze eccezionali, e tra queste non sussiste la notorietà, possono consentire alla moglie di mantenere il cognome dell'ex marito dopo il divorzio.

La possibilità di consentire la conservazione del cognome del marito, accanto al proprio, dopo il divorzio, è da considerarsi una ipotesi straordinaria affidata alla decisione discrezionale del giudice di merito secondo criteri di valutazione propri di una clausola generale, ma che non possono coincidere con il mero desiderio di conservare come tratto identitario il riferimento a una relazione familiare ormai chiusa quanto alla sua rilevanza giuridica. Né può escludersi che il perdurante uso del cognome maritale possa costituire un pregiudizio per il coniuge che non vi acconsenta e che intenda ricreare, esercitando un diritto fondamentale a mente dell'art. 8 C.E.D.U., un nuovo nucleo familiare che sia riconoscibile, come legame familiare attuale, anche nei rapporti sociali e in quelli rilevanti giuridicamente.

(Cass. civ. Sez. I Ord., 12/02/2020, n. 3454)

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Non coercibile il dovere del genitore non collocatario di frequentare il figlio minore.

Il diritto-dovere di visita del figlio minore che spetta al genitore non collocatario non è suscettibile di coercizione, trattandosi di un potere-funzione che è destinato a rimanere libero nel suo esercizio quale esito di autonome scelte che rispondono, anche, all’interesse superiore del minore a una crescita sana ed equilibrata.

Il diritto-dovere del genitore di far visita al figlio minore si caratterizza, al contempo, per essere attiva e passiva. Sul lato attivo, essa si estrinseca nel diritto a mantenere rapporti con la prole, senza essere in ciò ostacolato dal comportamento dell’altro genitore. Sul lato passivo, invece, il dovere di visita resta invece fondato sulla autonoma, autoresponsabile e spontanea osservanza del genitore interessato, nell’ambito del proprio fondamentale diritto all’autodeterminazione e sempre in vista dell’attuazione del superiore interesse del minore a una crescita sana ed equilibrata. Conseguentemente, ove il genitore scelga di non adempiere al proprio dovere, tale condotta omissiva non risulta coercibile.

(Cassazione civile, sez. I, ordinanza 6 marzo 2020, n. 6471)

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Screditare il padre: conseguenze giuridiche.

Il Tribunale di Cosenza, dopo aver accertato un nuovo caso di alienazione parentale, ha condannato la madre al risarcimento del danno per aver pregiudicato la relazione affettiva del figlio con il padre.

Accertato che il distacco del minore dal padre derivasse da condizionamenti esercitati dalla madre collocataria, il Tribunale ha potuto  affermare che la causa dell’allontanamento tra padre e figlio fosse imputabile alla condotta colpevole della madre che aveva deciso - unilateralmente - di interrompere ogni rapporto tra padre e figlio e, da tale momento, il bambino era rimasto sotto l’influenza esclusiva della madre. 

In casi di alienazione parentale, le conseguenze giuridiche vanno dall'ammonimento del giudice alla condanna al risarcimento del danno nei confronti del figlio e dell’altro genitore; dalla perdita della collocazione del minore (per essere fissata in capo all'altro genitore) all'affidamento esclusivo, con revoca di quello condiviso. Nel caso in argomento, il Giudice ha ammonito la madre ad astenersi dal tenere condotte ostative agli incontri padre-figlio e condannato la donna al risarcimento dei danni in favore del marito e del figlio.

(Trib. Cosenza, sent. del 7.11.2019)

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L’inadempimento all'obbligo alimentare ripetuto nel tempo può comportare la revoca dell’affidamento condiviso.

Secondo un recente orientamento giurisprudenziale, quando l’inadempimento all'obbligo alimentare è ripetuto nel tempo e non è giustificato da una valida ragione, il giudice può revocare l’affidamento condiviso al genitore che fa mancare al figlio i mezzi di cui vivere. Il suo comportamento è, infatti, indice di totale indifferenza verso il benessere del minore, il che mal si concilia con la potestà genitoriale.

La condotta dell’uomo può essere qualificata come «violenza economica» in base alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, sottoscritta a Istanbul e ratificata dall’Italia con la legge 77/2013. 

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L’inadempimento all'obbligo alimentare ripetuto nel tempo comporta la revoca dell’affidamento condiviso.

Secondo un recente orientamento giurisprudenziale, quando l’inadempimento all'obbligo alimentare è ripetuto nel tempo e non è giustificato da una valida ragione, il giudice può revocare l’affidamento condiviso al genitore che fa mancare al figlio i mezzi di cui vivere. 
Il suo comportamento infatti è indice di totale indifferenza verso il benessere del minore, il che mal si concilia con la potestà genitoriale, e la condotta dell’uomo può essere qualificata come «violenza economica» in base alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, sottoscritta a Istanbul e ratificata dall’Italia con la legge 77/2013.



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Legittima l'ttribuzione del cognome del padre in aggiunta a quello della madre purché non arrechi pregiudizio al minore.

In tema di minori, secondo la Cassazione è legittimo, in ipotesi di secondo riconoscimento da parte del padre, l'attribuzione del patronimico in aggiunta al cognome della madre, purché non gli arrechi pregiudizio in ragione della cattiva reputazione del padre e purché non sia lesivo della sua identità personale, ove questa si sia definitivamente consolidata con l'uso del solo matronimico nella trama dei rapporti personali e sociali.

(Cass. Civ., Sez. 6 - 1, Ordinanza n. 772 del 16/01/2020)

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Niente assegno divorzile se l'ex coniuge lavora in nero.

Per la Cassazione non si può riconoscere l'assegno divorzile alla ex moglie se non è stata raggiunta la prova del suo effettivo guadagno, derivante dallo svolgimento saltuario e irregolare di prestazioni di manicure.

(Ordinanza Cassazione n. 5603/2020)

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Il figlio dottorando di ricerca non è economicamente indipendente e il genitore deve versargli il mantenimento.

L'obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte di quest'ultimo, ma perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio ha raggiunto l'indipendenza economica; il raggiungimento di detta indipendenza economica non è dimostrato dal mero conseguimento di una borsa di studio correlata ad un dottorato di ricerca, sia per la sua temporaneità, sia per la modestia dell'introito in rapporto alle incrementate, presumibili necessità, anche scientifiche, del beneficiario.

(Cass. civ. Sez. VI - 1 Ord., 23/01/2020, n. 1448)

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Separazione: per l'addebito basta una foto che ritrae il coniuge in atteggiamenti intimi con un'altra persona.

Con l'ordinanza n. 4899/2020, la Cassazione conferma che in una separazione l'addebito per infedeltà può disposto sulla base di documentazione fotografica che ritrae uno dei coniugi in atteggiamenti intimi con un'altra persona.

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L'onere probatorio per l'assegno alimentare provvisorio ricade sulla parte che ne fa richiesta.

Secondo la Cassazione, l'onere probatorio dello stato di bisogno e di non essere in grado di provvedere al proprio mantenimento grava sul coniuge che richiede la prestazione alimentare ex art. 446 c.c. 

(Cass. civ., Sez. I, 16.1.2020, n. 770).

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L'accordo di separazione relativo ad attribuzioni patrimoniali, dopo l'omologazione, è titolo per la trascrizione.

Con ordinanza 27409/2019 la Corte di Cassazione ha stabilito che gli accordi di separazione personale tra coniugi, contenenti attribuzioni patrimoniali concernenti beni mobili o immobili, hanno effetti immediatamente traslativi della proprietà ed il verbale nel quale sono trasfusi costituisce, dopo l'omologazione, titolo per la trascrizione a norma dell'art. 2657 c.c. 

Secondo la Cassazione, infatti, gli accordi di separazione personale tra coniugi contenenti attribuzioni patrimoniali afferenti a beni mobili o immobili, rispondono alla volontà di regolare i rapporti in occasione dell'evento di separazione consensuale, che sfugge alle connotazioni tradizionali dell'atto di donazione e dell'atto di vendita, manifestando una sua tipicità propria la quale poi, di volta in volta, può assumere i tratti dell'onerosità o della gratuità, in ragione dell'eventuale ricorrenza, in concreto, degli aspetti di una sistemazione solutorio-compensativa più estesa e globale, di tutta quell'ampia serie di possibili rapporti aventi significati patrimoniali, anche solo riflessi, maturati durante la vita matrimoniale.

(Cass. civ., Sez. II, Ord., 25.10.2019, n. 27409).

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Il cognome paterno è attribuito al figlio tardivamente riconosciuto solo se rientra nel suo superiore interesse.

Lo ha ribadito la Cassazione con la decisione 772/2020, individuando in concreto l'interesse del minore, nonché evidenziandone plurimi profili segnatamente a) l'auspicabile evoluzione positiva del rapporto con il genitore, anche per effetto dell'assunzione dell'ulteriore cognome; b) la facilitazione del legame con gli altri figli del padre; c) l'interesse del figlio ad affermare e palesare la propria appartenenza alla famiglia paterna. 

Secondo la Cassazione, infatti, in tema di minori è legittima, in ipotesi di secondo riconoscimento da parte del padre, l'attribuzione del patronimico, in aggiunta al cognome della madre, purché non gli arrechi pregiudizio in ragione della cattiva reputazione del padre e purché non ne sia lesivo dell'identità personale, ove questa si sia definitivamente consolidata con l'uso del solo matronimico nella trama dei rapporti personali e sociali.

(Cass. civ., Sez. VI - 1, Ord., 16.1.2020, n. 772).

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La negoziazione assistita tra coniugi in sede di separazione o divorzio va autenticata dal notaio se è previsto anche il trasferimento di un immobile

Per la Cassazione, la negoziazione assistita tra coniugi in sede di separazione o divorzio deve essere autenticata dal notaio qualora sia previsto anche il trasferimento di un immobile, ad esempio parte della casa familiare. Non può riconoscersi un analogo potere certificativo in capo agli avvocati che assistono le parti.

(Cass., II civ., sent. n. 1202/2020)

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Rifiuto del padre di sottoporsi ad indagini ematologiche per l'accertamento della paternità naturale.

Nel giudizio promosso per l'accertamento della paternità naturale, il rifiuto del preteso padre di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile dal giudice, ex art. 116, comma 2, c. p.c., di così elevato valore indiziario da consentire, esso solo, di ritenere fondata la domanda.

(Cass. Civ., Sez. 6 - 1, Ordinanza n. 28886 del 08/11/2019.)

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Riconoscimento della sentenza straniera di adozione legittimante.

Si rimette alle Sezioni Unite della Cassazione la decisione di stabile se, in assenza di un legame biologico tra il minore adottato ed entrambi i genitori adottivi dello stesso sesso, è possibile il riconoscimento della sentenza straniera di adozione legittimante, e se, in tal caso, il sindacato del Giudice italiano si debba estendere anche alla fase della valutazione straniera sullo stato di adottabilità.

(Corte di Cassazione, Sez. I, Ord. 11 novembre 2019, n. 29071)

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Figli minori non residenti in Italia.

In tema di giudizio di divorzio introdotto innanzi al Giudice italiano, qualora siano avanzate domande inerenti la responsabilità genitoriale ed il mantenimento di figli minori non residenti abitualmente in Italia (ma in un altro Stato membro dell'Unione Europea), la giurisdizione su tali domande spetta all'Autorità giudiziaria dello Stato di residenza abituale dei minori al momento della loro proposizione, dovendosi salvaguardare l'interesse superiore e preminente dei medesimi a che i provvedimenti che li riguardano siano adottati dal Giudice più vicino al luogo di residenza effettiva degli stessi.
(Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Ord. 2 ottobre 2019, n. 24608)

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Saranno le Sezioni unite a stabilire se il trasferimento immobiliare tra coniugi ed ex coniugi è valido anche senza il Notaio.

Le Sezioni Unite stabiliranno se il trasferimento immobiliare tra coniugi ed ex coniugi sotto la supervisione del Giudice è valido anche senza «la verifica di conformità ipocatastale da parte del notaio». La Cassazione, con ordinanza interlocutoria 3089, consapevole dell’impatto che l’interpretazione delle norme potrebbe avere, rimette la questione alle Sezioni unite.

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Assegno di mantenimento: per la Cassazione non è reato versare di meno.

La Cassazione, con la sentenza n. 5236/2020, accoglie il ricorso di un padre condannato per violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione e divorzio ai sensi dell'art. 570 bis c.p., perché in virtù di un accordo con la ex moglie ha ridotto l'importo mensile a 800 euro. Gli Ermellini ribadiscono infatti che non rileva che l'accordo intercorso con la moglie non sia stato omologato dal giudice e che il fatto stesso che l'uomo abbia comunque continuato a contribuire, seppur in misura ridotta, al mantenimento dei figli, fa venire meno il dolo, elemento costitutivo fondamentale del reato contemplato dall'art. 570 bis c.p.

(Cassazione, sentenza n. 5236/2020)

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Sezioni Unite: sì ad adeguata remunerazione per i medici specializzandi tra il 1982 e il 1990

Con sentenza n. 20348 del 31 luglio 2018, la Corte di Cassazione Sezioni Unite ha stabilito che una adeguata remunerazione spetta di diritto a tutti coloro che abbiano intrapreso qualsiasi tipo di formazione come medico specialista dall'anno 1982 fino all'anno 1990, tenendo conto del periodo che va dal primo gennaio 1983 fino alla conclusione della formazione stessa.
Tale obbligo di remunerazione è imposto dalla direttiva 75/363/CE e prescinde dalla misure di trasposizione dell'ulteriore direttiva 82/76/CEE da parte dello Stato membro.

La pronuncia in esame è frutto dell'adeguamento della Cassazione italiana alla sentenza dell'Ottava Sezione della Corte di Giustizia dell'Unione Europea del 24 gennaio 2018, e segna l'inizio di un inevitabile adattamento alla giurisprudenza comunitaria che d'ora in poi il Giudice nazionale dovrà operare a seguito della predetta sentenza di CGUE. Tale provvedimento ha infatti stabilito che:" qualsiasi formazione (...) come medico specialista iniziata nel corso dell'anno 1982 e proseguita fino all'anno 1990 deve essere oggetto di remunerazione adeguata."

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Danno da mancato consenso informato risarcibile anche nel caso di intervento correttamente eseguito

L'Ordinanza n. 31234 del 04.12.2018 della 3° sezione civile della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che il danno da mancata prestazione del consenso informato è risarcibile anche nel caso di un intervento chirurgico correttamente eseguito, qualora da esso siano derivate delle conseguenze di cui il paziente non era stato informato e che lo avrebbero spinto a rifiutare l'operazione se ne fosse stato messo al corrente.

Gli ermellini hanno infatti sposato la tesi per cui la mancata prestazione del consenso informato comporti un danno all'autodeterminazione del paziente, risarcibile indipendentemente da una lesione incolpevole del diritto alla salute.
Autodeterminazione e salute, infatti, devono considerarsi come due beni giuridici distinti. Il primo bene sarà dunque oggetto di danno risarcibile tutte le volte che si verifichino conseguenze non anticipate al paziente, anche nel caso in cui non vi sia stata una lesione del secondo bene. 

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Stalking: la querela è revocabile solo se le minacce non sono gravi.

La denuncia querela per stalking, stando alla lettera dell'art. 612 bis c.p. che punisce gli atti persecutori, è irrevocabile solo se le minacce rivolte alla persona offesa sono reiterate ma anche gravi.

(Cassazione, Sentenza n.5092/2020)

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L'ex moglie abbia declinato offerte di lavoro: non è decisivo ai fini dell'esclusione dell'assegno di divorzio.

In tema di sentenza civile, ad integrare gli estremi del vizio di omessa pronuncia non basta la mancanza di un'espressa statuizione del giudice, ma è necessario che sia stato completamente omesso il provvedimento che si palesa indispensabile alla soluzione del caso concreto: ciò non si verifica quando la decisione adottata comporti la reiezione della pretesa fatta valere dalla parte, anche se manchi in proposito una specifica argomentazione, dovendo ravvisarsi una statuizione implicita di rigetto quando la pretesa avanzata col capo di domanda non espressamente esaminato risulti incompatibile con l'impostazione logico-giuridica della pronuncia.

(Cass. civ. Sez. VI - 1 Ord., 25/11/2019, n. 30638)

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Trascorsi i tre anni successivi al matrimonio, il matrimonio non è annullabile.

Il dato incontroverso della convivenza continuativa ultratriennale non può essere messo in discussione, al fine di escludere la condizione ostativa al riconoscimento in Italia della sentenza di annullamento ecclesiastico del matrimonio, deducendo una non adesione affettiva al rapporto di convivenza da parte di uno o di entrambi i coniugi. Occorre, perché tale dedotta mancanza di affectio coniugalis sia rilevante, che entrambi i coniugi la riconoscano, al momento della proposizione della domanda di delibazione, ovvero che gli stessi abbiano manifestato nettamente all'esterno la piena volontà di non considerare la convivenza come un elemento fondamentale integrativo della relazione coniugale ma come una semplice coabitazione. Occorre altresì che sia manifesta la consapevolezza delle conseguenze giuridiche di tale esteriorizzazione e cioè l'affermazione comune dell'esclusione degli effetti giuridici propri del matrimonio per effetto della semplice coabitazione.

(Cass. civ. Sez. VI - 1 Ord., 26/11/2019, n. 30900)

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Separazione: chi paga l'IMU se l'immobile è di proprietà di terzi?

L'articolo 4 comma 12 quinques D.L. n. 16/2012 conv. in L. n. 44/2012, sancisce la traslazione della soggettività passiva dell'IMU dal proprietario all'assegnatario dell'alloggio a seguito di separazione, cosicché l'imposizione ricade sempre in capo all'utilizzatore, anche nel caso in cui la proprietà dell'immobile sia di un terzo e non già del coniuge non assegnatario. 

La disposizione normativa in parola, non integrando una norma tributaria disciplinante un'ipotesi di agevolazione o di esenzione, ovvero di norma speciale, può essere interpretata estensivamente e non vale per la stessa il divieto di interpretazione analogica nonché di interpretazione estensiva ai sensi dell'art. 14 delle disposizioni preliminari del codice civile.

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Assegno di divorzio fondato sul criterio del tenore di vita godibile durante il matrimonio.

I criteri attributivi e determinativi dell'assegno divorzile non dipendono dal tenore di vita godibile durante il matrimonio, operando lo squilibrio economico patrimoniale tra i coniugi unicamente come precondizione fattuale, il cui accertamento è necessario per l'applicazione dei parametri di cui all'art. 5, comma 6, prima parte, della l. n. 898 del 1970, in ragione della finalità composita - assistenziale perequativa e compensativa - del detto assegno (nella specie la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che, nel riconoscere l'assegno di divorzio, aveva fondato il proprio accertamento esclusivamente sul criterio del tenore di vita godibile durante il matrimonio, senza verificare in concreto l'incidenza dei parametri integrati).

(Cass. Civ., Sez. 1 - , Sentenza n. 32398 del 11/12/2019)

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Affido temporaneo etero familiare.

In materia di affido anche temporaneo dei minori, il giudizio sull'adeguatezza del familiare prescelto quale affidatario temporaneo, ai sensi dell'art. 333 c.c., a soddisfare le esigenze del minore ed a salvaguardarne il sano ed equilibrato sviluppo psico-fisico, deve essere svolto dal giudice del merito valorizzando, fra le figure vicarie interfamiliari, il contributo al mantenimento del rapporto con la famiglia di origine, che è criterio guida di ogni scelta in tema di affido minorile.

(Cassazione civile, sez. I, 04 Novembre 2019, n. 28257. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Laura Scalia)

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La prova della simulazione mediante interrogatorio formale ed escussione di testimoni

Con la sentenza  n. 13857 del 07.07.2016 la I Sezione della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che, in alcune condizioni, è comunque esperibile la prova della simulazione di un negozio mediante interrogatorio formale ed escussione dei testimoni.
Infatti, non è estendibile all'interrogatorio formale la preclusione di cui all'art. 1417 c.c., in forza della quale la prova per testimoni della simulazione, se proposta dalle parti, è ammissibile solo quando sia diretta a fare valere l'illiceità del contratto dissimulato. Il dato letterale della suddetta disposizione riguarda - appunto - la sola prova per testimoni.
Per quanto concerne quest'ultima, la Corte specifica che può essere validamente esperita per dimostrare la simulazione qualora sia stato acquisito l'interrogatorio formale e dalle risposte della parte escussa sia emerso un principio di prova, essendo parso altamente probabile il carattere simulato del negozio.
La prova per testimoni è in ogni caso esperibile - anche per dimostrare la simulazione - nei casi previsti dall'art. 2724 c.c.
Nei fatti di cui alla pronuncia, il ricorrente aveva addotto una impossibilità morale di procurarsi prova scritta ex art. 2724 n. 2 c.c., consistente nel timore reverenziale e nella profonda gratitudine nutriti nei confronti dello zio e datore di lavoro, controparte nel giudizio. 

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Violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Con D.Lvo 21/18 è stato introdotto il nuovo art. 570 bis c.p. in tema di mancata corresponsione di quanto dovuto a titolo di mantenimento a seguito di separazione o in caso di affidamento dei figli minori. In particolare, l'articolo in argomento recita testualmente: "Le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli".

Nonostante l'art.570, comma 1, cp stabilisca che "Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale, alla tutela legale o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da centotre euro a milletrentadue euro", la giurisprudenza, mutando nel tempo il proprio orientamento, ha ritenuto giustificato l'abbandono della casa familiare qualora vengano meno le condizioni oggettive di intesa materiale e spirituale tra i coniugi (o uniti civilmente) e/o condizioni oggettive di sofferenza relazionale che possano rendere difficile o impossibile adempiere agli obblighi nascenti dal matrimonio. Pertanto, la fattispecie prevista dall'art. 570 cp si configura quando uno dei coniugi si allontana senza alcuna causa giustificante e tale condotta sia tale da creare una situazione di grave disagio al coniuge. Il reato si configurerebbe, quindi, quando emerge la volontà di abbandonare il domicilio domestico in modo imprevisto e definitivo.

Le pene previste dal citato art. 570 cp si applicano anche a chi "malversa (ndr appropriazione o distrazione a proprio favore di beni mobili o immobili) o dilapida i beni del figlio minore o del coniuge; fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa".


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Vishing: attenzione alla truffa telefonica.

Il vishing è una forma di truffa simile al phishing; il termine infatti nasce dall'unione di due parole inglesi: voice, voce, e phishing, i tentativi di truffa che arrivano sulle mail che ci chiedono dati personali e protetti. 

Il vishing ha lo scopo di carpire, con l'inganno, informazioni private, sfruttando la tecnologia per simulare, durante la telefonata, l'esistenza di un call center e chiedendo alla vittima di fornire i propri dati ad un operatore. Il truffatore avverte la vittima che la carta di credito è stata oggetto di una truffa o di un tentativo di truffa, chiedendo così tutta una serie di informazioni personali (pin, ad esempio) in modo da confermare che i dati del titolo siano ancora protetti. Tale truffa è tipica soprattutto degli Stati Uniti d'America e del Regno Unito, ma è sbarcata da poco anche in Europa e in Italia.

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Ecografista responsabile anche se l'esame non mostra la malformazione del feto.

Se gli esami strumentali non consentono la visualizzazione del feto nella sua interezza, il sanitario ha l'obbligo di informare la paziente della possibilità di ricorrere a un centro di più elevato livello di specializzazione. L'ecografista che durante l'esame, non per sua colpa, non rileva la malformazione del feto e formula una diagnosi di normalità morfologica rischia l'addebito di responsabilità.

Secondo la Corte di Cassazione (sentenza n. 30727/2019), il sanitario che formuli una diagnosi di normalità morfologica del feto anche sulla base di esami strumentali che non ne hanno consentito, senza sua colpa, la visualizzazione nella sua interezza, ha l'obbligo d'informare la paziente della possibilità di ricorrere ad un centro di più elevato livello di specializzazione, in vista dell'esercizio dcl diritto della gestante di interrompere la gravidanza, ricorrendone i presupposti.

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Se l'autovelox è posizionato sul senso di marcia sbagliato la multa è nulla.

Con sentenza n. 31411/2019, la Cassazione ha rigettato il ricorso di un Comune, confermando l'annullamento della contravvenzione per eccesso di velocità perché l'autovelox si trovava sul senso di marcia diverso da quello indicato nel provvedimento del Prefetto.

Nel caso specifico, "... l'apposizione del prefabbricato contenente uno strumento per la rilevazione della velocità degli autoveicoli in transito era stata autorizzata per entrambi i sensi di marcia ma veniva realizzata per un solo senso di marcia apponendo il prefabbricato di rilevazione in una carreggiata opposta al senso di marcia indicato nel provvedimento di autorizzazione. Il Comune (...), insomma, ha ritenuto di collocare un semplice prefabbricato considerandolo, e non lo avrebbe potuto fare, operativo per entrambi i sensi di marcia, senza tenere conto che il prefabbricato installato, per il senso stesso dell'autorizzazione, era legittimato a rilevare la velocità dei soli veicoli provenienti in quel senso di marcia ma non anche, come è avvenuto, nel caso in esame, per le autovetture che provenivano dalla direzione opposta. Piuttosto, era necessario che fosse installato altro rilevatore per il contrapposto senso di marcia corredato da ogni elemento di identificazione e preventivamente segnalato, con appositi cartelli, opportunamente collocati nello stesso senso di marcia".

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A chi usufruisce dei permessi per l'allattamento spetta il diritto ai buoni pasto?

La Cassazione ha stabilito che il diritto ai buoni pasto può essere riconosciuto solo ove il lavoratore svolga l’attività lavorativa per più di sei ore, dato che solo in questo caso, egli deve beneficiare di un intervallo di almeno 30 minuti per la pausa pranzo. Per quanto riguarda, dunque, i fruitori dei permessi per l’allattamento, sarà necessaria una verifica caso per caso, al fine di accertare se siano soddisfatti i presupposti necessari per il riconoscimento del diritto (Cass. civ., sez. lav., 28 novembre 2019, n. 31137).

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In caso di morte di un cane di razza per errore diagnostico dei medici veterinari non spetta al padrone il risarcimento del danno non patrimoniale.

In caso di morte di un cane di razza per errore diagnostico dei medici veterinari (i quali non avevano immediatamente sottoposto a radiografia l’animale che aveva ingerito una noce), poiché non sussistono gli estremi di reato né ricorre la lesione di alcun valore della persona costituzionalmente protetto, non spetta al padrone il risarcimento del danno non patrimoniale. A stabilirlo è il Tribunale di Rieti con sentenza 4 maggio 2019 n. 347.

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Nella valutazione degli interessi, anche economici e patrimoniali, dei minori il giudice può assumere la prova d'ufficio.

Con l'ordinanza n. 26593/2019, i Supremi Giudici di Cassazione hanno affermato che la tutela degli interessi morali e materiali della prole è sottratta all'iniziativa ed alla disponibilità delle parti, ed è sempre riconosciuto al giudice il potere di adottare d'ufficio, in ogni stato e grado del giudizio di merito, tutti i provvedimenti necessari per la migliore protezione dei figli.

L'acquisizione agli atti del documento contestato, da cui risulta esclusivamente e genericamente la prestazione dell'attività di docente, ha costituito un mero esercizio del potere di libera valutazione del giudice del merito - in un procedimento attinente alla tutela dell'interesse dei minori - di un documento che ha fornito un semplice riscontro alla deduzione della capacità lavorativa in atto che la ricorrente non ha mai contestato. La Corte di Appello ha ritenuto rilevante, ma non evidentemente in via esclusiva tale acquisizione, e ha ritenuto superflua l'acquisizione di una ulteriore indagine sull'entità del reddito che la ricorrente possa ritrarre dalla sua attuale capacità lavorativa ritenendo comunque congrua la misura dell'assegno di mantenimento e del contributo alle spese straordinarie già riconosciuto in primo grado. La contestazione mossa dalla ricorrente all'acquisizione e alla valutazione della prova non risulta pertanto aderente al contenuto della motivazione della decisione impugnata e alla specificità del procedimento in cui è stata emessa.

(C. civ., Sez. VI - 1, Ord., 18.10.2019, n. 26593).

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Affido temporaneo di minori: il Giudice deve preferire i nonni.

Secondo la Cassazione, il Giudice di merito chiamato a valutare l'adeguatezza di un familiare a essere affidatario temporaneo di un minore deve valorizzare il contributo che le figure vicarianti inter-familiari (come i nonni) possono dare al mantenimento del rapporto con la famiglia di origine.

L'affido temporaneo endo-familiare è una misura offerta al minore in difficoltà per malattia del genitore, violenza psico-fisica, isolamento sociale, trascuratezza, ecc., e quindi in casi che temporaneamente possono impedire la funzione educativa o la convivenza tra genitore e figlio. Si tratta quindi di un intervento "ponte", con la funzione di rimuovere la situazione di difficoltà del minore, garantendogli il diritto di crescere nella propria famiglia.

La misura, disciplinata all'art. 333 c.c., intende quindi superare la condotta pregiudizievole del genitore senza dar luogo però ad una pronuncia di decadenza dalla potestà genitoriale.

(Cassazione, sentenza 28257 del 4 novembre 2019)

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Conflitto di competenza tra il Tribunale ordinario ed il Tribunale per i minorenni per l'affidamento condiviso del minore.

Il conflitto di competenza tra il tribunale ordinario, adito per l'affidamento condiviso del minore, ed il tribunale per i minorenni, relativamente ai provvedimenti ex artt. 330 ss. c.c. richiesti dal P.M., dev'essere risolto secondo il criterio della prevenzione, atteso che l'art. 38 disp. att. c.c., nel testo sostituito dall'art. 3 della legge n. 219 del 2012, la cui "ratio" risiede nell'evidente interrelazione tra i due giudizi, limita la "vis attractiva" del tribunale ordinario, anche per i detti provvedimenti, all'ipotesi in cui il procedimento dinanzi a questo sia stato instaurato per primo e si svolga tra le stesse parti dell'altro, in tal modo implicitamente escludendo l'ipotesi in cui il procedimento dinanzi al tribunale per i minorenni sia stato instaurato anteriormente, riservata in ogni caso al giudice minorile la pronuncia sulla decadenza dalla potestà genitoriale.

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L'obbligo di mantenere il figlio si protrae se risulta ancora dipendente dai genitori.

L'obbligo di mantenere il figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma si protrae, qualora questi, senza sua colpa, divenuto maggiorenne, sia tuttavia ancora dipendente dai genitori. In tale ipotesi, il coniuge separato o divorziato, già affidatario è legittimato, "iure proprio" (ed in via concorrente con la diversa legittimazione del figlio, che trova fondamento nella titolarità, in capo a quest'ultimo, del diritto al mantenimento), ad ottenere dall'altro coniuge un contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne. 

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Azione di disconoscimento della paternità e diritto al mantenimento del cognome paterno.

Nell'azione di disconoscimento della paternità, il mantenimento da parte del figlio disconosciuto del cognome paterno è espressione di un diritto potestativo e personalissimo che deve tradursi in una espressa domanda di accertamento da proporsi in sede giudiziale, anche in via riconvenzionale ed eventualmente subordinata all'accoglimento di quella principale, non potendosi ritenere ricompresa nella generica opposizione all'azione di disconoscimento proposta nei suoi confronti. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva dichiarato la perdita del cognome paterno del figlio disconosciuto, nonostante il padre che aveva intrapreso l'azione di disconoscimento, avesse manifestato la volontà di non opporsi al mantenimento del suo cognome).

(Cassazione civile, sez. I, 06 Novembre 2019. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Laura Scalia)

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Responsabilità medica: la rivalsa delle strutture sanitarie nei confronti dei sanitari direttamente coinvolti.

Le strutture sanitarie che abbiano risarcito per intero un danno cagionato da ipotesi di responsabilità medica ai propri pazienti hanno il diritto di rivalsa nei confronti dei sanitari direttamente coinvolti.

Tuttavia, le strutture sanitarie hanno spesso dei profili di colpa loro propri che si uniscono a quelli dei sanitari. Di conseguenza, la struttura sanitaria che voglia addebitare un danno all'esclusiva responsabilità del medico, e quindi eventualmente rivalersi per l'intero su di questi, deve dimostrare che il fatto dipenda esclusivamente dalla condotta del sanitario e non sia in alcun modo ricollegabile a proprie carenze tecnico-organizzative. In caso contrario, per la giurisprudenza, la responsabilità si presume del 50% ciascuno (v. Trib. Milano n. 5923/2019 e Cass. n. 24167/2019).

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Niente provvedimenti ex art. 709-ter c.p.c. se il figlio rifiuta di vedere il padre per sua scelta.

Secondo la Cassazione non scattano i provvedimenti ex art. 709-ter c.p.c. contro l'altro genitore se il figlio, quasi maggiorenne, rifiuta di vedere il padre per sua scelta e senza essere stato plagiato.

La Cassazione, con l'ordinanza n. 27207/2019, evidenzia come la Corte territoriale avesse debitamente valutato, sulla base delle risultanze della consulenza tecnica di ufficio e delle relazioni dei Servizi sociali, sia i comportamenti delle parti, sia l'atteggiamento della minore nei confronti del padre, riconducibile alla sua volontà e non ad un plagio perpetrato dalla madre. Per questi motivi, La Corte respinge il ricorso proposto dal padre con il quale aveva chiesto i provvedimenti ex art. 709-ter c.p.c. contro l'altro genitore.

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Responsabilità del medico specializzando.

Con la sentenza numero 26311/2019, la Corte di cassazione ha affermato che lo specializzando "non può essere considerato un mero esecutore d'ordini del tutore anche se non gode di piena autonomia". 

Il fatto che si tratti di medico, anche se specializzando, determina l'impossibilità di disconoscere che comunque una certa autonomia gli deve essere riconosciuta; dall'altro lato, la circostanza che è in corso la sua formazione specialistica comporta che, in ogni caso, ogni attività deve essere sempre svolta sotto le direttive del tutore. Gli specializzandi hanno dunque un'autonomia "vincolata" ma, allo stesso tempo, non può che ricondursi agli stessi le attività compiute direttamente. Di conseguenza, il medico specializzando che è chiamato a compiere delle attività che non è in grado di compiere, o che non si ritiene in grado di compiere, deve rifiutarne lo svolgimento. In caso contrario, se ne assume la responsabilità sotto tutti i punti di vista.

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La domanda di addebito della separazione può essere introdotta nella memoria ex art. 709 c.p.c.

Con sentenza n. 17590, pubblicata il 28 giugno 2019, la Suprema Corte di Cassazione ha affermato che in materia di separazione personale tra coniugi, la domanda di addebito della separazione può essere introdotta per la prima volta con la memoria integrativa di cui all'art. 709 c.p.c., comma 3, in ragione della natura bifasica del giudizio, in conseguenza del passaggio tra la fase di conciliazione dei coniugi e quella contenziosa, caratterizzato da una progressiva formazione della vocatio in ius.

(Cass. civ. Sez. I, 28/06/2019, n. 17590)

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La violenze, le minacce, l'abbandono della casa coniugale e la relazione extra-coniugale non solo non sono giustificati da una presunte gelosia e indifferenza del coniuge, ma determinano l'addebito della separazione.

Tribunale di Brescia ha stabilito che i plurimi i comportamenti messi in atto dal marito e contrari ai doveri coniugali, quali le violenze e le minacce, l'abbandono della casa coniugale e la relazione extra-coniugale non sono giustificati da una asserita gelosia e di un'indifferenza nei confronti della moglie nei suoi confronti. Tali presunte gelosia e indifferenza non scriminano i fatti provati e più gravi e determinanti la crisi coniugale: la violenza e l'infedeltà. Pertanto, la separazione risulta addebitabile ai comportamenti violenti e infedeli del marito nonché all'abbandono della casa coniugale.

Sulla parte che richieda, per l'inosservanza dell'obbligo di fedeltà, l'addebito della separazione all'altro coniuge, grava l'onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza. L'inosservanza dell'obbligo di fedeltà rappresenta, di per sé, una violazione particolarmente grave determinando normalmente l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza sempre che non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di un nesso causale tra l'infedeltà e la crisi coniugale tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale.

(Tribunale Brescia Sez. III Sent., 06/07/2019).

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Tenore di vita familiare e il nuovo orientamento delle Sezioni Unite.

Con una recente sentenza, la Cassazione ha affermato che il giudice deve quantificare l'assegno rapportandolo non al pregresso tenore di vita familiare, ma in misura adeguata innanzitutto a garantire, in funzione assistenziale, l'indipendenza economica del coniuge non autosufficiente, intendendo l'autosufficienza in una accezione non circoscritta alla pura sopravvivenza, ed inoltre, ove ne ricorrano i presupposti, a compensare il coniuge economicamente più debole, in funzione perequativo-compensativa, del sacrificio sopportato per aver rinunciato, in funzione della contribuzione ai bisogni della famiglia, a realistiche occasioni professionali-reddituali, attuali o potenziali, rimanendo in ciò assorbito, in tal caso, l'eventuale profilo assistenziale.

(Cass. civ. Sez. I, 09/08/2019, n. 21228)

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Raggiungimento della maggiore età durante il procedimento per la dichiarazione di decadenza della responsabilità genitoriale.

Il conseguimento della maggiore età da parte del minore determina automaticamente la cessazione della responsabilità genitoriale, determinando, ancorché avvenga nel corso del procedimento per la dichiarazione di decadenza dalla stessa (nella specie, in pendenza del termine per proporre reclamo avverso il provvedimento medesimo), la cessazione della materia del contendere e la caducazione dei provvedimenti in precedenza pronunciati, posto che ad assumere rilievo è la sola tutela del minore dai comportamenti pregiudizievoli dei genitori, non anche l'interesse del genitore all'accertamento negativo dei fatti allegati a sostegno della domanda.

(Cassazione civile, sez. VI, 16 Settembre 2019, n. 23019. Pres. Scaldaferri. Est. Mercolino)

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La bigenitorialità non fa scattare il diritto per ciascun genitore a passare lo stesso tempo con il figlio.

Secondo la Cassazione (sentenza n. 31902/2018), la bigenitorialità non fa scattare il diritto per ciascun genitore a passare lo stesso tempo con il figlio. E' escluso quindi che esista una proporzione matematica che garantisca sia al padre sia alla madre, separati, di trascorrere un pari numero di ore con i figli. 

Il criterio da seguire è quello di assicurare una presenza significativa «nella vita del figlio nel reciproco interesse», fermo restando «in ogni caso il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione».

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La Cassazione apre all'adozione di minori anche ai single e alle coppie di fatto.

La Suprema Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 17100 depositata il 26 giugno 2019, ha consentito anche a persone singole e a coppie di fatto l'adozione di minori, precisando che l’adozione non presuppone necessariamente una situazione di abbandono dell’adottando, ma ciò che rileva è la qualità del legame instauratosi tra il minore e chi se ne è preso cura, ben potendosi valorizzare la consolidata relazione affettiva creatasi tra adottante ed adottato, nel preminente interesse del minore a preservare tale rapporto.

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Il mancato esame delle risultanze della CTU può essere fatto valere nel giudizio di Cassazione.

La Cassazione, sez. I, (sentenza n. 9763 dell'8.4.2019), ha enunciato il seguente principio di diritto: “Il mancato esame delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio – in quanto, come nella specie relativa alla decadenza dalla potestà genitoriale, veicola nel processo un fatto idoneo a determinare una decisione di segno diverso – integra un vizio della sentenza che può essere fatto valere, nel giudizio di cassazione, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c, come omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

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Affido condiviso del cane a settimane alterne anche per il benessere dell'animale stesso.

Secondo il Tribunale di Sciacca (decreto 19 febbraio 2019), in caso di separazione dei coniugi, in mancanza di diversi accordi tra le parti, è legittimo disporre l’affidamento condiviso del cane, sul presupposto che il sentimento per gli animali costituisce un valore meritevole di tutela, anche in relazione al benessere dell'animale stesso.

In particolare, il Tribunale, all’esito dell’udienza ex art. 708 c.p.c., adottando i provvedimenti temporanei ed urgenti, ha deciso per l’“assegnazione” del cane ad entrambi i coniugi, a settimane alterne, con spese veterinarie e straordinarie al 50%.

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Assegno alla ex moglie se le foto del detective non sono idonee a dimostrare una stabile convivenza con il nuovo compagno.

Il Tribunale di Rimini (sentenza n. 747/2019), dopo aver pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio, ha dovuto decidere in ordine alla domanda di assegno di divorzio formulata dall’ex moglie.

Dopo aver riscontrato la disparità di condizioni economiche tra i due (ex) coniugi, ha confermato il diritto della resistente all’assegno di divorzio, sostenendo che dal materiale prodotto in giudizio era emerso che l’unica fonte di sostegno economico per la donna fosse proprio il contributo di cui era onerato l’ex marito e che gli elementi dell’investigatore privato non erano idonei a dimostrare una stabile convivenza con il nuovo compagno o che quest’ultimo contribuisse al menage familiare, ma al più avrebbero potuto far presumere una relazione sentimentale.

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Sale l'assegno in favore dei figli se viene a mancare il nonno che contribuiva al mantenimento.

La Corte di cassazione, con l'ordinanza n. 3206 del 4 febbraio 2019, ha respinto il ricorso di un padre di una adolescente condannato a versare alla minore 1.200 euro al mese, sostenendo che "contrariamente a quanto ritenuto dal ricorrente l'aggravarsi delle condizioni di salute del padre della donna e il suo decesso costituiscono una circostanza sopravvenuta e rilevante ai fini della modifica delle condizioni economiche della separazione per il venir meno dell'importante contributo economico destinato dall'anziano al mantenimento della figlia e della nipote. E' privo di fondamento il rilievo del ricorrente circa la prevedibilità dell'evento morte del padre, intervenuto all'età di 71 anni, evento che non era certamente stato previsto e valutato al momento della separazione consensuale e che comunque costituisce una circostanza sopravvenuta".

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Assegno di divorzio alla ex moglie quarantenne disoccupata e priva di competenze professionali

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Revoca dell'assegnazione della casa coniugale qualora la figlia del genitore collocatario si trasferisce.

La Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con l'ordinanza n. 16134/2019, ha chiarito che è irrilevante la perdurante dipendenza economica se il figlio recide il legame con la famiglia d'origine per studiare in un'altra città e vivere con la famiglia del fidanzato. In particolare, qualora la figlia del genitore collocatario decida di trasferirsi in un'altra città presso i genitori del fidanzato, iscrivendosi poi all'università nello stesso paese e manifestando così l'intenzione di costituire un autonomo habitat domestico distinto da quello originario, nonostante non si tratti di un legame stabile e non sia stata raggiunta l'indipendenza economica, la situazione è comunque idonea a far venir meno il presupposto per l'assegnazione della casa coniugale.

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E' reato non versare l'assegno di mantenimento al figlio anche se nato fuori dal matrimonio.

Non sono fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 570-bis c.p., degli artt. 2, comma 1, lett. c), e 7, comma 1, lett. o), del D.Lgs. n. 21 del 2018 in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, 30 e 76 Cost., di talché, anche dopo l'entrata in vigore del D.Lgs. n. 21 del 2018, è tuttora vigente l'art. 4, comma 2, L. n. 54 del 2006.

Il nuovo art. 570-bis cod. pen. abbraccia, quinmdi, oltre il fatto compiuto dal «coniuge», anche quello compiuto dal genitore nei confronti del figlio nato fuori dal matrimonio, e ciò anche dopo l’entrata in vigore del d.lgs. n. 21 del 2018, vige l’art. 4, comma 2, della legge n. 54 del 2006.

(Corte cost., 18/07/2019, n. 189)

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Il marito non versa integralmente il mantenimento alla moglie rischia la condanna per la violazione degli obblighi di assistenza familiare.

L'ex coniuge che non versa integralmente il mantenimento dovuto all'altro, facendogli mancare i mezzi di sussistenza e riducendolo progressivamente in uno stato di grave indigenza, rischia la pena di giustizia di cui all'art. 570 c.p., secondo comma, c.p. Lo ha deciso la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 30184/2019.

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Opposizione a precetto relativo a credito per assegno di mantenimento fissato in sede di separazione.

Con l'opposizione al precetto relativo a crediti maturati per il mancato pagamento dell'assegno di mantenimento, determinato a favore del figlio in sede di separazione o di divorzio, possono essere dedotte soltanto questioni relative alla validità ed efficacia del titolo e non anche fatti sopravvenuti, da farsi valere col procedimento di modifica delle condizioni della separazione di cui all'art. 710 c.p.c. o del divorzio di cui all'art. 9 della legge n. 898 del 1970. (Ribadendo il principio di cui in massima, la S.C. ha sottolineato che, nella specie, il fatto sopravvenuto costituito dalla collocazione del minore presso il padre non aveva privato il titolo esecutivo in materia di famiglia di efficacia e validità in quanto assistito da un'attitudine al giudicato, cd. "rebus sic stantibus", riguardo alla quale i fatti sopravvenuti potevano rilevare soltanto attraverso la speciale procedura di revisione del provvedimento sul contributo del mantenimento del figlio, devoluta al giudice della separazione o del divorzio e a questi riservata a tutela del superiore interesse pubblicistico di composizione della crisi familiare, rilevante per l'ordine pubblico).

(Cassazione civile, sez. III, 02 Luglio 2019. Pres. Roberta Vivaldi. Est. De Stefano)

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L'attribuzione giudiziale del cognome al figlio naturale riconosciuto non contestualmente dai genitori.

In tema di attribuzione giudiziale del cognome al figlio naturale riconosciuto non contestualmente dai genitori, il giudice è investito ex art. 262, commi 2 e 3, c.c. del potere-dovere di decidere su ognuna delle possibilità previste dalla disposizione in parola avendo riguardo, quale criterio di riferimento, unicamente all'interesse del minore e con esclusione di qualsiasi automaticità, che non riguarda né la prima attribuzione (essendo inconfigurabile una regola di prevalenza del criterio del "prior in tempore"), né il patronimico (per il quale parimenti non sussiste alcun "favor" in sé).

(Cassazione civile, sez. I, 05 Luglio 2019, n. 18161. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Bisogni)

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Squilibrio economico tra le parti e alto livello reddituale dell'ex coniuge

Ai fini dell'attribuzione e della quantificazione dell'assegno divorzile si deve tenere conto della funzione assistenziale e, a determinate condizioni, anche compensativo-perequativa cui tale assegno assolve. Da ciò consegue che, nel valutare l'inadeguatezza dei mezzi dell'ex coniuge che ne faccia richiesta, o l'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, si deve tener conto, utilizzando i criteri di cui all'art. 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970, sia della impossibilità di vivere autonomamente e dignitosamente da parte di quest'ultimo e sia della necessità di compensarlo per il particolare contributo, che dimostri di avere dato, alla formazione del patrimonio comune o dell'altro coniuge durante la vita matrimoniale, senza che abbiano rilievo, da soli, lo squilibrio economico tra le parti e l'alto livello reddituale dell'altro ex coniuge, tenuto conto che la differenza reddituale è coessenziale alla ricostruzione del tenore di vita matrimoniale, ma è oramai irrilevante ai fini della determinazione dell'assegno, e l'entità del reddito dell'altro ex coniuge non giustifica, di per sé, la corresponsione di un assegno in proporzione delle sue sostanze.

(Cassazione civile, sez. I, 09 Agosto 2019. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Lamorgese.)

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Comunione legale dei coniugi: espropriazione di un bene comune per crediti personali di uno solo dei coniugi.

La natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi comporta che l'espropriazione, per crediti personali di uno solo di essi, di uno o più beni in comunione abbia ad oggetto la "res" nella sua interezza e non per la metà o per una quota; ne consegue che, in ipotesi di divisione, è esclusa l'applicabilità sia della disciplina sull'espropriazione dei beni indivisi (artt. 599 ss. c.p.c.) sia di quella contro il terzo non debitore. (Nella specie, la S.C. ha chiarito che non era consentito al giudice disporre la separazione, ai sensi dell'art. 600 c.p.c., della quota spettante al coniuge comproprietario non debitore, né circoscrivere la vendita ad una porzione del tutto, poiché si doveva, invece, procedere ex art. 720 c.c. alla vendita o all'attribuzione dell'intero complesso, costituendo esso una singola unità immobiliare in comunione, nel caso in esame non comodamente divisibile).

(Cassazione civile, sez. II, 24 Gennaio 2019. Est. Fortunato).

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Accertamento dello stato di adottabilità e assistenza legale del minore.

Il procedimento volto all'accertamento dello stato di adottabilità deve svolgersi fin dalla sua apertura, ai sensi degli artt. 8, ultimo comma, e 10, comma 2, della legge n. 184 del 1983, con l'assistenza legale del minore, il quale ne è parte, e, in mancanza di una disposizione specifica, sta in giudizio a mezzo di un rappresentante legale ovvero, se sussista conflitto di interessi, di un curatore speciale, soggetti cui compete la nomina del difensore tecnico; ne consegue, in caso di omessa nomina cui non segua la designazione di un difensore d'ufficio, la nullità del procedimento "de quo", non avendo potuto il minore esercitare il suo diritto al contraddittorio su tutti gli atti processuali che hanno costituito il presupposto per la decisione del giudice di merito. Ricorrendo tali circostanze, deve essere peraltro escluso il rinvio del giudizio in primo grado, giacché tale rimessione, comunque contraria alle esigenze di speditezza del procedimento diretto all'accertamento dello stato di adottabilità, risulta preclusa dalla natura tassativa delle ipotesi di cui agli art. 353 e 354 c.p.c., ed il giudice di appello deve pertanto procedere, a norma dell'art. 354, comma 4, c.p.c., alla rinnovazione degli atti del procedimento che risultano viziati a causa del loro compimento in assenza della costituzione, a mezzo difensore, del rappresentante legale o del curatore speciale del minore.

(Cassazione civile, sez. I, 07 Maggio 2019, n. 12020. Est. Falabella)

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I figli sfrattano il padre, ma il Tribunale di Roma dichiara in suo favore l'intervenuto acquisto per usucapione dell'immobile.

Un parente che occupa un appartamento per 20 anni può diventarne proprietario per usucapione. Lo ha deciso il Tribunale di Roma andando controcorrente rispetto a una giurisprudenza che in casi del genere sosteneva che l'occupazione anche per lungo periodo di un immobile non desse diritto alla proprietà essendo una forma di "tolleranza" tra familiari. 

In seguito alla grave crisi economica cominciata nel 2008 e in seguito alla perdita del lavoro di uno dei due fratelli, i figli non sono stati più in grado di assicurare al loro genitore la detenzione a titolo gratuito del cespite. Così, a causa del rifiuto del loro padre di concludere un regolare contratto di locazione, gli stessi hanno invitato il padre a restituire l'immobile, sostenendo che il padre occupasse quell'alloggio in forza di un contratto di comodato d'uso gratuito ad un certo punto scaduto (contratto verbale e mai sottoscritto). Hanno sostenuto anche l'impossibilità per il loro padre di usucapire visto che il possesso sarebbe stato acquisito da quest'ultimo con la tolleranza. In buona sostanza i figli avrebbero tollerato l'utilizzo del loro appartamento da parte del padre che (in parte) gliel'aveva donato. 

Il Giudice, invece, ha escluso sia l'esistenza di un accordo contrattuale tra il padre e i figli, sia che il padre avesse utilizzato l'immobile per tolleranza dei figli. Di contro ha riconosciuto al padre di aver ampiamente dimostrato di aver tenuto, in relazione all'appartamento conteso, un comportamento "come se ne fosse stato il proprietario", dichiarando in suo favore l'intervenuto acquisto per usucapione ultraventennale dell'immobile.

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Affido esclusivo non può fondarsi solo sulla diagnosi della PAS.

La diagnosi di alienazione parentale non avendo basi scientifiche certe, non basta per allontanare il figlio dal genitore: il giudice dovrà tener conto non solo della CTU che l’ha accertata, bensì di ulteriori, approfondite indagini. La Cassazione ha rilevato che, qualora le risultanze della CTU si allontanino dalla scienza medica ufficiale, come nel caso in esame in cui è stata formulata la diagnosi della PAS, non essendovi certezze scientifiche al riguardo, il Giudice del merito avrebbe dovuto verificarne il fondamento.

(Cassazione Civile, Sez. I, sentenza n. 13274 depositata il 18 maggio 2019)

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Educazione religiosa del minore in caso di conflitto tra i genitori.

In tema di affidamento dei figli minori, atteso il diritto preminente dei figli ad una crescita sana ed equilibrata, in caso di conflitto genitoriale sull'educazione religiosa del minore possono essere adottati anche provvedimenti contenitivi o restrittivi dei diritti individuali di libertà religiosa dei genitori purché intervengano all'esito di un accertamento in concreto, basato sull'osservazione e sull'ascolto del minore, dell'effettiva possibilità che l'esercizio di tali diritti possa compromettere la salute psico-fisica o lo sviluppo dei figli minori. 

(Cassazione civile, sez. I, 30 agosto 2019, n.21916).

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Casa familiare al coniuge solo se il figlio maggiorenne convivente dimora stabilmente presso di essa


Con Ordinanza n. 16134/19 del 17 giugno 2019, la Sezione VI Civile della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che la nozione di convivenza, rilevante ai fini dell’assegnazione della casa familiare ex art. 337 sexies c.c., implica la stabile dimora del figlio maggiorenne presso di essa.        
Il requisito di “stabile dimora”, afferma la Corte, non impedisce che il figlio maggiorenne si allontani sporadicamente e per brevi periodi dalla casa familiare, purché egli vi faccia ritorno appena possibile e vi sia effettivamente presente per un arco temporale prevalente in relazione a una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese).        
Esso è, al contrario, escluso qualora il maggiorenne ritorni all’abitazione solo raramente, poiché in tal caso sussisterebbe un mero rapporto di ospitalità, anziché di convivenza.         
In altre parole, perché la casa familiare sia e continui ad essere assegnata deve sussistere un collegamento stabile del figlio con l’abitazione del genitore.        
Nel caso concreto, la Suprema Corte ha confermato il decreto di revoca dell’assegnazione della casa coniugale sulla base dei rientri per pochi giorni della figlia - iscritta all’università in un’altra città - durante le sole vacanze natalizie, pasquali ed estive.

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