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12/06/20

Il minore adolescente figlio di genitori separati ha diritto a scegliere presso quale genitore può essere collocato?

Il figlio minore di una coppia separata, divorziata o in corso di separazione o divorzio non può unilateralmente decidere di disattendere la collocazione disposta  dal giudice o concordata tra le parti, stabilendo autonomamente con quale genitore “andare a vivere”.

Va però ricordato che il benessere del minore rappresenta l’interesse supremo di ogni provvedimento in materia di famiglia; pertanto il ragazzo, qualora abbia più di 12 anni, ha diritto ad essere ascoltato in giudizio secondo quanto previsto dagli artt. 336 bis e 337 octies c.c.         
Il Giudice dovrà inoltre tenere conto dei desideri espressi dal minore anche in materia di collocazione, pur potendo disattenderne la volontà quando ritenga che non sia confacente al suo benessere quale interesse primario. In tal caso, dovrà adeguatamente motivare la sua decisione.

Sul punto, si è espressa anche la giurisprudenza di legittimità. Si veda ad esempio Cass. n. 773/2012: “deve rimarcarsi che, attesa la primazia -dell'interesse morale e materiale della prole stessa, la norma contenuta nell'art. 155 sexies, primo comma, nella parte in cui prevede l'audizione del minore da parte del giudice, non solo consente di realizzare la presen­za nel giudizio dei figli in quanto parti sostanziali del procedimento (Cass., Sez. in., 21 ottobre 2009, n. 22238), ma impone certamente che degli e­siti di tale ascolto si tenga conto. Naturalmente le valutazioni del giudice, in quanto doverosamente orientate a realizzare l'interesse de minore, che può non coincidere con le opinioni dallo stesso ma­nifestate, potranno in  tal caso essere difformi: si impone, tuttavia, un onere di motivazione la cui entità deve ritenersi direttamente proporzionale al grado di discernimento attribuito al figlio.”           

L’età dei 12 anni, va specificato, rappresenta un vero e proprio discrimine nella legislazione italiana. Infatti, per il minore dodicenne e ultradodicenne vige una “presunzione di discernimento” che lo legittima a priori a essere ascoltato dal Giudice, mentre è necessaria una valutazione preventiva per ammettere l’ascolto di un bambino più piccolo.

L’Ordinanza di Cassazione  n. 32309 del 13-12-2018 offre un’efficace e dettagliata analisi della questione.

“Va osservato che l'art. 336 bis (introdotto dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, art. 53, in vigore dal 7/12/2014) sancisce il generale obbligo dell'ascolto del minore. Al riguardo, l'opinione del minore, nei procedimenti che lo riguardano, costituisce un elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse anche alla luce dell'art. 12 della Convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo, dell'art. 7 della Convenzione di Strasburgo del 1996 relativa all'esercizio dei diritti dei minori, ratificata con L. n. 77 del 2003; dell'art. 24, p. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea. Al riguardo, dall'esame delle norme che stabiliscono l'audizione del minore "nei procedimenti nei quali devono essere adottati provvedimenti che lo riguardano" (così testualmente recita l'art. 336 bis c.c.) emerge una diversa modulazione dell'obbligo di ascolto del minore dodicenne rispetto a quello di età inferiore. Per la prima ipotesi, la presunzione della capacità di discernimento, fissata in via legislativa, impone al giudice di primo grado di prevedere, anche officiosamente, (Cass. 19202 del 2014) una scansione procedimentale dedicata all'ascolto stesso, (Cass., n. 1687/13; n. 6129 del 2015) da svolgersi secondo le modalità stabilite dell'art. 336 bis, commi 2 e 3, all'interno delle quali spiccano l'obbligatorietà della conduzione da parte del giudice e la preventiva informazione del minore sulla natura del procedimento e sugli effetti dell'ascolto, salvo che motivatamente non si ritenga l'ascolto superfluo o contrario all'interesse del minore. La mancanza di un'esplicita motivazione al riguardo determina la nullità del procedimento di primo grado per omessa ingiustificata audizione dello stesso minore (…) Orbene, solo con il compimento del dodicesimo anno d'età sorge l'obbligo del giudice di ascoltare il minore e della motivazione espressa della scelta contraria, anche senza un'istanza di parte, a differenza che nell'ipotesi di minore infradodicenne in cui il giudice dispone di un potere discrezionale d'ascolto, salvo che egli debba disporne l'ascolto o motivarne l'omissione se vi sia un'istanza di parte che indichi gli argomenti e i temi di approfondimento sui quali si ritenga necessario l'ascolto (art. 336 c.c., comma 2). Ne discende l'infondatezza dell'eccezione sollevata dalla difesa della controricorrente circa la mancata formulazione di un'istanza di ascolto della minore. Per quanto esposto, l'omesso ascolto della minore, trattandosi di procedimento avente ad oggetto il disconoscimento della paternità della minore, ha determinato la sanzione della nullità processuale (Cass., n. 19327/15; n. 5676/17).”

Va poi ricordato che gli artt. 337bis e seguenti cc si applicano nel caso di questioni inerenti l’esercizio della responsabilità in casi di separazione, scioglimento del matrimonio, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità o all’esito dei giudizi sui figli nati al di fuori del matrimonio, secondo quanto disposto proprio dall’art. 337quinquies cc.

L’art. 337quinquies c.c., in particolare, prevede che: “I genitori hanno diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l'affidamento dei figli, l'attribuzione dell'esercizio della responsabilità genitoriale su di essi e delle eventuali disposizioni relative alla misura e alla modalità del contributo.”

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10/06/20

Legge sul divorzio (testo aggiornato al 2018).

Legge 1 dicembre 1970, n. 898
"Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio"
Pubblicata nella Gazz. Uff. 3 dicembre 1970, n. 306.

Articolo 1.
1. Il giudice pronuncia lo scioglimento del matrimonio contratto a norma del codice civile, quando, esperito inutilmente il tentativo di conciliazione di cui al successivo art. 4, accerta che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l'esistenza di una delle cause previste dall'art. 3.

Articolo 2.
1. Nei casi in cui il matrimonio sia stato celebrato con rito religioso e regolarmente trascritto, il giudice, quando, esperito inutilmente il tentativo di conciliazione di cui al successivo art. 4, accerta che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l'esistenza di una delle cause previste dall'art. 3, pronuncia la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio.

Articolo 3.
1. Lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio può essere domandato da uno dei coniugi:
1) quando, dopo la celebrazione del matrimonio, l'altro coniuge è stato condannato, con sentenza passata in giudicato, anche per fatti commessi in precedenza:
a) all'ergastolo ovvero ad una pena superiore ad anni quindici, anche con più sentenze, per uno o più delitti non colposi, esclusi i reati politici e quelli commessi per motivi di particolare valore morale e sociale;
b) a qualsiasi pena detentiva per il delitto di cui all'art. 564 del codice penale e per uno dei delitti di cui agli articoli 519, 521, 523 e 524 del codice penale, ovvero per induzione, costrizione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione;
c) a qualsiasi pena per omicidio volontario di un figlio ovvero per tentato omicidio a danno del coniuge o di un figlio;
d) a qualsiasi pena detentiva, con due o più condanne, per i delitti di cui all'art. 582, quando ricorra la circostanza aggravante di cui al secondo comma dell'art. 583, e agli articoli 570, 572 e 643 del codice penale, in danno del coniuge o di un figlio.
Nelle ipotesi previste alla lettera d) il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio accerta, anche in considerazione del comportamento successivo del convenuto, la di lui inidoneità a mantenere o ricostituire la convivenza familiare.
Per tutte le ipotesi previste nel n. 1) del presente articolo la domanda non è proponibile dal coniuge che sia stato condannato per concorso nel reato ovvero quando la convivenza coniugale è ripresa;
2) nei casi in cui:
a) l'altro coniuge è stato assolto per vizio totale di mente da uno dei delitti previsti nelle lettere b) e c) del numero 1) del presente articolo, quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio accerta l'inidoneità del convenuto a mantenere o ricostituire la convivenza familiare;
b) è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la separazione giudiziale fra i coniugi, ovvero è stata omologata la separazione consensuale ovvero è intervenuta separazione di fatto quando la separazione di fatto stessa è iniziata almeno due anni prima del 18 dicembre 1970.
In tutti i predetti casi, per la proposizione della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, le separazioni devono essersi protratte ininterrottamente da almeno dodici mesi dall'avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale, ovvero dalla data certificata nell'accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da un avvocato ovvero dalla data dell'atto contenente l'accordo di separazione concluso innanzi all'ufficiale dello stato civile. L'eventuale interruzione della separazione deve essere eccepita dalla parte convenuta.(1)
c) il procedimento penale promosso per i delitti previsti dalle lettere b) e c) del n. 1) del presente articolo si è concluso con sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato, quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ritiene che nei fatti commessi sussistano gli elementi costitutivi e le condizioni di punibilità dei delitti stessi;
d) il procedimento penale per incesto si è concluso con sentenza di proscioglimento o di assoluzione che dichiari non punibile il fatto per mancanza di pubblico scandalo;
e) l'altro coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all'estero l'annullamento o lo scioglimento del matrimonio o ha contratto all'estero nuovo matrimonio;
f) il matrimonio non è stato consumato;
g) è passata in giudicato sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso a norma della legge 14 aprile 1982, n. 164.
(1) Lettera così modificata, da ultimo, ad opera dell’ art. 1, comma 1, Legge 6 maggio 2015, n. 55.
 
Art. 4.
La domanda per ottenere lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio si propone al tribunale del luogo dell'ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza, (1) del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio. Qualora il coniuge convenuto sia residente all'estero o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente e, se anche questi è residente all'estero, a qualunque tribunale della Repubblica. La domanda congiunta può essere proposta al tribunale del luogo di residenza o di domicilio dell'uno o dell'altro coniuge.
2. La domanda si propone con ricorso, che deve contenere l'esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali la domanda di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili dello stesso è fondata.
3. Del ricorso il cancelliere dà comunicazione all'ufficiale dello stato civile del luogo dove il matrimonio fu trascritto per l'annotazione in calce all'atto.
4. Nel ricorso deve essere indicata l'esistenza di figli di entrambi i coniugi.(2)
5. Il presidente del tribunale, nei cinque giorni successivi al deposito in cancelleria, fissa con decreto la data di comparizione dei coniugi davanti a sé, che deve avvenire entro novanta giorni dal deposito del ricorso, il termine per la notificazione del ricorso e del decreto ed il termine entro cui il coniuge convenuto può depositare memoria difensiva e documenti. Il presidente nomina un curatore speciale quando il convenuto è malato di mente o legalmente incapace.
6. Al ricorso e alla prima memoria difensiva sono allegate le ultime dichiarazioni dei redditi rispettivamente presentate.
7. I coniugi devono comparire davanti al presidente del tribunale personalmente, salvo gravi e comprovati motivi, e con l'assistenza di un difensore. Se il ricorrente non si presenta o rinuncia, la domanda non ha effetto. Se non si presenta il coniuge convenuto, il presidente può fissare un nuovo giorno per la comparizione, ordinando che la notificazione del ricorso e del decreto gli sia rinnovata. All'udienza di comparizione, il presidente deve sentire i coniugi prima separatamente poi congiuntamente, tentando di conciliarli. Se i coniugi si conciliano, il presidente fa redigere processo verbale della conciliazione.
8.  Se la conciliazione non riesce, il presidente, sentiti i coniugi e i rispettivi difensori nonché, disposto l'ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento, dà, anche d'ufficio, con ordinanza i provvedimenti temporanei e urgenti che reputa opportuni nell'interesse dei coniugi e della prole, nomina il giudice istruttore e fissa l'udienza di comparizione e trattazione dinanzi a questo. Nello stesso modo il presidente provvede, se il coniuge convenuto non compare, sentito il ricorrente e il suo difensore. L'ordinanza del presidente può essere revocata o modificata dal giudice istruttore. Si applica l'articolo 189 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile.(3)
9. Tra la data dell'ordinanza, ovvero tra la data entro cui la stessa deve essere notificata al convenuto non comparso, e quella dell'udienza di comparizione e trattazione devono intercorrere i termini di cui all'articolo 163-bis del codice di procedura civile ridotti a metà.
10. Con l'ordinanza di cui al comma 8, il presidente assegna altresì termine al ricorrente per il deposito in cancelleria di memoria integrativa, che deve avere il contenuto di cui all'articolo 163, terzo comma, numeri 2), 3), 4), 5) e 6), del codice di procedura civile e termine al convenuto per la costituzione in giudizio ai sensi degli articoli 166 e 167, primo e secondo comma, dello stesso codice nonché per la proposizione delle eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d'ufficio. L'ordinanza deve contenere l'avvertimento al convenuto che la costituzione oltre il suddetto termine implica le decadenze di cui all'articolo 167 del codice di procedura civile e che oltre il termine stesso non potranno più essere proposte le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d'ufficio.
11. All'udienza davanti al giudice istruttore si applicano le disposizioni di cui agli articoli 180 e 183, commi primo, secondo, quarto, quinto, sesto e settimo, del codice di procedura civile. Si applica altresì l'articolo 184 del medesimo codice.
12. Nel caso in cui il processo debba continuare per la determinazione dell'assegno, il tribunale emette sentenza non definitiva relativa allo scioglimento o alla cessazione degli effetti civili del matrimonio. Avverso tale sentenza è ammesso solo appello immediato. Appena formatosi il giudicato, si applica la previsione di cui all'articolo 10.
13. Quando vi sia stata la sentenza non definitiva, il tribunale, emettendo la sentenza che dispone l'obbligo della somministrazione dell'assegno, può disporre che tale obbligo produca effetti fin dal momento della domanda.
14. Per la parte relativa ai provvedimenti di natura economica la sentenza di primo grado è provvisoriamente esecutiva.
15. L'appello è deciso in camera di consiglio.
16. La domanda congiunta dei coniugi di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio che indichi anche compiutamente le condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici, è proposta con ricorso al tribunale in camera di consiglio. Il tribunale, sentiti i coniugi, verificata l'esistenza dei presupposti di legge e valutata la rispondenza delle condizioni all'interesse dei figli, decide con sentenza. Qualora il tribunale ravvisi che le condizioni relative ai figli sono in contrasto con gli interessi degli stessi, si applica la procedura di cui al comma 8.
(1) La Corte Costituzionale, con sentenza 23 maggio 2008, n. 169, ha dichiarato l'incostituzionalità del presente comma, limitatamente alle parole: "del luogo dell'ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza," in quanto "L'individuazione di tale criterio di competenza è manifestamente irragionevole, non sussistendo alcuna valida giustificazione della adozione dello stesso, ove si consideri che, in tema di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, nella maggioranza delle ipotesi, la residenza comune è cessata, quanto meno dal momento in cui i coniugi, in occasione della domanda di separazione – giudiziale o consensuale – sono stati autorizzati a vivere separatamente, con la conseguenza che, tenute presenti le condizioni per proporre la successiva domanda di divorzio, non è ravvisabile alcun collegamento fra i coniugi e il tribunale individuato dalla norma."
(2) Comma così sostituito dall’art. 98, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.
(3) Comma così modificato dall’art. 98, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.
______________
Cfr. Tribunale, Modena, sez. II civile, sentenza 28 dicembre 2017 n° 2259. 

Articolo 5.
1. Il tribunale adito, in contraddittorio delle parti e con l'intervento obbligatorio del pubblico ministero, accertata la sussistenza di uno dei casi di cui all'art. 3, pronuncia con sentenza lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ed ordina all'ufficiale dello stato civile del luogo ove venne trascritto il matrimonio di procedere alla annotazione della sentenza.
2. La donna perde il cognome che aveva aggiunto al proprio a seguito del matrimonio.
3. Il tribunale, con la sentenza con cui pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito aggiunto al proprio quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela.
4. La decisione di cui al comma precedente può essere modificata con successiva sentenza, per motivi di particolare gravità, su istanza di una delle parti.
5. La sentenza è impugnabile da ciascuna delle parti. Il pubblico ministero può ai sensi dell'art. 72 del codice di procedura civile, proporre impugnazione limitatamente agli interessi patrimoniali dei figli minori o legalmente incapaci.
6. Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.
7. La sentenza deve stabilire anche un criterio di adeguamento automatico dell'assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria. Il tribunale può, in caso di palese iniquità, escludere la previsione con motivata decisione.
8. Su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal tribunale. In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico.
9. I coniugi devono presentare all'udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull'effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria.
10. L'obbligo di corresponsione dell'assegno cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze.
11. Il coniuge, al quale non spetti l'assistenza sanitaria per nessun altro titolo, conserva il diritto nei confronti dell'ente mutualistico da cui sia assistito l'altro coniuge. Il diritto si estingue se egli passa a nuove nozze.
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Giurisprudenza

Assegno divorzile può esser ridotto se ex moglie ottiene il posto fisso, Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 31 marzo 2020, n. 7230
Assegno divorzile ridotto se l'ex non cerca lavoro, Cassazione civile, sez. I, ordinanza 13 febbraio 2020, n. 3661
Assegno divorzile a moglie che lascia paese per dedicarsi alla famiglia, Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 16 gennaio 2020, n. 765 
Assegno divorzile ridotto in appello, rilevanti malattia e costo della vita, Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 9 gennaio 2020, n. 174 
Assegno divorzile all’ex moglie anche se rifiuta offerte di lavoro, Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 25 novembre 2019, n. 30638 
Assegno divorzile non spetta alla ex moglie che abbandona il lavoro, Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 18 ottobre 2019, n. 26594
Assegno divorzile: squilibrio economico non è elemento decisivo, Cassazione civile, sez. I, ordinanza del 7 ottobre 2019, n. 24934
Cassazione civile, SS.UU., sentenza 24 settembre 2018 n° 22434, Cassazione civile, SS.UU., sentenza 11 luglio 2018 n° 18287, Corte dei Conti, Umbria, sezione giurisdizionale, sentenza 21 febbraio 2018 n° 5, Cassazione Civile, sez. I, sentenza 20 febbraio 2018 n° 4092, Cassazione Civile, sez. VI-1, ordinanza 27 ottobre 2017 n° 25697, Corte d'Appello, Milano, sez. V civile, sentenza 16 novembre 2017 n° 4793, Tribunale, Milano, sez. IX civile, ordinanza 22 maggio 2017, Cassazione Civile, sez. I, ordinanza 10 maggio 2017 n° 11453, Cassazione civile, sentenza 10 maggio 2017, n. 11504. 

Articolo 6.
1. L'obbligo, ai sensi degli articoli 315-bis e 316-bis del codice civile, di mantenere, educare ed istruire i figli nati o adottati durante il matrimonio di cui sia stato pronunciato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili, permane anche nel caso di passaggio a nuove nozze di uno o di entrambi i genitori.(1)
2. Il Tribunale che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio applica, riguardo ai figli, le disposizioni contenute nel capo II, del titolo IX, del libro primo, del codice civile.(2)
[3. In particolare il tribunale stabilisce la misura ed il modo con cui il genitore non affidatario deve contribuire al mantenimento, all'istruzione e all'educazione dei figli, nonché le modalità di esercizio dei suoi diritti nei rapporti con essi.] (3)
[4. Il genitore cui sono affidati i figli, salva diversa disposizione del tribunale, ha l'esercizio esclusivo della potestà su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal tribunale. Salvo che non sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i genitori. Il genitore cui i figli non siano affidati ha il diritto ed il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al tribunale quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse.] (3)
[5. Qualora il genitore affidatario non si attenga alle condizioni dettate, il tribunale valuterà detto comportamento al fine del cambio di affidamento.] (3)
6. L'abitazione nella casa familiare spetta di preferenza al genitore cui vengono affidati i figli o con il quale i figli convivono oltre la maggiore età. In ogni caso ai fini dell'assegnazione il giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione e favorire il coniuge più debole. L'assegnazione, in quanto trascritta, è opponibile al terzo acquirente ai sensi dell'art. 1599 del codice civile.
7. Il Tribunale dà inoltre disposizioni circa l'amministrazione dei beni dei figli e, nell'ipotesi in cui l'esercizio della responsabilità genitoriale sia affidato ad entrambi i genitori, circa il concorso degli stessi al godimento dell'usufrutto legale.(1)
[8. In caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ad uno dei genitori, il tribunale procede all'affidamento familiare di cui all'art. 2 della legge 4 maggio 1983, n. 184.] (3)
[9. Nell'emanare i provvedimenti relativi all'affidamento dei figli e al contributo per il loro mantenimento, il giudice deve tener conto dell'accordo fra le parti: i provvedimenti possono essere diversi rispetto alle domande delle parti o al loro accordo, ed emessi dopo l'assunzione di mezzi di prova dedotti dalle parti o disposti d'ufficio dal giudice, ivi compresa, qualora sia strettamente necessario anche in considerazione della loro età, l'audizione dei figli minori.] (3)
[10. All'attuazione dei provvedimenti relativi all'affidamento della prole provvede il giudice del merito, e, nel caso previsto dal comma 8, anche d'ufficio. A tal fine copia del provvedimento di affidamento è trasmessa, a cura del pubblico ministero, al giudice tutelare.] (3)
[11. Nel fissare la misura dell'assegno di mantenimento relativo ai figli il tribunale determina anche un criterio di adeguamento automatico dello stesso, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria.] (3)
[12. In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori è obbligato a comunicare all'altro, entro il termine perentorio di trenta giorni, l'avvenuto cambiamento di residenza o di domicilio. La mancata comunicazione obbliga al risarcimento del danno eventualmente verificatosi a carico del coniuge o dei figli per la difficoltà di reperire il soggetto.] (3)
(1) Comma così modificato dall’art. 98, comma 1, lett. b), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.
(2) Comma così sostituito dall’art. 98, comma 1, lett. b), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.
(3) Comma abrogato dall’art. 98, comma 1, lett. d), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.
 
Articolo 7.
1. Il secondo comma dell'art. 252 del codice civile è così modificato:
«I figli adulterini possono essere riconosciuti anche dal genitore che, al tempo del concepimento, era unito in matrimonio, qualora il matrimonio sia sciolto per effetto della morte dell'altro coniuge ovvero per pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso».

Articolo 8.
1. Il tribunale che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio può imporre all'obbligato di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all'adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6.
2. La sentenza costituisce titolo per l'iscrizione dell'ipoteca giudiziale ai sensi dell'art. 2818 del codice civile.
3. Il coniuge cui spetta la corresponsione periodica dell'assegno, dopo la costituzione in mora a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento del coniuge obbligato e inadempiente per un periodo di almeno trenta giorni, può notificare il provvedimento in cui è stabilita la misura dell'assegno ai terzi tenuti a corrispondere periodicamente somme di denaro al coniuge obbligato con l'invito a versargli direttamente le somme dovute, dandone comunicazione al coniuge inadempiente.
4. Ove il terzo cui sia stato notificato il provvedimento non adempia, il coniuge creditore ha azione diretta esecutiva nei suoi confronti per il pagamento delle somme dovutegli quale assegno di mantenimento ai sensi degli articoli 5 e 6.
5. Qualora il credito del coniuge obbligato nei confronti dei suddetti terzi sia stato già pignorato al momento della notificazione, all'assegnazione e alla ripartizione delle somme fra il coniuge cui spetta la corresponsione periodica dell'assegno, il creditore procedente e i creditori intervenuti nell'esecuzione, provvede il giudice dell'esecuzione.
6. Lo Stato e gli altri enti indicati nell'art. 1 del testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1950, n. 180, nonché gli altri enti datori di lavoro cui sia stato notificato il provvedimento in cui è stabilita la misura dell'assegno e l'invito a pagare direttamente al coniuge cui spetta la corresponsione periodica, non possono versare a quest'ultimo oltre la metà delle somme dovute al coniuge obbligato, comprensive anche degli assegni e degli emolumenti accessori.
7. Per assicurare che siano soddisfatte o conservate le ragioni del creditore in ordine all'adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6, su richiesta dell'avente diritto, il giudice può disporre il sequestro dei beni del coniuge obbligato a somministrare l'assegno. Le somme spettanti al coniuge obbligato alla corresponsione dell'assegno di cui al precedente comma sono soggette a sequestro e pignoramento fino alla concorrenza della metà per il soddisfacimento dell'assegno periodico di cui agli articoli 5 e 6.

Articolo 9.
1. Qualora sopravvengano giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, in camera di consiglio e, per i provvedimenti relativi ai figli, con la partecipazione del pubblico ministero, può, su istanza di parte, disporre la revisione delle disposizioni concernenti l'affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalità dei contributi da corrispondere ai sensi degli articoli 5 e 6.
2. In caso di morte dell'ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell'art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza.
3. Qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell'assegno di cui all'art. 5. Se in tale condizione si trovano più persone, il tribunale provvede a ripartire fra tutti la pensione e gli altri assegni, nonché a ripartire tra i restanti le quote attribuite a chi sia successivamente morto o passato a nuove nozze.
4. Restano fermi, nei limiti stabiliti dalla legislazione vigente, i diritti spettanti a figli, genitori o collaterali in merito al trattamento di reversibilità.
5. Alle domande giudiziali dirette al conseguimento della pensione di reversibilità o di parte di essa deve essere allegato un atto notorio, ai sensi della legge 4 gennaio 1968, n. 15, dal quale risultino tutti gli aventi diritto. In ogni caso, la sentenza che accoglie la domanda non pregiudica la tutela, nei confronti dei beneficiari, degli aventi diritto pretermessi, salva comunque l'applicabilità delle sanzioni penali per le dichiarazioni mendaci.
______________
Giurisprudenza

Pensione di reversibilità, come si ripartisce tra ex coniuge e coniuge superstite?, Cassazione civile, sez. lavoro, ordinanza 28 aprile 2020, n. 8263
Assegno divorzile, mutamento giurisprudenziale non basta per non modificarlo, Cassazione civile, sez. I, sentenza 20 gennaio 2020, n. 1119. 
Reversibilità alla prima moglie anche se sentenza è provvisoria, Cassazione civile, sez. I, sentenza 26 settembre 2019, n. 24041.
Assegno di mantenimento in caso di nuova collocazione del figlio, Cassazione civile, sez. III, 2 luglio 2019, n. 17689.
Cassazione civile, SS.UU., sentenza 24 settembre 2018 n° 22434. 

Articolo 9-bis.
1. A colui al quale è stato riconosciuto il diritto alla corresponsione periodica di somme di denaro a norma dell'art. 5, qualora versi in stato di bisogno, il tribunale, dopo il decesso dell'obbligato, può attribuire un assegno periodico a carico dell'eredità tenendo conto dell'importo di quelle somme, della entità del bisogno, dell'eventuale pensione di reversibilità, delle sostanze ereditarie, del numero e della qualità degli eredi e delle loro condizioni economiche. L'assegno non spetta se gli obblighi patrimoniali previsti dall'art. 5 sono stati soddisfatti in unica soluzione.
2. Su accordo delle parti la corresponsione dell'assegno può avvenire in unica soluzione. Il diritto all'assegno si estingue se il beneficiario passa a nuove nozze o viene meno il suo stato di bisogno. Qualora risorga lo stato di bisogno l'assegno può essere nuovamente attribuito.

Articolo 10.
1. La sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, quando sia passata in giudicato, deve essere trasmessa in copia autentica, a cura del cancelliere del tribunale o della Corte che l'ha emessa, all'ufficiale dello stato civile del comune in cui il matrimonio fu trascritto, per le annotazioni e le ulteriori incombenze di cui al regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238.
2. Lo scioglimento e la cessazione degli effetti civili del matrimonio, pronunciati nei casi rispettivamente previsti dagli articoli 1 e 2 della presente legge, hanno efficacia, a tutti gli effetti civili, dal giorno dell'annotazione della sentenza.

Articolo 11. (1)
...omissis...
(1) Articolo soppresso dalla Legge 6 marzo 1987, n. 74.

Articolo 12.(1)
1. Le disposizioni del codice civile in tema di riconoscimento del figlio nato fuori del matrimonio si applicano, per quanto di ragione, anche nel caso di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.
(1) Articolo così modificato dall’art. 98, comma 1, lett. c), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Articolo 12-bis.
1. Il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell'art. 5, ad una percentuale dell'indennità di fine rapporto percepita dall'altro coniuge all'atto della cessazione del rapporto di lavoro anche se l'indennità viene a maturare dopo la sentenza.
2. Tale percentuale è pari al quaranta per cento dell'indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.

Articolo 12-ter.
1. In caso di genitori rispetto ai quali sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, la pensione di reversibilità spettante ad essi per la morte di un figlio deceduto per fatti di servizio è attribuita automaticamente dall'ente erogante in parti eguali a ciascun genitore.
2. Alla morte di uno dei genitori, la quota parte di pensione si consolida automaticamente in favore dell'altro.
3. Analogamente si provvede, in presenza della predetta sentenza, per la pensione di reversibilità spettante al genitore del dante causa secondo le disposizioni di cui agli articoli 83 e 87 del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1092.

Articolo 12-quater.
1. Per le cause relative ai diritti di obbligazione di cui alla presente legge è competente anche il giudice del luogo in cui deve essere eseguita l'obbligazione dedotta in giudizio.

Articolo 12-quinquies.
1. Allo straniero, coniuge di cittadina italiana, la legge nazionale del quale non disciplina lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, si applicano le disposizioni di cui alla presente legge.

Articolo. 12-sexies.
[1. Al coniuge che si sottrae all'obbligo di corresponsione dell'assegno dovuto a norma degli articoli 5 e 6 della presente legge si applicano le pene previste dall'art. 570 del codice penale.] (1)
(1) Articolo abrogato dall’art. 7, comma 1, lett. b), D.Lgs. 1° marzo 2018, n. 21. A norma di quanto disposto dall’art. 8, comma 1, D.Lgs. 1° marzo 2018, n. 21, dal 6 aprile 2018 i richiami alle disposizioni del presente articolo, ovunque presenti, si intendono riferiti all’art. 570-bis del codice penale.
_____________
Cfr. Tribunale, Roma, sentenza 12 settembre 2018 n° 17144, Cassazione penale, sez. VI, sentenza 14 novembre 2017 n° 51913. 

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09/06/20

Contratto di appalto (in pillole).

A norma dell'art. 1655 c.c., "l'appalto è il contratto con il quale una parte (appaltatore) assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un'opera o di un servizio verso un corrispettivo in danaro". La disciplina del contratto di appalto, invece, è stabilita dagli articoli seguenti.

Le parti del contratto di appalto sono dunque: -) appaltatore; -) committente. Di seguito analizziamo, schematicamente, le posizioni di entrambi.

Appaltatore:
-) se la convenzione o gli usi non stabiliscono nulla di diverso, deve fornire la materia necessaria a compiere l'opera (art. 1658 c.c.);
-) non può apportare variazioni alle modalità convenute dell'opera se il committente non le ha autorizzate. L'autorizzazione si deve provare per iscritto (art. 1659 c.c.);
-) è tenuto a dare pronto avviso al committente dei difetti della materia da questo fornita (art. 1663 c.c.);
-) se si tratta di edifici o di altre cose immobili destinate per la loro natura a lunga durata è responsabile per la rovina o per il pericolo di rovina dello stesso per 10 anni dal compimento dell'opera (art. 1669 c.c.);
-) è tenuto alla garanzia per le difformità e i vizi dell'opera. La garanzia non è dovuta se il committente ha accettato l'opera e le difformità o i vizi erano da lui conosciuti o erano riconoscibili, purché, in questo caso, non siano stati in mala fede taciuti dall'appaltatore (art. 1667 c.c.);
-) può anche subappaltare il lavoro, solo se è stato autorizzato dal committente, ma è sempre direttamente responsabile nei suoi confronti. Può però agire in via di regresso nei confronti dei subappaltatori se gli ha comunicato la denunzia del committente entro 60 gg. dal ricevimento.

Committente:
-) solo lui può autorizzare variazioni dell'opera. Se le variazioni sono necessarie per compiere l'opera a regola d'arte e superano 1\6 del prezzo convenuto questo dovrà essere modificato anche con l'intervento del giudice in caso di disaccordo (artt. 1659-1660 c.c.) 
-) ha diritto di controllare lo svolgimento dei lavori e di verificarne a proprie spese lo stato (art. 1662 c.c.) 
-) prima di ricevere la consegna, ha diritto di verificare l'opera compiuta (art. 1665 c.c.) 
-) deve, a pena di decadenza, denunziare allo appaltatore le difformità o i vizi entro sessanta giorni dalla scoperta (art. 1667 c.c.) 
-) in caso di vizi o difformità dell'opera può chiedere che siano eliminati o, nei casi più gravi, la risoluzione del contratto (art. 1668 c.c.)
-) entro un anno deve denunziare all'appaltatore i vizi relativi alla possibile rovina di edifici (art. 1669 c.c.)
-) può recedere dal contratto anche se è stata iniziata l'esecuzione dell'opera o la prestazione del servizio purché tenga indenne l'appaltatore delle spese sostenute, dei lavori eseguiti e del mancato guadagno;
-) può autorizzare il subappalto (art. 1656 c.c.).




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05/06/20

Regolamento UE N. 1259/2010 20.12.2010 Relativo all'attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale


                                                            IL CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA,
visto il trattato sul funzionamento dell’Unione europea, in particolare l’articolo 81, paragrafo 3,
vista la decisione 2010/405/UE del Consiglio, del 12 luglio 2010, che autorizza una cooperazione rafforzata nel settore del diritto applicabile in materia di divorzio e di separazione legale ( 1 ),
vista la proposta della Commissione europea,
previa trasmissione del progetto di atto legislativo ai parlamenti nazionali,
visto il parere del Parlamento europeo,
visto il parere del Comitato economico e sociale europeo,
deliberando secondo una procedura legislativa speciale,
considerando quanto segue:
(1) L’Unione si prefigge di conservare e sviluppare uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia in cui sia assicurata la libera circolazione delle persone. Al fine di una progressiva istituzione di tale spazio, l’Unione deve adottare misure nel settore della cooperazione giudiziaria nelle materie civili con implicazioni transnazionali, in particolare se necessario al buon funzionamento del mercato interno.
(2) A norma dell’articolo 81 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, tali misure includono quelle intese ad assicurare la compatibilità delle regole applicabili negli Stati membri ai conflitti di leggi.
(3) Il 14 marzo 2005 la Commissione ha adottato un libro verde sul diritto applicabile e sulla giurisdizione in materia di divorzio. Il libro verde ha dato il via a un’ampia consultazione pubblica sulle soluzioni possibili ai problemi che può porre la situazione attuale.
(4) Il 17 luglio 2006 la Commissione ha proposto un regolamento che modifica il regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio ( 2 ) limitatamente alla competenza giurisdizionale e introduce norme sulla legge applicabile in materia matrimoniale.
(5) Il 5 e 6 giugno 2008 il Consiglio, riunito a Lussemburgo, prendeva atto della mancanza di unanimità su tale proposta e dell’esistenza di difficoltà insormontabili che rendevano impossibile l’unanimità allora e in un prossimo futuro, e constatava che gli obiettivi della proposta non potevano essere conseguiti, entro un termine ragionevole, applicando le pertinenti disposizioni dei trattati.
(6) Il Belgio, la Bulgaria, la Germania, la Grecia, la Spagna, la Francia, l’Italia, la Lettonia. il Lussemburgo, l’Ungheria, Malta, l’Austria, il Portogallo, la Romania e la Slovenia hanno successivamente trasmesso una richiesta alla Commissione manifestando l’intenzione di instaurare tra loro una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile in materia matrimoniale. Il 3 marzo 2010 la Grecia ha ritirato la propria richiesta.
(7) Il 12 luglio 2010 il Consiglio ha adottato la decisione 2010/405/UE, che autorizza una cooperazione rafforzata nel settore del diritto applicabile in materia di divorzio e di separazione legale.
(8) Ai sensi dell’articolo 328, paragrafo 1, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, al momento della loro instaurazione le cooperazioni rafforzate sono aperte a tutti gli Stati membri, fatto salvo il rispetto delle eventuali condizioni di partecipazione stabilite dalla decisione di autorizzazione. La partecipazione alle cooperazioni rafforzate resta inoltre possibile in qualsiasi altro momento, fatto salvo il rispetto, oltre che delle condizioni summenzionate, degli atti già adottati in tale ambito. La Commissione e gli Stati membri che partecipano a una cooperazione rafforzata si adoperano per promuovere la partecipazione del maggior numero possibile di Stati membri. Il presente regolamento dovrebbe essere obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile soltanto negli Stati membri partecipanti conformemente ai trattati.
(9) Il presente regolamento dovrebbe istituire un quadro giuridico chiaro e completo in materia di legge applicabile al divorzio e alla separazione personale negli Stati membri partecipanti e garantire ai cittadini soluzioni adeguate per quanto concerne la certezza del diritto, la prevedibilità e la flessibilità, e impedire le situazioni in cui un coniuge domanda il divorzio prima dell’altro per assicurarsi che il procedimento sia regolato da una legge che ritiene più favorevole alla tutela dei suoi interessi.IT L 343/10 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea 29.12.2010
( 1 ) GU L 189 del 22.7.2010, pag. 12.
( 2 ) Regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale (GU L 338 del 23.12.2003, pag. 1).
(10) Il presente regolamento, sia nell’ambito di applicazione sostanziale sia nelle disposizioni, dovrebbe essere coerente con il regolamento (CE) n. 2201/2003. Non dovrebbe tuttavia applicarsi all’annullamento del matrimonio.
Il presente regolamento dovrebbe applicarsi solo allo scioglimento o all’allentamento del vincolo matrimoniale. La legge determinata dalle norme di conflitto del presente regolamento dovrebbe applicarsi alle cause del divorzio e della separazione personale.
Questioni preliminari quali la capacità giuridica e la validità del matrimonio e materie quali gli effetti del divorzio o della separazione personale sui rapporti patrimoniali, il nome, la responsabilità genitoriale, le obbligazioni alimentari o altri eventuali provvedimenti accessori dovrebbero essere regolate dalle norme di conflitto applicabili nello Stato membro partecipante interessato.
(11) Al fine di definire con precisione l’ambito di applicazione territoriale del presente regolamento, è opportuno specificare gli Stati membri che partecipano alla cooperazione rafforzata.
(12) Il presente regolamento dovrebbe presentare un carattere universale, vale a dire che le norme uniformi in materia di conflitto di leggi dovrebbero poter designare la legge di uno Stato membro partecipante, la legge di uno Stato membro non partecipante o la legge di uno Stato non membro dell’Unione europea.
(13) Il presente regolamento dovrebbe essere applicato a prescindere dalla natura dell’autorità giurisdizionale adita. Se del caso, un’autorità giurisdizionale dovrebbe essere considerata adita ai sensi del regolamento (CE) n. 2201/2003.
(14) Affinché i coniugi possano scegliere una legge applicabile con cui hanno legami stretti o, in mancanza di scelta, affinché al loro divorzio o separazione personale si applichi una siffatta legge, è opportuno che questa si applichi anche se non è la legge di uno Stato membro partecipante. Qualora sia designata la legge di un altro Stato membro, la rete istituita con decisione 2001/470/CE del Consiglio, del 28 maggio 2001, relativa all’istituzione di una rete giudiziaria europea in materia civile e commerciale ( 1 ), potrebbe intervenire per fornire assistenza alle autorità giurisdizionali sul contenuto della legge straniera.
(15) Per aumentare la mobilità dei cittadini è necessario rafforzare la flessibilità e garantire una maggiore certezza del diritto. A tal fine, il presente regolamento dovrebbe potenziare l’autonomia delle parti in materia di divorzio e separazione personale riconoscendo una limitata possibilità di scelta in ordine alla legge applicabile al divorzio o alla separazione personale.
(16) I coniugi dovrebbero poter scegliere, quale legge applicabile al divorzio e alla separazione personale, la legge di un paese con cui hanno un legame particolare o la legge del foro. La legge scelta dai coniugi deve essere conforme ai diritti fondamentali riconosciuti dai trattati e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
(17) Prima di designare la legge applicabile occorre che i coniugi abbiano accesso ad informazioni aggiornate relative agli aspetti essenziali della legge nazionale e dell’Unione e delle procedure in materia di divorzio e di separazione personale. Per garantire l’accesso ad appropriate informazioni di qualità, la Commissione le aggiorna regolarmente nel sistema di informazione destinato al pubblico che si avvale di Internet, istituito con decisione 2001/470/CE.
(18) La scelta informata di entrambi i coniugi è un principio essenziale del presente regolamento. Ciascun coniuge dovrebbe sapere esattamente quali sono le conseguenze giuridiche e sociali della scelta della legge applicabile. La possibilità di scegliere di comune accordo la legge applicabile dovrebbe far salvi i diritti e le pari opportunità per i due coniugi. A tal fine i giudici negli Stati membri partecipanti dovrebbero essere consapevoli dell’importanza di una scelta informata per entrambi i coniugi riguardo alle conseguenze giuridiche dell’accordo raggiunto.
(19) Occorre definire norme sulla validità sostanziale e formale, in modo che la scelta informata dei coniugi sia facilitata e che il loro consenso sia rispettato nell’obiettivo di garantire la certezza del diritto ed un migliore accesso alla giustizia. Per quanto riguarda la validità formale, dovrebbero essere introdotte talune garanzie per assicurare che i coniugi siano consapevoli delle conseguenze della loro scelta. Come minimo l’accordo sulla scelta della legge applicabile dovrebbe essere redatto per iscritto, datato e firmato da entrambe le parti. Tuttavia, se la legge dello Stato membro partecipante in cui entrambi i coniugi hanno la residenza abituale nel momento in cui è concluso l’accordo prevede requisiti di forma supplementari, questi ultimi dovrebbero essere rispettati. Tali requisiti possono ad esempio esistere in uno Stato membro partecipante in cui l’accordo è inserito nel contratto di matrimonio. Se, nel momento in cui è concluso l’accordo, la residenza abituale dei coniugi si trova in Stati membri partecipanti diversi che prevedono requisiti di forma differenti, è sufficiente che siano soddisfatti i requisiti di forma di uno dei due Stati. Se, nel momento in cui è concluso l’accordo, uno solo dei due coniugi ha la residenza abituale in uno Stato membro partecipante che prevede requisiti di forma supplementari, questi ultimi dovrebbero essere rispettati.
(20) L’accordo che designa la legge applicabile dovrebbe poter essere concluso e modificato al più tardi nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale e anche nel corso del procedimento se la legge del foro lo prevede. In tal caso, dovrebbe essere sufficiente che l’autorità giurisdizionale metta agli atti tale designazione in conformità della legge del foro.IT 29.12.2010 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 343/11
( 1 ) GU L 174 del 27.6.2001, pag. 25.
(21) In mancanza di scelta della legge applicabile, il presente regolamento dovrebbe introdurre norme di conflitto armonizzate basate su una serie di criteri di collegamento successivi fondati sull’esistenza di un legame stretto tra i coniugi e la legge in questione, al fine di garantire la certezza del diritto e la prevedibilità e impedire le situazioni in cui un coniuge domanda il divorzio prima dell’altro per assicurarsi che il procedimento sia regolato da una legge che ritiene più favorevole alla tutela dei suoi interessi. È altresì opportuno che la scelta dei criteri di collegamento sia tale da assicurare che i procedimenti di divorzio o separazione personale siano disciplinati da una legge con cui i coniugi hanno un legame stretto.
(22) Laddove, ai fini dell’applicazione della legge di uno Stato, il presente regolamento si riferisce alla cittadinanza quale fattore di collegamento, la problematica dei casi di cittadinanza plurima dovrebbe essere disciplinata dalla legislazione nazionale, nel pieno rispetto dei principi generali dell’Unione europea.
(23) Nell’ipotesi di un procedimento volto a convertire una separazione personale in divorzio e in mancanza di scelta della legge applicabile ad opera delle parti, la legge applicata alla separazione personale dovrebbe applicarsi anche al divorzio. Tale continuità favorirebbe la prevedibilità per le parti e rafforzerebbe la certezza del diritto. Se la legge applicata alla separazione personale non prevede la conversione della separazione in divorzio, il divorzio dovrebbe essere disciplinato dalle norme di conflitto che si applicano in mancanza di scelta ad opera delle parti. Ciò non dovrebbe ostare a che i coniugi chiedano il divorzio in forza di altre norme del presente regolamento.
(24) In certe situazioni, quali quelle in cui la legge applicabile non prevede il divorzio o non concede a uno dei coniugi, perché appartenente all’uno o all’altro sesso, pari condizioni di accesso al divorzio o alla separazione personale, dovrebbe tuttavia applicarsi la legge dell’autorità giurisdizionale adita. Ciò dovrebbe tuttavia far salva la clausola relativa all’ordine pubblico.
(25) Considerazioni di interesse pubblico dovrebbero dare alle autorità giurisdizionali degli Stati membri la possibilità, in circostanze eccezionali, di disapplicare una disposizione della legge straniera qualora in una data fattispecie sia manifestamente contraria all’ordine pubblico del foro. Tuttavia, le autorità giurisdizionali non dovrebbero poter applicare l’eccezione di ordine pubblico allo scopo di non tenere conto di una disposizione della legge di un altro Stato qualora ciò sia contrario alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in particolare all’articolo 21, che vieta qualsiasi forma di discriminazione.
(26) Laddove il presente regolamento si riferisce al fatto che la legge dello Stato membro partecipante in cui è adita l’autorità giurisdizionale non prevede il divorzio, ciò dovrebbe essere interpretato nel senso che la legge di tale Stato membro non contempla l’istituto del divorzio. In tal caso, l’autorità giurisdizionale non dovrebbe essere obbligata a emettere una decisione di divorzio in virtù del presente regolamento.
Laddove il presente regolamento si riferisce al fatto che la legge dello Stato membro partecipante in cui è adita l’autorità giurisdizionale non considera valido il matrimonio in questione ai fini del procedimento di divorzio, ciò dovrebbe essere interpretato, inter alia, nel senso che tale matrimonio non esiste secondo la legge di tale Stato membro. In tal caso, l’autorità giurisdizionale non dovrebbe essere obbligata a emettere una decisione di divorzio o di separazione personale in virtù del presente regolamento.
(27) Poiché in alcuni Stati e Stati membri partecipanti coesistono due o più sistemi giuridici o complessi di norme per materie disciplinate dal presente regolamento, è opportuno prevedere in quale misura il presente regolamento si applica nelle differenti unità territoriali di tali Stati e Stati membri partecipanti o a categorie diverse di persone di tali Stati e Stati membri partecipanti.
(28) In mancanza di norme che designino la legge applicabile, le parti che scelgono la legge dello Stato di cui una di esse ha la cittadinanza dovrebbero al tempo stesso indicare di quale unità territoriale hanno convenuto di applicare la legge nel caso in cui lo Stato di cui è scelta la legge comprenda diverse unità territoriali, ciascuna delle quali ha il proprio sistema giuridico o un complesso di norme in materia di divorzio.
(29) Poiché gli obiettivi del presente regolamento, ossia aumentare la certezza del diritto, la prevedibilità e la flessibilità nei procedimenti matrimoniali internazionali e quindi agevolare la libera circolazione delle persone nell’Unione europea, non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri e possono dunque, a motivo della portata e degli effetti del presente regolamento, essere conseguiti meglio a livello di Unione, quest’ultima può intervenire, se del caso mediante una cooperazione rafforzata, in base al principio di sussidiarietà sancito all’articolo 5 del trattato sull’Unione europea. Il presente regolamento si limita a quanto è necessario per conseguire tali obiettivi in ottemperanza al principio di proporzionalità enunciato nello stesso articolo.
(30) Il presente regolamento rispetta i diritti fondamentali e osserva i principi riconosciuti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, segnatamente l’articolo 21, che vieta qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale. Le autorità giurisdizionali degli Stati membri partecipanti dovrebbero applicare il presente regolamento nel rispetto di tali diritti e principi,IT L 343/12 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea 29.12.2010
HA ADOTTATO IL PRESENTE REGOLAMENTO:
CAPO I
AMBITO DI APPLICAZIONE, RELAZIONE CON IL REGOLAMENTO (CE) N. 2201/2003, DEFINIZIONI E CARATTERE UNIVERSALE
Articolo 1
Ambito di applicazione
1. Il presente regolamento si applica, in circostanze che comportino un conflitto di leggi, al divorzio e alla separazione personale.
2. Il presente regolamento non si applica alle seguenti materie, anche se si presentano semplicemente come questioni preliminari nell’ambito di un procedimento di divorzio o separazione personale:
a) la capacità giuridica delle persone fisiche;
b) l’esistenza, la validità e il riconoscimento di un matrimonio;
c) l’annullamento di un matrimonio;
d) il nome dei coniugi;
e) gli effetti patrimoniali del matrimonio;
f) la responsabilità genitoriale;
g) le obbligazioni alimentari;
h) i trust o le successioni.
Articolo 2
Relazione con il regolamento (CE) n. 2201/2003
Il presente regolamento fa salva l’applicazione del regolamento (CE) n. 2201/2003.
Articolo 3
Definizione
Ai fini del presente regolamento valgono le definizioni seguenti:
1) «Stato membro partecipante»: uno Stato membro che partecipa alla cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale in virtù della decisione 2010/405/UE o in virtù di una decisione adottata ai sensi dell’articolo 331, paragrafo 1, secondo o terzo comma, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea;
2) «autorità giurisdizionale»: tutte le autorità degli Stati membri partecipanti competenti per le materie rientranti nell’ambito di applicazione del presente regolamento.
Articolo 4
Carattere universale
La legge designata dal presente regolamento si applica anche ove non sia quella di uno Stato membro partecipante.
CAPO II
NORME UNIFORMI SULLA LEGGE APPLICABILE AL DIVORZIO E ALLA SEPARAZIONE PERSONALE
Articolo 5
Scelta della legge applicabile dalle parti
1. I coniugi possono designare di comune accordo la legge applicabile al divorzio e alla separazione personale purché si tratti di una delle seguenti leggi:
a) la legge dello Stato della residenza abituale dei coniugi al momento della conclusione dell’accordo; o
b) la legge dello Stato dell’ultima residenza abituale dei coniugi se uno di essi vi risiede ancora al momento della conclusione dell’accordo; o
c) la legge dello Stato di cui uno dei coniugi ha la cittadinanza al momento della conclusione dell’accordo; o
d) la legge del foro.
2. Fatto salvo il paragrafo 3, l’accordo che designa la legge applicabile può essere concluso e modificato in qualsiasi momento, ma al più tardi nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale.
3. Ove previsto dalla legge del foro, i coniugi possono del pari designare la legge applicabile nel corso del procedimento dinanzi all’autorità giurisdizionale. In tal caso, quest’ultima mette agli atti tale designazione in conformità della legge del foro.
Articolo 6
Consenso e validità sostanziale
1. L’esistenza e la validità di un accordo sulla scelta della legge o di una sua disposizione si stabiliscono in base alla legge che sarebbe applicabile in virtù del presente regolamento se l’accordo o la disposizione fossero validi.IT 29.12.2010 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 343/13
2. Tuttavia, un coniuge, al fine di dimostrare che non ha dato il suo consenso, può riferirsi alla legge del paese in cui ha la residenza abituale nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale, se dalle circostanze risulta che non sarebbe ragionevole stabilire l’effetto del suo comportamento secondo la legge prevista nel paragrafo 1.
Articolo 7
Validità formale
1. L’accordo di cui all’articolo 5, paragrafi 1 e 2, è redatto per iscritto, datato e firmato da entrambi i coniugi. La forma scritta comprende qualsiasi comunicazione elettronica che permetta una registrazione durevole dell’accordo.
2. Tuttavia, se la legge dello Stato membro partecipante in cui entrambi i coniugi hanno la residenza abituale nel momento in cui è concluso l’accordo prevede requisiti di forma supplementari per tali accordi, si applicano tali requisiti.
3. Se, nel momento in cui è concluso l’accordo, la residenza abituale dei coniugi si trova in Stati membri partecipanti diversi e se la legge di tali Stati prevede requisiti di forma differenti, l’accordo è valido, quanto alla forma, se soddisfa i requisiti della legge di uno dei due Stati.
4. Se, nel momento in cui è concluso l’accordo, uno solo dei coniugi ha la residenza abituale in uno Stato membro partecipante e se tale Stato prevede requisiti di forma supplementari per questo tipo di accordo, si applicano tali requisiti.
Articolo 8
Legge applicabile in mancanza di scelta ad opera delle parti
In mancanza di una scelta ai sensi dell’articolo 5, il divorzio e la separazione personale sono disciplinati dalla legge dello Stato:
a) della residenza abituale dei coniugi nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale, o, in mancanza;
b) dell’ultima residenza abituale dei coniugi sempre che tale periodo non si sia concluso più di un anno prima che fosse adita l’autorità giurisdizionale, se uno di essi vi risiede ancora nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale; o, in mancanza;
c) di cui i due coniugi sono cittadini nel momento in cui è adita l’autorità giurisdizionale; o, in mancanza;
d) in cui è adita l’autorità giurisdizionale.
Articolo 9
Conversione della separazione personale in divorzio
1. In caso di conversione della separazione personale in divorzio, la legge applicata alla separazione personale si applica anche al divorzio, a meno che le parti abbiano convenuto diversamente ai sensi dell’articolo 5.
2. Tuttavia, se la legge applicata alla separazione personale non prevede la conversione della separazione in divorzio, si applica l’articolo 8, a meno che le parti abbiano convenuto diversamente ai sensi dell’articolo 5.
Articolo 10
Applicazione della legge del foro
Qualora la legge applicabile ai sensi dell’articolo 5 o dell’articolo 8 non preveda il divorzio o non conceda a uno dei coniugi, perché appartenente all’uno o all’altro sesso, pari condizioni di accesso al divorzio o alla separazione personale, si applica la legge del foro.
Articolo 11
Esclusione del rinvio
Quando prescrive l’applicazione della legge di uno Stato, il presente regolamento si riferisce alle norme giuridiche in vigore in quello Stato, ad esclusione delle norme di diritto internazionale privato.
Articolo 12
Ordine pubblico
L’applicazione di una norma della legge designata in virtù del presente regolamento può essere esclusa solo qualora tale applicazione risulti manifestamente incompatibile con l’ordine pubblico del foro.
Articolo 13
Divergenze fra le legislazioni nazionali
Nessuna disposizione del presente regolamento obbliga le autorità giurisdizionali di uno Stato membro partecipante la cui legge non prevede il divorzio o non considera valido il matrimonio in questione ai fini del procedimento di divorzio ad emettere una decisione di divorzio in virtù dell’applicazione del regolamento stesso.
Articolo 14
Stati con due o più sistemi giuridici — conflitti territoriali di leggi
Ove uno Stato si componga di più unità territoriali, ciascuna con il proprio sistema giuridico o complesso di norme per materie disciplinate dal presente regolamento: IT L 343/14 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea 29.12.2010
a) ogni riferimento alla legge di tale Stato è inteso, ai fini della determinazione della legge applicabile ai sensi del presente regolamento, come riferimento alla legge in vigore nell’unità territoriale pertinente;
b) ogni riferimento alla residenza abituale in quello Stato è inteso come riferimento alla residenza abituale in un’unità territoriale;
c) ogni riferimento alla cittadinanza è inteso come riferimento all’appartenenza all’unità territoriale designata dalla legge di detto Stato o, in mancanza di norme pertinenti, all’unità territoriale scelta dalle parti o, in mancanza di scelta, all’unità territoriale con la quale il coniuge o i coniugi hanno il legame più stretto.
Articolo 15
Stati con due o più sistemi giuridici — conflitti interpersonali di leggi
In relazione ad uno Stato con due o più sistemi giuridici o complessi di norme applicabili a categorie diverse di persone riguardanti materie disciplinate dal presente regolamento, ogni riferimento alla legge di tale Stato è inteso come riferimento al sistema giuridico determinato dalle norme in vigore in tale Stato. In mancanza di tali norme, si applica il sistema giuridico o il complesso di norme con cui il coniuge o i coniugi hanno il legame più stretto.
Articolo 16
Non applicazione del presente regolamento ai conflitti interni di leggi
Uno Stato membro partecipante in cui diversi sistemi giuridici o complessi di norme si applicano a materie disciplinate dal presente regolamento non è tenuto ad applicare il presente regolamento a conflitti di leggi che riguardano unicamente tali diversi sistemi giuridici o complessi di norme.
CAPO III
ALTRE DISPOSIZIONI
Articolo 17
Informazioni da parte degli Stati membri partecipanti
1. Entro il 21 settembre 2011 gli Stati membri partecipanti comunicano alla Commissione le eventuali disposizioni nazionali riguardo:
a) ai requisiti di forma per gli accordi sulla scelta della legge applicabile, conformemente all’articolo 7, paragrafi da 2 a 4; e
b) alla possibilità di designare la legge applicabile in conformità dell’articolo 5, paragrafo 3.
Gli Stati membri partecipanti comunicano alla Commissione qualsiasi successiva modifica di tali disposizioni.
2. La Commissione rende pubblicamente accessibili le informazioni comunicate conformemente al paragrafo 1 con mezzi appropriati, in particolare tramite il sito web della rete giudiziaria europea in materia civile e commerciale.
Articolo 18
Disposizioni transitorie
1. Il presente regolamento si applica ai procedimenti avviati e agli accordi di cui all’articolo 5 conclusi a decorrere dal 21 giugno 2012.
Producono tuttavia effetti anche gli accordi sulla scelta della legge applicabile conclusi prima del 21 giugno 2012, a condizione che siano conformi agli articoli 6 e 7.
2. Il presente regolamento fa salvi gli accordi sulla scelta della legge applicabile conclusi conformemente alla legge di uno Stato membro partecipante la cui autorità giurisdizionale sia stata adita prima del 21 giugno 2012.
Articolo 19
Relazione con altre convenzioni internazionali in vigore
1. Fatti salvi gli obblighi degli Stati membri partecipanti ai sensi dell’articolo 351 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, il presente regolamento non osta all’applicazione delle convenzioni internazionali di cui uno o più Stati membri sono parti al momento dell’adozione del presente regolamento o al momento dell’adozione della decisione ai sensi dell’articolo 331, paragrafo 1, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea e che disciplinano i conflitti di leggi in materia di divorzio o separazione.
2. Tuttavia, il presente regolamento prevale, tra gli Stati membri partecipanti, sulle convenzioni concluse esclusivamente tra due o più di essi nella misura in cui esse riguardino materie disciplinate dal presente regolamento.
Articolo 20
Clausola di revisione
1. Entro il 31 dicembre 2015 e successivamente ogni cinque anni, la Commissione presenta al Parlamento europeo, al Consiglio e al Comitato economico e sociale una relazione sull’applicazione del presente regolamento. Tale relazione è corredata, se del caso, di opportune proposte di modifica.IT 29.12.2010 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 343/15
2. A tal fine gli Stati membri partecipanti comunicano alla Commissione le informazioni pertinenti in ordine all’applicazione del presente regolamento da parte delle rispettive autorità giurisdizionali.
CAPO IV
DISPOSIZIONI FINALI
Articolo 21
Entrata in vigore e data di applicazione
Il presente regolamento entra in vigore il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea.
Si applica a decorrere dal 21 giugno 2012, ad eccezione dell’articolo 17, che si applica a decorrere dal 21 giugno 2011.
Per gli Stati membri partecipanti che partecipano a una cooperazione rafforzata in forza di una decisione adottata ai sensi dell’articolo 331, paragrafo 1, secondo comma o terzo comma, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, il presente regolamento si applica dalla data indicata nella relativa decisione.
Il presente regolamento è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri partecipanti conformemente ai trattati.
Fatto a Bruxelles, addì 20 dicembre 2010.
                                                                            Per il Consiglio
                                                                             La presidente
                                                                       J. SCHAUVLIEGEIT

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20/05/20

La piaga delle truffe sentimentali online e la loro evoluzione ai tempi del coronavirus

Possiamo definire “truffe sentimentali” quelle condotte con cui un soggetto induce in inganno un altro, spingendolo a legarsi sentimentalmente a lui, con lo scopo di ottenere somme di denaro e vantaggi di varia natura. Questo genere di circuizione, quando il perpetratore è abile, può anche spingere il truffato a esborsi di enorme valore.

La truffa in parola viene preparata attraverso il reperimento di informazioni che permettano di profilare la vittima e di avvicinarla, tramite l’attenta analisi di account social e siti di incontri. Il soggetto agente si accerterà quindi di costruirsi una personalità fittizia basata su passioni, interessi e problematiche in comune col soggetto da circuire. Al fine di contattare la vittima, il truffatore cercherà poi una foto da spacciare per sua, accompagnandola chiaramente a un nome falso. Sul punto, non di rado alla frode sentimentale si unisce anche il furto di identità di una persona realmente esistente ma ignara che il proprio volto e il proprio nome stiano venendo usati da altri per fini illeciti.

Il perpetratore stabilirà quindi un contatto con la vittima nella maniera idonea a ottenerne la piena fiducia, ricercando punti deboli e fragilità su cui far leva per creare un'illusione di intimità.

 

L’odierna situazione sanitaria ha rappresentato un vero e proprio “laboratorio” per i professionisti della truffa sentimentale, che hanno potuto sviluppare anche modalità di attuazione inedite e inquietanti. Ad esempio, Il truffatore può presentarsi come medico impegnato nella lotta al coronavirus: in questi casi le somme vengono estorte non solo facendo leva sui sentimenti dell'altra persona e sulla maggior vulnerabilità legata alla paura e all'isolamento, ma anche sulle presunte attività umanitarie che il reo finge di star svolgendo. Ancora, le menzogne impiegate potrebbero riguardare l'attuale crisi economica e lavorativa conseguita all'emergenza sanitaria: il perpetratore simulerà di essere in enorme difficoltà economica - ad esempio - per la chiusura prolungata della propria attività commerciale o per il fatto di essere stato licenziato dall’azienda in cui era assunto, aggiungendo così un elemento di verosimiglianza ai propri artifici.

 

Com’è facile immaginare, Le condotte descritte integrano fattispecie penalmente rilevanti.
Fingere di provare sentimenti verso qualcuno al solo fine di trarre un ingiusto profitto può configurare, infatti, il reato di truffa ex art. 640 c.p.

Sul punto, si veda anche la più recente giurisprudenza di legittimità:     
"la truffa non si apprezza per l'inganno riguardante i sentimenti dell'agente rispetto a quelli della vittima, ma perché la menzogna circa i propri sentimenti è intonata con tutta una situazione atta a far scambiare il falso con il vero operando sulla psiche del soggetto passivo" (Cass. Pen., Sez. II Speciale, n. 25165/2019).

 

Il giudice dovrà valutare la portata fraudolenta della condotta verificando la sussistenza degli elementi costituenti il reato di truffa. Dovrà a tale scopo configurarsi non solo la mera simulazione dei sentimenti di amore ma, altresì, una serie di comportamenti che rientrino dal punto di oggettivo e strutturale nella fattispecie criminosa di cui ex art. 640 c.p. In particolare, gli artifizi e raggiri dovranno essere idonei a ingannare la vittima inducendola in errore e portandola ad effettuare disposizioni patrimoniali che altrimenti non avrebbe eseguito. L'artificio deve quindi essere inteso come simulazione o dissimulazione della realtà esterna tale da far percepire all'altro una "falsa apparenza"; il raggiro deve consistere invece in una simulazione basata su parole o argomentazioni idonee a sostituire il falso con il vero. Nel caso delle c.d. "truffe sentimentali" gli artifizi e i raggiri constano della manifestazione di sentimenti fasulli, della dichiarazione della volontà di fare progetti a lungo termine (convivenza, acquisto di un immobile, investimenti, progetti lavorativi), del palesare difficoltà economiche anche spesso presentate come ostacoli al coronamento del "sogno d'amore", il tutto accompagnato talvolta anche da elementi costruiti ad hoc a sostegno della rete di menzogne tessuta dal truffatore (false documentazioni, fotografie ecc).          
Gli atti dispositivi eseguiti dal raggirato comportano quindi un ingiusto profitto e un danno alla persona offesa per l'inganno in cui la stessa è incorsa a causa dell’altrui comportamento fraudolento.

 

Una seconda fattispecie di reato rinvenibile nei comportamenti descritti è la sostituzione di persona ex art. 494 c.p.       
La legge, infatti, punisce chi attribuendosi un falso nome, un falso stato o false qualità personali induce la vittima in errore al fine di trarre un ingiusto guadagno.  
Secondo indirizzo giurisprudenziale costante, il reato di sostituzione di persona può concorrere con quello di truffa sia per la diversità dei beni giuridici tutelati sia poiché la sostituzione di persona non costituisce un elemento necessario della truffa. Di conseguenza, lo stesso comportamento può concretizzare l'elemento materiale di entrambi i reati. Infatti, la Corte di Cassazione ha evidenziato che "il reato di sostituzione di persona è compatibile con il reato di truffa, diversi essendo gli elementi costitutivi e la natura dei beni giuridici protetti, sicché nell'ipotesi in cui con la stessa condotta si vulneri, da un lato, sia la fede pubblica e/o la persona "sostituita" e, dall'altro, si induca in errore la vittima di truffa si configura concorso formale di reati" (Cass. Pen., Sez. V, n. 11918/2016.)

Vedi anche Cass. Pen., Sez. V, n. 33862/2018: "integra il delitto di sostituzione di persona (art. 494 c.p.) la creazione ed utilizzazione di un profilo su social network, utilizzando abusivamente l'immagine di una persona del tutto inconsapevole trattandosi di condotta idonea alla rappresentazione di una identità digitale non corrispondente al soggetto che lo utilizza. Sotto il versante soggettivo, il dolo specifico del delitto di sostituzione di persona consiste nel fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio, anche non patrimoniale, ovvero di recare ad altri un danno"

 

Per difendersi da questo genere di raggiri, in primis occorre sempre diffidare da sconosciuti che propinano storie di vita inverosimilmente problematiche e legate a mestieri pericolosi oltretutto svolti in luoghi remoti del mondo. Per verificare l'autenticità dei racconti dell'interlocutore è bene formulare domande specifiche, al fine di valutare le reazioni e la coerenza delle risposte. È fondamentale, inoltre, non cedere mai a richieste di natura economica anche quando dall'altra parte vengono prospettate le più drammatiche e gravi problematiche.
Se si sospetta di essere caduti in una truffa sentimentale, è necessario innanzitutto cessare i contatti col soggetto e rivolgersi subito alla polizia postale che svolgerà tutte le indagini, al fine di risalire alla reale identità del truffatore. A tal fine sarà d’uopo conservare chat e estratti di pagamenti effettuati e consegnarli alle forze dell’ordine. Nel caso in cui il contato sia avvenuto tramite siti d'incontri o social è consigliabile procedere anche alla segnalazione al sito attraverso il quale il truffatore ha preso contatti la prima volta.

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06/05/20

Differimento del termine di approvazione del bilancio secondo il Decreto "Cura Italia"


L'art. 106, co. 1, D.L. 17 marzo 2020, n. 18 (c.d. Decreto "Cura Italia"), pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 70 del 17 marzo 2020 e in vigore da tale data ha previsto il differimento del termine per l'approvazione del bilancio di 60 giorni. Infatti, la norma prevede che "ín deroga a quanto previsto dagli articoli 2364, secondo comma, e 2478-bis, del codice civile o alle diverse disposizioni statutarie, l'assemblea ordinaria è convocata entro centottanta giorni dalla chiusura dell'esercizio".

Il comma 7 del citato articolo prevede, inoltre, l'applicabilità di tali disposizioni alle assemblee convocate entro il 31 luglio 2020 ovvero entro la data, se successiva, fino alla quale sarà in vigore lo stato di emergenza sanitario sul territorio nazionale. 

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06/05/20

Coronavirus: Linee guida del 04.05.2020 per il settore Penale del Tribunale per i Minorenni di Roma

Si riportano di seguito le linee guida per l'accesso e la fruizione dei servizi del settore penale del Tribunale per i Minorenni di Roma, disposte dal Presidente in data 04.05.2020 con atto prot. n. 101

                                         TRIBUNALE PER I MINORENNI DI ROMA

PRESIDENZA

Prot. n. A CU Roma, 4 maggio 2020

Richiamate le premesse dei provvedimenti adottati da Presidenza e Dirigenza amministrativa del Tribunale per i minorenni di Roma dal 21 febbraio al 10 aprile 2020 per l'organizzazione dell'attività giudiziaria e dei servizi di cancelleria ed amministrativi con modalità adeguate alla prevenzione e al contrasto della diffusione del contagio da Covid19, in conformità alle disposizioni  di legge emanate e alle indicazioni diramate da Ministero della Giustizia, Ministero della Salute, Consiglio Superiore della Magistratura e Presidente della Regione Lazio;

Considerato quanto previsto dall'art. 83 del DL. 1.7 marzo 2020 n. 18, come modificato dall'art. 36 del D. L. 8 aprile 2020 n. 23, dalla legge di conversione 24 aprile 2020 n. 27 e dall'art. 3 dei D.L. 30 aprile 2020 n. 28;

Visto il DPCM del 26 aprile 2020, recante ulteriori disposizioni urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19, applicabili sull'intero territorio nazionale;

Vista l'Ordinanza del Presidente della Regione Lazio 700037 del 304.2020;

Considerata la perdurante necessita di adottare misure organizzative volte a contrastare l'emergenza epidemiologica assicurando per quanto possibile continuità all'attività giudiziaria del Tribunale per i minorenni di Roma nel settore penale, avuto anche riguardo alle peculiari esigenze e finalità dei procedimenti a carico di imputati di reati commessi da minorenni;

Considerate le linee guida diramate dal Consiglio Superiore della Magistratura in accordo con Consiglio Nazionale Forense e DGSIA del Ministero della Giustizia;

Considerato quanto previsto dall'ari. 33 del D. PR. n. 448/88 e la idoneità delle aule destinate alla celebrazione delle udienze penali ad assicurare le misure di distanziamento sociale indicate come necessarie dalle Autorità competenti;

Verificate le dotazioni tecnologiche allo stato disponibili per i collegamenti da remoto e adottate le opportune iniziative, presso DGSIA e CISIA, per implementarle;

Sentiti il Presidente della Corte di appello di Roma, il Procuratore Generale presso la stessa Corte, i Consigli dell'Ordine degli Avvocati dei 9 circondari i  compresi nel distretto della Corte di appello di Roma, la Camera penale di Roma e del Lazio, l'unione Forense del Lazio e la Camera Famiglia e minori di Roma e del Lazio;

Sentiti i magistrati del settore penale e verificati, per il tramite dei presidenti dei collegi, il numero e lo stato dei procedimenti iscritti nei ruoli delle udienze già fissate dinanzi ai collegi GUP, del Dibattimento penale e del Tribunale di Sorveglianza nel periodo 12 maggio - 31 luglio 2020;

Sentita, per il tramite del Presidente della Giunta della Regione Lazio, l'Autorità sanitaria regionale, alla quale sono state comunicate le misure organizzative, di cautela e protezione fin qui adottate e da adottarsi, e riservate le opportune modifiche ed integrazioni all'esito di eventuali successive indicazioni;

Sentita la Procuratrice della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Roma;

D'intesa con la Dirigenza amministrativa

                                                                                          DISPONE

nelle udienze dei collegi GUP e del Dibattimento penale previste in calendario nel periodo dal 12 maggio al 31 luglio 2020 saranno trattati, previo scaglionamento dell'orario di convocazione di imputati e difensori, i procedimenti a carico di imputati ai quali è applicata una misura cautelare, nonché i procedimenti, individuati nel ruolo di ciascuna udienza dal presidente del collegio, previa intesa con i presidenti degli altri collegi penali e civili nel caso di udienze contestuali, in numero compatibile con l'esigenza di contingentare l’accesso di persone alla sede del Tribunale e di assicurarne il distanziamento anche negli spazi antistanti l'edificio, nei quali:

- sia decorso il periodo di sospensione e prevista la verifica dell'esito della MAP dell'imputato;

- debba procedersi a valutazione di fattibilità del progetto, già predisposto dall'USSM ai sensi dell'art. 27 Divo n. 272/89, ai fini dell'ammissione a MAP dell'imputato;

- sussista l'esigenza di non differire la trattazione, avuto riguardo alla gravità del reato contestato, alla condizione della persona offesa e alla personalità dell'imputato.

Nelle udienze dibattimentali potranno inoltre essere trattati, nei limiti di compatibilità anzidetti, i procedimenti fissati esclusivamente per:

- il cd. "smistamento" ad altre udienze;

- la discussione e la decisione;

- l'escussione di testi ufficiali o agenti di polizia giudiziaria.

Nelle udienze del Tribunale di Sorveglianza previste in calendario per 18 maggio, il 5 giugno e il 3 luglio 2020 saranno trattati i procedimenti relativi a persone detenute per l'ammissione a misure penali di comunità e a seguito di sospensione provvisoria di tali misure disposta dal Magistrato di Sorveglianza. Saranno inoltre trattati i procedimenti pia fissati a tali udienze, anche se relativi a persone non detenute, per i quali risultino acquisite le informazioni necessarie alla decisione richieste a USSM e Autorità di polizia.

Tutti gli altri procedimenti saranno rinviati d'ufficio a data successiva al 31 luglio 2020, con provvedimenti da adottarsi fuori udienza dal presidente del collegio. Contestualmente all'adozione del provvedimento di rinvio, il presidente del Collegio dibattimentale richiederà alla Procura della Repubblica per i Minorenni di provvedete alla controcitazione dei testi eventualmente già convocati.

La Cancelleria provvederà a notificare il decreto di rinvio o di conferma dell'udienza con eventuale indicazione del nuovo orario.

Sul sito del Tribunale per i minorenni di Roma sarà pubblicato un prospetto riepilogativo dei procedimenti rinviati con l'indicazione del numero di iscrizione al ruolo, della data dell'udienza rinviata e della data cui il procedimento è rinviato e un prospetto dei procedimenti di cui è confermata la trattazione, con 'indicazione dell'orario in cui il procedimento verrà trattato.

Al fine di evitare l'inutile presentazione in Tribunale -- posto che l'accesso sarà, comunque, interdetto - è rivolto invito ai Consigli dell'Ordine degli Avvocati del distretto, alla Camera Penale di Roma e del Lazio, all'Unione Forense del Lazio e alla Camera Famiglia e minori di Roma e del Lazio a sensibilizzare i propri iscritti a verificare la ricezione delle comunicazioni di rinvio e di conferma e a consultare il sito del Tribunale per i Minorenni di Roma,

Sarà richiesto al Consiglio dell'Ordine negli Avvocati di Roma di garantire la presenza di un difensore di turno per le esigenze delle udienze di convalida di fermo e di arresto e per le udienze GUP, dibattimentali e del Tribunale di Sorveglianza.

Le udienze verranno tenute nelle aule a piano terra dell'edificio di via dei Bresciani ti. 32, assicurandone l'areazione e osservando le misi nt' di distanziamento e con l'uso dei dispositivi di sicurezza individuali prescritti.

I Presidi della Polizia Penitenziaria e dei Carabinieri in forza presso la sede del Tribunale assicureranno la collaborazione necessaria nella chiamata dei processi, regolando e sorvegliando l'accesso all'interno dell'edificio, che sarà consentito all’ imputato, difensore ed esercenti la responsabilità genitoriale soltanto per la partecipazione all'udienza e previa chiamata del procedimento.

Per le udienze di cui all'art. 83 commi 17 e 17 bis del DL n. 18/20, come modificato dalla legge di conversione n. 27 del 24 aprile 2020 e dal DL. n. 28 del 30.4.2020, verrà assicurato il collegamento da remoto con CPA e IPM, nonché, ove possibile, il collegamento da remoto con le Comunità presso le quali sono collocati minori con l’USSM.

Si procederà, ove possibile, mediante collegamento da remoto anche per l'audizione di operatori dell'IJSSM o del minorenne ai sensi dell'art. 27 nomina 1 del D.L.vo n. 272/89.

Allo scopo di limitare al massimo l'accesso al Tribunale sino al 31 luglio 2020 i difensori faranno pervenire, tramite casella di posta elettronica Certificata, le liste testimoniali di cui all'art. 468 c.p.p. e le richieste indifferibili volte a visionare atti o fascicoli penali e/o a richiedere copie,              
richieste alle quali verrà con lo stesso mezzo dato riscontro dalla Cancelleria, con l'indicazione della data e dell'ora in cui il fascicolo o Latto saranno disponibili. Le richieste rivolte alla cancelleria del Dibattimento o dell'Ufficio di Sorveglianza dovranno pervenire esclusivamente alla casella PECpenale. ;
le richieste indirizzate all'Ufficio GIP/GUP e alla cancelleria del Collegio per il riesame dovranno, invece, pervenire esclusivamente alla casella PEC.

Il presente provvedimento verrà comunicato al Capo di Gabinetto dell'On. Ministro della Giustizia, al Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, al Capo Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità, al Presidente della Corte d'Appello di Roma, al Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Roma. al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Roma, ai Consigli dell'Ordine degli Avvocati del distretto della Corte di appello di Roma, alla Camera Penale di Roma e del Lazio, all'Unione Forense del Lazio, alla Camera Famiglia e minori di Roma e del Lazio e al Presidente della Regione Lazio.

 

La Presidente

 


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06/05/20

Modalità di svolgimento delle assemblee sociali durante l'emergenza Coronavirus


L'art. 106, co. 2 e 3 D.L. 17 marzo 2020, n. 18 (c.d. "Decreto Cura Italia"), pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 70 del 17 marzo 2020, ha previsto che le società per azioni, le società in accomandita per azioni, le società a responsabilità limitata, e le società cooperative e mutue assicuratrici, con l'avviso di convocazione delle assemblee ordinarie o straordinarie possono prevedere - anche in deroga alle diverse disposizioni statutarie - che l'assemblea sia svolta in modalità telematica (audio e/o tele-conferenza) e che il voto possa essere espresso in via elettronica o per corrispondenza. In tal caso, in deroga a quanto previsto dagli artt. 2370, co. 4, 2479-bis, co. 4 e 2538,  co. 6 c.c. non sarà necessario che i partecipanti all'assemblea si trovino nello stesso luogo ove si trovano il presidente, il segretario o il notaio.

Per sole società a responsabilità limitata, è poi prevista l'ulteriore possibilità di esprimere il voto mediante consultazione scritta o per consenso espresso per iscritto.

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29/04/20

Il negozio giuridico del trust e i suoi rapporti con l'ordinamento italiano

Il trust è un negozio giuridico, originario del sistema di common law anglosassone, che si configura per la presenza di un soggetto disponente (settlor) che trasferisce uno o più beni ad un soggetto fiduciario (trustee) che si obbliga a gestirli nell’interesse di un terzo (beneficiary) oppure per il conseguimento di uno scopo determinato e ulteriore specificatamente espresso.       
Il patrimonio posto in capo al trustee è dunque separato e può essere aggredito solo dai creditori del trust stesso.
Si tratta quindi di una figura complessa in cui si riscontrano due negozi: uno con cui il settlor  trasferisce i beni oggetto del trust al trustee o li vincola ad una destinazione specifica, mantenendone la proprietà, e uno con cui il trustee è designato quale amministratore e gestore del patrimonio a lui trasferito.           


Possiamo distinguere due forme di trust: quello estero in cui vi è una scissione tra il Paese in cui si trovano i beni da amministrare e il Pase il cui ordinamento disciplina il trust; e quello cd. interno, in cui vi è corrispondenza tra l’ordinamento del Paese in cui è stipulato il negozio e quello in cui si trovano i beni.


Disciplinato per la prima volta dalla Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, il trust non ha ancora ricevuto, nel nostro ordinamento, una regolamentazione diretta secondo quanto previsto dall’art. 8 della Convenzione in parola, la quale, però, è stata di per sé ratificata con la legge n. 368 del 1989.      
Ciò porta a un vivace dibattito dottrinale sull’ammissibilità nel nostro ordinamento del c.d. trust interno.

L’orientamento favorevole al suo riconoscimento ritiene che la legge n. 368/1989, che ha ratificato la Convezione dell’Aja, abbia aperto la strada a questa figura, consentendo una deroga al principio della responsabilità patrimoniale ex art. 2740 c.c.
A ciò si aggiunga che l’art. 13 della Convenzione stessa prevede che gli Stati aderenti possano escludere il riconoscimento del trust nei loro ordinamenti con delle norme interne apposite, le quali però – finora – non sono mai state adottate dal legislatore nazionale: se ne dovrebbe dedurre che il trust interno, non essendo vietato, sia consentito.
Va inoltre considerata la l. 22 giugno 2016 n. 112 (legge c.d. “sul Dopo di noi”). Essa ha inserito il trust fra i rapporti giuridici cui può farsi ricorso per realizzare progetti di vita in favore di disabili gravi privi dell’aiuto della famiglia.

La predetta posizione favorevole parte dal presupposto che la Convenzione, ancorandosi al concetto di realizzazione di una funzione economico sociale meritevole di tutela, abbia di fatto introdotto una nuova categoria di atti ad effetti reali: gli atti di destinazione.

Per l’orientamento negativo, invece, è impossibile riconoscere un trust che non abbia elementi di internazionalità, perché la Convenzione dell’Aja non prevederebbe alcuna tutela per una forma di trust diversa da quello internazionale. Ciò in ragione del fatto che una norma di diritto internazionale privato non sarebbe in grado  di introdurre una nuova ipotesi di patrimonio separato rispetto a quelle previste dall’ordinamento nazionale e, quindi, sarebbe insuscettibile di derogare al divieto di cui all’art. 2740 co. 2 c.c.
Inoltre, col riconoscimento del trust interno verrebbe a costituirsi un nuovo diritto reale, solo temporaneo e strumentale alla soddisfazione di interessi predeterminati, dunque non riconducibile alla proprietà (che nel nostro ordinamento è perpetua e non vincolata a un fine specifico) nonché posto in violazione del principio del numerus clausus dei diritti reali.     
Ancora, si porrebbe un problema relativo alla violazione degli artt. 2643 e 2645 c.c. che elencano tassativamente gli atti soggetti a trascrizione.

Il trust presenta alcune analogie e differenze con il fondo patrimoniale ex artt. 167 ss c.c.           
Quest’ultimo consiste nell’individuazione di un patrimonio separato da quello del soggetto titolare, con lo scopo specifico – come nel trust - di vincolare determinati beni al soddisfacimento di bisogni, i quali devono necessariamente rivestire la qualità di interessi familiari (pertanto è presupposto necessario l’esistenza di una famiglia fondata sul matrimonio) mentre nel trust possono avere qualsivoglia destinazione meritevole di tutela. Inoltre, il fondo patrimoniale è un istituto tipico del diritto di famiglia italiano, mentre il trust è un istituto atipico e derivante dal common law. ll fondo patrimoniale, poi, non richiede accettazione, salvo che nel caso in cui sia costituito da un terzo per atto tra vivi; a differenza del trust, in cui il trustee ha facoltà di non accettare i beni. Si rinvengono poi differenze per quanto riguarda la protezione patrimoniale: i beni del fondo non possono essere oggetto di esecuzione forzata per debiti non relativi ai bisogni della famiglia. A tal riguardo, è onere della prova dei coniugi dimostrare che il creditore fosse consapevole della motivazione non familiare dei debiti contratti. La protezione del trust, invece, grazie all’effetto segregativo, è totale: i creditori del disponente non possono soddisfarsi sui beni del trust (salvo in caso di buon esito della azione revocatoria dell’atto con cui il disponente ha dotato il fondo in trust) e allo stesso modo i creditori del trustee non possono in alcun modo rivalersi per debiti di quest’ultimo sui beni del fondo, perché quei beni non si confondono con il suo patrimonio. Inoltre, neanche i creditori dei beneficiari potranno agire sui beni o sui redditi se il trust è discrezionale. In ultimo, il trust presenta anche differenze formali, dato che il suo atto istitutivo può assumere la forma di scrittura privata, al contrario dell’obbligatoria forma dell’atto pubblico per il fondo patrimoniale.

Sussistono, altresì, analogie e differenze tra il trust e la fondazione disciplinata agli artt. 14 ss c.c.           
A differenza del trust, la fondazione è un ente costituito da un patrimonio formato per il perseguimento di un determinato scopo. Nel trust, invece, i beni oggetto del trust entrano nel patrimonio di un determinato soggetto (il trustee) pur non confondendosi con gli altri beni dello stesso patrimonio. Inoltre, I beni destinati alla fondazione, diversamente dal trust, sono soggetti a indisponibilità, ossia l’impossibilità di distrarre tali beni dalla finalità prevista dallo statuto, ma possono essere aggrediti dai creditori della fondazione. Ancora,   il termine di durata del trust è fissato autonomamente dai disponenti e ha come unico limite quello previsto dalla legge richiamata nell’atto istitutivo. Nel caso della fondazione, a norma dell’art 27 c.c., oltre che per le cause previste dall’atto costitutivo e dallo statuto, la persona giuridica si estingue quando nel momento in cui scopo non è stato raggiunto o è divenuto impossibile.
Relativamente alla responsabilità patrimoniale l’art 18 c.c. la responsabilità degli amministratori segue le forme del mandato ex art. 1707 ss c.c.: i creditori del mandatario non possono soddisfarsi sui beni che, in esecuzione del mandato, questi ha acquistato in nome proprio purché, trattandosi di beni mobili o di crediti, il mandato risulti da scrittura avente data certa anteriore al pignoramento ovvero,  nel caso di beni immobili iscritti in pubblici registri sia anteriore al pignoramento la trascrizione dell’atto di ritrasferimento o della domanda giudiziale diretta a conseguirlo. Dunque, mentre i creditori del mandante possono aggredire i beni acquistati dal mandatario in esecuzione del suo incarico, ciò non è consentito ai creditori del beneficiary nel caso in cui questo sia persona diversa dal settlor. Sotto il profilo formale, le fondazioni devono essere costituite con atto pubblico o con testamento mentre il trust pur dovendo risultare per iscritto, può assumere la forma di scrittura privata.

Vi sono poi analogie anche con il negozio fiduciario, nonché evidenti differenze.            
Prima di tutto, il  negozio fiduciario ha struttura bilaterale mentre il trust, di regola, ha struttura trilaterale. Inoltre, nel negozio fiduciario il bene trasferito entra nel patrimonio del fiduciario e non è immune dall’azione esecutiva dei creditori personali dello stesso. Il beneficiary del trust, ancora, è proprietario sostanziale del bene: potrà quindi apporte le azioni a tutela della proprietà ed esercitare il diritto di seguito. Il fiduciante, al contrario, non essendo più titolare di un diritto reale, non ha azioni di tutela della proprietà ma solo un diritto al ritrasferimento e non può chiedere la risoluzione del contratto per inadempimento dell’obbligo di ritrasferimento e il risarcimento del danno oppure esercitare l’azione ex art. 2932 c.c.

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25/04/20

Art. 707 cpc e mancata comparizione del ricorrente all'udienza presidenziale di separazione personale

L’art. 707 cpc, al comma 2 prevede che, nella fase presidenziale della separazione personale,

“Se il ricorrente non si presenta o rinuncia, la domanda non ha effetto.”

Il comma 3 prevede invece che

“Se non si presenta il coniuge convenuto, il presidente può fissare un nuovo giorno per la comparizione, ordinando che la notificazione del ricorso e del decreto gli sia rinnovata.”

La dottrina sul punto è divisa.
Per un primo orientamento, in caso di assenza del tutto ingiustificata del ricorrente ovvero di  rinuncia di quest'ultimo all'azione, il Presidente deve disporre la  chiusura della lite nel rispetto del comma 2.  Eventuale comparizione del convenuto in udienza e sua richiesta di prosecuzione del giudizio non possono rilevare (Andrioli).
Nello stesso senso, Dogliotti, Separazione e divorzio, Torino, 1988, pag. 510: “La mancata comparizione del ricorrente priva di ogni efficacia il ricorso e determina, pertanto, la necessità della proposizione di un ulteriore ricorso, ove si intenda perseguire l’intento di giungere ad una separazione giudiziale”.

Secondo un orientamento meno rigido, il convenuto comparso è legittimato a far propria la domanda dell'attore non comparso, conferendo in tal modo il necessario impulso al processo (Scardulla).


La differenza testuale tra le disposizioni sulla comparizione delle parti nel processo in materia di diritto di famiglia e nel procedimento civile ordinario è anche oggetto di giurisprudenza.

Trib. Nola sez. I, 08/06/2012 :“In tema di separazione personale dei coniugi la circostanza che l'art 707 comma 2 c.p.c. prevede una disciplina propria degli effetti processuali della rinuncia operata nella fase presidenziale non vale a stravolgere i principi generali in materia processuale ma è dettata dalla peculiarità della natura non contenziosa della udienza presidenziale e dalla connessa esigenza di consentire una definizione rapida del giudizio quando non vi è interesse alla prosecuzione dello stesso, dovendosi ritenere che la crisi coniugale sia rientrata.

Un passaggio della stessa sentenza delinea una differenza di trattamento tra la mancata comparizione del ricorrente e la sua rinuncia agli atti.

 “ [L]a mancata comparizione del ricorrente non determina necessariamente la inefficacia della domanda tutte le volte in cui il contraddittorio risulti regolarmente instaurato ed alla udienza partecipi il difensore dello stesso in grado di manifestare la volontà del proprio assistito (chiedendo il rinvio della causa per impedimento ovvero rinunciando alla domanda) atteso che in queste ipotesi la mancata partecipazione incide unicamente sulla possibilità per il presidente di esperire il tentativo di conciliazione ma non determina necessariamente l'improcedibilità della domanda laddove lo stesso verifichi l'interesse di almeno una delle parti alla prosecuzione del giudizio ed alla adozione dei provvedimenti urgenti (cfr. Cass. 23070/2005 e 11059/2001),

quanto al diverso profilo della rinuncia, ritiene questo giudice, che la stessa non determini l'inefficacia della domanda tutte le volte in cui la resistente si sia regolarmente costituita e non si sia limitata ad una mera attività difensiva ma abbia, a sua volta, spiegato domanda riconvenzionale di separazione ponendosi in tal caso il dovere per il giudice di pronunciarsi su tale domanda,

d'altro canto, diversamente, opinando si finirebbe per consentire una strumentalizzazione del giudizio determinando una paralisi processuale ai danni della parte che ha interesse alla prosecuzione dello stesso, non a caso l' art 306 c.p.c. richiede ai fini della pronuncia di estinzione del giudizio che la rinuncia sia accettata dalla parte che ha interesse alla prosecuzione.”


Conclusioni:

Secondo (alcuna) dottrina, quindi, se il ricorrente non compare è possibile proseguire il giudizio se c’è interesse del convenuto.

Secondo la giurisprudenza (e alcuna dottrina), invece, l’interesse del convenuto non è sufficiente a far proseguire il giudizio se il ricorrente non si presenta. Si può proseguire solo se compare il difensore al suo posto e vi sia interesse di controparte al proseguimento

.
Inoltre, la rinuncia del ricorrente  (diversa dalla mancata comparizione: deve essere dichiarata esplicitamente, anche solo a mezzo del difensore) non comporta l’estinzione del processo se il convenuto si è costituito con una domanda riconvenzionale di separazione.

Quindi, se all'udienza presidenziale dovesse  presentarsi solo il convenuto, il giudice potrebbe semplicemente estinguere il processo ex art. 707 c. 2 cpc se aderisse alla posizione (conforme alla lettera del Codice) per cui la mancata comparizione del ricorrente comporti la rinuncia alla domanda indipendentemente dall'interesse del convenuto alla prosecuzione. 
Altrimenti potrebbe proseguirlo se desse valore all’interesse in tal senso espresso da parte del convenuto.
In caso, diverso, di rinuncia agli atti di causa da parte dell'attore, secondo la giurisprudenza  il giudizio potrebbe proseguire solo qualora il convenuto si fosse costituito con domanda riconvenzionale di separazione.

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Linee giuda 20.04.2020 del Consiglio Nazionale Forense per i procedimenti in materia di famiglia nella fase di emergenza COVID-19

Si riportano di seguito le linee guida approvate in data 20 aprile 2020 dal CNF in relazione allo svolgimento dei procedimenti in materia di diritto di famiglia nella corrente fase emergenziale da COVID-19.  

                                                                          LINEE GUIDA
PER I PROCEDIMENTI IN MATERIA DI DIRITTO DI FAMIGLIA NELLA FASE DI EMERGENZA COVID-19

Visto il D.L. n. 11 dell’8 marzo 2020 recante “Misure straordinarie ed urgenti per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenere gli effetti negativi sullo svolgimento dell’attività giudiziaria” ed il DPCM 9 marzo 2020.
Visto il D.L. n. 18 del 17 marzo 2020, recante “Misure di potenziamento del servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-2019”.

Considerato che anche nei prossimi mesi di maggio e giugno proseguirà ad esistere l’esigenza di evitare assembramenti e contatti ravvicinati tra le persone che, per lavoro e utenza, frequentano gli uffici giudiziari.
Tenuto conto che la vita di relazione delle persone nell’ambito dei rapporti endofamiliari non può restare sospesa per mesi, sia con riferimento a coloro i quali già abbiano definito il nuovo assetto dei loro rapporti che, a maggior ragione, per coloro i quali non siano stati in grado di definire un accordo e dunque necessitino di provvedimenti che definiscano e risolvano convivenze divenute intollerabili.

Tenuto conto che nell’attuale situazione emergenziale di contenimento della epidemia da COVID-19 si è correttamente ritenuto che siano da tutelare due diritti costituzionali fondamentali ovvero, da un lato, le esigenze di tutela della salute pubblica (art. 32 Cost.), dall’altro quelle della tutela della famiglia (art. 29 e 30 Cost.), famiglia da intendersi come formazione naturale nella quale si debba proseguire a convivere in armonia, evitandosi ogni forma di costrizione ed in genere di degenerazione dei rapporti, massimamente nel precipuo interesse della prole.

Tenuto conto che tutti i procedimenti in materia di famiglia sono intrinsecamente connotati da urgenza di provvedere o, quantomeno, di non doversi ulteriormente dilazionare nel tempo e che la modalità che si ritiene debba essere sempre e comunque privilegiata sia quella che concede la possibilità per parti e difensori di presenziare personalmente in tribunale, laddove sia possibile, nel rispetto della tutela della salute e del diritto di difesa.

Tenuto conto che i difensori sono i soggetti deputati a poter adeguatamente valutare e decidere quale debba essere la scelta più confacente alle necessità ed alla tutela del proprio assistito e ad evitare pregiudizi agli equilibri familiari, anche e soprattutto alla luce delle esigenze dei minori coinvolti.

Tenuto conto che, nel bilanciamento degli interessi, laddove sia impossibile la celebrazione dell’udienza in tribunale e tuttavia non si possa assoggettare il procedimento ad un rinvio, debbano comunque essere previste delle modalità per cui sia concesso di provvedere, nell’interesse delle parti assistite e dei minori coinvolti;

Rilevata quindi la necessità di procedere alla stesura di linee guida in relazione ai procedimenti in materia di famiglia che tenga conto - limitatamente al periodo di emergenza e comunque non oltre la data del 30 giugno 2020 - dell’eccezionalità della situazione, si propone quanto segue:

Procedimenti di natura consensuale:

1) Fino alla cessazione della fase emergenziale è ammesso il deposito esclusivamente telematico di ricorsi per separazione consensuale, divorzio congiunto, ricorso congiunto ex art. 337 bis c.c., ricorso congiunto ex art. 710 c.p.c. e ricorso congiunto ex art. 337 quinques c.c.
2) Nelle ipotesi di separazione consensuale, divorzio congiunto, ricorso congiunto ex art. 337 bis c.c., ricorso congiunto ex art. 710 c.p.c. e ricorso congiunto ex art. 337 quinques c.c., i difensori - a causa dell’emergenza epidemiologica e delle sottese esigenze di tutela della salute, che impongono, tra le altre cose, il rispetto del distanziamento sociale – potranno convenire sulla scelta della c.d. trattazione scritta.
In tal caso i difensori, anche alla luce della giurisprudenza della Cassazione (Cass. 7.01.2008, n. 34) che ha affermato la non indispensabilità del tentativo di conciliazione ogni volta che non se ne ravvisi la necessità, “per la volontà manifestata dalla parte non comparsa di non opporsi alla richiesta di separazione” almeno ventiquattro ore prima della c.d. udienza virtuale, dovranno trasmettere per via telematica al Presidente una dichiarazione sottoscritta dalle parti (e loro trasmessa, anche via posta ordinaria o via mail, in quest’ultimo caso scannerizzata) nella quale ognuna - stante l’emergenza sanitaria in corso e stante il distanziamento sociale imposto dal D.L. n.18/2020 - dichiara con atto separato:
- di essere perfettamente a conoscenze delle norme processuali che prevedono la partecipazione all’udienza;
- di essere stata resa edotta della possibilità di procedere all’alternativa della rinuncia alla presenza fisica e di avervi aderito liberamente e coscientemente;
- di non volersi conciliarsi (solo in caso di separazione e divorzio);
- di confermare le conclusioni rassegnate nel ricorso;
A seguito di detta espressa manifestazione di volontà potrà conseguire l’omologa (nel caso di separazione), la sentenza (nel caso di divorzio congiunto) o il decreto collegiale (nelle altre ipotesi), previa trasmissione telematica per il parere al PM.
Procedimenti di natura contenziosa:
La previsione normativa che in queste udienze le parti siano sentite personalmente e che sia tentata la conciliazione (artt. 708 c.p.c., comma 4, Legge n. 898/1970 e succ. modif.) comporta che la scelta di celebrazione dell’udienza tramite collegamento da remoto possa trovare giustificazione, pur dandosi atto che la progressiva introduzione della stessa dovrà tuttavia avvenire gradualità e, comunque, previa comunicazione della disponibilità dei difensori delle parti, che si impegnano a comunicarla al Tribunale laddove ritengano che detta modalità sia compatibile con le esigenze della difesa.
Il ricorso a questa modalità non potrà peraltro avvenire, secondo il prudente apprezzamento del magistrato, nei casi in cui la trattazione con udienza ordinaria si imponga per l’esigenza di valutare in modo più attento, per le coppie con figli di minore età, il profilo delle capacità genitoriali, soprattutto in presenza di problematiche personali eventualmente allegate da controparte o emergenti dagli atti. L’emergenza di tali ipotesi potrà essere segnalata dai difensori.
Con l’udienza da remoto potrà essere esperito il tentativo di conciliazione tra le parti. Laddove tale ipotesi appaia non adeguata, ritenendosi che un efficace intervento di mediazione da parte del giudice sia indebolito, il Giudice, soprattutto laddove si tratti di coppie con figli in età minore, potrà valutare se ricorrere o meno a questa modalità.
La peculiare esigenza di garantire una rigorosa tutela della privacy e della libertà personale nei procedimenti in materia di famiglia, porta a dover ritenere non del tutto idonea, tra i luoghi per l’effettuazione del collegamento da remoto, l’abitazione personale della parte, soprattutto nei casi in cui in essa vi sia ancora coabitazione dei coniugi o dei conviventi con altri familiari o con i figli.
La parte, pertanto, qualora ve ne siano le condizioni - tenendo pur sempre in debita considerazione la primaria esigenza di limitare la condivisione di spazi fisici, anche nel rispetto del c.d. distanziamento sociale – dovrà recarsi, ove possibile, presso lo studio del proprio difensore da cui avverrà il collegamentocon il Giudice con obbligo per il legale di rispettare le precauzioni per il distanziamento necessari al contenimento del contagio.
Il Presidente, laddove lo ritenga, potrà convocare separatamente ricorrente e resistente attraverso collegamenti separati ovvero in orari differenti per ascoltarli. In quest’ultima ipotesi, convocherà poi ad un terzo orario l’udienza con la presenza di tutte le parti.
Il Presidente, in apertura di ciascun collegamento, farà presente alle parti il divieto di audio e video registrazione dell’udienza.
Il verbale della trattazione congiunta verrà sottoposto alle parti ed ai rispettivi legali attraverso la modalità “condividi schermo” prevista dalla piattaforma telematica utilizzata e ciò corrisponderà alla sottoscrizione dello stesso.
Dal punto di vista operativo, si richiama il protocollo siglato da CNF e CSM in materia di procedimenti avanti al tribunale per i Minorenni, con le seguenti precisazioni che afferiscono alla materia oggetto delle linee guida:

1. Invito e convocazione delle parti all’udienza da remoto

L’art. 83 comma 7 lett. f) D.L. n.18/2020 prevede che “Prima dell’udienza il giudice fa comunicare ai procuratori delle parti e al pubblico ministero, se è prevista la sua partecipazione, giorno, ora e modalità di collegamento”.
a) Prima dell'udienza il giudice emetterà un provvedimento che farà comunicare con congruo preavviso, preferibilmente non inferiore a 7 giorni salvo improrogabili ragioni di urgenza dalla cancelleria ai procuratori delle parti ed al pubblico ministero, se è prevista la sua partecipa- zione, con indicazione di giorno, ora e modalità di collegamento tramite link inserito nel prov- vedimento stesso. Ove la parte resistente non compaia all’udienza telematica, il Presidente del Tribunale, verificata la presenza del ricorrente e la regolarità della notifica del ricorso, procederà a mente dell’art. 707, comma 3, c.p.c. Qualora il resistente costituito risulti assente all’udienza telematica il Presidente del Tribunale fisserà una nuova udienza, dandone atto a verbale.
b) Il verbale con l’indicazione della nuova udienza sarà inserito nel PCT e sarà onere delle parti costituite prenderne visione.
c) Laddove il Giudice ritenga necessaria una interlocuzione preliminare con i legali, potrà farne richiesta. In tal caso, prima dell’udienza, sarà fissato un incontro a distanza finalizzato ad ottenere i ragguagli che si rendessero necessari e/o chiarimenti in ordine agli atti depositati; nell’ipotesi di deposito di procedimenti contenziosi nuovi, ovvero successivi all’11 maggio 2020 le modalità di svolgimento dell’udienza da remoto, con indicazione di giorno, ora e modalità di collegamento tramite link verranno inserite nel provvedimento di fissazione dell’udienza che verrà notificato al resistente unitamente al ricorso;
d) Si rammenta che, pacificamente, nei procedimenti in camera di consiglio non sono previste preclusioni e decadenze.
e) I difensori delle parti, entro cinque giorni dalla data dell’udienza, comunicheranno se - in linea con la già richiamata esigenza di garantire la privacy e la ricorrenza di una situazione domestica confacente alle esigenze collegate ai procedimenti di famiglia - le parti potranno effettuare un collegamento adeguato dai loro dispositivi. In caso positivo verrà fornito alle parti, a cura del difensore, il link contenente l’indirizzo telematico dell’aula virtuale. Analoga comunicazione dovrà essere data qualora i difensori converranno di effettuare il collegamento alla presenza delle parti dal proprio studio.
f) In caso contrario chiederanno che i loro assistiti compaiano di persona in Tribunale ove saranno rispettate tutte le prescrizioni ministeriali e del capo dell’ufficio finalizzate al contenimento della diffusione dell’epidemia.
g) L’ascolto del minore di persona sarà effettuato ove assolutamente indispensabile. In tale ipotesi:
- laddove il minore sia presso i genitori conviventi o presso uno dei genitori, lo stesso verrà ascoltato di persona in Tribunale ove saranno rispettate tutte le prescrizioni ministeriali e del capo dell’ufficio finalizzate al contenimento della diffusione dell’epidemia.
- qualora sia stato nominato un curatore speciale del minore, lo stesso potrà essere ascoltato presso lo studio del curatore, ove possibile, oppure in caso negativo di persona in Tribunale ove saranno rispettate tutte le prescrizioni ministeriali e del capo dell’ufficio finalizzate al contenimento della diffusione dell’epidemia.
- laddove si renda necessaria l’audizione dei servizi sociali o di neuropsichiatria infantile, così come del CTU a chiarimenti, l’invito di cui al punto sub 1, lett. a verrà inviato anche all’ufficio di cui si renda necessaria l’audizione che interverrà all’udienza con le modalità tutte previste sub punto 2, lett. a, b, c, d.
a. I procuratori delle parti depositeranno nel fascicolo una nota contenente un recapito telefonico e un indirizzo mail attraverso i quali potranno essere contattati dal cancelliere in caso di mal- funzionamento dell’applicativo utilizzato.

2. Svolgimento dell’udienza da remoto

L’art. 83, comma 7, lett. f,) del D.L. n.18/2020 prevede che “il giudice dà atto a verbale delle modalità con cui si accerta dell'identità dei soggetti partecipanti e, ove trattasi di parti, della loro libera volontà. Di tutte le ulteriori operazioni è dato atto nel processo verbale”
Nel verbale di udienza il giudice:
a. prende atto della dichiarazione di identità dei procuratori delle parti presenti (anche in forza di sostituzione per delega orale) e delle parti, nonché della presenza, nella stanza da cui viene effettuato il collegamento, di ulteriori soggetti legittimati alla partecipazione (quali magistrati in tirocinio, tirocinanti, codifensori, praticanti avvocati);
b. prende atto della espressa dichiarazione dei difensori delle parti in merito alle modalità di partecipazione della parte assistita al momento dell’udienza e della dichiarazione relativa al fatto che non siano in atto, né da parte dei difensori né da parte dei loro assistiti, collegamenti con soggetti non legittimati; nonché della dichiarazione della parte che si colleghi da un luogo diverso da quello da cui si collega il difensore che non sono presenti fisicamente soggetti non legittimati;
c. verifica della regolare comunicazione di cancelleria del provvedimento di fissazione dell’udienza contenente il link di collegamento;
d. il giudice, i procuratori delle parti e le parti, se collegate da luogo distinto, dovranno tenere attivata per tutta la durata dell’udienza la funzione video; il giudice disciplinerà l’uso della funzione audio ai fini di dare la parola ai difensori o alle parti; è vietata la registrazione dell’udienza;
e. ove possibile, la gestione dell’avvio e dello svolgimento dell’udienza verrà effettuata dal cancelliere collegato da remoto con il medesimo applicativo; eventualmente il medesimo cancelliere, potrà curare anche la verbalizzazione;
f. la produzione di documenti in udienza, di cui non sia stato possibile il previo deposito tele- matico, potrà avvenire mediante l’eventuale utilizzazione di strumenti di condivisione dello schermo – sempre che autorizzato espressamente dal giudice - e varrà come mera esibizione, con necessità di regolarizzare successivamente il deposito in caso di malfunzionamenti, di scollegamenti involontari e di impossibilità di ripristino il giudice dovrà rinviare l’udienza, facendo dare comunicazione alle parti del verbale d’udienza contenente il disposto rinvio;
g. al termine dell’udienza il giudice inviterà i procuratori delle parti a dichiarare a verbale di aver partecipato effettivamente all’udienza nel rispetto del contraddittorio e ad attestare che lo svolgimento dell’udienza stessa mediante l’applicativo è avvenuto regolarmente;
i. il giudice dà lettura del verbale di udienza, eventualmente anche tramite la condivisione della finestra del redattore del verbale
j. al fine di consentire lo svolgimento delle udienze da remoto, DGSIA:
1. garantisce, con effettività e tempestività, l’assistenza tecnica necessaria ai singoli magistrati o ai cancellieri che assistono il giudice in udienza anche tramite n. verde 800 868 444;
2. garantisce ai magistrati togati (inclusi i MOT) ed onorari le dotazioni hardware e soft- ware necessarie alla trattazione delle controversie con collegamento da remoto;
3. verifica che sia pervenuto il link relativo all’avvio della “stanza virtuale” a tutti i magistrati, MOT in tirocinio, tirocinanti, onorari, cancellieri; per l’ipotesi che sia stata smarrita la mail del 10.3.2020 dalla casella supportosistemistico.dgsia@giustizia.it con cui DGSIA comunicava il link per l’accesso alla stanza virtuale, ciascuno potrà farne richiesta scrivendo all’indirizzo info-PCT
4. avvisa tempestivamente del malfunzionamento della rete per il necessario rinvio delle udienze.
Ricorsi ex artt. 710 c.p.c. contenziosi, ricorsi ex art. 9, Legge n. 898/70 divorzi contenziosi, ricorsi ex art. 337 bis e quinquies c.c. contenziosi
a. Si ritiene che la prima udienza di comparizione delle parti possa avvenire con udienza da remoto, salvo che il giudice ritenga opportuna la comparizione personale (specialmente ove si tratti di coppie con di figli minori e siano dedotti aspetti di pregiudizio). Per detta ipotesi si rinvia alle modalità sopra indicate.
b. Resta salva la facoltà del Giudice di disporre la trattazione scritta, laddove i difensori convengano, secondo le precise modalità previste nel protocollo generale CSM/CNF. Tale modalità sarà quella preferenziale per tutte le udienze successive, sempre laddove i difensori ne convengano.
Ricalendarizzazione udienze fissate nel periodo di sospensione.
Con riguardo alla ricalendarizzazione delle udienze, comprese le udienze presidenziali, rinviate a seguito del D.L. n. 11/2020 e D.L. n. 18/2020, vi si provvederà nel rispetto dei termini dilatori e per la notifica la costituzione del convenuto ed il relativo provvedimento verrà trasmesso via PCT dalla cancelleria ai legali di entrambe le parti costituite.
Nel caso di mancata costituzione del convenuto in fase presidenziale o per la prima udienza ex art. 183 c.p.c. sarà onere del legale della parte ricorrente rinotificare il provvedimento di fissazione della nuova udienza.

Negoziazioni assistite

Gli accordi di negoziazione assistita verranno depositati alla Procura della Repubblica in via telematica a mezzo PEC ed il relativo provvedimento di nulla-osta o autorizzazione verrà trasmesso agli Avvocati con le medesime modalità del deposito, sempre a mezzo PEC.
L’accordo verrà quindi trasmesso dagli avvocati agli Ufficiali dello stato civile sempre via PEC (art. 6, c. 2 e 3,D. L. n. 132/2014, conv. in L. n. 3 162/2014). Ai fini del perfezionamento dell’accordo e dei successivi adempimenti, l’autografia della sottoscrizione delle parti avverrà attraverso l’identificazione da parte dei legali da remoto (art. 5, D.L. n. 132/2014, conv. in legge n. 162/2014).
Nel caso in cui la Procura della Repubblica non dovesse autorizzare gli accordi e rinviare avanti al Presidente questi fisserà udienza che potrà avvenire anche con collegamento da remoto, previo consenso dei difensori.
L’udienza si terrà con le modalità già suggerite.
*** *** *** *** *** ***
Con i migliori saluti.
Roma, li

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L’inevitabile digitalizzazione del processo civile ai tempi del coronavirus

In ragione dell’emergenza sanitaria da pandemia di covid-19, il Governo ha notoriamente adottato una serie di disposizioni volte a consentire il funzionamento del “sistema-giustizia” riducendo al minimo ogni contatto sociale. A tal fine, e soprattutto per il diritto civile, da una parte è stata potenziata l’informatizzazione di tutte quelle attività di carattere burocratico che l’avvocato svolge normalmente presso gli uffici giudiziari (i c.d. “adempimenti”, nel linguaggio della professione e della pratica forense) dall’altra, cosa inedita per il nostro ordinamento, è stata disposta la celebrazione delle udienze da remoto o in forma cartolare.


Sul primo versante, va sottolineato come l’art. 83, comma 11, del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18 preveda infatti che “dal 9 marzo 2020 al 30 giugno 2020, negli uffici che hanno la disponibilità del servizio di deposito telematico anche gli atti e documenti di cui all’articolo 16-bis, comma 1-bis, del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, sono depositati esclusivamente con le modalità previste dal comma 1 del medesimo articolo.” A sua volta, il richiamato art. 16-bis, comma 1-bis del d.l. 179/2012 elenchi tutti quegli atti per il quale il deposito telematico è facoltativo. In sostanza, fino al 30 giugno 2020 è fatto obbligo agli avvocati di depositare i suddetti atti telematicamente.   
Va però ricordato che, attualmente, il processo civile telematico italiano non contempla la possibilità di caricare determinato materiale, come file video. In assenza di una menzione specifica a tale problema da parte delle richiamate norme emergenziali, se ne deduce che il difensore interessato ad allegare a un atto dei documenti dall’estensione non consentita, anche nell’odierna situazione di distanziamento sociale imposto, si troverebbe costretto a recarsi fisicamente in cancelleria o nell’ufficio competente per depositare CD-ROM o supporto affine contenente i relativi file.

Per quanto riguarda l’assoluta novità introdotta nel processo civile ai tempi dell’emergenza, ossia la celebrazione “non in presenza” delle udienze,  l’art. 2, comma 2, lett. f) del d.l. 8 marzo 2020, n. 11 e l’art. 7, lett. f) e h), d.l. 17 marzo 2020, n. 83, prevedono due differenti casi:

  • Le udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori e dalle parti. Esse sono celebrate mediante l’utilizzo di programmi di video-conferenza (Skype Business e Microsoft Teams), individuati con provvedimenti del 10 e del 20 marzo 2020 del Direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del Ministero della giustizia. Si tratta di una misura non esente da criticità, se si pensa – ad esempio – che i mezzi delineati dal Ministero si basano sull’invio della posta elettronica ordinaria e le disposizioni in parola non attribuiscono alla cancelleria del Giudice il compito di comunicare via PEC ai difensori data e ora del collegamento da remoto. Per colmare tale lacuna, alcuni uffici giudiziari hanno adottato la strategia di indicare il link della stanza di conversazione in un provvedimento del Giudice stesso;

  • le udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori. Queste sono celebrate tramite scambio e deposito in telematico di note scritte contenenti le sole istanze e conclusioni, e la successiva adozione fuori udienza del provvedimento del giudice.
    Il metodo in parola è stato recentemente sperimentato da Questo studio legale, in relazione a un’udienza fissata per i primi di aprile 2020 da un provvedimento cautelate inaudita altera parte della Sezione I del Tribunale di Roma che aveva ordinato a una parte di ricondurre i figli minori presso il domicilio dell’ex coniuge,  genitore collocatario principale. Con istanza congiunta, i difensori hanno chiesto al Giudice che l’udienza fosse trattata secondo una delle modalità appena descritte o, eventualmente, fosse rinviata a data successiva alla crisi sanitaria. Il Giudice ha fissato nuova udienza a pochi giorni di distanza e disposto la trattazione cartolare. A tale udienza ha fatto seguito il Decreto n. 7852 del 17.04.2020, analizzato e riportato per intero sul Nostro sito, nell’articolo Coronavirus e genitori divorziati residenti in Comuni diversi: il Tribunale di Roma modifica temporaneamente il regime di affido condiviso per garantire salute e bigenitorialità.

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Legge 22 maggio 1978, n. 194 - Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Legge 22 maggio 1978, n. 194

Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza

(Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Gazzetta Ufficiale del 22 maggio 1978, n. 140)

 

Articolo 1

Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale

della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo

delle nascite.

Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e

sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia

usato ai fini della limitazione delle nascite.

 

Articolo 2

I consultori familiari istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, fermo restando quanto stabilito dalla

stessa legge, assistono la donna in stato di gravidanza:

a) informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi

sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio;

b) informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro

a tutela della gestante;

c) attuando direttamente o proponendo allo ente locale competente o alle strutture sociali operanti

nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i

quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a);

d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della

gravidanza. I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i

fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di

associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.

La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi

necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è

consentita anche ai minori.

 

Articolo 3

Anche per l’adempimento dei compiti ulteriori assegnati dalla presente legge ai consultori familiari,

il fondo di cui all’articolo 5 della legge 29 luglio 1975, n. 405, è aumentato con uno stanziamento di

L. 50.000.000.000 annui, da ripartirsi fra le regioni in base agli stessi criteri stabiliti dal suddetto

articolo.

Alla copertura dell’onere di lire 50 miliardi relativo all’esercizio finanziario 1978 si provvede

mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto nel capitolo 9001 dello stato di

previsione della spesa del Ministero del tesoro per il medesimo esercizio. Il Ministro del tesoro è

autorizzato ad apportare, con propri decreti, le necessarie variazioni di bilancio.

 

Articolo 4

Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi

circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero

un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue

condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o

a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito

ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura sociosanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.

 

Articolo 5

Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici,

hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza

sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della

gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel

rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del

concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la

porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di

lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna,

offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.

Quando la donna si rivolge al medico di sua fiducia questi compie gli accertamenti sanitari

necessari, nel rispetto della dignità e della libertà della donna; valuta con la donna stessa e con il

padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della

donna e della persona indicata come padre del concepito, anche sulla base dell’esito degli

accertamenti di cui sopra, le circostanze che la determinano a chiedere l’interruzione della

gravidanza; la informa sui diritti a lei spettanti e sugli interventi di carattere sociale cui può fare

ricorso, nonché sui consultori e le strutture socio-sanitarie.

Quando il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, riscontra

l’esistenza di condizioni tali da rendere urgente l’intervento, rilascia immediatamente alla donna un

certificato attestante l’urgenza. Con tale certificato la donna stessa può presentarsi ad una delle

sedi autorizzate a praticare la interruzione della gravidanza. Se non viene riscontrato il caso di

urgenza, al termine dell’incontro il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il

medico di fiducia, di fronte alla richiesta della donna di interrompere la gravidanza sulla base delle

circostanze di cui all’articolo 4, le rilascia copia di un documento, firmato anche dalla donna,

attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta, e la invita a soprassedere per sette giorni.

Trascorsi i sette giorni, la donna può presentarsi, per ottenere la interruzione della gravidanza,

sulla base del documento rilasciatole ai sensi del presente comma, presso una delle sedi

autorizzate.

 

Articolo 6

L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata:

a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;

b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o

malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della

donna.

 

Articolo 7

I processi patologici che configurino i casi previsti dall’articolo precedente vengono accertati da un

medico del servizio ostetrico-ginecologico dell’ente ospedaliero in cui deve praticarsi l’intervento,

che ne certifica l’esistenza. Il medico può avvalersi della collaborazione di specialisti. Il medico è

tenuto a fornire la documentazione sul caso e a comunicare la sua certificazione al direttore

sanitario dell’ospedale per l’intervento da praticarsi immediatamente. Qualora l’interruzione della

gravidanza si renda necessaria per imminente pericolo per la vita della donna, l’intervento può

essere praticato anche senza lo svolgimento delle procedure previste dal comma precedente e al

di fuori delle sedi di cui all’articolo 8. In questi casi, il medico è tenuto a darne comunicazione al

medico provinciale. Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della

gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell’articolo 6 e il medico che

esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto.

 

Articolo 8

L’interruzione della gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso

un ospedale generale tra quelli indicati nell’articolo 20 della legge 12 febbraio 1968, numero 132, il

quale verifica anche l’inesistenza di controindicazioni sanitarie.

Gli interventi possono essere altresì praticati presso gli ospedali pubblici specializzati, gli istituti ed

enti di cui all’articolo 1, penultimo comma, della legge 12 febbraio 1968, n. 132, e le istituzioni di

cui alla legge 26 novembre 1973, numero 817, ed al decreto del Presidente della Repubblica 18

giugno 1958, n. 754, sempre che i rispettivi organi di gestione ne facciano richiesta.

Nei primi novanta giorni l’interruzione della gravidanza può essere praticata anche presso case di

cura autorizzate dalla regione, fornite di requisiti igienico-sanitari e di adeguati servizi ostetricoginecologici.

Il Ministro della sanità con suo decreto limiterà la facoltà delle case di cura autorizzate, a praticare

gli interventi di interruzione della gravidanza, stabilendo:

1) la percentuale degli interventi di interruzione della gravidanza che potranno avere luogo, in

rapporto al totale degli interventi operatori eseguiti nell’anno precedente presso la stessa casa di

cura;

2) la percentuale dei giorni di degenza consentiti per gli interventi di interruzione della gravidanza,

rispetto al totale dei giorni di degenza che nell’anno precedente si sono avuti in relazione alle

convenzioni con la regione.

Le percentuali di cui ai punti 1) e 2) dovranno essere non inferiori al 20 per cento e uguali per tutte

le case di cura.

Le case di cura potranno scegliere il criterio al quale attenersi, fra i due sopra fissati.

Nei primi novanta giorni gli interventi di interruzione della gravidanza dovranno altresì poter essere

effettuati, dopo la costituzione delle unità socio-sanitarie locali, presso poliambulatori pubblici

adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali ed autorizzati dalla regione.

Il certificato rilasciato ai sensi del terzo comma dell’articolo 5 e, alla scadenza dei sette giorni, il

documento consegnato alla donna ai sensi del quarto comma dello stesso articolo costituiscono

titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento e, se necessario, il ricovero.

 

Articolo 9

Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle

procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando

sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. La dichiarazione dell’obiettore deve

essere comunicata al medico provinciale e, nel caso di personale dipendente dello ospedale o

dalla casa di cura, anche al direttore sanitario, entro un mese dall’entrata in vigore della presente

legge o dal conseguimento della abilitazione o dall’assunzione presso un ente tenuto a fornire

prestazioni dirette alla interruzione della gravidanza o dalla stipulazione di una convenzione con

enti previdenziali che comporti l’esecuzione di tali prestazioni.

L’obiezione può sempre essere revocata o venire proposta anche al di fuori dei termini di cui al

precedente comma, ma in tale caso la dichiarazione produce effetto dopo un mese dalla sua

presentazione al medico provinciale.

L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal

compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a

determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente

all’intervento.

Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo

espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione

della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla

e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività

ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è

indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.

L’obiezione di coscienza si intende revocata, con effetto, immediato, se chi l’ha sollevata prende

parte a procedure o a interventi per l’interruzione della gravidanza previsti dalla presente legge, al

di fuori dei casi di cui al comma precedente.

 

Articolo 10

L’accertamento, l’intervento, la cura e la eventuale degenza relativi alla interruzione della

gravidanza nelle circostanze previste dagli articoli 4 e 6, ed attuati nelle istituzioni sanitarie di cui

all’articolo 8, rientrano fra le prestazioni ospedaliere trasferite alle regioni dalla legge 17 agosto

1974, n. 386.

Sono a carico della regione tutte le spese per eventuali accertamenti, cure o degenze necessarie

per il compimento della gravidanza nonché per il parto, riguardanti le donne che non hanno diritto

all’assistenza mutualistica.

Le prestazioni sanitarie e farmaceutiche non previste dai precedenti commi e gli accertamenti

effettuati secondo quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 5 e dal primo comma

dell’articolo 7 da medici dipendenti pubblici, o che esercitino la loro attività nell’ambito di strutture

pubbliche o convenzionate con la regione, sono a carico degli enti mutualistici, sino a che non sarà

istituito il servizio sanitario nazionale.

 

Articolo 11

L’ente ospedaliero, la casa di cura o il poliambulatorio nei quali l’intervento è stato effettuato sono

tenuti ad inviare al medico provinciale competente per territorio una dichiarazione con la quale il

medico che lo ha eseguito dà notizia dell’intervento stesso e della documentazione sulla base della

quale è avvenuto, senza fare menzione dell’identità della donna.

Le lettere b) e f) dell’articolo 103 del testo unico delle leggi sanitarie, approvato con il regio decreto

27 luglio 1934, n. 1265, sono abrogate.

 

Articolo 12

La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta

personalmente dalla donna.

Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l’interruzione della gravidanza è richiesto lo

assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela. Tuttavia, nei primi novanta giorni,

quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti

la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro

difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le

procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del

proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque

giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione

trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione

della gravidanza.

Qualora il medico accerti l’urgenza dell’intervento a causa di un grave pericolo per la salute della

minore di diciotto anni, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà o la tutela e

senza adire il giudice tutelare, certifica l’esistenza delle condizioni che giustificano l’interruzione

della gravidanza. Tale certificazione costituisce titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento e, se

necessario, il ricovero.

Ai fini dell’interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, si applicano anche alla minore

di diciotto anni le procedure di cui all’articolo 7, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la

potestà o la tutela.

 

Articolo 13

Se la donna è interdetta per infermità di mente, la richiesta di cui agli articoli 4 e 6 può essere

presentata, oltre che da lei personalmente, anche dal tutore o dal marito non tutore, che non sia

legalmente separato.

Nel caso di richiesta presentata dall’interdetta o dal marito, deve essere sentito il parere del tutore.

La richiesta presentata dal tutore o dal marito deve essere confermata dalla donna.

Il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, trasmette al giudice

tutelare, entro il termine di sette giorni dalla presentazione della richiesta, una relazione

contenente ragguagli sulla domanda e sulla sua provenienza, sull’atteggiamento comunque

assunto dalla donna e sulla gravidanza e specie dell’infermità mentale di essa nonché il parere del

tutore, se espresso.

Il giudice tutelare, sentiti se lo ritiene opportuno gli interessati, decide entro cinque giorni dal

ricevimento della relazione, con atto non soggetto a reclamo.

Il provvedimento del giudice tutelare ha gli effetti di cui all’ultimo comma dell’articolo 8.

 

Articolo 14

Il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire alla donna le informazioni e

le indicazioni sulla regolazione delle nascite, nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi,

che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna.

In presenza di processi patologici, fra cui quelli relativi ad anomalie o malformazioni del nascituro,

il medico che esegue l’interruzione della gravidanza deve fornire alla donna i ragguagli necessari

per la prevenzione di tali processi.

 

Articolo 15

Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del

personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e

responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle

tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose

per l’interruzione della gravidanza. Le regioni promuovono inoltre corsi ed incontri ai quali possono

partecipare sia il personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sia le persone interessate ad

approfondire le questioni relative all’educazione sessuale, al decorso della gravidanza, al parto, ai

metodi anticoncezionali e alle tecniche per l’interruzione della gravidanza.

Al fine di garantire quanto disposto dagli articoli 2 e 5, le regioni redigono un programma annuale

d’aggiornamento e di informazione sulla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali,

sanitari e assistenziali esistenti nel territorio regionale.

 

Articolo 16

Entro il mese di febbraio, a partire dall’anno successivo a quello dell’entrata in vigore della

Presente legge, il Ministro della sanità presenta al Parlamento una relazione sull’attuazione della

legge stessa e sui suoi effetti, anche in riferimento al problema della prevenzione.

Le regioni sono tenute a fornire le informazioni necessarie entro il mese di gennaio di ciascun

anno, sulla base di questionari predisposti dal Ministro.

Analoga relazione presenta il Ministro di grazia e giustizia per quanto riguarda le questioni di

specifica competenza del suo Dicastero.

Articolo 17

Chiunque cagiona ad una donna per colpa l’interruzione della gravidanza è punito con la

reclusione da tre mesi a due anni.

Chiunque cagiona ad una donna per colpa un parto prematuro è punito con la pena prevista dal

comma precedente, diminuita fino alla metà.

Nei casi previsti dai commi precedenti, se il fatto è commesso con la violazione delle norme poste

a tutela del lavoro la pena è aumentata.

 

Articolo 18

Chiunque cagiona l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito con la

reclusione da quattro a otto anni. Si considera come non prestato il consenso estorto con violenza

o minaccia ovvero carpito con l’inganno.

La stessa pena si applica a chiunque provochi l’interruzione della gravidanza con azioni dirette a

provocare lesioni alla donna.

Detta pena è diminuita fino alla metà se da tali lesioni deriva l’acceleramento del parto.

Se dai fatti previsti dal primo e dal secondo comma deriva la morte della donna si applica la

reclusione da otto a sedici anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la

reclusione da sei a dodici anni; se la lesione personale è grave questa ultima pena è diminuita.

Le pene stabilite dai commi precedenti sono aumentate se la donna è minore degli anni diciotto.

 

Articolo 19

Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle modalità

indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni.

La donna è punita con la multa fino a lire centomila.

Se l’interruzione volontaria della gravidanza avviene senza l’accertamento medico dei casi previsti

dalle lettere a) e b) dell’articolo 6 o comunque senza l’osservanza delle modalità previste

dall’articolo 7, chi la cagiona è punito con la reclusione da uno a quattro anni.

La donna è punita con la reclusione sino a sei mesi.

Quando l’interruzione volontaria della gravidanza avviene su donna minore degli anni diciotto, o

interdetta, fuori dei casi o senza l’osservanza delle modalità previste dagli articoli 12 e 13, chi la

cagiona è punito con le pene rispettivamente previste dai commi precedenti aumentate fino alla

metà. La donna non è punibile.

Se dai fatti previsti dai commi precedenti deriva la morte della donna, si applica la reclusione da tre

a sette anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da due a

cinque anni; se la lesione personale è grave questa ultima pena è diminuita.

Le pene stabilite dal comma precedente sono aumentate se la morte o la lesione della donna

derivano dai fatti previsti dal quinto comma.

 

Articolo 20

Le pene previste dagli articoli 18 e 19 per chi procura l’interruzione della gravidanza sono

aumentate quando il reato è commesso da chi ha sollevato obiezione di coscienza ai sensi

dell’articolo 9.

 

Articolo 21

Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 326 del codice penale, essendone venuto a

conoscenza per ragioni di professione o di ufficio, rivela l’identità - o comunque divulga notizie

idonee a rivelarla - di chi ha fatto ricorso alle procedure o agli interventi previsti dalla presente

legge, è punito a norma dell’articolo 622 del codice penale.

 

Articolo 22

Il titolo X del libro II del codice penale è abrogato.

Sono altresì abrogati il n. 3) del primo comma e il n. 5) del secondo comma dell’articolo 583 del

codice penale.

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DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

(adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948)

 

Preambolo

 

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da 8 Dichiarazione universale dei diritti umani norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti

umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L'ASSEMBLEA GENERALE

Proclama la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza

distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli

schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o

degradanti.

Articolo 6

Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7

Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8

Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che

violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10

Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11

Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.

Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13

Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio

paese.

Articolo 14

Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15

Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16

Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.

La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società

e dallo Stato.

Articolo 17

Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18

Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.

Articolo 19

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20

Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica. Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.

Articolo 21

Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.

La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23

Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.

Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.

Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Articolo 24

Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25

Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza.

Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Articolo 26

Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.

L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27

Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29

Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità. Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.

Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

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Chi paga l'IMU in caso di separazione tra i coniugi?

L‘assegnazione della casa coniugale ad un coniuge, a seguito del provvedimento di separazione legale, da parte di un giudice, configura l’insorgere di un diritto di abitazione, il quale fa sorgere l’obbligo del versamento IMU in capo al coniuge assegnatario.

Con la Risoluzione n. 2/E/2013 l'Agenzia delle Entrate ha chiarito definitivamente la questione, affermando che in presenza di coniugi separati l’assegnatario della casa di abitazione sarà obbligato al pagamento dell’IMU per il suo intero ammontare

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Vendita della casa familiare assegnata: l'opponibilità del provvedimento giudiziale di assegnazione.

L’immobile assegnato ad uno dei coniugi in sede di separazione o divorzio può comunque essere oggetto di trasferimento di proprietà. Infatti, l’assegnazione è un diritto di godimento e non impedisce il cambio della titolarità del proprietario.

Il provvedimento giudiziale, però, avendo data certa può essere opposto – anche se non trascritto – al terzo acquirente. Il periodo di opponibilità sarà limitato a nove anni in caso di provvedimento non trascritto, ovvero senza limiti di tempo nel caso in cui il provvedimento sia stato trascritto (sempre che nel frattempo non sia venuta meno l’assegnazione).

Tuttavia, se la trascrizione del titolo di acquisto fosse anteriore alla data della trascrizione del provvedimento giudiziale di assegnazione l’opponibilità sarà comunque limitata a nove anni. Di contro, nel caso in cui sia stato trascritto il solo titolo di acquisto, allora l’opponibilità varrà sempre per i nove anni ma solo nei confronti dei terzi acquirenti che erano a conoscenza della situazione di convivenza dei coniugi separati.

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Le novità introdotte dal cd. "Codice Rosso".

La Legge 19 luglio 2019, n. 69 (recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”), anche denominata “Codice Rosso”, ha introdotto importanti modifiche al diritto penale sostanziale e processuale.

Tra le novità in ambito procedurale, per alcuni reati come quelli di maltrattamenti in famiglia, stalking, violenza sessuale, gli eventuali provvedimenti di protezione delle vittime saranno adottati più celermente. Inoltre, è previsto che la polizia giudiziaria, acquisita la notizia di reato, possa riferire immediatamente al pubblico ministero, anche in forma orale e che il pubblico ministero, nelle ipotesi ove proceda per i delitti di violenza domestica o di genere, entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, deve assumere informazioni dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti di reato (il termine di tre giorni può essere prorogato solamente in presenza di imprescindibili esigenze di tutela di minori o della riservatezza delle indagini, pure nell’interesse della persona offesa). Infine, gli atti d’indagine delegati dal pubblico ministero alla polizia giudiziaria devono avvenire senza ritardo. 

È stata modificata la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, nella finalità di consentire al giudice di garantirne il rispetto anche per il tramite di procedure di controllo attraverso mezzi elettronici o ulteriori strumenti tecnici, come il braccialetto elettronico. Il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi viene ricompreso tra quelli che permettono l’applicazione di misure di prevenzione.

Sono stati introdotti poi 4 nuovi reati:   

 

- il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate (cd. revenge porn), punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5mila a 15mila euro: la pena si applica anche a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video, li diffonde a sua volta per provocare un danno agli interessati. La condotta può essere commessa da chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, diffonde, senza il consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati. La fattispecie è aggravata se i fatti sono commessi nell’ambito di una relazione affettiva, anche cessata, ovvero mediante l’impiego di strumenti informatici.

- il reato di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, sanzionato con la reclusione da otto a 14 anni. Quando, per effetto del delitto in questione, si provoca la morte della vittima, la pena è l’ergastolo;

- il reato di costrizione o induzione al matrimonio, punito con la reclusione da uno a cinque anni. La fattispecie è aggravata quando il reato è commesso a danno di minori e si procede anche quando il fatto è commesso all’estero da o in danno di un cittadino italiano o di uno straniero residente in Italia;

- violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, sanzionato con la detenzione da sei mesi a tre anni. 

Vengono poi inasprite le sanzioni già previste dal codice penale:

- il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi, da un intervallo compreso tra un minimo di due e un massimo di sei anni, passa a un minimo di tre e un massimo di sette; 

- lo stalking passa da un minimo di sei mesi e un massimo di cinque anni a un minimo di un anno e un massimo di sei anni e sei mesi; 

- la violenza sessuale passa da sei a 12 anni, mentre prima andava dal minimo di cinque e il massimo di dieci;

- la violenza sessuale di gruppo passa a un minimo di otto e un massimo di 14, prima era punita col minimo di sei e il massimo di 12.

Da ultimo, degno di nota, è l’estensione del termine concesso alla persona offesa dal reato di violenza sessuale per sporgere querela (dagli attuali 6 mesi a 12 mesi). Vengono inoltre ridisegnate ed inasprite le aggravanti per l’ipotesi ove la violenza sessuale sia commessa in danno di minore di età ed è stata inserita un’ulteriore circostanza aggravante per il delitto di atti sessuali con minorenne: la pena è aumentata fino a un terzo quando gli atti sono posti in essere con individui minori di 14 anni, in cambio di denaro o di qualsiasi altra utilità, pure solo promessa. Nell’omicidio viene estesa l’applicazione delle circostanze aggravanti, facendovi rientrare finanche le relazioni personali.

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Il "Codice Rosso" (Legge 19 luglio 2019, n. 69).

LEGGE 19 luglio 2019, n. 69

Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. (19G00076)

(GU n.173 del 25-7-2019)

Vigente al: 9-8-2019

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Promulga la seguente legge:

Art. 1

Obbligo di riferire la notizia del reato

1. All'articolo 347, comma 3, del codice di procedura penale, dopo le parole: « nell'articolo 407, comma 2, lettera a), numeri da 1) a 6) » sono inserite le seguenti: « , del presente codice, o di uno dei delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, 612-bis e 612-ter del codice penale, ovvero dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del medesimo codice penale, ».

Art. 2

Assunzione di informazioni

1. Dopo il comma 1-bis dell'articolo 362 del codice di procedura penale è aggiunto il seguente:

«1-ter. Quando si procede per i delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis del codice penale, ovvero dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del medesimo codice, il pubblico ministero assume informazioni dalla persona offesa e da chi ha presentato denuncia, querela o istanza, entro il termine di tre giorni dall'iscrizione della notizia di reato, salvo che sussistano imprescindibili esigenze di tutela di minori di anni diciotto o della riservatezza delle indagini, anche nell'interesse della persona offesa».

Art. 3

Atti diretti e atti delegati

1. Dopo il comma 2 dell'articolo 370 del codice di procedura penale sono inseriti i seguenti:

«2-bis. Se si tratta di uno dei delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, 612-bis e 612-ter del codice penale, ovvero dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5, 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del medesimo codice, la polizia giudiziaria procede senza ritardo al compimento degli atti delegati dal pubblico ministero.

2-ter. Nei casi di cui al comma 2-bis, la polizia giudiziaria pone senza ritardo a disposizione del pubblico ministero la documentazione dell’attività nelle forme e con le modalità previste dall'articolo 357».

Art. 4

Introduzione dell'articolo 387-bis del codice penale in materia di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa

1. Dopo l'articolo 387 del codice penale è inserito il seguente:

«Art. 387-bis (Violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa). - Chiunque, essendovi legalmente sottoposto, violi gli obblighi o i divieti derivanti dal provvedimento che applica le misure cautelari di cui agli articoli 282-bis e 282-ter del codice di procedura penale o dall'ordine di cui all'articolo 384-bis del medesimo codice è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni».

Art. 5

Formazione degli operatori di polizia

1. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, la Polizia di Stato, l'Arma dei carabinieri e il Corpo di Polizia penitenziaria attivano presso i rispettivi istituti di formazione specifici corsi destinati al personale che esercita funzioni di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria in relazione alla prevenzione e al perseguimento dei reati di cui agli articoli 1, 2 e 3 o che interviene nel trattamento penitenziario delle persone per essi condannate. La frequenza dei corsi è obbligatoria per il personale individuato dall'amministrazione di appartenenza.

2. Al fine di assicurare l’omogeneità dei corsi di cui al comma 1, i relativi contenuti sono definiti con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri per la pubblica amministrazione, dell'interno, della giustizia e della difesa.

Art. 6

Modifica all'articolo 165 del codice penale in materia di sospensione condizionale della pena

1. All'articolo 165 del codice penale, dopo il quarto comma è inserito il seguente:

«Nei casi di condanna per i delitti di cui agli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis, nonché' agli articoli 582 e 583-quinquies nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, la sospensione condizionale della pena è comunque subordinata alla partecipazione a specifici percorsi di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per i medesimi reati».

 2. Dall'attuazione delle disposizioni di cui al comma 1 non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Gli oneri derivanti dalla partecipazione ai corsi di recupero di cui all'articolo 165 del codice penale, come modificato dal citato comma 1, sono a carico del condannato.

Art. 7

Introduzione dell'articolo 558-bis del codice penale in materia di costrizione o induzione al matrimonio 1. Dopo l'articolo 558 del codice penale è inserito il seguente:

 «Art. 558-bis (Costrizione o induzione al matrimonio). - Chiunque, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

La stessa pena si applica a chiunque, approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità psichica o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità derivante dall'affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile.

La pena è aumentata se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni diciotto.

La pena è da due a sette anni di reclusione se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni quattordici.

Le disposizioni del presente articolo si applicano anche quando il fatto è commesso all'estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia».

Art. 8

Modifica all'articolo 11 della legge 11 gennaio 2018, n. 4, in materia di misure in favore degli orfani per crimini domestici e delle famiglie affidatarie

1. All'articolo 11 della legge 11 gennaio 2018, n. 4, il comma 1 è sostituito dal seguente:

«1. La dotazione del Fondo di cui all'articolo 2, comma 6-sexies, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, come modificato dall'articolo 14 della legge 7 luglio 2016, n. 122, è incrementata di 2 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017 e 2018, di 5 milioni di euro per l'anno 2019 e di 7 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2020, per le seguenti finalità a valere su tale incremento:

a) una quota pari a 2 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2017 è destinata all'erogazione di borse di studio in favore degli orfani per crimini domestici e al finanziamento di iniziative di orientamento, di formazione e di sostegno per l'inserimento dei medesimi nell’attività lavorativa ai sensi delle disposizioni della presente legge, assicurando che almeno il 70 per cento di tale somma sia destinato agli interventi in favore dei minori e che la quota restante, ove ne ricorrano i presupposti, sia destinata agli interventi in favore dei soggetti maggiorenni economicamente non autosufficienti;

b) una quota pari a 3 milioni di euro per l'anno 2019 e a 5 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2020 è destinata, in attuazione di quanto disposto dall'articolo 5, comma 4, della legge 4 maggio 1983, n. 184, a misure di sostegno e di aiuto economico in favore delle famiglie affidatarie, secondo criteri di equità fissati con apposito decreto del Ministro dell'economia e delle finanze entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione».

2. Alla copertura dei maggiori oneri derivanti dall'attuazione delle disposizioni di cui al comma 1, pari a 3 milioni di euro per l'anno 2019 e a 5 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2020, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2019-2021, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2019, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al medesimo Ministero.

Art. 9

Modifiche agli articoli 61, 572 e 612-bis del codice penale, nonché' al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

1. All'articolo 61, numero 11-quinquies, del codice penale, le parole: «, contro la libertà personale nonché' del delitto di cui all'articolo 572,» sono sostituite dalle seguenti: «e contro la libertà personale,».

2. All'articolo 572 del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo comma, le parole: «da due a sei anni» sono sostituite dalle seguenti: «da tre a sette anni»;

b) dopo il primo comma è inserito il seguente:

«La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso in presenza o in danno di persona minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità come definita ai sensi dell'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero se il fatto è commesso con armi»;

c) è aggiunto, in fine, il seguente comma:

«Il minore di anni diciotto che assiste ai maltrattamenti di cui al presente articolo si considera persona offesa dal reato.».

3. All'articolo 612-bis, primo comma, del codice penale, le parole:

«da sei mesi a cinque anni» sono sostituite dalle seguenti: «da un anno a sei anni e sei mesi».

4. All'articolo 4, comma 1, lettera i-ter), del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, le parole: «del delitto di cui all'articolo 612-bis» sono sostituite dalle seguenti: «dei delitti di cui agli articoli 572 e 612-bis».

5. All'articolo 8, comma 5, del codice di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, le parole da: «di cui» fino alla fine del comma sono sostituite dalle seguenti: «di cui agli articoli 1, comma 1, lettera c), e 4, comma 1, lettera i-ter), il divieto di avvicinarsi a determinati luoghi, frequentati abitualmente dalle persone cui occorre prestare protezione o da minori».

Art. 10

Introduzione dell'articolo 612-ter del codice penale in materia di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti 1. Dopo l'articolo 612-bis del codice penale è inserito il seguente:

«Art. 612-ter (Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000.

La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.

La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.

La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.

Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procede tuttavia d'ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonché' quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d'ufficio».

Art. 11

Modifiche all'articolo 577 del codice penale 1. All'articolo 577 del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo comma, numero 1, dopo le parole: «o il discendente» sono inserite le seguenti: «anche per effetto di adozione di minorenne» e le parole: «o contro la persona legata al colpevole da relazione affettiva e con esso stabilmente convivente» sono sostituite dalle seguenti: «o contro la persona stabilmente convivente con il colpevole o ad esso legata da relazione affettiva»;

b) al secondo comma, dopo le parole: «l'altra parte dell'unione civile, ove cessata,» sono inserite le seguenti: «la persona legata al colpevole da stabile convivenza o relazione affettiva, ove cessate,» e dopo le parole: «la sorella,» sono inserite le seguenti:

«l'adottante o l'adottato nei casi regolati dal titolo VIII del libro primo del codice civile,»;

c) dopo il secondo comma è aggiunto il seguente:

«Le circostanze attenuanti, diverse da quelle previste dagli articoli 62, numero 1, 89, 98 e 114, concorrenti con le circostanze aggravanti di cui al primo comma, numero 1, e al secondo comma, non possono essere ritenute prevalenti rispetto a queste».

Art. 12

Modifiche al codice penale in materia di deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, nonché modifiche all'articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 1. Dopo l'articolo 583-quater del codice penale è inserito il seguente:

«Art. 583-quinquies (Deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso). - Chiunque cagiona ad alcuno lesione personale dalla quale derivano la deformazione o lo sfregio permanente del viso è punito con la reclusione da otto a quattordici anni.

La condanna ovvero l'applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell'articolo 444 del codice di procedura penale per il reato di cui al presente articolo comporta l'interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela, alla curatela e all'amministrazione di sostegno».

2. All'articolo 576, primo comma, numero 5, del codice penale, dopo la parola: «572,» è inserita la seguente: «583-quinquies,».

3. All'articolo 583, secondo comma, del codice penale, il numero 4 è abrogato.

4. All'articolo 585, primo comma, del codice penale, dopo la parola: «583-bis» è inserita la seguente: «, 583-quinquies».

5. All'articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1-quater, dopo le parole: «per i delitti di cui agli articoli» è inserita la seguente: «583-quinquies,»;

b) al comma 1-quinquies, dopo le parole: «per i delitti di cui agli articoli» è inserita la seguente: «583-quinquies,».

Art. 13

Modifiche agli articoli 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-septies e 609-octies del codice penale

1. All'articolo 609-bis, primo comma, del codice penale le parole:

«da cinque a dieci anni» sono sostituite dalle seguenti: «da sei a dodici anni».

2. All'articolo 609-ter del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo comma:

1) all'alinea, le parole: «La pena è della reclusione da sei a dodici anni se i fatti di cui all'articolo 609-bis» sono sostituite dalle seguenti: «La pena stabilita dall'articolo 609-bis è aumentata di un terzo se i fatti ivi previsti»;

2) il numero 1) è sostituito dal seguente:

«1) nei confronti di persona della quale il colpevole sia l'ascendente, il genitore, anche adottivo, o il tutore»;

3) il numero 5) è sostituito dal seguente:

«5) nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni diciotto»;

b) il secondo comma è sostituito dal seguente:

«La pena stabilita dall'articolo 609-bis è aumentata della metà se i fatti ivi previsti sono commessi nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni quattordici. La pena è raddoppiata se i fatti di cui all'articolo 609-bis sono commessi nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni dieci».

3. All'articolo 609-quater del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) dopo il secondo comma è inserito il seguente:

«La pena è aumentata se il compimento degli atti sessuali con il minore che non abbia compiuto gli anni quattordici avviene in cambio

di denaro o di qualsiasi altra utilità, anche solo promessi»;

b) al terzo comma, le parole: «tre anni» sono sostituite dalle seguenti: «quattro anni».

4. All'articolo 609-septies del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo comma, le parole: «articoli 609-bis, 609-ter e 609-quater» sono sostituite dalle seguenti: «articoli 609-bis e 609-ter»;

b) al secondo comma, la parola: «sei» è sostituita dalla seguente: «dodici»;

c) al quarto comma, il numero 5) è abrogato.

5. All'articolo 609-octies del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al secondo comma, le parole: «da sei a dodici anni» sono sostituite dalle seguenti: «da otto a quattordici anni»;

b) al terzo comma, le parole: «La pena è aumentata se concorre taluna delle» sono sostituite dalle seguenti: «Si applicano le».

Art. 14

Modifiche alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale e agli articoli 90-bis e 190-bis del codice di procedura penale

1. Dopo l'articolo 64 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, è inserito il seguente:

 «Art. 64-bis (Trasmissione obbligatoria di provvedimenti al giudice civile). - 1. Ai fini della decisione dei procedimenti di separazione personale dei coniugi o delle cause relative ai figli minori di età o all'esercizio della potestà genitoriale, copia delle ordinanze che applicano misure cautelari personali o ne dispongono la sostituzione o la revoca, dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari, del provvedimento con il quale è disposta l'archiviazione e della sentenza emessi nei confronti di una delle parti in relazione ai  reati previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, 612-bis e 612-ter del codice penale, nonché' dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del codice penale è trasmessa senza ritardo al giudice civile procedente».

2. All'articolo 90-bis, comma 1, lettera p), del codice di procedura penale, le parole: «e alle case rifugio» sono sostituite dalle seguenti: «, alle case rifugio e ai servizi di assistenza alle vittime di reato».

3. All'articolo 190-bis, comma 1-bis, del codice di procedura penale, le parole: «anni sedici» sono sostituite dalle seguenti:

«anni diciotto».

Art. 15

Modifiche agli articoli 90-ter, 282-ter, 282-quater, 299 e 659 del codice di procedura penale

1. All'articolo 90-ter del codice di procedura penale è aggiunto, in fine, il seguente comma:

«1-bis. Le comunicazioni previste al comma 1 sono sempre effettuate alla persona offesa e al suo difensore, ove nominato, se si procede per i delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis del codice penale, nonché' dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del codice penale».

2. Al comma 1 dell'articolo 282-ter del codice di procedura penale sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, anche disponendo l'applicazione delle particolari modalità di controllo previste dall'articolo 275-bis».

3. Al comma 1 dell'articolo 282-quater del codice di procedura penale, dopo le parole: «alla parte offesa» sono inserite le seguenti: «e, ove nominato, al suo difensore».

4. Al comma 2-bis dell'articolo 299 del codice di procedura penale, le parole: «al difensore della persona offesa o, in mancanza di questo, alla persona offesa» sono sostituite dalle seguenti: «alla persona offesa e, ove nominato, al suo difensore».

5. Dopo il comma 1 dell'articolo 659 del codice di procedura penale e' inserito il seguente:

«1-bis. Quando a seguito di un provvedimento del giudice di sorveglianza deve essere disposta la scarcerazione del condannato per

uno dei delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis del codice penale, nonché' dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del codice penale, il pubblico ministero che cura l'esecuzione ne dà immediata comunicazione, a mezzo della polizia giudiziaria, alla persona offesa e, ove nominato, al suo difensore».

Art. 16

Modifica all'articolo 275 del codice di procedura penale 1. All'articolo 275, comma 2-bis, del codice di procedura penale, dopo la parola: «612-bis» è inserita la seguente: «, 612-ter».

Art. 17

Modifiche all'articolo 13-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di trattamento psicologico per i condannati per reati  sessuali, per maltrattamenti contro familiari o conviventi e per  atti persecutori

1. All'articolo 13-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1, le parole: «nonché' agli articoli 609-bis e 609-octies del medesimo codice, se commessi in danno di persona minorenne» sono sostituite dalle seguenti: «nonché' agli articoli 572, 583-quinquies, 609-bis, 609-octies e 612-bis del medesimo codice»;

b) è aggiunto, in fine, il seguente comma:

«1-bis. Le persone condannate per i delitti di cui al comma 1 possono essere ammesse a seguire percorsi di reinserimento nella societa' e di recupero presso enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati per i medesimi reati, organizzati previo accordo tra i suddetti enti o associazioni e gli istituti penitenziari»;

c) la rubrica e' sostituita dalla seguente: «Trattamento psicologico per i condannati per reati sessuali, per maltrattamenti contro familiari o conviventi e per atti persecutori».

Art. 18

Modifica all'articolo 5-bis del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, in materia di riequilibrio territoriale dei centri antiviolenza 1. All'articolo 5-bis, comma 2, lettera d), del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, le parole da: «, riservando un terzo» fino alla fine della lettera sono soppresse.

Art. 19

Modifiche al decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 204, recante attuazione della direttiva 2004/80/CE relativa all'indennizzo delle vittime di reato 1. Al decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 204, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all'articolo 1, le parole: «la procura generale della Repubblica presso la corte d'appello» sono sostituite, ovunque ricorrono, dalle seguenti: «la procura della Repubblica presso il tribunale»;

b) all'articolo 3, comma 1, le parole: «procura generale della Repubblica presso la corte d'appello» sono sostituite dalle seguenti:

«procura della Repubblica presso il tribunale»;

c) all'articolo 4, le parole: «procura generale della Repubblica presso la corte d'appello» sono sostituite, ovunque ricorrano, dalle seguenti: «procura della Repubblica presso il tribunale»;

d) all'articolo 7, comma 1, le parole: «delle procure generali presso le corti d'appello» sono sostituite dalle seguenti: «delle procure della Repubblica presso i tribunali».

Art. 20

Modifica all'articolo 11 della legge 7 luglio 2016, n. 122, in  materia di indennizzo in favore delle vittime di reati intenzionali  violenti

1. All'articolo 11, comma 2, della legge 7 luglio 2016, n. 122, dopo le parole: «secondo comma, del codice penale» sono inserite le seguenti: «nonche' per il delitto di deformazione dell'aspetto mediante lesioni permanenti al viso di cui all'articolo 583-quinquies del codice penale».

Art. 21

Clausola di invarianza finanziaria

1. Dall'attuazione delle disposizioni di cui alla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni interessate provvedono ai relativi adempimenti con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara' inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi' 19 luglio 2019

MATTARELLA

Conte, Presidente del Consiglio dei ministri

Bonafede, Ministro della giustizia

Visto, il Guardasigilli: Bonafede

 

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La legittima difesa dopo l'entrata in vigore della L. 26 aprile 2019, n. 102.

La riforma della legittima difesa (26 Aprile 2019, n. 102) ha profondamente modificato le regole della legittima difesa all'interno di case o luoghi di lavoro. La legittima difesa all'esterno di case o luoghi di lavoro è tuttora regolata dalla legge del 1930, mentre la nuova legge distingue tra legittima difesa contro un aggressore che entra nella casa o nel luogo di lavoro senza violenza o minaccia e aggressore che lo fa con violenza o minaccia. 

Nel primo caso, la legge del 13 Febbraio 2006 n. 59 è stata confermata (stabiliva che la proporzionalità della reazione doveva essere considerata 'presunta': così, qualsiasi forma di reazione era giustificata, anche contro l'aggressore, per proteggere i propri beni patrimoniali (confermando, comunque, gli altri elementi di scriminante, come la rilevanza del pericolo). 

Nel secondo caso, tutti gli elementi di scriminante sono stati considerati ' presunti' (la persona che si difende agisce sempre per legittima difesa): così, il diritto di legittima difesa si trasforma in licenza di uccidere e viola chiaramente ciò che è stabilito dalla Costituzione italiana e dalle regole Cedu. 

Per quanto riguarda il secondo caso, la legge del 2019 ha anche stabilito che, in caso di eccesso di legittima difesa, la punizione sia sempre esclusa per chi ha agito in condizione di 'grave turbamento', offrendo così ulteriore impunità a coloro che eccedono nella legittima difesa. Infatti, è ragionevole ritenere che, tenendo in considerazione quanto sia difficile stabilire il livello di 'turbamento', il giudice tenderà a riconoscere la gravità del turbamento e perciò a considerare non punibile chi colpevolmente ha reagito superando i limiti della scriminante.

 

Di seguito, pubblichiamo il testo della riforma:

 

LEGGE 26 aprile 2019, n. 36 


Modifiche al codice penale e altre disposizioni in materia di legittima difesa. (19G00042) 

 

(GU n. 102 del 3-5-2019)

 

Vigente al: 18-5-2019 

 

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato; 


IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 

 

Promulga 

 

la seguente legge: 

 

Art. 1 

Modifiche all'articolo 52 del codice penale  

1. All'articolo 52 del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni: 

a) al secondo comma, dopo la parola: «sussiste» e' inserita la seguente: «sempre»; 

b) al terzo comma, le parole: «La disposizione di cui al secondo comma si applica» sono sostituite dalle seguenti: «Le disposizioni di cui al secondo e al quarto comma si applicano»; 

c) dopo il terzo comma, e' aggiunto il seguente: «Nei casi di cui al secondo e al terzo comma agisce sempre in stato di legittima difesa colui che compie un atto per respingere l'intrusione posta in essere, con violenza o minaccia di uso di armi o di altri mezzi di coazione fisica, da parte di una o piu' persone». 

Art. 2 

Modifica all'articolo 55 del codice penale  

1. Dopo il primo comma dell'articolo 55 del codice penale e' aggiunto il seguente: «Nei casi di cui ai commi secondo, terzo e quarto dell'articolo 52, la punibilita' e' esclusa se chi ha commesso il fatto per la salvaguardia della propria o altrui incolumita' ha agito nelle condizioni di cui all'articolo 61, primo comma, n. 5)
ovvero in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto». 

Art. 3 

Modifiche all'articolo 165 del codice penale  

1. All'articolo 165 del codice penale, dopo il quinto comma e' aggiunto il seguente: «Nel caso di condanna per il reato previsto dall'articolo 624-bis, la sospensione condizionale della pena e' comunque subordinata al pagamento integrale dell'importo dovuto per il risarcimento del danno alla persona offesa». 

Art. 4 

Modifiche all'articolo 614 del codice penale  

1. All'articolo 614 del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni: 

a) al primo comma, le parole: «da sei mesi a tre anni» sono sostituite dalle seguenti: «da uno a quattro anni»; 

b) al quarto comma, le parole: «da uno a cinque anni» sono sostituite dalle seguenti: «da due a sei anni». 

Art. 5 

Modifiche all'articolo 624-bis del codice penale  

1. All'articolo 624-bis del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni: 

a) al primo comma, le parole: «da tre a sei anni» sono sostituite dalle seguenti: «da quattro a sette anni»; 

b) al terzo comma, le parole: «da quattro a dieci anni e della multa da euro 927 a euro 2.000» sono sostituite dalle seguenti: «da cinque a dieci anni e della multa da euro 1.000 a euro 2.500». 

Art. 6 

Modifiche all'articolo 628 del codice penale  

1. All'articolo 628 del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni: 

a) al primo comma, la parola: «quattro» e' sostituita dalla seguente: «cinque»; 

b) al terzo comma, alinea, la parola: «cinque» e' sostituita dalla seguente: «sei» e le parole: «da euro 1.290 a euro 3.098» sono sostituite dalle seguenti: «da euro 2.000 a euro 4.000»; 

c) al quarto comma, la parola: «sei» e' sostituita dalla seguente: «sette» e le parole: «da euro 1.538 a euro 3.098» sono sostituite dalle seguenti: «da euro 2.500 a euro 4.000». 

Art. 7 

Modifica all'articolo 2044 del codice civile  

1. All'articolo 2044 del codice civile sono aggiunti, infine, i seguenti commi: 

«Nei casi di cui all'articolo 52, commi secondo, terzo e quarto, del codice penale, la responsabilita' di chi ha compiuto il fatto e' esclusa. 

Nel caso di cui all'articolo 55, secondo comma, del codice penale, al danneggiato e' dovuta una indennita' la cui misura e' rimessa all'equo apprezzamento del giudice, tenuto altresi' conto della gravita', delle modalita' realizzative e del contributo causale della condotta posta in essere dal danneggiato». 

Art. 8 

Disposizioni in materia di spese di giustizia  

1. Dopo l'articolo 115 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, e' inserito il seguente: 

«Art. 115-bis (L) (Liquidazione dell'onorario e delle spese per la difesa di persona nei cui confronti e' emesso provvedimento di archiviazione o sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento nel caso di legittima difesa). - 1. L'onorario e le spese spettanti al difensore, all'ausiliario del magistrato e al consulente tecnico di parte di persona nei cui confronti e' emesso provvedimento di archiviazione motivato dalla sussistenza delle condizioni di cui all'articolo 52, commi secondo, terzo e quarto, del codice penale o sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento perche' il fatto non costituisce reato in quanto commesso in presenza delle condizioni di cui all'articolo 52, commi secondo, terzo e quarto, del codice penale nonche' all'articolo 55, secondo comma, del medesimo codice, sono liquidati dal magistrato nella misura e con le modalita' previste dagli articoli 82 e 83 ed e' ammessa opposizione ai sensi dell'articolo 84. Nel caso in cui il difensore sia iscritto nell'albo degli avvocati di un distretto di corte d'appello diverso da quello dell'autorita' giudiziaria procedente, in deroga all'articolo 82, comma 2, sono sempre dovute le spese documentate e le indennita' di trasferta nella misura minima consentita. 

2. Nel caso in cui, a seguito della riapertura delle indagini, della revoca o della impugnazione della sentenza di non luogo a procedere o della impugnazione della sentenza di proscioglimento, sia pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, lo Stato ha diritto di ripetere le somme anticipate nei confronti della persona condannata». 

2. Agli oneri derivanti dall'attuazione del presente articolo, valutati in 590.940 euro annui a decorrere dall'anno 2019, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2019-2021, nell'ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2019, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero della giustizia. 

3. Il Ministro dell'economia e delle finanze e' autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio. 

Art. 9 

Modifica all'articolo 132-bis delle norme di attuazione del codice di procedura penale  

1. Al comma 1 dell'articolo 132-bis delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, dopo la lettera a-bis) e' inserita la seguente: «a-ter) ai processi relativi ai delitti di cui agli articoli 589 e 590 del codice penale verificatisi in presenza delle circostanze di cui agli articoli 52, secondo, terzo e quarto comma, e 55, secondo comma, del codice penale». 

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara' inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. 

Data a Roma, addi' 26 aprile 2019 


MATTARELLA 


Conte, Presidente del Consiglio dei ministri 


Visto, il Guardasigilli: Bonafede


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Il mancato riconoscimento anagrafico dei minori nati all’estero da maternità surrogata

Nel nostro ordinamento giuridico è posto l’esplicito divieto della gestazione per altri o maternità surrogata in quanto contraria alle disposizioni in materia di adozione dei minori. A tale scopo il comma 6 dell’art. 12 della legge n. 40 vieta questa pratica asserendo che “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”. La surrogazione di maternità quindi, integra la fattispecie di affidamento illegale di minore, anche se fatta senza fini di lucro.

Tuttavia tale pratica non è altrettanto vietata in altri paesi del mondo, tra i quali il Canada, nel quale è consentita la surrogazione di maternità purché avvenga a titolo gratuito. In tali ipotesi il giudice straniero, in seguito alla nascita del neonato, accerta il rapporto di filiazione tra il minore ed il c.d. genitore d’intenzione ovvero colui che non ha alcun rapporto biologico.

Tale attività è stata oggetto di attenta analisi da parte della Corte di Cassazione, in seguito alla richiesta avanzata da una coppia omossessuale di Trento, sposata secondo la legge canadese ed esercenti la potestà genitoriale nei confronti di due minori, cittadini sia italiani che canadesi, nati grazie all’utilizzo della maternità surrogata, che aveva chiesto la trascrizione negli atti dello stato civile del Comune di Trento del provvedimento di accertamento di genitorialità precedentemente emesso dalla Corte di Giustizia dell’Ontario.

La questione è stata dapprima analizzata dalla Corte di Appello di Trento, dove la coppia aveva fatto ricorso a fronte del rifiuto della richiesta di trascrizione, la quale aveva accolto la domanda dei ricorrenti ritenendo che il giusto parametro in virtù del quale valutare la spettanza del riconoscimento dell’efficacia del provvedimento straniero sia costituito dalla compatibilità dello stesso con l’ordine pubblico internazionale; secondo i giudici d’appello infatti la nozione di ordine pubblico deve comporsi non solo dei principi fondamentali della Costituzione ma anche dei diritti fondamentali dell’uomo individuati nei Trattati fondativi e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e della CEDU. Di conseguenza, in merito al divieto posto dalla legge n.40/2004 i giudici di merito hanno ritenuto che lo stesso non possa rappresentare valido ostacolo alla tutela del superiore interesse dei minori non costituendo espressione di alcun principio fondamentale costituzionalmente tutelato.

Avverso tale ordinanza però, proponevano ricorso per Cassazione il Pubblico Ministero, il Ministero dell’Interno e il Sindaco di Trento ai quale resisteva con controricorso la coppia di genitori. 

Il tema ha sollevato delicatissime questioni di diritto oltre che etiche, ed è stato infatti diversamente affrontato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che hanno statuito che non è consentito trascrivere in Italia nei registri di stato civile il provvedimento straniero che riconosce il rapporto di filiazione tra il minore e il componente di una coppia gay uniti da alcun legame biologico, visto l’utilizzo della maternità surrogata. Le Sezioni Unite hanno argomentato tale decisione affermando che, pur riconoscendo valore nel nostro ordinamento ai principi e valori giuridici emergenti dal processo di armonizzazione tra gli ordinamenti, ciò non è sufficiente a condurre i giudici di legittimità ad elidere il divieto della surrogazione di maternità previsto dall’art. 12, comma sesto imposto  della legge n.40 del 2004, qualificabile come principio di ordine pubblico, in quanto posto a tutela di tali valori, non irragionevolmente ritenuti prevalenti sull’interesse del minore, nell’ambito di un bilanciamento effettuato  direttamente dal legislatore, al quale il giudice non può sostituire la propria valutazione. La legge sopra richiamata rappresenta, per quanto non contraddista da un contenuto costituzionalmente vincolato, una norma “costituzionalmente necessaria” atta a definire l’esatto punto di equilibrio tra contrapposte esigenze.

Per tale ragione che la Corte di Cassazione ha posto l’esplicito divieto alla trascrizione all’anagrafe italiana dell’atto di filiazione di minori concepiti all’estero tramite utero in affitto, per i genitori che non hanno alcun rapporto biologico con i minori. A tal riguardo ha richiamato la giurisprudenza della Corte EDU la quale non ha ravvisato nei casi in cui non fosse riconosciuto il rapporto di filiazione con genitore intenzionale alcuna violazione del minore alla vita familiare. Il legame biologico o genetico rappresenta dunque anche a parere della Corte EDU il limite oltre il quale interviene la discrezionalità del legislatore statale il quale individua le soluzioni più appropriate per la costituzione del rapporto genitoriale.

Le Sezioni Unite concludono stabilendo che il rapporto di filiazione ottenuto da madre surrogata non può essere riconosciuto in Italia anche se attestato da un giudice straniero; tuttavia nel nostro ordinamento vi sono strumenti legislativi, come l’adozione in casi particolari, in grado di tutelare l’interesse del minore, pur ove esso subisca una limitazione a fronte di diritti invece altrimenti non tutelabili, e al contempo l’interesse di un soggetto, a realizzare il proprio progetto di genitorialità pur in assenza di legami biologici.

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Disconoscimento paternità.

In tema di disconoscimento di paternità, il quadro normativo (art. 30 Cost, art. 24 Cost., comma 2, della Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE, e art. 244 cc) e giurisprudenziale attuale impone un bilanciamento fra il diritto all'identità personale legato all'affermazione della verità biologica e l'interesse alla certezza degli status ed alla stabilità dei rapporti familiari, nell'ambito di una sempre maggiore considerazione del diritto all'identità personale, non necessariamente correlato alla verità biologica ma ai legami affettivi e personali sviluppatesi all'interno di una famiglia, specie quando trattasi di un minore infraquattordicenne.

Tale bilanciamento non può costituire il risultato di una valutazione astratta, ma occorre un accertamento in concreto dell'interesse superiore del minore nelle vicende che lo riguardano, con particolare riferimento agli effetti del provvedimento richiesto in relazione all'esigenza di uno sviluppo armonico dal punto di vista psicologico, affettivo, educativo e sociale.

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La maggiore età dell’adottando.

Se durante il procedimento per l’adottabilità l’adottando raggiunge la maggiore età, il processo si estingue per cessazione della materia del contendere perché il risultato del procedimento non è più conseguibile.

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Legittimazione al risarcimento del danno: art. 82 GDPR.

L’art. 82 GDPR dispone che il risarcimento del danno riguardi i danni "materiali e immateriali", ricalcando la formulazione inglese “material or non-material damage” e richiamando il concetto di “danno patrimoniale” e “danno non patrimoniale”. Questo articolo prevede che il legittimato passivo sia in primo luogo il titolare del trattamento coinvolto nelle operazioni di trattamento, ma l’elemento innovativo concerne il riconoscimento della legittimazione passiva anche in capo al responsabile del trattamento. Bisogna specificare però che il responsabile è tenuto al risarcimento quando: 1) ha agito in modo difforme o contrario alle istruzioni impartite dal titolare del trattamento violando l’obbligo contrattuale, 2) quando il titolare ha violato gli obblighi posti a suo carico dal GDPR.

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L'autonomia negoziale dei coniugi in ambito internazionale e la scelta della normativa applicabile in caso di separazione o divorzio.

L’Italia, avendo dato vita con altri sedici Stati membri ad una cooperazione rafforzata, risulta oggi vincolata al reg. (UE) n. 1259/2010. L’applicazione di tale regolamento comporta quasi il totale superamento della disciplina prevista dall’art 31 della L. 31 maggio 218 del 1995 che individua, come legge da applicare alla separazione e allo scioglimento, la legge nazionale comune dei coniugi al momento della domanda di separazione o di scioglimento del matrimonio ed aggiunge che “in mancanza si applica la legge dello Stato nel quale la vita matrimoniale risulta prevalentemente localizzata”. Infatti l’ambito applicativo della nuova disciplina è pressoché universale poiché la scelta del diritto da applicare può ricadere, non solo sulla disciplina di uno stato non partecipante alla cooperazione rafforzata, ma anche su quella di uno stato non membro dell’UE.

La portata innovativa è di tutta evidenza: mentre l’art 31 comma 1 non dà alcun rilievo alla volontà dei coniugi, con le novità apportate dal reg. UE n. 1259 del 2010 si assiste al tralignamento dell’autonomia internazionalprivatistica. L’art 5 del regolamento conferisce all’optio legis delle parti un rilievo primario. Si demanda ai soggetti la scelta della normativa applicabile permettendo di selezionarla all’interno di un catalogo di leggi predeterminate e, in ipotesi, financo adottate oltreoceano.

Occorre precisare che si tratta di una scelta orientata: è il legislatore a individuare il novero delle leggi entro il quale le parti potranno esercitare la loro scelta. L’art 5 par 1 stabilisce che la scelta può avere ad oggetto: “ a) la legge dello Stato di residenza abituale dei coniugi; b) la legge dello Stato di ultima residenza abituale dei coniugi, a condizione che uno dei due vi risieda ancora al momento dell'accordo; c) la legge dello Stato di cittadinanza dei coniugi ovvero di uno soltanto di essi- in tutti i casi, da accertarsi al momento dell'accordo - e, infine, d) la legge del foro.

È un dato empirico che la scelta dei coniugi ricade più frequentemente sul diritto di ordinamenti (come quello albanese e rumeno) che, al contrario di quello italiano, non prevedono la necessità del previo periodo di separazione ai fini dell’ottenimento di una pronuncia di divorzio. La legittimità di una scelta di questo tipo non può essere in nessun modo contestata, non trovando origine la ratio della previsione di un previo periodo di separazione in uno dei principi fondamentali dell’ordinamento. Non possono quindi essere invocate ragioni attinenti alla salvaguardia dell’ordine pubblico.

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Il testamento olografo e le sue caratteristiche.

E’ una forma di testamento scritto interamente a mano dal testatore datato (precisando giorno, mese e anno) e sottoscritto dal medesimo. In assenza di uno di questi tre requisiti, il testamento è nullo ai sensi del primo comma dell’art. 606 del codice civile. Quindi non sono validi i testamenti scritti in tutto o in parte con l’ausilio di strumenti meccanografici e quelli scritti con mano guidata da altri.

Sono ammesse correzioni e aggiunte per mano di terzi purché siano irrilevanti e non mutino la sostanza del testamento. In caso contrario tali aggiunte comportano la nullità del testamento.

Il testamento olografo è una scrittura privata liberamente redatta dal testatore; pur essendo sempre possibile depositarlo presso un notaio per garantire una più sicura conservazione del documento, ciò deve avvenire alla presenza obbligatoria di testimoni e non produce nessun effetto giuridico.

 Ai sensi dell’art. 608 del codice civile è sempre possibile per il testatore ritirare il testamento già depositato presso il notaio. Tale ritiro non influisce sulla validità del testamento e non implica la volontà del testatore di revocarlo.

In più è sempre possibile per il testatore modificare le previsioni precedentemente scritte. 

Gli eredi possono instaurare un giudizio per accertare la veridicità del testamento.

La Corte di Cassazione ha stabilito più volte che in tale giudizio la perizia grafologica deve necessariamente essere condotta sull’originale del documento. Questo per garantire che il perito rinvenga tutti gli elementi essenziali al fine di stabilire la veridicità del testamento. (ex multis Cass., Sez. VI, Ord. N. 711/2018).

Le Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 12307 del 15/06/2015 hanno stabilito che “la parte che contesti l’autenticità del testamento olografo deve proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura, e grava su di essa l'onere della relativa prova, secondo i principi generali dettati in tema di accertamento negativo.”

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Il procedimento di ingiunzione.

Il procedimento di ingiunzione (artt. 633 e ss.) è una forma speciale e abbreviata del normale processo di condanna, dal quale differisce per la struttura, perché all’accertamento contenzioso è sostituita una cognizione sommaria, inizialmente senza contraddittorio, con la quale si giunge a decreto di condanna. Contro quest’ultimo il debitore può fare opposizione, instaurando un giudizio a cognizione piena che si svolge con tutte le garanzie del contraddittorio. Il procedimento di ingiunzione è dunque, diretto a far conseguire, al creditore che se ne avvalga, una pronuncia di condanna in forme più agili e spedite rispetto a quelle tipiche della cognizione ordinaria. La competenza ad emanare il decreto appartiene al Giudice di pace o al Tribunale monocratico.

Secondo l’art. 633 c.p.c può ottenere un decreto ingiuntivo:

·         Chi è creditore di una somma di denaro liquida, o di una determinata quantità di cose fungibili;

·         Chi ha diritto alla consegna di una cosa mobile determinata;

·         Gli avvocati, i cancellieri, gli ufficiali giudiziari e chiunque abbia prestato la sua opera in occasione di un processo, per il pagamento di onorari dovuti per le loto prestazioni giudiziali;

·         I notai ed altri esercenti una libera professione o arte per la quale esiste una tariffa legalmente approvata , per onorari o rimborsi di spese.

La prova che il creditore deve fornire in ordine alla esistenza del suo diritto è una prova scritta.

La domanda d’ingiunzione si propone con ricorso, il quale, oltre i requisiti generali di ogni atto di parte indicati nell’art.125, deve contenere:

-          L’indicazione delle prove che si producono (il titolo);

-          L’indicazione del procuratore del ricorrente, oppure, quando è ammessa la costituzione di persona, la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio nel Comune dove ha sede il giudice adito; in mancanza le notificazioni possono essere fatte presso la cancelleria;

-          Se la domanda riguarda la consegna di cose fungibili, essa deve contenere anche la dichiarazione della somma di denaro che il ricorrente è disposto ad accettare in mancanza della prestazione in natura, a definitiva liberazione dell’altra parte.

Il ricorso va depositato in cancelleria insieme con i documenti che si allegano. Il giudice emette, quindi, la decisione sulla base delle prove documentali fornite inaudita altera parte.

Depositati il ricorso ed i documenti, possono verificarsi due ipotesi:

1.      Rigetto della domanda (art. 640). Se il giudice ritiene non sufficientemente giustificata la domanda, dispone che il cancelliere ne dia notizia al ricorrente, invitandolo a provvedere alla prova. Se il ricorrente non vi provvede o, se la domanda non è accoglibile, il giudice, ove il ricorso non venga ritirato, lo rigetta con decreto motivato. Il decreto di rigetto non pregiudica, però la possibilità di riproporre la domanda.

2.      Accoglimento della domanda (art. 641). Se esistono le condizioni previste dall’art. 633, quindi, il ricorso è accoglibile, il giudice pronuncia decreto motivato col quale ingiunge all’altra parte di pagare la somma o di consegnare la cosa o la quantità di cose richieste, nel termine di 40 giorni, con l’avvertimento espresso che nello stesso termine può essere fatta opposizione e che , in mancanza di questa, si procederà ad esecuzione forzata.

Tuttavia il termine per il pagamento o per la consegna non viene sempre concesso al debitore, in quanto il  giudice, su istanza del ricorrente, può ingiungere al debitore di pagare o consegnare senza dilazione, autorizzando in mancanza l’esecuzione provvisoria del decreto (decreto immediatamente esecutivo), nei casi previsti dall’art. 642 c.p.c.

Il decreto, insieme con il ricorso, deve essere notificato all’ingiunto, e dalla data di notifica decorre il termine per l’opposizione e per il pagamento. Il decreto diviene inefficace se non è notificato entro 60 giorni dalla pronuncia, se deve avvenire nel territorio della Repubblica, 90 giorni negli altri casi (art.644). La domanda però può essere riproposta.

L’opposizione è il mezzo con cui l’ingiunto, che ritenga ingiusta la condanna, impugna il decreto. L’opposizione si propone con atto di citazione davanti allo stesso ufficio giudiziario a cui appartiene il giudice monocratico che ha emesso il decreto ingiuntivo, nel termine di 40 giorni. Il giudizio si svolge nelle forme del procedimento ordinario davanti al giudice adito.

 

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Il diritto di avere animali nel condominio

La riforma del 2012 sul condominio ha rinnovato la disciplina relativa alla tenuta degli animali nelle abitazioni. A tal proposito, all’art. 1138 c.c. riguardante il regolamento di condominio, è stato inserito un ultimo comma che sostiene che le norme del regolamento non possono vietare di possedere o detenere animali domestici. In sede di approvazione del testo di tale articolo si è preferito utilizzare il termine “domestico” anziché “animale da compagnia”, poiché il termine “animale domestico” dal punto di vista legale appare diverso e più ristretto rispetto a quello “animale da compagnia”. Tale modifica però non ha evitato equivoci in materia che al contrario sono aumentati. Il rischio dell’ambiguo aggettivo “domestico” è infatti quello di incrementare le liti condominiali e l’abbandono degli animali stessi.

La confusione interpretativa è stata provocata anche dal fatto che non esiste una definizione legislativa volta ad identificare quali animali sono da considerare domestici. 

Le cose sono completamente differenti per quanto riguarda il caso dell’inquilino che invece di acquistare l’abitazione nel condominio, prende in affitto un appartamento all’interno dello stesso. In questo caso la normativa da la possibilità al proprietario, nel contratto di locazione, di impedire allo stesso di introdurre in casa qualsiasi animale domestico.

Per quanto invece concerne la detenzione di animali “selvatici” in Italia essa è vietata in particolare se tali animali sono reputati pericolosi o rientrano in specie protette (ad esempio ratti, canguri, lemuri, serpenti, tartarughe, orsi lavoratori, lupi, cinghiali, volpi). Questo divieto se non viene rispettato può comportare severe conseguenze stabilite dalla legge n. 150 del 1992. L’art. 6 comma 1 della predetta legge vieta a chiunque di commerciare o detenere esemplari vivi di mammiferi e rettili selvatici che possono costituire pericolo per la salute o l’incolumità pubblica, pena l’applicazione di severe sanzioni penali che come precisa la legge n. 68/2015 possono essere dell’arresto da sei mesi a due anni e l’ammenda da euro quindicimila a centocinquantamila. Gli animali che vengono tenuti illegalmente dovranno essere confiscati.

La Convenzione CITIES ha consentito invece di poter detenere alcune specie esotiche (pappagalli, rettili, scimmie, volpi) ma solo previa autorizzazione e con un permesso contenente tutti i dati relativi all’animale.

Quindi qualora non vi sia un esplicito divieto approvato all’unanimità da tutti i condomini si ritiene consentita la detenzione di tutti gli animali non vietati dalla legge e che non creino un pericolo per la salute e l’incolumità.

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Ex coniugi: reddito di cittadinanza o assegno di mantenimento?

L’obiettivo del reddito di cittadinanza è fornire a tutti disoccupati in cerca di una nuova occupazione un reddito mensile di circa 780 euro.

Nella bozza di decreto attuativo della misura prevista dalla legge di bilancio 2019, il richiedente e tutti i componenti del nucleo familiare beneficiario si dovranno attivare per cercare un posto di lavoro, pena la perdita del sostegno economico per tutto il nucleo familiare.

Tale condizione non opera in caso in cui si chieda la “pensione di cittadinanza”, ma è esclusa per i componenti del nucleo beneficiario del reddito di cittadinanza pensionati o con età superiore a 65 anni.

Da marzo chi vorrà chiedere il reddito di cittadinanza dovrà presentare anche la DID a nome di tutti i componenti il nucleo familiare in età da lavoro, purché non già occupati e non frequentanti un corso di studio o di formazione. Gli stessi dovranno collaborare alla definizione del “patto per il lavoro” (ossia un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale) con gli operatori del centro per l’impiego o dei servizi sociali del comune di residenza.

Si dovranno accettare gli obblighi e gli impegni previsti nel “patto per il lavoro”, tra cui quello di eseguire corsi di formazione, di accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue e di offrire la propria disponibilità alla partecipazione a progetti gestiti dal comune di residenza, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni, per almeno otto ore settimanali.

Cosa succede se il richiedente il reddito di cittadinanza è una donna separata che percepisce anche l’assegno di mantenimento dal marito?

Se l’assegno di mantenimento percepito è superiore ai 780 euro previsti del reddito di cittadinanza le sarà impedito di ottenere la nuova misura di sostentamento, se invece l’assegno di mantenimento dovesse prevedere una cifra inferiore potrebbe essere possibile la concessione alla donna separata di un’integrazione in modo da percepire, sommando le due somme, 780 euro mensili.

Invece nel caso in cui l’ex moglie, dopo il divorzio, dovesse ottenere il reddito di cittadinanza, sarebbe possibile per l’ex marito chiedere al giudice di annullare o modificare le condizioni di mantenimento in favore della ex coniuge. E tale istanza potrebbe essere anche accolta alla luce degli ultimi orientamenti giurisprudenziali che vedrebbero tutte le donne autonome e lavoratrici.

Tuttavia questo scenario è plausibile se la donna in questione è giovane e con esperienze lavorative precedenti: in questo caso le sarebbe facile trovare una nuova occupazione e usufruire soltanto del reddito di cittadinanza in attesa delle nuove proposte lavorative.

Diversa è l’ipotesi in cui l’ex moglie è una donna non più giovane che si è sempre occupata soltanto della casa e della famiglia: in questo caso sarebbe meglio continuare a percepire l’assegno di mantenimento. Ciò per ben due ordini di motivi: poiché ancora non è certo che gli ex coniugi abbiano diritto a richiedere il reddito di cittadinanza e perché non è ancora possibile capire quanto a lungo durerà questa misura e sarà mantenuta dai prossimi Governi.

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La responsabilità medica conseguente al danno iatrogeno.

Il danno iatrogeno differenziale rappresenta una sorta di danno biologico. Può altersì essere definito come pregiudizio alla salute collegato all’aggravamento di una lesione o di una patologia, derivato dal comportamento colposo di un sanitario, imputabile alla colpa di un terzo o a cause naturali. Tale pregiudizio sussiste nelle seguenti situazioni: per errore del medico; aggravamento o mancata guarigione della lesione alla salute; la presenza di una lesione alla salute; l’intervento di un operatore sanitario per far fronte a tale condizione di salute.

Da notare è che la lesione originaria alla salute di un soggetto, sulla quale poi si unisce il danno iatrogeno differenziale, può dipendere da due situazioni: o dal caso fortuito, da forza maggiore o dalla condotta di un terzo incolpevole; oppure da una condotta umana di un terzo colpevole.

È opportuno evidenziare che l’aggravamento della lesione preesistente per colpa del medico è rappresentato dallo stabilizzarsi di disturbi che il danneggiato avrebbe evitato altrimenti o in quanto sarebbe guarito o perché sarebbe guarito con disturbi permanenti ma di entità minore rispetto a quelli consolidatesi. In tale ipotesi si pone la questione se il medico che abbia causato l’aggravamento o la mancata guarigione debba rispondere dell’intero danno del paziente o solo pro quota del danno a lui addebitato. Sembrerebbe giusto dire che il medico risponda solo del danno a lui addebitabile cioè derivante dalle azioni da lui commesse, in realtà però il legislatore prima e la giurisprudenza ermellini poi hanno ritenuto che il medico debba rispondere dell’intero danno cagionato al paziente indipendentemente dal fatto che la lesione sia dovuta per caso fortuito o forza maggiore o per colpa di un terzo.

La modalità di quantificazione del danno nel caso in cui il creditore agisca per il solo danno iatrogeno differenziale e non per l’intero danno, è prassi di alcuni uffici giudiziari chiedere al C.T.U quale sia il grado di invalidità permanente residuato al danneggiato, e quanta parte dello stesso sia stato causato dalla lesione originaria. Così l’ausiliario dovrà fornire a tal proposito due valutazioni percentuali: una prima valutazione riguardante il danno originario, una seconda riguardante il danno iatrogeno differenziale. Una volta quantificate tali percentuali, si valuta la differenza tra la percentuale di invalidità in cui versa il danneggiato e la percentuale di invalidità che ci sarebbe comunque stata a seguito dell’intervento chirurgico così ottenendo la liquidazione del danno de quo. Questa modalità di calcolo del danno, consistente nel sottrarre la percentuale di invalidità permanente in concreto verificatasi a seguito dell’errore medico alla percentuale che comunque si sarebbe verificata anche in assenza di errore del medico, è da considerarsi errata, facendo riferimento invece  alla modalità liquidatoria secondo il principio sancito dai Giudici di Piazza Cavour nella sentenza n. 6341/2014 secondo la quale “in tema di responsabilità medica, allorché un paziente, già affetto da una situazione di compromissione dell’integrità fisica, sia sottoposto ad un intervento che, per la sua cattiva esecuzione, determini un esito di compromissione ulteriore rispetto alla percentuale che sarebbe comunque residuata anche in caso di ottimale esecuzione dell’intervento stesso, ai fini della liquidazione del danno con il sistema tabellare, deve assumersi come percentuale di invalidità quella effettivamente risultante, alla quale va sottratto quanto monetariamente indicato in tabella per la percentuale di invalidità comunque ineliminabile, e perciò non riconducibile alla responsabilità del sanitario”.

 

 

 

 

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Successioni: principi generali.

Nell’ordinamento giuridico italiano vi sono due modalità di trasferimento di diritti e proprietà: con atto tra vivi e con la successione.

Con il termine successione si designa il fenomeno con cui un soggetto subentra ad un altro nella titolarità di uno o più diritti o rapporti giuridici (anche passivi, come i debiti). La morte di una persona determina l’apertura della sua successione. L’apertura avviene nel luogo dell’ultimo domicilio del defunto, art. 456 cod. civ. Il momento identificativo della morte si ha con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo. Aperta la successione, occorre vedere a chi spettano il patrimonio ereditario o singoli beni. Si parla di delazione all’eredità, ovvero di offerta dell’eredità ad una persona, che se vuole la può acquistare (art. 457, cod. civ.).

La designazione del successibile può avvenire in due modi: per legge, successione legittima, o per testamento, successione testamentaria.

La legge vieta esplicitamente varie tipologie di patti successori: confermativi o istitutivi (con cui Tizio conviene con Caio di lasciargli la propria eredità); dispositivi ( vendo a Caio i beni che dovrebbero pervenirmi dall’eredità di X) e rinunciativi ( convengo con Caio di rinunciare all’eredità di X non ancora devoluta), art. 458 cod. civ.

Vietata è anche la donazione mortis causa, in cui la morte del donante funziona come causa dell’attribuzione patrimoniale (in contemplazione della mia morte ti dono ecc.).
Con la morte del de cuius colui che è chiamato all’eredità, sia per legge  sia per testamento, acquista  la qualità di erede e la titolarità dei beni e dei diritti solo dopo una sua dichiarazione di volontà chiamata accettazione o adizione dell’eredità.

Qualunque persona fisica che, al momento dell’apertura della successione, sia già nata o concepita e sia ancora in vita è senz’altro capace di succedere, art. 462 comma 1, cod. civ.
L’eredità non si acquista se non con l’accettazione da parte del chiamato, art. 459 cod. civ.
Si distinguono due tipi di accettazione: pura e semplice o con beneficio di inventario.
Per effetto della prima si verifica la confusione tra il patrimonio del defunto e quello dell’erede, che diventano un patrimonio solo. Se, invece, il chiamato all’eredità accetta con beneficio di inventario, non si produce la confusione dei patrimoni.

L’accettazione ancora, può essere espressa oppure tacita.
La prima consiste nella esplicita manifestazione della volontà di acquistare l’eredità (art. 475 cod. civ.); la seconda si ha quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede, (art. 476 cod. civ).

Il diritto di accettare l’eredità è soggetto alla prescrizione ordinaria di anni 10, decorrente dalla data dell’apertura della successione; il termine non è suscettibile di interruzione. L’eredità così come può essere accettata può essere rifiutata.

La rinuncia all’eredità consiste in una dichiarazione unilaterale non recettizia, con la quale il chiamato all’eredità manifesta la sua decisione di non acquistare l’eredità, art. 519 cod. civ. La rinuncia richiede una forma particolare, deve essere ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione. La rinuncia, come l’accettazione, è un actus legitimus. Non tollera né termini né condizioni.

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la Kafala e le adozioni internazionali nell'ordinamento giuridico italiano.

L’adozione internazionale è l’adozione di minori di nazionalità diversa rispetto a quella degli adottandi, regolamentata dalla legge 184/1983 successivamente modificata dalla legge 149/2001.

Tra le Convenzioni rilevanti in materia vi è: la Convenzione dell’Aja del 1993, il cui presupposto fondamentale è garantire che le adozioni internazionali si effettuino nel superiore interesse del minore e nel rispetto dei suoi diritti fondamentali, ratificata dall’Italia con la legge 31 dicembre 1998 n. 476 che ha portato a delle modifiche della legge 184/1983; la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989 che fa esplicito riferimento al superiore interesse del minore all’art 3; la successiva Convenzione dell’Aja del 1996 ritenuta dall’Unione europea come strumento per la protezione del minore, il cui obiettivo fondamentale è la tutela del minore stesso; la Dichiarazione sui diritti dell’infanzia del 1959 che si basa su alcuni principi fondamentali in base ai quali il fanciullo deve godere di una speciale protezione ed ha diritto sin dalla nascita ad un nome e ad una nazionalità, egli ha inoltre diritto ad un istruzione che almeno a livello elementare deve essere gratuita e obbligatoria, e ha diritto ad essere protetto contro ogni forma di crudeltà, negligenza e sfruttamento.

I requisiti dell’adozione internazionale sono gli stessi dell’adozione nazionale, e sono previsti dall’art. 6 della legge 184/1983 “l’adozione è permessa ai coniugi uniti in matrimonio da almeno 3 anni, tra i quali non sussista separazione personale neppure di fatto e si dimostrino idonei ad istruire, mantenere ed educare i minori che intendono adottare”.

La l. 184/1983 (artt. 29-39) detta un procedimento adottivo che si articola in tre fasi: una prima fase preliminare giurisdizionale presso il tribunale per minorenni territorialmente competente, che si conclude con la dichiarazione di idoneità; una seconda fase all’estero davanti ad un’autorità giurisdizionale o amministrativa straniera, necessaria per l’ingresso del minore in Italia, e la terza, di nuovo giurisdizionale, in Italia davanti al tribunale per i minorenni, volta a dare efficacia al provvedimento straniero, presupposto indispensabile per l’emanazione di un’adozione regolata dalla legge italiana.

I genitori adottivi hanno l’obbligo di informare il minore della sua condizione. Tale obbligo non era previsto dalla legge 184/1983 che appunto non prevedeva né che il minore potesse accedere alle informazioni riguardanti i propri genitori naturali né la possibilità, per il minore stesso, di essere portato a conoscenza della sua condizione. La legge 149/2001 ha mutato tale prospettiva e ha introdotto il diritto dell’adottato ad accedere alle informazioni riguardanti le proprie origini. In materia si è espressa anche la Convenzione dell’Aja del 1993 che ha previsto due disposizioni in merito agli articoli 30 e 31: l’art 30 richiede alle autorità competenti di ciascuno Stato contraente di conservare con cura le informazioni in loro possesso sulle origini del minore, in particolare devono essere conservate le informazioni relative alla madre e al padre, nonché i dati sul quadro sanitario del minore e della sua famiglia. Tali autorità devono inoltre assicurare ai minori l’accesso a tali informazioni, decidendo come e quando permetterlo; l’art 31 invece prevede che a tali informazioni possono accedere soltanto i minori e queste informazioni non possono essere utilizzate ad altri scopi. L’adottato una volta venuto a conoscenza della sua condizione, può presentare istanza al Tribunale per i minorenni per avviare un procedimento che ha come obiettivo l’accesso alle informazioni che riguardano la sua origine e l’identità dei genitori biologici. È possibile presentare l’istanza anche al mero raggiungimento della maggiore età ma, in tal caso, devono sussistere gravi e comprovati motivi relativi alla salute psicofisica dell’istante. Il disegno di legge n. 1978 del 18 giugno 2015, volto a creare un bilanciamento tra la volontà dei genitori biologici di mantenere l’anonimato, e il diritto del minore ha conoscere le sue origini, ha modificato l’art. 28 della legge 184/1983, estendendo il diritto non solo all’adottato ma anche al figlio non riconosciuto dalla madre alla nascita e ha abbassato la soglia di età dai 25 ai 18 anni; ha inoltre modificato il comma 7 dell’art. 28 che prevedeva il divieto di accesso a tali informazioni al figlio non riconosciuto, prevedendo le due ipotesi di revoca spontanea e di conferma spontanea dell’anonimato da parte della madre. Nel primo caso il minore ha il diritto di accedere a tali informazioni; nel secondo caso il minore può accedere solo alle informazioni sanitarie.

Non in tutti i Paesi è previsto l’istituto dell’adozione internazionale, vi sono paesi arabo islamici come l’Egitto, il Marocco, la Tunisia, la Libia e l’Algeria che vietano l’adozione e la ragione di tale divieto è data dalla concezione che essi hanno della famiglia considerata un istituto di origine divina dove l’unico legame valido a qualificarla è quello biologico; quindi l’uomo non può né creare artificialmente né determinare la cessazione di alcun vincolo di filiazione. In questi Paesi è previsto, a tutela del minore rimasto privo della sua famiglia, in alternativa all’adozione, l’istituto della Kafala, oggi assimilabile al nostro istituto dell’affido, riconosciuto dall’ordinamento italiano il 4 maggio 2018 in seguito al riconoscimento da parte del giudice tutelare del Tribunale di Mantova del provvedimento di Kafala emesso dal Tribunale di Algeria riguardante l’affidamento di una minore straniera ad una cittadina italiana.

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DDL del Senatore Pillon in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità: il testo completo.

DISEGNO DI LEGGE 

d’iniziativa dei senatori PILLON, OSTELLARI, CANDURA, Emanuele PELLEGRINI, PIARULLI, D’ANGELO, EVANGELISTA, GIARRUSSO e RICCARDI 

COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 1° AGOSTO 2018 

Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità



ONOREVOLI SENATORI. – Il presente disegno di legge vuole dare attuazione al contratto di governo stipulato dalla maggioranza parlamentare che prevede, con riguardo al diritto di famiglia, alcune rilevanti modifiche normative idonee ad accompagnare questa delicata mate ria verso una progressiva de-giurisdizionalizza­zione, rimettendo al centro la famiglia e i geni­tori e soprattutto restituendo in ogni occasione possibile ai genitori il diritto di decidere sul futuro dei loro figli e lasciando al giudice il ruolo residuale di decidere nel caso di mancato accordo, ovvero di verificare la non contrarietà all’interesse del minore delle decisioni assunte dai genitori. Come soleva dire Arturo Carlo Jemolo, la famiglia è un’isola che il diritto può solo lambire, essendo organismo normalmente capace di equilibri e bilanciamenti che la norma giuridica deve saper rispettare quanto più possibile. I criteri dettati dal contratto di governo sono sostanzialmente quattro: a) mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti i figli minorenni; b) equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari; c) mantenimento in forma di­retta senza automatismi; d) contrasto dell’a­lienazione genitoriale. Quanto alla mediazione civile obbligatoria, sono note le questioni pregiudiziali sol levate da taluni con riguardo alla possibilità per la norma di imporre un procedimento di mediazione. È tuttavia ben strano che sia stata imposta la mediazione preventiva in settori assai meno coinvolgenti la vita delle persone e invece si pongano forti limitazioni con riguardo alla materia del diritto di famiglia. Eppure, meccanismi di Alternative di­spute resolution (ADR), ben concepiti e caldeg­giati, potrebbero evitare a molte famiglie la lite giudiziaria, di per sé autonoma espressione di fallimento e foriera di conseguenze personali e relazionali, le cui spese vengono in ogni caso pagate a caro prezzo dai molti minori coinvolti. A fronte dell’imposizione normativa del procedimento di ADR è pertanto necessario garantire uno strumento realmente capace di incidere positivamente sulle situazioni concrete ed evitare, per quanto possibile, che le famiglie con minori siano costrette al tunnel giudiziario. Per quanto concerne l’affido condiviso, la legge 8 febbraio 2006, n. 54, si è rivelata un fallimento, cosicché l’Italia rimane uno degli ultimi Paesi del mondo industrializzato per quanto riguarda la cogenitorialità (co-parenting) delle coppie separate. Nel mondo occidentale il principio della bigenitorialità viene affermato e applicato a partire dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989, ratificata ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176. In realtà però presso alcune corti degli Stati Uniti già nel 1970 gruppi di magistrati avevano iniziato a redigere sentenze che prevedevano l’affido congiunto della prole in caso di divorzio dei geni­tori. Ben presto gli analisti si resero conto che dietro la locuzione joint custody si potevano celare differenti forme di affidamento: in molti casi dietro il concetto di pari responsabilità genitoriali si nascondevano forme di affidamento identiche a quelle normalmente previste in caso di affidamento esclusivo (si trattava della cosiddetta joint legal custody), mentre in altre a una suddivisione giuridico-formale si aggiungeva una condivisione materiale delle cure e dei tempi di permanenza (joint physical custody). Senza minimamente prendere in considerazione le esperienze estere, in Italia solo nel 2006, dopo un faticoso lavoro durato Atti parlamentari – 2 – Senato della Repubblica – N. 735 XVIII LEGISLATURA – DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI - DOCUMENTI ben quattro legislature, si è riusciti a far passare come forma privilegiata l’affida­mento formalmente (o legalmente) condiviso nel 2006. Il risultato però è stato fallimentare: in Italia l’affido a tempi paritetici è sti­mato intorno all’1-2 per cento, in Belgio su­pera il 20 per cento, in Quebec il 25 per cento, in Svezia il 28 per cento. In Italia l’affido materialmente condiviso (considerando tale una situazione nella quale il minore trascorre almeno il 30 per cento del tempo presso il genitore meno coinvolto) ri­ guarda il 3-4 per cento dei minori, tasso fra i più bassi al mondo, in Belgio il 30 per cento, in Quebec il 30 per cento, in Svezia il 40 per cento. In Italia l’affido material­mente esclusivo riguarda oltre il 90 per cento dei minori, in Belgio circa il 50 per cento, in Quebec circa il 40 per cento, in Svezia il 30 per cento. Nel nostro Paese tro­viamo quindi una situazione estrema che si­curamente non rispecchia la volontà del le­gislatore e che sta danneggiando moltissimi minori. È giunta pertanto l’ora di dare piena applicazione alla risoluzione n. 2079 (2015) del Consiglio d’Europa che consiglia gli Stati membri di adottare legislazioni che as­sicurino l’effettiva uguaglianza tra padre e madre nei confronti dei propri figli, al fine di garantire ad ogni genitore il diritto di es­sere informato e di partecipare alle decisioni importanti per la vita e lo sviluppo del loro figlio, nel miglior interesse di quest’ultimo, consigliando altresì di introdurre nella legi­slazione il principio della doppia residenza o del doppio domicilio dei figli in caso di se­parazione, limitando le eccezioni ai casi di abuso o di negligenza verso un minore, o di violenza domestica. È la stessa risoluzione a suggerire di adottare tutte le misure neces­sarie a garantire la piena esecuzione delle decisioni relative alla residenza dei figli e agli incontri coi genitori, anche dando se­guito a reclami relativi alla mancata frequentazione dei bambini, incoraggiando in ogni caso la mediazione all’interno delle procedure giudiziarie in materia famigliare relativamente ai minori, istituendo un incon­tro informativo obbligatorio stabilito dal giu­dice. La risoluzione si conclude chiedendo che i Paesi membri incoraggino l’elabora­zione di piani parentali che permettano ai genitori di definire loro stessi i principali aspetti della vita di loro figlio. In modo analogo, si ritiene maturo il tempo per applicare il principio del mante­nimento diretto, pur astrattamente previsto dalla norma come modalità di default per provvedere alla prole. Eppure, oltre ad es­sere costume esteso e inveterato di molti S Per questa ragione è importante far pas­sare il principio che entrambi i genitori sono tenuti al mantenimento in forma diretta, possibilmente individuando i costi standard e i capitoli di spesa Medesimo discorso va fatto anche in or­dine a una delle componenti più significative della contribuzione economica dei genitori alle esigenze della prole: la «assegnazione» della casa familiare. Non potendosi più identificare un genitore collocatario, ma dovendosi prendere atto che il bambino potrà finalmente fare conto su «due case», in perfetta conformità con l’os­servazione di Jemolo, è opportuno ripensare in modo significativo nell’ambito del corpus normativo l’istituto «monstrum» dell’asse­gnazione che ha richiesto negli anni un con­tinuo adeguamento giurisprudenziale a fini di coordinamento rispetto alle norme sulla proprietà, altri diritti reali nonché ai contratti per l’utilizzo degli immobili (si veda, in particolare, l’articolo 6 della legge 27 luglio 1978, n. 392). Lo stesso istituto dell’assegnazione, alla luce del raggiunto consenso scientifico sulla sostanziale irrilevanza dell’eventuale asse­gnazione ai fini del benessere della prole in relazione all’autentico significato e concetto sostanziale dell’affidamento condiviso, pre­senta forti dubbi di costituzionalità (rispetto all’articolo 42 della Costituzione). In caso di separazione, il conflitto tra i genitori nella sua più aspra declinazione giu­diziale è statisticamente e positivamente de­terminato dall’interesse economico all’assegnazione della casa familiare piuttosto che da un reale scetticismo sull’idoneità dell’al­tro genitore, che inflaziona il processo con accertamenti peritali e altro. Con riferimento al caso statisticamente più frequente di casa familiare co-intestata a entrambi i genitori, la proposta di modifica richiama la regolamentazione secondo le norme sulla comunione (articoli 1100 e se­guenti del codice civile) che prevede il di­ ritto a un corrispettivo da parte del comproprietario che utilizza il bene in via esclusiva, nelle more della divisione. In caso di proprietà esclusiva in capo a uno dei due geni­tori o a terzi, si dovranno in ogni caso ap­plicare le vigenti norme in materia di pro­prietà, comodato d’uso, diritto di usufrutto o di abitazione e locazione. L’istituto che meglio aiuterà i genitori a evitare contrasti strumentali e a concentrarsi sulla centralità dei figli sarà quello del piano genitoriale, autentico strumento di lavoro sul quale padre e madre saranno chiamati a confrontarsi per individuare le concrete esi­genze dei figli minori e fornire il loro con­tributo educativo e progettuale che riguardi i tempi e le attività della prole e i relativi capitoli di spesa. Il continuo rimando della proposta alle procedure di ADR (conciliazione, media­zione e coordinazione genitoriale) ha lo scopo di restituire la responsabilità decisio­nale ai genitori stessi, aiutandoli e sostenen­doli quando, a causa della difficoltà di dia­logo, i medesimi non appaiono in grado di mantenere pervio il canale comunicativo nel­l’interesse del minore. Anche i nonni potranno intervenire e far sentire la loro voce con interventi ad adiu­vandum che siano propositivi e che tutelino il diritto dei minori a intrattenere rapporti si­gnificativi con i propri ascendenti È poi necessario superare la concezione nominalistica dell’alienazione genitoriale, che in passato ha suscitato consistenti pole­miche, e avere riguardo al dato oggettivo: in molti casi si presenta il fenomeno del rifiuto manifestato dal minore in ordine a qualsiasi forma di relazione con uno dei genitori. Alienazione, estraniazione, avversità, sono solo nomi mutevoli che non possono impe­dire al legislatore di prendersi cura di una delle condizioni più pericolose per il cor­retto e armonico sviluppo psicofisico del mi­nore. Nell’ambito dei rapporti all’interno della famiglia, e in particolare nelle rela­zioni tra genitori e figli, si parla di una nuova categoria di diritti che la recente ri­flessione sociologica ha definito con la locu­zione di diritti relazionali o diritti alla rela­zione. Essi rappresentano i diritti specifici di ogni relazione umana nella sua dimensione affettiva ed emotiva, relazione della quale l’ordinamento e i giuristi sempre più si stanno occupando. È grazie al godimento del diritto ad avere relazioni con i propri fa­miliari che le persone possono, nel contempo, esercitare i doveri legati al «fare fa­miglia». Il presente disegno di legge si compone di ventiquattro articoli. All’articolo 1 si istituisce e regolamenta la funzione pubblica e sociale della profes­sione del mediatore familiare, stabilendo i requisiti per l’esercizio di tale professione. Si delineano in modo estremamente punti­glioso e rigoroso i titoli di studio, le specializzazioni e i percorsi di formazione neces­sari all’espletamento del ruolo di mediatore familiare, professione che non può essere improvvisata, ma che necessita di una for­mazione approfondita. Si stabilisce che le regioni debbano istituire e aggiornare an­nualmente gli elenchi di iscrizione per i me­diatori. All’articolo 2 si sancisce l’obbligo di ri­servatezza per segreto professionale, stabi­lendo anche che gli atti e i documenti del procedimento di mediazione non possano es­sere esibiti nei procedimenti giudiziali, ad eccezione dell’accordo sottoscritto dal mediatore, dalle parti e dai rispettivi legali. L’articolo 3, con rimandi alla normativa vigente in materia di mediazione civile, de­finisce e regolamenta il procedimento della mediazione familiare, con durata non supe­riore a sei mesi, prevedendone l’accesso volontario delle parti, che, in qualsiasi mo­mento, possono interromperne la partecipazione. L’esperimento della mediazione fami­liare rimane condizione di procedibilità qua­lora nella controversia siano coinvolti diret­tamente o indirettamente persone minorenni. Al comma 8 si prevede l’omologazione del tribunale competente per territorio al fine dell’esecutività dell’accordo raggiunto a se­guito del procedimento di mediazione fami­liare. Il tribunale deve decidere, entro quin­dici giorni dalla richiesta, in camera di con­siglio. All’articolo 4 si prevede che le spese e i compensi per il mediatore siano stabiliti con decreto del Ministro della giustizia, da adot­tare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge. L’articolo 5, nell’ambito della coordina­zione genitoriale quale processo di risolu­zione alternativa delle controversie fra geni­tori, qualifica la figura del coordinatore ge­nitoriale. Si tratta di esperto qualificato con funzione mediativa, dotato di formazione specialistica in coordinazione genitoriale, iscritto all’albo di una delle professioni re­golamentate di ambito sanitario o socio-giu­ridico. Il medesimo, operando come terzo imparziale, nell’ambito delle disposizioni di natura legale e deontologica della rispettiva professione, ha il compito di gestire in via stragiudiziale le controversie eventualmente sorte tra i genitori di prole minorenne rela­tivamente all’esecuzione del piano genito­riale. La sua attività è volta al superamento di eventuali ostacoli al corretto e sereno esercizio della cogenitorialità assistendo i genitori nell’attuazione del piano genitoriale, monitorandone l’osservanza e risolvendo tempestivamente le controversie. Il giudice, su richiesta dei genitori di incaricare un co­ordinatore genitoriale, ne dispone la nomina ove ritenuto necessario nell’interesse del mi­nore. L’articolo 6 modifica l’articolo 178 codice di procedura civile (Controllo del collegio sulle ordinanze) con l’aggiunta di un comma per stabilire che l’ordinanza del giudice istruttore in materia di separazione e di af­fidamento dei figli è impugnabile dalle parti, con reclamo immediato al collegio. L’articolo 7, che modifica l’articolo 706 del codice di procedura civile (Forma della domanda), sancisce che le coppie con figli devono procedere alla mediazione obbligato­ria per aiutare le parti a trovare un accordo nell’interesse dei minori. In ogni caso il me­diatore familiare rilascia ai coniugi un’atte­stazione, sottoscritta dai coniugi medesimi, in cui si dà atto del tentativo di mediazione e del relativo esito. L’articolo 8, di modifica all’articolo 708 del codice di procedura civile (Tentativo di conciliazione e provvedimenti del presi­dente), stabilisce che all’udienza di compa­rizione il presidente, nel caso di concilia­zione infruttuosa, debba informare le parti della possibilità di avvalersi della mediazione familiare (obbligatoria in presenza di figli minori). Si stabilisce, per i procedi­menti di separazione di genitori con figli minorenni, la verifica anche d’ufficio del ri­spetto delle prescrizioni di cui all’articolo 706. Il presidente è altresì tenuto a valutare i rispettivi piani genitoriali assumendo con ordinanza i provvedimenti opportuni nell’in­teresse della prole e dei coniugi, secondo quanto previsto dagli articolo 337-ter e se­guenti del codice civile. L’articolo 9, sostituendo il vigente articolo 709-ter del codice di procedura civile (Solu­zione delle controversie e provvedimenti in caso di inadempienze o violazioni), rende più incisivo il ricorso, in quanto la mera ammonizione si è rivelata un’arma spuntata e incapace di frenare gli atteggiamenti più spregiudicati dei genitori. Con l’articolo 10, sostitutivo del vigente articolo 711 del codice di procedura civile (Separazione consensuale), si stabilisce che nel caso di separazione consensuale i geni­tori di figli minori, a pena di nullità, devono indicare nel ricorso il piano genitoriale con­cordato, secondo quanto previsto dall’arti­colo 706, sesto comma del medesimo codice e dall’articolo 337-ter del codice civile. Ove riscontri che i coniugi non vi abbiano adem­piuto, il presidente è tenuto ad esperire pre­liminarmente un tentativo di conciliazione. In caso positivo si procede come previsto dall’articolo 708, secondo comma. In caso negativo il presidente dà atto nel processo verbale del consenso dei coniugi alla sepa­ razione e delle condizioni riguardanti i co­niugi stessi e la prole, come previste dal ri­corso e dai piani educativo e di riparto delle spese. I coniugi che abbiano depositato ri­ corso congiunto per la separazione consen­suale sono esentati dalla mediazione obbli­gatoria. L’articolo 11 riguarda i provvedimenti concernenti i figli. Con la sostituzione del vigente articolo 337-ter del codice civile (Provvedimenti riguardo ai figli), il nuovo articolato prevede, in maniera oltremodo in­ novativa, il diritto del minore al manteni­mento di un rapporto equilibrato e continua­tivo con il padre e la madre, a ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali e a trascor­rere con ciascuno dei genitori tempi ade­guati, paritetici ed equipollenti, salvi i casi di impossibilità materiale. Si garantiscono tempi paritari qualora anche uno solo dei genitori ne faccia richiesta. Si garantisce co­munque la permanenza di non meno di do­dici giorni al mese, compresi i pernotta­menti, presso il padre e presso la madre, salvo comprovato e motivato pericolo di pre­giudizio per la salute psico-fisica del figlio in casi tassativamente individuati. Si sanci­sce il suo diritto a conservare rapporti signi­ ficativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale. L’articolo prevede inoltre che il giudice, nell’affidare in via condivisa i figli minori, debba stabilire il doppio domicilio del minore ai fini delle co­municazioni scolastiche, amministrative e relative alla salute. Nel piano genitoriale deve essere indicata anche la misura e la modalità con cui ciascuno dei genitori provvede al mantenimento diretto dei figli, sia per le spese ordinarie sia per quelle straordinarie, anche attribuendo a ciascuno specifici capi­toli di spesa, in misura proporzionale al pro­ prio reddito e ai tempi di permanenza presso ciascun genitore secondo le esigenze indi­cate nel piano genitoriale, considerando sempre le esigenze del minore, il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convi­venza con entrambi i genitori, i tempi di permanenza presso ciascun genitore, le ri­sorse economiche di entrambi i genitori e la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore. In man­canza di accordo, il giudice, sentite le parti, stabilisce il piano genitoriale determinando i tempi e le modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi dovrà contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli sulla base del costo medio dei beni e servizi per i figli individuato su base locale alla luce del costo medio della vita come calcolato dall’I­STAT, individuando le spese ordinarie, le spese straordinarie e attribuendo a ciascun genitore specifici capitoli di spesa, dando applicazione al protocollo nazionale sulle spese straordinarie. Si sancisce infine che, ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficiente­ mente documentate, il giudice possa di­sporre un accertamento della polizia tributa­ria sui redditi e sui beni oggetto della con­testazione, anche se intestati a soggetti di­versi. Con l’articolo 12, che sostituisce l’arti­colo 337-quater del codice civile (Affida­mento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso), si stabilisce che il giudice, nei casi di cui all’articolo 337-ter, secondo comma, possa disporre l’affidamento dei figli a uno solo dei genitori qua­lora ritenga che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore, garan­tendo sempre il diritto del minore alla bige­nitorialità. Il genitore cui sono affidati i figli in via esclusiva, salva diversa disposizione del giudice, ha l’esercizio esclusivo della re­sponsabilità genitoriale su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giu­ dice, favorendo e garantendo in ogni modo la frequentazione dei figli minori con l’altro genitore, a meno che ciò non sia stato espressamente vietato dal giudice con prov­vedimento motivato. Salvo che non sia di­versamente stabilito, le decisioni di mag­giore interesse per i figli sono adottate da entrambi i genitori. Il genitore cui i figli non sono affidati ha il diritto e il dovere di vi­gilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse. Sono previsti casi di tem­poranea impossibilità ad affidare il minore ai propri genitori. In tali casi il giudice deve porre in essere ogni misura idonea al recu­pero della capacità genitoriale dei figli. L’articolo 13, sostitutivo dell’articolo 337- quinquies del codice civile, reca la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e i casi di conflittualità genitoriale introducendo il secondo tentativo di media­zione e il coordinatore genitoriale quali estremi tentativi di restituire ai genitori la capacità di decisione autonoma, prima della definitiva decisione del giudice. I genitori hanno diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’af­fidamento dei figli, la revisione dei piani ge­nitoriali e dei tempi di frequentazione con la prole, l’attribuzione dell’esercizio della re­sponsabilità genitoriale su di essi e delle eventuali disposizioni relative alla misura e alla modalità del contributo. L’articolo 14, che sostituisce l’articolo 337-sexies, verte sulla residenza del minore presso la casa familiare e sulle prescrizioni in tema di residenza. Il giudice può stabilire nell’interesse dei figli minori che questi mantengano la residenza nella casa fami­liare, indicando in caso di disaccordo quale dei due genitori potrà continuare a risiedervi. Si stabilisce che non possa continuare a risedere nella casa familiare il genitore non proprietario o non titolare di specifico diritto che non abiti o cessi di abitare stabil­mente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. All’articolo 15, che sostituisce l’articolo 337-septies vertente su disposizioni in favore dei figli maggiorenni, si chiarisce che il giu­dice possa disporre in favore dei figli mag­giorenni non indipendenti economicamente, su loro richiesta, il pagamento di un assegno periodico a carico di entrambi i genitori. Tale assegno è versato direttamente all’a­vente diritto. L’articolo 16, che sostituisce l’articolo 337-octies del codice civile (Poteri del giu­dice e ascolto del minore), prevede che il giudice disponga l’ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento. L’ascolto del minore deve essere sempre svolto alla presenza del giudice e di un esperto da lui designato e deve essere vide­oregistrato. Le parti, che possono assistere in locale separato collegato mediante video, possono presentare domande per mezzo del giudice, ma sono vietate domande dirette a ottenere risposte relativamente al desiderio del minore di stare con uno dei genitori ov­vero quelle potenzialmente in grado di su­scitare preferenze o conflitti di lealtà da parte del minore verso uno dei genitori. L’articolo 17 modifica l’articolo 342-bis del codice civile (Ordini di protezione con­tro gli abusi familiari), aggiungendo un comma per prevedere da parte del giudice, su istanza di parte, l’adozione con decreto di provvedimenti nell’esclusivo interesse del minore, anche quando – pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori – il fi­glio minore manifesti comunque rifiuto, alie­nazione o estraniazione con riguardo ad uno di essi. L’articolo 18 introduce il nuovo articolo 342-quater nel codice civile, con il quale si attribuisce al giudice il potere di ordinare al genitore che abbia tenuto la condotta pregiu­dizievole per il minore la cessazione della stessa condotta; si prevede inoltre che il giu­dice possa disporre con provvedimento d’ur­genza la limitazione o sospensione della re­sponsabilità genitoriale. Il giudice può, in ogni caso, disporre l’inversione della resi­ denza abituale del figlio minore presso l’al­tro genitore ovvero il collocamento provvi­sorio del minore presso apposita struttura specializzata, previa redazione da parte dei servizi sociali o degli operatori della strut­tura di uno specifico programma per il pieno recupero della bigenitorialità del minore, nonché dell’indicazione del responsabile dell’attuazione di tale programma. L’articolo 19 dispone l’abrogazione del secondo comma dell’articolo 151 del codice civile, in tema di separazione giudiziale, che attualmente prevede che il giudice, pronun­ ziando la separazione, dichiari, ove ne ricor­rano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separa­zione, in considerazione del suo comporta­mento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio. Con l’articolo 20 si modifica l’articolo 6 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, convertito dalla legge 10 novembre 2014, n. 162, al fine di stabilire che le parti e i ri­spettivi legali devono in ogni caso applicare le disposizioni di cui agli articoli 337-ter e seguenti del codice civile. Con l’articolo 21, quale logica conse­guenza del principio del mantenimento di­retto della prole, si procede ad abrogare l’ar­ticolo 570-bis del codice penale. L’articolo 22 applica i principi previsti per la separazione anche alla legge sul divorzio. L’articolo 23 stabilisce che le norme della legge si applichino anche ai procedimenti pen­denti alla data dell’entrata in vigore della mede­sima. L’articolo 24 infine contiene una clausola di invarianza finanziaria.


DISEGNO DI LEGGE

Art. 1. (Istituzione dell’albo nazionale per la professione di mediatore familiare) 

1. È istituito l’albo professionale dei me­diatori familiari. La Repubblica riconosce la funzione sociale della mediazione familiare. 2. Entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, con uno o più regolamenti, da emanare ai sensi dell’arti­colo 17, comma 1, lettera b), della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Presi­dente del Consiglio dei ministri e del Mini­stro della giustizia, sono adottate le norme di attuazione delle disposizioni di cui al pre­sente articolo, tenuto conto dei seguenti princìpi: a) possono esercitare la professione di mediatore familiare le persone in possesso della laurea specialistica in discipline so­ciali, psicologiche, giuridiche, mediche o pe­dagogiche, nonché della formazione speci­fica, certificata da idonei titoli quali master universitari ovvero specializzazioni o perfe­ zionamenti presso enti di formazione ricono­sciuti dalle regioni, aventi durata biennale e di almeno 350 ore; b) possono altresì esercitare l’attività di mediazione familiare coloro che alla data di entrata in vigore della presente legge sono in possesso di laurea specialistica e che hanno già ottenuto la qualifica di mediatore familiare a seguito della formazione speci­ficaalmeno biennale certificata da master universitari ovvero a seguito della frequenza e del superamento dell’esame finale presso corsi di formazione almeno biennali e della durata di almeno 350 ore, purché svolti e conclusi entro il 31 dicembre 2018; c) la qualifica di mediatore familiare può essere attribuita anche agli avvocati iscritti all’ordine professionale da almeno cinque anni e che abbiano trattato almeno dieci nuovi procedimenti in diritto di fami­glia e dei minori per ogni anno; d) la professione di mediatore familiare può essere esercitata in forma individuale o associata secondo le disposizioni stabilite dalla legge 14 gennaio 2013, n. 4; e) l’albo è costituito, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, dal Ministero della giustizia, che ne cura annualmente l’aggiornamento; possono fare domanda di iscrizione all’albo i media­tori familiari in possesso dei requisiti di cui al presente articolo; f) il servizio di mediazione familiare può essere altresì offerto nei consultori fa­miliari pubblici e privati da persone aventi la qualifica di mediatori familiari iscritti al­l’albo; g) il mediatore familiare deve essere particolarmente e specificamente esperto nelle tecniche di mediazione e deve essere in possesso di approfondite conoscenze in diritto, psicologia e sociologia con partico­ lare riferimento ai rapporti familiari e geni­toriali; h) l’iscrizione all’albo è subordinata al superamento di una prova di esame da svol­gere annualmente e la cui disciplina è ri­messa ad appositi decreti del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell’i­struzione, dell’università e della ricerca e con il Ministro per la famiglia e le disabi­lità; i) il consiglio nazionale dei mediatori familiari provvede entro sei mesi dalla sua istituzione all’emanazione di un codice de­ontologico ispirato ai seguenti principi: 1) il mediatore familiare deve essere terzo e imparziale rispetto alle parti; 2) il mediatore familiare ha un ob­bligo informativo in favore delle parti circa la possibilità di avvalersi della consulenza matrimoniale al fine di salvaguardare per quanto possibile l’unità della famiglia come previsto dall’articolo 708 del codice di pro­cedura civile, come modificato dall’articolo 8 della presente legge, nel rispetto del mi­glior interesse del minore; deve altresì ado­perarsi per impedire o per risolvere gravi conflittualità che possono produrre ogni forma di violenza endofamiliare, anche in­formando le parti della possibilità di otte­nere l’aiuto di altri specialisti; 3) il mediatore deve astenersi dal for­nire consulenza legale o psicologica alle parti. 

Art. 2. (Obbligo di riservatezza)

1. Il mediatore familiare è tenuto al se­greto professionale ai sensi dell’articolo 622 del codice penale. Nessuno degli atti o do­cumenti del procedimento di mediazione fa­miliare può essere prodotto dalle parti nei procedimenti giudiziali ad eccezione dell’ac­cordo, solo se sottoscritto dal mediatore fa­miliare e controfirmato dalle parti e dai rispettivi legali, ovvero della proposta di ac­cordo formulata dal mediatore.

Art. 3. (Procedimento di mediazione familiare) 

1. Il procedimento di mediazione familiare è informale e riservato. Partecipano al procedimento di mediazione familiare le parti e i rispettivi legali. La partecipazione al procedimento di mediazione di minori , purché di età superiore a dodici anni , può essere ammessa solo con il consenso di tutte le parti e, comunque, di entrambi i genitori. 2. Le parti devono rivolgersi a un media­tore familiare scelto tra quelli che esercitano la professione nell’ambito del distretto del tribunale competente per territorio ai sensi del codice di procedura civile. 3. La partecipazione al procedimento di mediazione familiare è volontariamente scelta dalle parti e può essere interrotta in qualsiasi momento. L’esperimento della me­diazione familiare è comunque condizione di procedibilità secondo quanto previsto dalla legge qualora nel procedimento debbano es­sere assunte decisioni che coinvolgano direttamente o indirettamente i diritti dei minori. 4. Il procedimento di mediazione fami­liare ha una durata non superiore a sei mesi, decorrenti dal primo incontro cui hanno par­tecipato entrambe le parti. Le parti devono partecipare al primo incontro del procedi­mento di mediazione familiare assistite dai rispettivi avvocati, qualora esse abbiano già dato loro mandato. 5. Il mediatore familiare, su accordo delle parti, può chiedere che gli avvocati di cui al comma 4 non partecipino agli incontri suc­cessivi. Gli stessi devono comunque essere presenti, a pena di nullità e inutilizzabilità, alla stipulazione dell’eventuale accordo, ove raggiunto. 6. Gli avvocati e le parti hanno il dovere di collaborare lealmente con il mediatore fa­miliare. 7. Si applicano gli articoli 8, 9, 10, 11, 13 e 14, commi 1 e 2, del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28. 8. L’efficacia esecutiva dell’accordo rag­giunto a seguito del procedimento di media­zione familiare deve in ogni caso essere omologata dal tribunale competente per ter­ritorio ai sensi del codice di procedura ci­vile. 9. Il tribunale di cui al comma 8 decide in camera di consiglio entro quindici giorni dalla richiesta.

Art. 4. (Spese e compensi per il mediatore familiare) 

1. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro della giustizia, con proprio decreto, stabilisce i parametri per la determinazione dei com­pensi professionali per i mediatori familiari, prevedendo in ogni caso la gratuità del primo incontro. Gli avvocati e gli altri pro­fessionisti che operano in funzione di me­diatori familiari devono applicare le tariffe professionali relative a tale ultima funzione.

Art. 5. (Coordinatore genitoriale) 

1. La coordinazione genitoriale è un pro­cesso di risoluzione alternativa delle contro­versie centrato sulle esigenze del minore, svolta da professionista qualificato, che inte­gra la valutazione della situazione conflit­tuale, l’informazione circa i rischi del con­flitto per le relazioni tra genitori e figli, la gestione del caso e degli operatori coinvolti, la gestione del conflitto ricercando l’accordo tra i genitori o fornendo suggerimenti o rac­comandazioni e assumendo, previo consenso dei genitori, le funzioni decisionali. 2. Il coordinatore genitoriale è un esperto qualificato con funzione mediativa, dotato di formazione specialistica in coordinazione genitoriale, iscritto all’albo di una delle se­guenti professioni regolamentate di ambito sanitario o socio-giuridico: a) psichiatra; b) neuropsichiatra; c) psicoterapeuta; d) psicologo; e) assistente sociale; f) avvocato; g) mediatore familiare. 3. Il coordinatore genitoriale deve osser­vare tutte le disposizioni di natura legale e deontologica della rispettiva professione. Il medesimo opera come terzo imparziale e ha il compito di gestire in via stragiudiziale le controversie eventualmente sorte tra i geni­tori di prole minorenne relativamente all’e­secuzione del piano genitoriale. La sua atti­ vità è volta al superamento di eventuali ostacoli al corretto e sereno esercizio della cogenitorialità con l’obiettivo di: a) assistere i genitori con alto livello di conflitto nell’attuazione del piano genito­riale; b) monitorare l’osservanza del piano genitoriale, risolvendo tempestivamente le controversie; c) salvaguardare e preservare una rela­zione sicura, sana e significativa tra il mi­nore ed entrambi i suoi genitori. 4. Lo svolgimento dell’attività di coordi­nazione genitoriale non dà luogo a respon­sabilità personali, salvi i casi di dolo o colpa grave. 5. Il giudice prende atto della volontà dei genitori di incaricare un coordinatore genito­riale nell’interesse del minore. L’accordo di incarico e, per le professioni sanitarie, il consenso informato alla coordinazione geni­toriale devono essere sottoscritti dai genitori e sono recepiti contestualmente alla nomina del coordinatore. 

Art. 6. (Modifica all’articolo 178 del codice di procedura civile) 

1. Dopo il terzo comma dell’articolo 178 del codice di procedura civile è inserito il seguente: «L’ordinanza del giudice istruttore in materia di separazione e di affidamento dei figli è impugnabile dalle parti con reclamo immediato al collegio. Il reclamo deve essere proposto nel termine perentorio di venti giorni dalla lettura alla presenza delle parti oppure dalla ricezione della relativa notifica. Il collegio decide in camera di consiglio entro trenta giorni dal deposito del reclamo».

Art. 7. (Modifiche all’articolo 706 del codice di procedura civile) 

1. All’articolo 706 del codice di proce­dura civile sono apportate le seguenti modi­ficazioni: a) al primo comma è premesso il se­guente: «I genitori di prole minorenne che vogliano separarsi devono, a pena di improcedibilità, iniziare un percorso di mediazione familiare. I genitori devono redigere, eventualmente con l’aiuto del mediatore familiare e dei rispettivi legali, un piano genitoriale come previsto dall’articolo 337-ter del codice civile. In ogni caso il mediatore familiare deve rilasciare ai coniugi un’attestazione, sottoscritta dai coniugi medesimi, in cui dà atto che gli stessi hanno tentato la mediazione e informa del relativo esito»; b) al terzo comma, le parole: «novanta giorni dal deposito del ricorso» sono sosti­tuite dalle seguenti: «quaranta giorni dal de­posito del ricorso»; c) è aggiunto, in fine, il seguente comma: «Nel caso di cui al quinto comma, il ricorso e la memoria difensiva di cui al quarto comma, a pena di nullità, devono contenere altresì, a cura dei genitori, una dettagliata proposta di piano genitoriale che illustri la situazione attuale del minore e le proposte formulate in ordine al suo mantenimento, alla sua istruzione, alla sua educazione e alla sua assistenza morale secondo i punti previsti dall’articolo 337-ter del codice civile». 

Art. 8. (Modifiche all’articolo 708 del codice di procedura civile) 

1. All’articolo 708 del codice di proce­dura civile sono apportate le seguenti modi­ficazioni: a) il secondo comma è sostituito dal seguente: «Qualora la conciliazione riesca, il presidente allega agli atti il verbale di conciliazione e ordina la cancellazione della causa dal ruolo e l’immediata estinzione del procedimento»; b) il terzo comma è sostituito dal se­guente: «Qualora la conciliazione non sia riuscita, il presidente informa le parti della possibilità di avvalersi della mediazione familiare. Nei procedimenti di separazione di genitori con figli minori il presidente verifica anche d’ufficio il rispetto delle prescrizioni di cui all’articolo 706 e in caso contrario rinvia il procedimento per un termine massimo di due mesi e ordina alle parti di rivolgersi a un mediatore familiare. Il presidente, all’esito della mediazione familiare, sentiti i coniugi e i rispettivi difensori, valuta i rispettivi piani genitoriali e assume con ordinanza i provvedimenti che reputa opportuni nell’interesse della prole e dei coniugi secondo quanto previsto dagli articoli 337-ter e seguenti del codice civile, accogliendo le rispettive proposte ove convergenti e non contrarie all’interesse della prole e motivando le proprie decisioni ove ritenga di discostarsi dalle indicazioni dell’uno o dell’altro genitore in ordine al piano genitoriale. Se uno dei genitori non compare ovvero non presenta un proprio piano genitoriale, il presidente accoglie nell’ordinanza le proposte indicate dall’altro, ove congrue e non contrarie all’interesse della prole». 

Art. 9. (Modifica dell’articolo 709-ter del codice di procedura civile) 

1. L’articolo 709-ter del codice di proce­dura civile è sostituito dal seguente: «Art. 709-ter. – (Soluzione delle controversie e provvedimenti in caso di inadempienze o violazioni). – Per la soluzione delle controversie insorte tra i genitori in or- dine all’esercizio della responsabilità genitoriale o delle modalità dell’affidamento è competente il giudice del procedimento in corso. Per i procedimenti di cui all’articolo 710 è competente il tribunale del luogo di residenza del minore. A seguito del ricorso, il giudice convoca le parti e adotta i provvedimenti opportuni. In caso di gravi inadempienze, di manipolazioni psichiche o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, nonché in caso di astensione ingiustificata dai compiti di cura di un genitore e comunque in ogni caso ove riscontri accuse di abusi e violenze fisiche e psicologiche evidentemente false e infondate mosse contro uno dei genitori, il giudice valuta prioritariamente una modifica dei provvedimenti di affidamento ovvero, nei casi più gravi, la decadenza dalla responsabilità genitoriale del responsabile ed emette le necessarie misure di ripristino, restituzione o compensazione. Il giudice può anche congiuntamente: 1) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore; 2) disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro; 3) condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 600 euro a un massimo di 6.000 euro. I provvedimenti assunti dal giudice del procedimento sono impugnabili nei modi ordinari».

Art. 10. (Modifica dell’articolo 711 del codice di procedura civile) 

1. L’articolo 711 del codice di procedura civile è sostituito dal seguente: «Art. 711. – (Separazione consensuale). – Nel caso di separazione consensuale previsto dall’articolo 158 del codice civile, entrambi i coniugi presentano ricorso congiunto. I genitori di figli minori devono a pena di nullità indicare nel ricorso il piano genitoriale concordato, secondo quanto previsto dall’articolo 706, sesto comma, del presente codice e dall’articolo 337-ter del codice civile. Il presidente, ove riscontri che i coniugi non hanno svolto in precedenza il tentativo di conciliazione di cui all’articolo 708, tenta preliminarmente di conciliarli nel corso della medesima udienza. Se la conciliazione riesce, procede come previsto dall’articolo 708, secondo comma. Se la conciliazione non riesce il presidente dà atto nel processo verbale del consenso dei coniugi alla separazione e delle condizioni riguardanti i coniugi stessi e la prole, come previste dal ricorso e dai piani educativo e di riparto delle spese. La separazione consensuale acquista efficacia con l’omologazione del tribunale, che provvede in camera di consiglio su relazione del presidente. Le condizioni della separazione consensuale sono modificabili a norma dell’articolo 710»

Art. 11. (Modifica dell’articolo 337-ter del codice civile) 

1. L’articolo 337-ter del codice civile è sostituito dal seguente: «Art. 337-ter. – (Provvedimenti riguardo ai figli). – Indipendentemente dai rapporti intercorrenti tra i due genitori, il figlio minore, nel proprio esclusivo interesse morale e materiale, ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con il padre e con la madre, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali, con paritetica assunzione di responsabilità e di impegni e con pari opportunità. Ha anche il diritto di trascorrere con ciascuno dei genitori tempi paritetici o equipollenti, salvi i casi di impossibilità materiale. Qualora uno dei genitori ne faccia richiesta e non sussistano oggettivi elementi ostativi, il giudice assicura con idoneo provvedimento il diritto del minore di trascorrere tempi paritetici in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti, con ciascuno dei genitori. Salvo diverso accordo tra le parti, deve in ogni caso essere garantita alla prole la permanenza di non meno di dodici giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre, salvo comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore in caso di: 1) violenza; 2) abuso sessuale; 3) trascuratezza; 4) indisponibilità di un genitore; 5) inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore. Il giudice o le parti, quando le circostanze rendano difficile attuare una divisione paritaria dei tempi su base mensile, possono prevedere adeguati meccanismi di recupero durante i periodi di vacanza, onde garantire una sostanziale equivalenza dei tempi di frequentazione del minore con ciascuno dei genitori nel corso dell’anno. Il figlio minore ha inoltre il diritto di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale. Gli ascendenti del minore possono intervenire nel giudizio di affidamento con le forme dell’articolo 105 del codice di procedura civile. Il giudice, nei procedimenti di cui all’articolo 337-bis, adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Il giudice, salvo che ciò sia contrario al superiore interesse del minore, affida in via condivisa i figli minori a entrambi i genitori e prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Stabilisce il doppio domicilio del minore presso l’abitazione di ciascuno dei genitori ai fini delle comunicazioni scolastiche, amministrative e relative alla salute. Entrambi i genitori predispongono un piano genitoriale in ordine a: 1) luoghi abitualmente frequentati dai figli; 2) scuola e percorso educativo del minore; 3) eventuali attività extrascolastiche, sportive, culturali e formative; 4) frequentazioni parentali e amicali del minore; 5) vacanze normalmente godute dal minore. Nel piano genitoriale deve essere indicata anche la misura e la modalità con cui ciascuno dei genitori provvede al mantenimento diretto dei figli, sia per le spese or- dinarie che per quelle straordinarie, attribuendo a ciascuno specifici capitoli di spesa, in misura proporzionale al proprio reddito secondo quanto previsto nel piano genitoriale, considerando: 1) le attuali esigenze del figlio; 2) le risorse economiche di entrambi i genitori; 3) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore. Il giudice esamina e approva il piano genitoriale concordato dai due genitori ove non contrastante col superiore interesse o con i diritti del minore. In mancanza di accordo o in caso di accordo parziale, il giudice, sentite le parti, recepisce quanto par- zialmente concordato dai genitori e stabilisce comunque il piano genitoriale, determinando i tempi e le modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore e fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli, applicando in ogni caso il mantenimento diretto come indicato ai commi precedenti e sulla base del costo medio dei beni e servizi per i figli, individuato su base locale in ragione del costo medio della vita come calcolato dall’ISTAT, indicando altresì le spese ordinarie, le spese straordinarie e attribuendo a ciascun genitore specifici capitoli di spesa. Il giudice stabilisce, ove strettamente necessario e solo in via residuale, la corresponsione a carico di uno dei genitori, di un assegno periodico per un tempo determinato in favore dell’altro a titolo di contributo al mantenimento del figlio minore. Nel medesimo provvedimento deve anche indicare quali iniziative devono essere intraprese dalle parti per giungere al mantenimento diretto della prole, indicando infine i termini entro i quali la corresponsione di assegno periodico residuale verrà a cessare. I benefici previdenziali e fiscali erogati in favore della prole o ai genitori per i figli a carico sono in ogni caso attribuiti sulla base del reciproco accordo ovvero su disposizione del giudice in misura direttamente proporzionale ai rispettivi redditi. Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi. All’attuazione dei provvedimenti relativi all’affidamento della prole provvede il giudice del merito. La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni quotidiane sono assunte dal genitore che in quel momento si trova col figlio minore, mentre quelle di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Qualora il genitore non si attenga alle condizioni dettate, il giudice valuta detto comportamento anche al fine della modifica della forma di affidamento».

Art. 12. (Modifica dell’articolo 337-quater del codice civile) 

1. L’articolo 337-quater del codice civile è sostituito dal seguente: «Art. 337-quater. – (Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso). – Il giudice, nei casi di cui all’articolo 337-ter, secondo comma, può disporre temporaneamente l’affidamento dei figli a uno solo dei genitori, qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore. In ogni caso deve garantire il diritto del minore alla bigenitorialità, disponendo tempi adeguati di frequentazione dei figli minori col genitore non affidatario e promuovendo azioni concrete per rimuovere le cause che hanno portato all’affidamento esclusivo. Ciascuno dei genitori può, in qualsiasi momento, chiedere l’affidamento esclusivo quando sussistono le condizioni indicate al primo comma. Il giudice, se accoglie la domanda, dispone l’affidamento esclusivo al genitore istante, facendo salvi, per quanto possibile, i diritti del minore previsti dal primo comma dell’articolo 337-ter. Se la domanda risulta manifestamente infondata, il giudice può considerare il comportamento del genitore istante ai fini della determinazione dei provvedimenti da adottare nell’interesse dei figli, rimanendo ferma l’applicazione dell’articolo 96 del codice di procedura civile. Il genitore a cui sono affidati i figli in via esclusiva, salva diversa disposizione del giudice, ha l’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice, favorendo e garantendo in ogni modo la frequentazione dei figli minori con l’altro genitore, a meno che ciò non sia stato espressamente limitato dal giudice con provvedimento motivato. Salvo che non sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono comunque adottate da entrambi i genitori. Il genitore cui i figli non sono affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse. Il giudice, nel caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ai suoi genitori dispone l’affidamento familiare in altro nucleo familiare, anche d’ufficio, per un tempo non superiore ai due anni, preferendo in ogni caso nuclei familiari di parenti o comunque, in mancanza di questi, di famiglie residenti nel medesimo territorio del minore. A tal fine copia del provvedimento di affidamento è trasmessa a cura del pubblico ministero al giudice tutelare. Deve in ogni caso essere garantito al minore il diritto alla bigenitorialità, disponendo tempi adeguati di frequentazione con ciascun genitore, salvo che ciò sia motivatamente ritenuto come assolutamente contrario all’interesse del minore. Deve altresì essere posta in essere ogni misura idonea e opportuna per il recupero della capacità genitoriale dei genitori del minore, favorendo il reinserimento immediato in famiglia non appena possibile».

Art. 13. (Modifica dell’articolo 337-quinquies del codice civile) 

1. L’articolo 337-quinquies del codice ci­vile è sostituito dal seguente: «Art. 337-quinquies. – (Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli; conflittualità genitoriale; mediatore e coordinatore genitoriale). – I genitori hanno diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, la revisione dei piani genitoriali, il ricalcolo dei tempi di frequentazione con la prole e l’attribuzione dell’esercizio della responsabilità genitoriale su di essi e delle eventuali disposizioni relative alla misura e alla modalità del contributo. Il giudice, nei casi di conflittualità tra le parti, invita nuovamente i genitori a intraprendere un percorso di mediazione familiare per la risoluzione condivisa delle controversie. Qualora le parti accettino, il giudice sospende il procedimento per non più di sei mesi e rimette le parti avanti il mediatore familiare, sorteggiandone il nome tra due scelti dalle parti in caso di disaccordo. Qualora la mediazione riesca, il giudice esamina il piano genitoriale redatto dalle parti con l’aiuto del mediatore e lo recepisce nel proprio provvedimento ove non ritenuto contrario al superiore interesse del minore. In caso di rifiuto o di fallimento della mediazione il giudice, qualora la conflittualità persista, propone alle parti la nomina di un coordinatore genitoriale, con il compito di facilitare le parti nel dialogo e nella relazione genitoriale, nell’interesse dei figli minori. Il coordinatore può sentire le parti separatamente e congiuntamente. Le parti possono anche attribuire al coordinatore genitoriale il potere di assumere decisioni limitatamente a specifici ambiti e sostenerle nell’attuazione del piano genitoriale. Le eventuali modifiche al piano genitoriale concordate in coordinazione dovranno essere sottoposte al giudice per il tramite dei legali delle parti. Gli oneri della coordinazione genitoriale sono ripartiti tra i genitori nella misura del 50 per cento, salvo diverso accordo tra le parti. Qualora le parti rifiutino di intraprendere la mediazione o la coordinazione genitoriale, il giudice decide della questione applicando i princìpi di cui al primo comma del presente articolo e di cui all’ultimo periodo del secondo comma dell’articolo 337-ter».

Art. 14. (Modifica dell’articolo 337-sexies del codice civile) 

1. L’articolo 337-sexies del codice civile è sostituito dal seguente: «Art. 337-sexies. – (Residenza presso la casa familiare e prescrizioni in tema di residenza). – Fermo il doppio domicilio dei minori presso ciascuno dei genitori secondo quanto stabilito dal quinto comma dell’articolo 337-ter, il giudice può stabilire nell’interesse dei figli minori che questi mantengano la residenza nella casa familiare, indicando in caso di disaccordo quale dei due genitori può continuare a risiedervi. Quest’ultimo è comunque tenuto a versare al proprietario dell’immobile un indennizzo pari al canone di locazione computato sulla base dei correnti prezzi di mercato. Le questioni relative alla proprietà o alla locazione della casa familiare sono risolte in base alle norme vigenti in materia di proprietà e comunione. Non può continuare a risedere nella casa familiare il genitore che non ne sia proprietario o titolare di specifico diritto di usufrutto, uso, abitazione, comodato o locazione e che non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori è obbligato a comunicare all’altro, almeno trenta giorni prima, l’intenzione di cambiare la propria residenza o domicilio. La mancata comunicazione obbliga al risar- cimento del danno eventualmente verificatosi a carico dell’altro genitore o dei figli per la difficoltà di reperire il soggetto. In ogni caso il trasferimento del minore, il suo cambiamento di residenza e la sua iscrizione a un istituto scolastico sono sempre soggetti al preventivo consenso scritto di entrambi i genitori, ovvero alla decisione del giudice tutelare in caso di mancato accordo. Qualsiasi trasferimento del minore non autorizzato in via preventiva da entrambi i genitori o dal giudice deve esser ritenuto contrario al suo superiore interesse e privo di ogni efficacia giuridica. È compito delle autorità di pubblica sicurezza, su segnalazione di uno dei genitori, adoperarsi per ricondurre immediatamente il minore alla sua residenza qualora sia stato allontanato senza il consenso di entrambi i genitori o l’ordine del giudice».

Art. 15. (Modifica dell’articolo 337-septies del codice civile) 

1. L’articolo 337-septies del codice civile è sostituito dal seguente: «Art. 337-septies. – (Disposizioni in favore dei figli maggiorenni). – I genitori possono concordare con il figlio maggiorenne non ancora autosufficiente economicamente un piano genitoriale con le forme di cui ai commi sesto e settimo dell’articolo 337-ter. Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente e su loro richiesta il pagamento di un assegno periodico a carico di entrambi i genitori. Tale assegno è versato da entrambi i genitori direttamente all’avente diritto, fermi per il figlio gli obblighi di cui all’articolo 315-bis. Ai figli maggiorenni portatori di disabilità grave si applicano integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori. Fatto salvo quanto previsto al precedente comma, nei confronti dei figli maggiorenni cessa ogni obbligo di mantenimento al compimento del venticinquesimo anno di età ovvero qualora la mancanza di una loro occupazione o impiego lavorativo sia dipesa da negligenza o rifiuto ingiustificato di opportunità di lavoro offerte ovvero si dimostri la colpevole inerzia nel prorogare il proprio percorso di studi senza alcun effettivo rendimento».

Art. 16. (Modifica dell’articolo 337-octies del codice civile) 

1. L’articolo 337-octies del codice civile è sostituito dal seguente: «Art. 337-octies. – (Poteri del giudice e ascolto del minore). – Prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 337-ter, il giudice può assumere, a istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone inoltre l’ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento. Nei procedimenti in cui si omologa o si prende atto di un accordo dei genitori, relativo alle condizioni di affidamento dei figli, il giudice non procede all’ascolto se in contrasto con l’interesse del minore o manifestamente superfluo. L’ascolto del minore deve essere sempre svolto alla presenza del giudice e di un esperto da lui designato. L’ascolto deve essere videoregistrato. Le parti possono assistere in locale separato collegato mediante video e possono presentare domande per mezzo del giudice. Sono vietate le domande manifestamente in grado di suscitare conflitti di lealtà da parte del minore verso uno dei genitori».

Art. 17. (Modifica all’articolo 342-bis del codice civile) 

1. All’articolo 342-bis del codice civile è aggiunto, in fine, il seguente comma: «Quando in fase di separazione dei genitori o dopo di essa la condotta di un genitore è causa di grave pregiudizio ai diritti relazionali del figlio minore e degli altri familiari, ostacolando il mantenimento di un rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore e la conservazione rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, il giudice, su istanza di parte, può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti di cui agli articoli 342-ter e 342-quater. I provvedimenti di cui a quest’ultimo articolo possono essere applicati , nell’esclusivo interesse del minore, anche quando, pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori, il figlio minore manifesti comunque rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo a uno di essi». 

Art. 18. (Introduzione dell’articolo 342-quater del codice civile) 

1. Dopo l’articolo 342-ter è inserito il se­ guente: «Art. 342-quater. – (Ulteriori contenuti dell’ordine di protezione). – Con il decreto di cui all’articolo 342-bis il giudice ordina al genitore che ha tenuto la condotta pregiudizievole per il minore la cessazione della stessa condotta; può inoltre disporre con provvedimento d’urgenza la limitazione o sospensione della sua responsabilità genitoriale. Il giudice può applicare in tali casi anche di ufficio e inaudita altera parte uno dei provvedimenti previsti dall’articolo 709- ter del codice di procedura civile. Il giudice, nei casi di cui all’articolo 342- bis, può in ogni caso disporre l’inversione della residenza abituale del figlio minore presso l’altro genitore oppure limitare i tempi di permanenza del minore presso il genitore inadempiente, ovvero disporre il collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata, previa redazione da parte dei servizi sociali o degli operatori della struttura di uno specifico programma per il pieno recupero della bigenitorialità del minore, nonché dell’indicazione del responsabile dell’attuazione di tale programma. Con il medesimo decreto il giudice determina le modalità di attuazione. Ove sorgano difficoltà o contestazioni in ordine all’esecuzione, lo stesso giudice provvede con decreto ad emanare i provvedimenti più opportuni per tutelare i diritti delle persone interessate, ivi compresi quelli di cui agli articoli 337-ter e 337-quater».

Art. 19. (Modifica all’articolo 151 del codice civile) 

1. All’articolo 151 del codice civile, il se­ condo comma è abrogato. Art. 20. (Modifica all’articolo 6 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132) 1. All’articolo 6 del decreto-legge 12 set­tembre 2014, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla legge 10 novembre 2014, n. 162, dopo il comma 3 è inserito il se­guente: «3-bis. Le parti e i rispettivi legali devono in ogni caso applicare le disposizioni di cui agli articoli 337-ter e seguenti del codice civile».

Art. 21. (Abrogazione dell’articolo 570-bis del codice penale) 

1. L’articolo 570-bis del codice penale è abrogato. 

Art. 22. (Modifica dell’articolo 4 della legge 1º dicembre 1970, n. 898) 
1. L’articolo 4 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, è sostituito dal seguente: «Art. 4. – 1. I genitori di prole minorenne che vogliano presentare ricorso per lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio devono a pena di improcedibilità iniziare un percorso di mediazione familiare. I genitori devono redigere, eventualmente con l’aiuto del mediatore familiare e dei rispettivi legali, un piano genitoriale secondo quanto previsto dall’articolo 337-ter del codice civile. In ogni caso il mediatore familiare deve rilasciare ai coniugi un’attestazione, sottoscritta dai coniugi medesimi, in cui dà atto che gli stessi hanno tentato la mediazione e del relativo esito. 2. La domanda per ottenere lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio si propone al tribunale del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio. Qualora il coniuge convenuto sia residente all’estero o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente e, se anche questi è residente all’estero, a qualunque tribunale della Repubblica. La domanda congiunta può essere proposta al tribunale del luogo di residenza o di domicilio dell’uno o dell’altro coniuge. 3. La domanda si propone con ricorso, che deve contenere l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali la domanda di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili dello stesso è fondata. Qualora la coppia abbia figli minori, la domanda deve contenere a pena di inammissibilità una proposta di piano genitoriale redatto secondo i criteri di cui all’articolo 337-ter del codice civile. 4. Del ricorso il cancelliere dà comunicazione all’ufficiale dello stato civile del luogo dove il matrimonio fu trascritto per l’annotazione in calce all’atto. 5. Il presidente del tribunale, nei cinque giorni successivi al deposito in cancelleria, fissa con decreto la data di comparizione dei coniugi davanti a sé, che deve avvenire entro quaranta giorni dal deposito del ricorso, il termine per la notificazione del ricorso e del decreto e il termine entro cui il coniuge convenuto può depositare memoria difensiva e documenti. Il presidente nomina un curatore speciale quando il convenuto è malato di mente o legalmente incapace. 6. Al ricorso e alla prima memoria difensiva sono allegate le ultime tre dichiarazioni dei redditi rispettivamente presentate dai coniugi. 7. I coniugi devono comparire davanti al presidente del tribunale personalmente, salvo gravi e comprovati motivi, e con l’assistenza di un difensore. Se il ricorrente non si presenta o rinuncia, la domanda non ha effetto. Se non si presenta il coniuge convenuto, il presidente può fissare un nuovo giorno per la comparizione, ordinando che la notificazione del ricorso e del decreto gli sia rinnovata. All’udienza di comparizione, il presidente deve sentire i coniugi prima separatamente e poi congiuntamente e tenta preliminarmente di conciliarli. Se i coniugi si conciliano, il presidente fa redigere processo verbale della conciliazione. 8. Se la conciliazione non riesce, il presidente informa le parti della possibilità di avvalersi della mediazione familiare. Nei procedimenti con figli minori il presidente verifica anche d’ufficio che le parti abbiano iniziato un percorso di mediazione familiare. In caso contrario rinvia il procedimento per un termine massimo di due mesi e ordina alle parti di rivolgersi a un mediatore familiare. I genitori devono redigere, eventualmente con l’aiuto del mediatore familiare e dei rispettivi legali, un piano genitoriale come previsto dall’articolo 337-ter del codice civile. In ogni caso il mediatore familiare deve rilasciare ai coniugi un’attestazione, sottoscritta dai coniugi medesimi, in cui dà atto che gli stessi hanno tentato la mediazione e del relativo esito. 9. Il presidente, all’esito della mediazione familiare, sentiti i coniugi e i rispettivi difensori nonché disposto l’ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici nei casi e con le modalità di cui all’articolo 337-octies del codice civile, esamina i rispettivi piani genitoriali e assume con ordinanza i provvedimenti temporanei e urgenti che reputa opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole secondo quanto previsto dagli articoli 337-ter e seguenti del codice civile, accogliendo le rispettive proposte ove convergenti e non contrarie all’interesse della prole e motivando le proprie decisioni ove ritenga di discostarsi dalle indicazioni dell’uno o dell’altro genitore in ordine al piano genitoriale. Se uno dei genitori non compare ovvero non presenta un proprio piano genitoriale, il presidente accoglie nell’ordinanza le proposte indicate dall’altro, ove congrue e non contrarie all’interesse della prole. 10. Con la medesima ordinanza il presidente nomina il giudice istruttore e fissa l’udienza di comparizione e trattazione dinanzi a questo. Nello stesso modo il presidente provvede, se il coniuge convenuto non compare, sentito il ricorrente e il suo difensore. L’ordinanza del presidente può essere revocata o modificata dal giudice istruttore. Si applica l’articolo 189 delle disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile e disposizioni transitorie, di cui al regio decreto 18 dicembre 1941, n. 1368. 11. Tra la data dell’ordinanza, ovvero tra la data entro cui la stessa deve essere notificata al convenuto non comparso, e quella dell’udienza di comparizione e trattazione devono intercorrere i termini di cui all’articolo 163-bis del codice di procedura civile ridotti di metà. 12. Con l’ordinanza di cui al comma 9, il presidente assegna altresì termine al ricorrente per il deposito in cancelleria di memoria integrativa, che deve avere il contenuto di cui all’articolo 163, terzo comma, numeri 2), 3), 4), 5) e 6), del codice di procedura civile, e termine al convenuto per la costituzione in giudizio ai sensi degli articoli 166 e 167, primo e secondo comma, del medesimo codice nonché per la proposizione delle eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio. L’ordinanza deve contenere l’avvertimento al convenuto che la costituzione oltre il suddetto termine implica le decadenze di cui all’articolo 167 del codice di procedura civile e che oltre il ter- mine stesso non potranno più essere proposte le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio. 13. All’udienza davanti al giudice istruttore si applicano le disposizioni di cui agli articoli 180 e 183, commi primo, secondo, quarto, quinto, sesto e settimo, del codice di procedura civile. Si applica altresì l’articolo 184 del medesimo codice. 14. Nel caso in cui il processo debba continuare per la determinazione dell’assegno, il tribunale emette sentenza non definitiva relativa allo scioglimento o alla cessazione degli effetti civili del matrimonio. Avverso tale sentenza è ammesso solo appello immediato. Appena formatosi il giudicato, si applica la previsione di cui all’articolo 10. 15. Quando vi sia stata la sentenza non definitiva, il tribunale, emettendo la sentenza che dispone l’obbligo della somministrazione dell’assegno, può disporre che tale obbligo produca effetti fin dal momento della domanda. 16. Per la parte relativa ai provvedimenti di natura economica la sentenza di primo grado è provvisoriamente esecutiva. 17. L’appello è deciso in camera di consiglio. 18. La domanda congiunta dei coniugi di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio è proposta con ricorso al presidente del tribunale. I genitori di figli minori devono a pena di nullità indicare nel ricorso il piano genitoriale concordato secondo quanto previsto dal comma 3 del presente articolo e dall’articolo 337-ter del codice civile. Il presidente, ove riscontri che i coniugi non hanno svolto in precedenza il tentativo di conciliazione di cui al comma 7, tenta preliminarmente di conciliarli anche avvalendosi della collaborazione di esperti e di consulenti familiari. Se la conciliazione riesce il presidente fa redigere verbale di conciliazione. Se la conciliazione non riesce il presidente, sentiti i coniugi, verificata l’esistenza dei presupposti di legge e valutata la rispondenza delle condizioni all’interesse dei figli, rimette gli atti al collegio che provvede in camera di consiglio con sentenza. Qualora il tribunale ravvisi che le condizioni relative ai figli sono in contrasto con gli interessi degli stessi, si applica la procedura di cui ai commi 8 e 9».

Art. 23. (Disposizioni transitorie) 

1. Le disposizioni di cui alla presente legge si applicano anche ai procedimenti pendenti alla data di entrata in vigore della medesima.

Art. 24. (Clausola di invarianza finanziaria) 

1. Dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. 2. Le amministrazioni interessate svol­gono le attività previste dalla presente legge con le risorse umane, finanziarie e strumen­tali disponibili a legislazione vigente. 

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Il nuovo regime delle impugnazioni penali alla luce della Riforma Orlando.

 Dal 6 marzo 2018 la riforma Orlando troverà piena attuazione con l’entrata in vigore della nuova normativa processuale sulle impugnazioni penali, finalizzata a modificare e circoscrivere i poteri di impugnazione dell’imputato e del pm,in una generale finalità di riduzione dei giudizi di appello.

La riforma delle impugnazioni penali è contenuta nel Decreto Legislativo del 6 febbraio 2018 n. 11, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 19 febbraio 2018, recante “disposizioni di modifica della disciplina in materia di giudizi di impugnazione” approvato dal Consiglio dei Ministri in data 19 gennaio 2018, in attuazione della delega di cui alla riforma Orlando (Legge 103/2017), in vigore dal 6 marzo 2018.

Lo scopo della riforma delle impugnazioni penali è quello di limitare l’instaurazione di giudizi di appello, limitando i poteri di impugnazione delle parti attraverso la valorizzazione del rispettivo ruolo processuale e dei rispettivi interessi ad impugnare. Tale riforma va dunque a circoscrivere il potere d’impugnazione del PM (e dell’imputato)nei limiti in cui “le pretese delle parti, legate all’esercizio dell’azione penale per il pubblico ministero e al diritto di difesa per l’imputato, risultino soddisfatte”.

Nella generale finalità perseguita dalla riforma, viene anzitutto circoscritto il potere del PM di proporre impugnazione. L’art. 1 del D.Lgs. 11/2018 modifica l’art. 568 del codice di procedura penale inserendo il nuovo comma 4-bis che prevede “Il Pubblico Ministero propone impugnazione diretta a conseguire effetti favorevoli all’imputato solo con ricorso per Cassazione”.

Nella stessa ottica, l’art. 2 del decreto modifica l’art. 593 c.p.p. limitando i poteri di appello del pubblico ministero, prevedendo che “Salvo quanto previsto dagli articoli 443, comma 3, 448, comma 2, 579 e 680, l’imputato può appellare contro le sentenze di condanna, mentre il pubblico ministero può appellare contro le medesime sentenze solo quando modificano il titolo del reato o escludono la sussistenza di una circostanza aggravante ad effetto speciale o stabiliscono una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato”.

Dunque, il PM può proporre appello avverso (tutte) le sentenze di proscioglimento e assoluzione ma potrà impugnare le sentenze di condanna solo entro determinati limiti fissati  dalla legge, ovvero l’appellabilità delle stesse è limitata ai casi in cui le medesime modifichino il titolo del reato o escludano la sussistenza di una circostanza aggravante ad effetto speciale o stabiliscano una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato.

La ratio della inappellabilità è quella per cui le pretese del PM e sue richieste di condanna sono state soddisfatte, non sussistendo un interesse all’impugnazione, con una disciplina analoga a quella dettata in materia di giudizio abbreviato.

La riforma del 2018 delle impugnazioni penali, introduce poi il nuovo art. 593-bis c.p.p. al fine di risolvere i problemi relativi alla possibile sovrapposizione degli uffici accusatori (Procuratore della repubblica e Procuratore Generale). Viene infatti previsto che “Nei casi consentiti, contro le sentenze del Giudice per le indagini preliminari, della Corte d’Assise e del Tribunale può appellare il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale. Il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello può appellare soltanto nei casi di avocazione o qualora il procuratore della Repubblica abbia prestato acquiescenza al provvedimento”.

Quanto ai poteri di impugnazione dell’imputato, la nuova formulazione dell’art. 593 c.p.p. consente allo stesso di proporre appello contro le sentenze di condanna mentre viene limitato il potere di appello contro le sentenze di proscioglimento, affermando che “L’imputato può appellare contro le sentenze di proscioglimento emesse al termine del dibattimento, salvo che si tratti di sentenze di assoluzione perché il fatto non sussiste o perché l’imputato non lo ha commesso”. Viene dunque esclusa la possibilità per l’imputato di appellare sentenze di assoluzione pronunciate con la più ampia formula liberatoria.

Nella stessa ottica di deflazione dei giudizi di appello, i nuovi art. 593 e 428 c.p.p. prevedono l’inappellabilità per entrambe le parti (PM ed imputato) delle sentenze di proscioglimento relative a contravvenzioni punite con la sola pena dell’ammenda o con pena alternativa e le sentenze di non luogo a procedere relative a contravvenzioni punite con la sola pena dell’ammenda o con pena alternativa.

L’art. 4 della riforma modifica l‘art. 595 c.p.p. introducendo “Modifiche alla disciplina in materia di appello incidentale“. Viene statuito che l’imputato che non ha proposto impugnazione può proporre appello incidentale entro quindici giorni da quello in cui ha ricevuto la notificazione ex art. 584 dell’impugnazione presentata dalle altre parti e, nello stesso termine, l’imputato può presentare al giudice, mediante deposito in cancelleria, memorie o richieste scritte.

Dunque, la nuova normativa processuale consente l’appello incidentale solo per l’imputato che non abbia proposto impugnazione, non prevedendosi analoga facoltà per il PM.

L’art. 5 del decreto di riforma introduce “Modifiche alla disciplina sui casi di ricorso per Cassazione” modificando il testo dell’art. 606 c.p.p. con l’introduzione di un nuovo comma 2-bis che prevede che “Contro le sentenze di appello pronunciate per reati di competenza del giudice di pace, il ricorso può essere proposto soltanto per i motivi di cui al comma 1, lettere a), b) e c)”.

Viene dunque limitata la possibilità di proporre ricorso per Cassazione contro le sentenze di appello pronunciate per reati di competenza del giudice di pace, che potrà essere proposto solo per tre motivi, ossia in caso di esercizio da parte del giudice di una potestà riservata dalla legge a organi legislativi o amministrativi ovvero non consentita ai pubblici poteri; per inosservanza o erronea applicazione della legge penale o di altre norme giuridiche; per inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità, di inutilizzabilità, di inammissibilità o di decadenza.

Infine, il decreto di riforma delle impugnazioni penali introduce, agli art. 6 e 7, modifiche di carattere organizzativo e amministrativo, intervenendo sugli art. 165 e 166 delle disposizioni di attuazione al c.p.p. Viene abrogato l’art. 166 disp. att. relativo alla comunicazione al procuratore generale dell’appello dell’imputato e viene introdotto il nuovo art. 165-bis disp. att. che prevede che, dopo la presentazione dell’impugnazione, il giudice che ha emesso la sentenza trasmetta al giudice dell’impugnazione alcune informazioni essenziali ai fini organizzativi del giudizio di appello.

In conclusione, dunque, la riforma delle impugnazioni penali mira a razionalizzare e circoscrivere i giudizi di appello in un’ottica di deflazione dei giudizi penali e di valorizzazione del ruolo delle parti.

 

 

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Il principio del consenso nella legge sul biotestamento.

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LEGGE 22 dicembre 2017, n. 219 Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento.

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

 

Promulga

 

la seguente legge:

Art. 1

 

Consenso informato

 

1. La presente  legge,  nel  rispetto  dei  principi  di  cui  agli

articoli 2, 13 e 32 della Costituzione e degli  articoli  1,  2  e  3

della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea,  tutela  il

diritto    alla    vita,    alla    salute,    alla    dignita'     e

all'autodeterminazione  della  persona  e   stabilisce   che   nessun

trattamento sanitario puo' essere iniziato o proseguito se privo  del

consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei

casi espressamente previsti dalla legge.

2. E' promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia  tra

paziente e medico che si basa sul consenso  informato  nel  quale  si

incontrano l'autonomia decisionale  del  paziente  e  la  competenza,

l'autonomia  professionale   e   la   responsabilita'   del   medico.

Contribuiscono alla  relazione  di  cura,  in  base  alle  rispettive

competenze, gli esercenti una professione  sanitaria  che  compongono

l'equipe sanitaria. In tale relazione sono coinvolti, se il  paziente

lo desidera, anche i suoi familiari o la parte dell'unione  civile  o

il convivente ovvero una persona di fiducia del paziente medesimo.

3. Ogni persona ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di

salute e di essere informata in modo completo,  aggiornato  e  a  lei

comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefici e ai

rischi degli accertamenti  diagnostici  e  dei  trattamenti  sanitari

indicati,  nonche'  riguardo  alle  possibili  alternative   e   alle

conseguenze  dell'eventuale  rifiuto  del  trattamento  sanitario   e

dell'accertamento diagnostico o  della  rinuncia  ai  medesimi.  Puo'

rifiutare in tutto o in parte  di  ricevere  le  informazioni  ovvero

indicare i familiari o una  persona  di  sua  fiducia  incaricati  di

riceverle e di esprimere il consenso in sua vece se  il  paziente  lo

vuole. Il rifiuto o  la  rinuncia  alle  informazioni  e  l'eventuale

indicazione di un incaricato sono registrati nella cartella clinica e

nel fascicolo sanitario elettronico.

4. Il consenso informato, acquisito nei modi e  con  gli  strumenti

piu' consoni alle condizioni del paziente, e'  documentato  in  forma

scritta  o  attraverso  videoregistrazioni  o,  per  la  persona  con

disabilita', attraverso dispositivi che le consentano di  comunicare.

Il consenso informato, in qualunque forma espresso, e' inserito nella

cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.

5. Ogni persona capace di agire ha  il  diritto  di  rifiutare,  in

tutto o in parte, con le stesse forme di cui al  comma  4,  qualsiasi

accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal  medico

per la sua patologia o  singoli  atti  del  trattamento  stesso.  Ha,

inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento, con  le  stesse

forme di cui al comma 4, il consenso prestato, anche quando la revoca

comporti l'interruzione  del  trattamento.  Ai  fini  della  presente

legge,  sono   considerati   trattamenti   sanitari   la   nutrizione

artificiale e l'idratazione artificiale, in quanto  somministrazione,

su prescrizione medica, di  nutrienti  mediante  dispositivi  medici.

Qualora il paziente esprima la rinuncia o il rifiuto  di  trattamenti

sanitari necessari alla propria sopravvivenza, il medico prospetta al

paziente e, se questi acconsente, ai suoi familiari,  le  conseguenze

di tale decisione e le possibili alternative e promuove  ogni  azione

di sostegno al paziente medesimo, anche avvalendosi  dei  servizi  di

assistenza  psicologica.  Ferma  restando  la  possibilita'  per   il

paziente di modificare la propria volonta', l'accettazione, la revoca

e il rifiuto sono annotati nella cartella  clinica  e  nel  fascicolo

sanitario elettronico.

6. Il medico e'  tenuto  a  rispettare  la  volonta'  espressa  dal

paziente di rifiutare il trattamento sanitario  o  di  rinunciare  al

medesimo e, in conseguenza di  cio',  e'  esente  da  responsabilita'

civile o penale. Il paziente non puo'  esigere  trattamenti  sanitari

contrari a norme di legge,  alla  deontologia  professionale  o  alle

buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste,  il

medico non ha obblighi professionali.

7. Nelle situazioni di  emergenza  o  di  urgenza  il  medico  e  i

componenti dell'equipe sanitaria assicurano le cure  necessarie,  nel

rispetto della volonta' del paziente ove le sue condizioni cliniche e

le circostanze consentano di recepirla.

8. Il tempo della comunicazione tra medico e  paziente  costituisce

tempo di cura.

9. Ogni struttura  sanitaria  pubblica  o  privata  garantisce  con

proprie modalita' organizzative la piena e  corretta  attuazione  dei

principi di  cui  alla  presente  legge,  assicurando  l'informazione

necessaria ai pazienti e l'adeguata formazione del personale.

10. La formazione iniziale e continua  dei  medici  e  degli  altri

esercenti le professioni sanitarie comprende la formazione in materia

di relazione e di comunicazione  con  il  paziente,  di  terapia  del

dolore e di cure palliative.

11.  E'  fatta  salva  l'applicazione  delle  norme  speciali   che

disciplinano l'acquisizione del consenso  informato  per  determinati

atti o trattamenti sanitari.

 

N O T E

 

Avvertenza:

Il testo delle note qui  pubblicato  e'  stato  redatto

dall'amministrazione  competente  per  materia   ai   sensi

dell'art.  10,  commi  2  e  3,  del  testo   unico   delle

disposizioni    sulla    promulgazione     delle     leggi,

sull'emanazione dei decreti del Presidente della Repubblica

e sulle pubblicazioni ufficiali della Repubblica  italiana,

approvato con decreto del Presidente  della  Repubblica  28

dicembre 1985, n. 1092,  al  solo  fine  di  facilitare  la

lettura delle disposizioni di legge modificate o alle quali

e'  operato  il  rinvio.  Restano  invariati  il  valore  e

l'efficacia degli atti legislativi qui trascritti.

 

Note all'art. 1:

- Si riporta il testo degli articoli 2, 13 e  32  della

Costituzione:

"Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti

inviolabili  dell'uomo,  sia   come   singolo   sia   nelle

formazioni sociali ove si svolge  la  sua  personalita',  e

richiede   l'adempimento   dei   doveri   inderogabili   di

solidarieta' politica, economica e sociale."

"Art. 13. La liberta' personale e' inviolabile.

Non e' ammessa forma alcuna di detenzione di  ispezione

o perquisizione personale, ne' qualsiasi altra  restrizione

della  liberta'  personale,  se  non  per   atto   motivato

dall'Autorita' giudiziaria e nei soli casi e modi  previsti

dalla legge.

In casi eccezionali di necessita' ed urgenza,  indicati

tassativamente  dalla  legge,   l'autorita'   di   Pubblica

sicurezza  puo'  adottare  provvedimenti  provvisori,   che

devono   essere   comunicati    entro    quarantotto    ore

all'Autorita' giudiziaria e, se  questa  non  li  convalida

nelle successive quarantotto ore, si intendono  revocati  e

restano privi di ogni effetto.

E' punita ogni violenza fisica e morale  sulle  persone

comunque sottoposte a restrizioni di liberta'.

-  La  legge  stabilisce   i   limiti   massimi   della

carcerazione preventiva."

"Art.  32.  La  Repubblica  tutela   la   salute   come

fondamentale  diritto  dell'individuo  e  interesse   della

collettivita', e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno  puo'  essere  obbligato   a   un   determinato

trattamento sanitario se non per disposizione di legge.  La

legge non puo' in nessun caso violare i limiti imposti  dal

rispetto della persona umana.".

- Si riporta il testo degli articoli 1,  2  e  3  della

Carta dei diritti fondamentali dell'unione europea:

«Art. 1 (Dignita' umana). - 1.  La  dignita'  umana  e'

inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata.

«Art. 2 (Diritto alla  vita).  -  1.  Ogni  persona  ha

diritto alla vita.

2. Nessuno puo' essere condannato alla pena  di  morte,

ne' giustiziato.

Art. 3 (Diritto all'integrita'  della  persona).  -  1.

Ogni persona ha diritto alla propria  integrita'  fisica  e

psichica.

2. Nell'ambito della medicina e della  biologia  devono

essere in particolare rispettati:

a) il  consenso  libero  e  informato  della  persona

interessata, secondo le modalita' definite dalla legge;

b)  il  divieto  delle   pratiche   eugenetiche,   in

particolare di quelle aventi come scopo la selezione  delle

persone;

c) il divieto di fare del corpo  umano  e  delle  sue

parti in quanto tali una fonte di lucro;

d) il divieto  della  clonazione  riproduttiva  degli

esseri umani.».

 

 

Art. 2

 

Terapia del dolore, divieto di ostinazione irragionevole nelle cure e

dignita' nella fase finale della vita

 

1. Il medico, avvalendosi  di  mezzi  appropriati  allo  stato  del

paziente, deve adoperarsi per alleviarne le sofferenze, anche in caso

di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato

dal medico. A tal fine, e' sempre  garantita  un'appropriata  terapia

del dolore, con il coinvolgimento del medico di medicina  generale  e

l'erogazione delle cure palliative di cui alla legge 15  marzo  2010,

n. 38.

2. Nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o  di

imminenza di morte, il medico  deve  astenersi  da  ogni  ostinazione

irragionevole nella somministrazione  delle  cure  e  dal  ricorso  a

trattamenti inutili  o  sproporzionati.  In  presenza  di  sofferenze

refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico  puo'  ricorrere  alla

sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia

del dolore, con il consenso del paziente.

3. Il ricorso alla sedazione  palliativa  profonda  continua  o  il

rifiuto della stessa sono motivati e  sono  annotati  nella  cartella

clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.

 

Art. 3

 

Minori e incapaci

 

1.  La  persona  minore  di  eta'  o  incapace  ha   diritto   alla

valorizzazione  delle  proprie  capacita'  di   comprensione   e   di

decisione, nel rispetto dei diritti di cui all'articolo 1,  comma  1.

Deve ricevere informazioni sulle scelte relative alla propria  salute

in modo consono alle sue capacita' per essere messa nelle  condizioni

di esprimere la sua volonta'.

2. Il consenso informato al trattamento  sanitario  del  minore  e'

espresso o rifiutato dagli esercenti la responsabilita' genitoriale o

dal tutore tenendo conto della  volonta'  della  persona  minore,  in

relazione alla sua eta' e al suo grado di maturita',  e  avendo  come

scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del minore  nel

pieno rispetto della sua dignita'.

3.  Il  consenso  informato  della  persona  interdetta  ai   sensi

dell'articolo 414 del codice  civile  e'  espresso  o  rifiutato  dal

tutore, sentito l'interdetto ove  possibile,  avendo  come  scopo  la

tutela della salute psicofisica e della vita della persona nel  pieno

rispetto della sua dignita'.

4. Il consenso informato  della  persona  inabilitata  e'  espresso

dalla medesima  persona  inabilitata.  Nel  caso  in  cui  sia  stato

nominato  un  amministratore  di  sostegno  la  cui  nomina   preveda

l'assistenza necessaria  o  la  rappresentanza  esclusiva  in  ambito

sanitario, il  consenso  informato  e'  espresso  o  rifiutato  anche

dall'amministratore di sostegno ovvero solo da quest'ultimo,  tenendo

conto della volonta' del beneficiario, in relazione al suo  grado  di

capacita' di intendere e di volere.

5.  Nel  caso  in  cui  il  rappresentante  legale  della   persona

interdetta o inabilitata  oppure  l'amministratore  di  sostegno,  in

assenza delle disposizioni anticipate di  trattamento  (DAT)  di  cui

all'articolo 4, o  il  rappresentante  legale  della  persona  minore

rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste  siano

appropriate e necessarie, la decisione e' rimessa al giudice tutelare

su ricorso del rappresentante legale della persona interessata o  dei

soggetti di cui agli articoli 406 e seguenti del codice civile o  del

medico o del rappresentante legale della struttura sanitaria.

 

 

 

Note all'art. 3:

- Si riporta il testo dell'art. 414 del codice civile:

"Art. 414. Persone che possono essere interdette.

Il maggiore di eta' e il minore emancipato, i quali  si

trovano in condizioni di abituale infermita' di  mente  che

li rende incapaci di provvedere ai propri  interessi,  sono

interdetti quando cio' e' necessario per assicurare la loro

adeguata protezione.".

- Si riporta il testo degli articoli 406 e seguenti del

codice civile:

"406. Soggetti.

Il ricorso per  l'istituzione  dell'amministrazione  di

sostegno  puo'  essere  proposto  dallo   stesso   soggetto

beneficiario, anche se minore,  interdetto  o  inabilitato,

ovvero da uno dei soggetti indicati nell'art. 417.

Se il ricorso concerne persona interdetta o inabilitata

il medesimo e'  presentato  congiuntamente  all'istanza  di

revoca dell'interdizione o dell'inabilitazione  davanti  al

giudice competente per quest'ultima.

I  responsabili  dei   servizi   sanitari   e   sociali

direttamente  impegnati  nella  cura  e  assistenza   della

persona,  ove  a  conoscenza  di  fatti  tali  da   rendere

opportuna l'apertura del procedimento di amministrazione di

sostegno, sono tenuti a proporre  al  giudice  tutelare  il

ricorso di cui all'art. 407 o a fornirne  comunque  notizia

al pubblico ministero.

(Omissis).

417. Istanza d'interdizione o di inabilitazione.

L'interdizione  o   l'inabilitazione   possono   essere

promosse dalle persone indicate negli articoli 414  e  415,

dal coniuge,  dalla  persona  stabilmente  convivente,  dai

parenti entro  il  quarto  grado,  dagli  affini  entro  il

secondo grado, dal tutore o curatore  ovvero  dal  pubblico

ministero.

Se l'interdicendo o l'inabilitando si  trova  sotto  la

responsabilita' genitoriale  o  ha  per  curatore  uno  dei

genitori, l'interdizione o l'inabilitazione non puo' essere

promossa  che  su  istanza  del  genitore  medesimo  o  del

pubblico ministero.".

Il Capo I del Titolo XII del libro I del codice  civile

e' stato introdotto dalla  legge  9  gennaio  2004,  n.  6,

relativa all'istituzione dell'amministrazione di sostegno e

modifica degli articoli 388, 414, 417, 418, 424, 426, 427 e

429 del codice civile  in  materia  di  interdizioni  e  di

inabilitazione, nonche' relative norme  di  attuazione,  di

coordinamento e finali.

 

 

Art. 4

 

Disposizioni anticipate di trattamento

 

1. Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di  volere,  in

previsione di un'eventuale futura incapacita' di  autodeterminarsi  e

dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle  conseguenze

delle sue scelte, puo',  attraverso  le  DAT,  esprimere  le  proprie

volonta' in materia di trattamenti sanitari, nonche' il consenso o il

rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche  e

a singoli trattamenti sanitari. Indica altresi' una  persona  di  sua

fiducia, di seguito denominata «fiduciario», che ne faccia le veci  e

la rappresenti nelle relazioni con  il  medico  e  con  le  strutture

sanitarie.

2. Il fiduciario deve essere una persona maggiorenne  e  capace  di

intendere e di volere.  L'accettazione  della  nomina  da  parte  del

fiduciario avviene attraverso la sottoscrizione delle DAT o con  atto

successivo, che e' allegato alle DAT. Al fiduciario e' rilasciata una

copia delle DAT. Il fiduciario puo' rinunciare alla nomina  con  atto

scritto, che e' comunicato al disponente.

3. L'incarico del fiduciario puo' essere revocato dal disponente in

qualsiasi momento, con le stesse modalita' previste per la  nomina  e

senza obbligo di motivazione.

4. Nel  caso  in  cui  le  DAT  non  contengano  l'indicazione  del

fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto o sia divenuto

incapace, le DAT mantengono efficacia in  merito  alle  volonta'  del

disponente. In caso di necessita', il giudice tutelare provvede  alla

nomina di un amministratore di sostegno, ai  sensi  del  capo  I  del

titolo XII del libro I del codice civile.

5. Fermo restando quanto previsto dal comma 6 dell'articolo  1,  il

medico e' tenuto al rispetto  delle  DAT,  le  quali  possono  essere

disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con  il

fiduciario,  qualora  esse  appaiano  palesemente  incongrue  o   non

corrispondenti alla condizione clinica attuale  del  paziente  ovvero

sussistano terapie non  prevedibili  all'atto  della  sottoscrizione,

capaci  di  offrire  concrete  possibilita'  di  miglioramento  delle

condizioni di vita. Nel caso di conflitto  tra  il  fiduciario  e  il

medico, si procede ai sensi del comma 5, dell'articolo 3.

6. Le DAT devono essere redatte per atto pubblico o  per  scrittura

privata  autenticata  ovvero   per   scrittura   privata   consegnata

personalmente dal disponente presso l'ufficio dello stato civile  del

comune  di  residenza   del   disponente   medesimo,   che   provvede

all'annotazione in apposito registro, ove istituito, oppure presso le

strutture sanitarie, qualora ricorrano i presupposti di cui al  comma

7. Sono esenti dall'obbligo di registrazione, dall'imposta di bollo e

da qualsiasi altro tributo, imposta, diritto e tassa. Nel caso in cui

le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, le DAT  possono

essere  espresse  attraverso  videoregistrazione  o  dispositivi  che

consentano  alla  persona  con  disabilita'  di  comunicare.  Con  le

medesime forme esse sono rinnovabili, modificabili  e  revocabili  in

ogni momento.  Nei  casi  in  cui  ragioni  di  emergenza  e  urgenza

impedissero di procedere alla revoca delle DAT con le forme  previste

dai  periodi  precedenti,  queste   possono   essere   revocate   con

dichiarazione verbale raccolta o videoregistrata da  un  medico,  con

l'assistenza di due testimoni.

7. Le regioni che adottano modalita' telematiche di gestione  della

cartella  clinica  o  il  fascicolo  sanitario  elettronico  o  altre

modalita' informatiche di gestione dei dati del singolo  iscritto  al

Servizio sanitario nazionale possono, con proprio atto, regolamentare

la  raccolta  di  copia  delle  DAT,   compresa   l'indicazione   del

fiduciario,  e  il  loro  inserimento  nella  banca  dati,  lasciando

comunque al firmatario la liberta' di  scegliere  se  darne  copia  o

indicare dove esse siano reperibili.

8. Entro sessanta giorni dalla data  di  entrata  in  vigore  della

presente legge, il Ministero della salute, le regioni  e  le  aziende

sanitarie provvedono a informare della possibilita'  di  redigere  le

DAT in base alla presente legge, anche attraverso i  rispettivi  siti

Internet.

 

 

 

Art. 5

 

Pianificazione condivisa delle cure

 

1. Nella relazione tra paziente e medico  di  cui  all'articolo  1,

comma 2, rispetto all'evolversi delle conseguenze  di  una  patologia

cronica e invalidante o caratterizzata  da  inarrestabile  evoluzione

con prognosi infausta,  puo'  essere  realizzata  una  pianificazione

delle cure condivisa tra il paziente  e  il  medico,  alla  quale  il

medico e l'equipe sanitaria  sono  tenuti  ad  attenersi  qualora  il

paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter esprimere  il

proprio consenso o in una condizione di incapacita'.

2. Il paziente e, con il suo consenso, i suoi familiari o la  parte

dell'unione civile o il convivente ovvero una persona di sua  fiducia

sono adeguatamente informati, ai sensi dell'articolo 1, comma  3,  in

particolare sul possibile  evolversi  della  patologia  in  atto,  su

quanto il paziente puo'  realisticamente  attendersi  in  termini  di

qualita' della vita, sulle possibilita'  cliniche  di  intervenire  e

sulle cure palliative.

3. Il paziente  esprime  il  proprio  consenso  rispetto  a  quanto

proposto dal medico ai sensi del comma 2 e i propri intendimenti  per

il futuro, compresa l'eventuale indicazione di un fiduciario.

4. Il  consenso  del  paziente  e  l'eventuale  indicazione  di  un

fiduciario, di cui al comma 3, sono espressi in forma scritta ovvero,

nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano,

attraverso video-registrazione  o  dispositivi  che  consentano  alla

persona con disabilita' di comunicare, e sono inseriti nella cartella

clinica e nel  fascicolo  sanitario  elettronico.  La  pianificazione

delle cure puo' essere  aggiornata  al  progressivo  evolversi  della

malattia, su richiesta del paziente o su suggerimento del medico.

5. Per quanto riguarda gli aspetti non  espressamente  disciplinati

dal presente articolo si applicano le disposizioni dell'articolo.

 

 

Art. 6

 

Norma transitoria

 

1. Ai documenti atti ad esprimere le  volonta'  del  disponente  in

merito ai  trattamenti  sanitari,  depositati  presso  il  comune  di

residenza o presso un notaio prima della data di  entrata  in  vigore

della presente legge, si applicano  le  disposizioni  della  medesima

legge.

 

 

Art. 7

 

Clausola di invarianza finanziaria

 

1.   Le   amministrazioni    pubbliche    interessate    provvedono

all'attuazione delle disposizioni della  presente  legge  nell'ambito

delle  risorse  umane,  strumentali  e  finanziarie   disponibili   a

legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la

finanza pubblica.

 

Art. 8

 

Relazione alle Camere

 

1. Il Ministro della salute trasmette  alle  Camere,  entro  il  30

aprile di ogni anno, a decorrere dall'anno  successivo  a  quello  in

corso alla data di  entrata  in  vigore  della  presente  legge,  una

relazione sull'applicazione  della  legge  stessa.  Le  regioni  sono

tenute a fornire le informazioni necessarie entro il mese di febbraio

di ciascun anno, sulla base di questionari predisposti dal  Ministero

della salute.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara'  inserita

nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica

italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla

osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi' 22 dicembre 2017

 

MATTARELLA

 

Gentiloni Silveri,  Presidente  del

Consiglio dei ministri

Visto, il Guardasigilli: Orlando

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REGOLAMENTO (UE) N. 650/2012 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 4 luglio 2012 relativo alle successioni transfrontaliere

CAPO I

AMBITO DI APPLICAZIONE E DEFINIZIONI

Articolo 1

Ambito di applicazione

1.   Il presente regolamento si applica alle successioni a causa di morte. Esso non concerne la materia fiscale, doganale e amministrativa.

2.   Sono esclusi dall’ambito di applicazione del presente regolamento:

a)

lo status delle persone fisiche, i rapporti di famiglia e i rapporti che secondo la legge applicabile a questi ultimi hanno effetti comparabili;

b)

la capacità delle persone fisiche, fatto salvo quanto stabilito all’articolo 23, paragrafo 2, lettera c), e all’articolo 26;

c)

le questioni riguardanti la scomparsa, l’assenza o la morte presunta di una persona fisica;

d)

le questioni riguardanti i regimi patrimoniali tra coniugi e i regimi patrimoniali relativi a rapporti che secondo la legge applicabile a questi ultimi hanno effetti comparabili al matrimonio;

e)

le obbligazioni alimentari diverse da quelle a causa di morte;

f)

la validità formale delle disposizioni a causa di morte fatte oralmente;

g)

i diritti e i beni creati o trasferiti con strumenti diversi dalla successione, quali le donazioni, la comproprietà con reversibilità a favore del comproprietario superstite, i piani pensione, i contratti di assicurazione e accordi analoghi, fatto salvo l’articolo 23, paragrafo 2, lettera i);

h)

le questioni disciplinate dal diritto applicabile alle società, alle associazioni e alle persone giuridiche, quali le clausole degli atti costitutivi e degli statuti di società, associazioni e persone giuridiche che stabiliscono la destinazione delle quote di partecipazione alla morte dei loro membri;

i)

lo scioglimento, l’estinzione e la fusione di società, associazioni e persone giuridiche;

j)

la costituzione, il funzionamento e lo scioglimento di trust;

k)

la natura dei diritti reali;

l)

qualsiasi iscrizione in un registro di diritti su beni mobili o immobili, compresi i requisiti legali relativi a tale iscrizione, e gli effetti dell’iscrizione o della mancata iscrizione di tali diritti in un registro.

Articolo 2

Competenza in materia di successione all’interno degli Stati membri

Il presente regolamento lascia impregiudicata la competenza delle autorità degli Stati membri a trattare questioni di successione.

Articolo 3

Definizioni

1.   Ai fini del presente regolamento si intende per:

a)

«successione», la successione a causa di morte, comprendente qualsiasi modalità di trasferimento di beni, diritti e obbligazioni a causa di morte, che si tratti di un trasferimento volontario per disposizione a causa di morte ovvero di un trasferimento per effetto di successione legittima;

b)

«patto successorio», l’accordo, anche derivante da testamenti reciproci, che conferisce, modifica o revoca, con o senza corrispettivo, diritti nella successione futura di una o più persone parti dell’accordo;

c)

«testamento congiuntivo», il testamento redatto in un unico documento da due o più persone;

d)

«disposizione a causa di morte», un testamento, un testamento congiuntivo o un patto successorio;

e)

«Stato membro d’origine», lo Stato membro in cui, a seconda dei casi, è stata emessa la decisione, è stata approvata o conclusa la transazione giudiziaria, è stato redatto l’atto pubblico o è stato rilasciato il certificato successorio europeo;

f)

«Stato membro dell’esecuzione», lo Stato membro in cui sono richieste la dichiarazione di esecutività o l’esecuzione della decisione, della transazione giudiziaria o dell’atto pubblico;

g)

«decisione», qualsiasi decisione in materia di successioni emessa da un organo giurisdizionale di uno Stato membro, a prescindere dalla denominazione usata, compresa una decisione sulla determinazione delle spese giudiziali da parte del cancelliere;

h)

«transazione giudiziale», la transazione in materia di successioni approvata dall’organo giurisdizionale o conclusa davanti all’organo giurisdizionale nel corso di un procedimento;

i)

«atto pubblico», qualsiasi documento in materia di successioni che sia stato formalmente redatto o registrato come atto pubblico in uno Stato membro e la cui autenticità:

i)

riguardi la firma e il contenuto dell’atto pubblico; nonché

ii)

sia stata attestata da un’autorità pubblica o da altra autorità a tal fine autorizzata dallo Stato membro di origine;

2.   Ai fini del presente regolamento il termine «organo giurisdizionale» indica qualsiasi autorità giudiziaria e tutte le altre autorità e i professionisti legali competenti in materia di successioni che esercitano funzioni giudiziarie o agiscono su delega di un’autorità giudiziaria o sotto il controllo di un’autorità giudiziaria, purché tali altre autorità e professionisti legali offrano garanzie circa l’imparzialità e il diritto di audizione delle parti e purché le decisioni che prendono ai sensi della legge dello Stato membro in cui operano:

a)

possano formare oggetto di ricorso o riesame davanti a un’autorità giudiziaria; e

b)

abbiano forza ed effetto equivalenti a quelli di una decisione dell’autorità giudiziaria nella stessa materia.

Gli Stati membri notificano alla Commissione, conformemente all’articolo 79, le altre autorità e i professionisti legali di cui al primo comma.

CAPO II

COMPETENZA

Articolo 4

Competenza generale

Sono competenti a decidere sull’intera successione gli organi giurisdizionali dello Stato membro in cui il defunto aveva la residenza abituale al momento della morte.

Articolo 5

Accordi di scelta del foro

1.   Se la legge scelta dal defunto per regolare la sua successione conformemente all’articolo 22 è la legge di uno Stato membro, le parti interessate possono convenire che un organo giurisdizionale o gli organi giurisdizionali di tale Stato membro hanno competenza esclusiva a decidere su qualsiasi questione legata alla successione.

2.   L’accordo relativo alla scelta del foro è concluso per iscritto, datato e firmato dalle parti interessate. Si considera equivalente alla forma scritta qualsiasi comunicazione elettronica che consenta una registrazione durevole dell’accordo.

Articolo 6

Dichiarazione di incompetenza in caso di scelta di legge

Quando la legge scelta dal defunto per regolare la sua successione conformemente all’articolo 22 è la legge di uno Stato membro, l’organo giurisdizionale adito ai sensi dell'articolo 4 o dell'articolo 10:

a)

può, su richiesta di una delle parti del procedimento, dichiarare la propria incompetenza se ritiene che gli organi giurisdizionali dello Stato membro della legge scelta siano più adatti a decidere sulla successione tenuto conto delle circostanze pratiche di quest’ultima, quali la residenza abituale delle parti e il luogo in cui sono situati i beni; oppure

b)

dichiara la propria incompetenza se le parti del procedimento hanno convenuto, ai sensi dell’articolo 5, di conferire la competenza a un organo giurisdizionale o agli organi giurisdizionali dello Stato membro della legge scelta.

Articolo 7

Competenza in caso di scelta di legge

Gli organi giurisdizionali dello Stato membro la cui legge sia stata scelta dal defunto conformemente all’articolo 22 sono competenti a decidere sulla successione:

a)

se un organo giurisdizionale preventivamente adito ha dichiarato la propria incompetenza nella stessa causa ai sensi dell’articolo 6;

b)

se le parti del procedimento hanno convenuto, ai sensi dell’articolo 5, di conferire la competenza a un organo giurisdizionale o agli organi giurisdizionali di tale Stato membro; oppure

c)

se le parti del procedimento hanno espressamente accettato la competenza dell’organo giurisdizionale adito.

Articolo 8

Chiusura del procedimento aperto d’ufficio in caso di scelta di legge

L’organo giurisdizionale che ha aperto d’ufficio un procedimento in materia di successioni ai sensi dell’articolo 4 o dell’articolo 10 chiude il procedimento se le parti del procedimento hanno convenuto di regolare la successione amichevolmente in sede stragiudiziale nello Stato membro la cui legge sia stata scelta dal defunto conformemente all’articolo 22.

Articolo 9

Competenza fondata sulla comparizione

1.   Se, nel corso del procedimento davanti a un organo giurisdizionale di uno Stato membro che esercita la competenza ai sensi dell’articolo 7, risulta che non tutte le parti del procedimento sono parte dell’accordo relativo alla scelta del foro, l’organo giurisdizionale continua a esercitare la competenza quando le parti che non sono parte dell’accordo compaiono senza contestare la competenza dell’organo giurisdizionale.

2.   Se la competenza dell’organo giurisdizionale di cui al paragrafo 1 è contestata dalle parti del procedimento che non sono parte dell’accordo in questione, l’organo giurisdizionale dichiara la propria incompetenza.

In tal caso, la competenza a decidere sulla successione spetta agli organi giurisdizionali competenti ai sensi dell’articolo 4 o dell’articolo 10.

Articolo 10

Competenza sussidiaria

1.   Se, al momento della morte, il defunto non risiedeva abitualmente in uno Stato membro, gli organi giurisdizionali di uno Stato membro in cui si trovano beni ereditari sono comunque competenti a decidere sull’intera successione, nella misura in cui:

a)

il defunto possedeva la cittadinanza di quello Stato membro al momento della morte; o, in mancanza,

b)

la precedente residenza abituale del defunto era stabilita in quello Stato membro, purché nel momento in cui l’organo giurisdizionale è adito non sia trascorso un periodo superiore a cinque anni dal cambiamento di tale residenza abituale.

2.   Se nessun organo giurisdizionale di uno Stato membro è competente ai sensi del paragrafo 1, gli organi giurisdizionali dello Stato membro in cui si trovano beni ereditari sono comunque competenti a decidere su tali beni.

Articolo 11

Forum necessitatis

Qualora nessun organo giurisdizionale di uno Stato membro sia competente in forza di altre disposizioni del presente regolamento, in casi eccezionali, gli organi giurisdizionali di uno Stato membro possono decidere sulla successione se un procedimento non può ragionevolmente essere intentato o svolto o si rivela impossibile in uno Stato terzo con il quale la causa ha uno stretto collegamento.

La causa deve presentare un collegamento sufficiente con lo Stato membro dell’organo giurisdizionale adito.

Articolo 12

Limitazione del procedimento

1.   Se l’eredità comprende beni situati in uno Stato terzo, l’organo giurisdizionale adito per decidere sulla successione può, su richiesta di una delle parti, astenersi dal decidere su uno o più di tali beni qualora si possa supporre che la sua decisione sui beni in questione non sarà riconosciuta né, se del caso, dichiarata esecutiva in tale Stato terzo.

2.   Il paragrafo 1 non pregiudica il diritto delle parti di limitare l’oggetto del procedimento ai sensi della legge dello Stato membro dell’organo giurisdizionale adito.

Articolo 13

Accettazione o rinuncia dell’eredità, di un legato o di una quota di legittima

Oltre all’organo giurisdizionale competente a decidere sulla successione ai sensi del presente regolamento, gli organi giurisdizionali dello Stato membro di residenza abituale di qualsiasi persona che, in base alla legge applicabile alla successione, può rendere dinanzi a un organo giurisdizionale una dichiarazione di accettazione dell’eredità, di un legato o di una quota, oppure una dichiarazione diretta a limitare la responsabilità della persona interessata in relazione alle passività ereditarie, sono competenti a ricevere tali dichiarazioni quando, in base alla legge di tale Stato membro, dette dichiarazioni possono essere rese dinanzi ad un organo giurisdizionale.

Articolo 14

Adizione dell’organo giurisdizionale

Ai fini del presente capo, un organo giurisdizionale è considerato adito:

a)

alla data in cui la domanda giudiziale o un atto equivalente è depositato presso l’organo giurisdizionale, a condizione che il richiedente non abbia in seguito omesso di prendere le misure che era tenuto a prendere affinché l’atto fosse notificato o comunicato al convenuto;

b)

se l’atto deve essere notificato o comunicato prima di essere depositato presso l’organo giurisdizionale, alla data della sua ricezione da parte dell’autorità incaricata della notificazione o comunicazione, a condizione che il richiedente non abbia in seguito omesso di prendere le misure che era tenuto a prendere affinché l’atto fosse depositato presso l’organo giurisdizionale; o

c)

se i procedimenti sono aperti d’ufficio, alla data in cui l’autorità giurisdizionale decide di aprire il procedimento o, ove tale decisione non sia richiesta, alla data in cui la causa è registrata dall’autorità giurisdizionale.

Articolo 15

Verifica della competenza

L’organo giurisdizionale di uno Stato membro investito di una causa in materia di successione per la quale non è competente in base al presente regolamento dichiara d’ufficio la propria incompetenza.

Articolo 16

Verifica della ricevibilità

1.   Se il convenuto che ha la residenza abituale nel territorio di uno Stato diverso dallo Stato membro in cui l’azione è stata proposta non compare, l’organo giurisdizionale competente sospende il procedimento fino a quando sia accertato che il convenuto è stato messo nelle condizioni di ricevere la domanda giudiziale o un atto equivalente in tempo utile a consentirgli di presentare le proprie difese o, che sono stati effettuati tutti gli adempimenti in tal senso.

2.   In luogo del paragrafo 1 del presente articolo, si applica l’articolo 19 del regolamento (CE) n. 1393/2007 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 novembre 2007, relativo alla notificazione e alla comunicazione negli Stati membri degli atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile o commerciale («notificazione o comunicazione degli atti») (9), qualora sia stato necessario trasmettere da uno Stato membro a un altro la domanda giudiziale o un atto equivalente a norma di tale regolamento.

3.   Ove non sia applicabile il regolamento (CE) n. 1393/2007, si applica l’articolo 15 della convenzione dell’Aia del 15 novembre 1965 relativa alla notificazione e alla comunicazione all’estero degli atti giudiziari ed extragiudiziari in materia civile o commerciale, qualora sia stato necessario trasmettere all’estero la domanda giudiziale o un atto equivalente a norma di tale convenzione.

Articolo 17

Litispendenza

1.   Qualora davanti a organi giurisdizionali di Stati membri differenti e tra le stesse parti siano state proposte domande aventi il medesimo oggetto e il medesimo titolo, l’organo giurisdizionale successivamente adito sospende d’ufficio il procedimento fino a quando sia stata accertata la competenza dell’organo giurisdizionale preventivamente adito.

2.   Ove sia accertata la competenza dell’organo giurisdizionale preventivamente adito, l’organo giurisdizionale successivamente adito dichiara la propria incompetenza a favore del primo.

Articolo 18

Connessione

1.   Ove più cause connesse siano pendenti davanti agli organi giurisdizionali di Stati membri differenti, l’organo giurisdizionale successivamente adito può sospendere il procedimento.

2.   Se tali cause sono pendenti in primo grado, l’organo giurisdizionale successivamente adito può parimenti dichiarare la propria incompetenza su richiesta di una delle parti a condizione che l’organo giurisdizionale preventivamente adito sia competente a conoscere delle domande proposte e la sua legge consenta la riunione dei procedimenti.

3.   Agli effetti del presente articolo sono connesse le cause aventi tra di loro un collegamento così stretto da rendere opportune una trattazione e una decisione uniche per evitare decisioni tra loro incompatibili ove le cause fossero trattate separatamente.

Articolo 19

Provvedimenti provvisori e cautelari

I provvedimenti provvisori o cautelari previsti dalla legge di uno Stato membro possono essere richiesti agli organi giurisdizionali di tale Stato anche se, in forza del presente regolamento, la competenza a conoscere nel merito è riconosciuta agli organi giurisdizionali di un altro Stato membro.

CAPO III

LEGGE APPLICABILE

Articolo 20

Applicazione universale

La legge designata dal presente regolamento si applica anche ove non sia quella di uno Stato membro.

Articolo 21

Criterio generale

1.   Salvo quanto diversamente previsto dal presente regolamento, la legge applicabile all’intera successione è quella dello Stato in cui il defunto aveva la propria residenza abituale al momento della morte.

2.   Se, in via eccezionale, dal complesso delle circostanze del caso concreto risulta chiaramente che, al momento della morte, il defunto aveva collegamenti manifestamente più stretti con uno Stato diverso da quello la cui legge sarebbe applicabile ai sensi del paragrafo 1, la legge applicabile alla successione è la legge di tale altro Stato.

Articolo 22

Scelta di legge

1.   Una persona può scegliere come legge che regola la sua intera successione la legge dello Stato di cui ha la cittadinanza al momento della scelta o al momento della morte.

Una persona con più di una cittadinanza può scegliere la legge di uno qualsiasi degli Stati di cui ha la cittadinanza al momento della scelta o al momento della morte.

2.   La scelta di legge deve essere effettuata in modo espresso a mezzo di dichiarazione resa nella forma di una disposizione a causa di morte o risultare dalle clausole di tale disposizione.

3.   La validità sostanziale dell’atto con cui è stata fatta la scelta di legge è disciplinata dalla legge scelta.

4.   La modifica o la revoca della scelta di legge devono soddisfare le condizioni di forma previste per la modifica o la revoca di una disposizione a causa di morte.

Articolo 23

Ambito di applicazione della legge applicabile

1.   La legge designata a norma dell’articolo 21 o dell’articolo 22 regola l’intera successione.

2.   Tale legge regola in particolare:

a)

le cause, il momento e il luogo dell’apertura della successione;

b)

l’individuazione dei beneficiari, delle loro quote rispettive e degli eventuali oneri imposti loro dal defunto e la determinazione degli altri diritti successori, compresi i diritti del coniuge o del partner superstite;

c)

la capacità di succedere;

d)

la diseredazione e l’indegnità;

e)

il trasferimento agli eredi e, se del caso, ai legatari, dei beni, dei diritti e delle obbligazioni che fanno parte del patrimonio ereditario, comprese le condizioni e gli effetti dell’accettazione dell’eredità o del legato ovvero della rinuncia all’eredità o al legato;

f)

i poteri degli eredi, degli esecutori testamentari e degli altri amministratori dell’eredità, in particolare per quanto riguarda la vendita dei beni e il pagamento dei creditori, fatti salvi i poteri di cui all’articolo 29, paragrafi 2 e 3;

g)

la responsabilità per i debiti ereditari;

h)

la quota disponibile, le quote di legittima e altre restrizioni alla libertà di disporre a causa di morte nonché gli eventuali diritti che le persone vicine al defunto possono vantare nei confronti dell’eredità o degli eredi;

i)

la collazione e la riduzione delle liberalità ai fini del calcolo delle quote dei diversi beneficiari;

j)

la divisione dell’eredità.

Articolo 24

Disposizioni a causa di morte diverse dai patti successori

1.   Una disposizione a causa di morte diversa da un patto successorio è disciplinata, per quanto riguarda l’ammissibilità e la validità sostanziale, dalla legge che, in forza del presente regolamento, sarebbe stata applicabile alla successione della persona che ha fatto la disposizione se fosse deceduta il giorno in cui è stata fatta la disposizione.

2.   In deroga a quanto stabilito al paragrafo 1, una persona può scegliere come legge regolatrice della sua disposizione a causa di morte, per quanto riguarda l’ammissibilità e la validità sostanziale, la legge che avrebbe potuto scegliere conformemente all’articolo 22 alle condizioni ivi stabilite.

3.   Il paragrafo 1 si applica, in quanto compatibile, alla modifica o alla revoca di una disposizione a causa di morte diversa da un patto successorio. In caso di scelta di legge a norma del paragrafo 2, la modifica o la revoca sono disciplinate dalla legge scelta.

Articolo 25

Patti successori

1.   Un patto successorio avente a oggetto la successione di una sola persona è disciplinato, per quanto riguarda l’ammissibilità, la validità sostanziale e gli effetti vincolanti tra le parti, comprese le condizioni di scioglimento, dalla legge che, in forza del presente regolamento, sarebbe stata applicabile alla successione di tale persona se questa fosse deceduta il giorno della conclusione del patto.

2.   Un patto successorio avente a oggetto la successione di più persone è ammissibile solo se è ammissibile in base a ciascuna delle leggi che, in forza del presente regolamento, avrebbero regolato la successione di ciascuna di tali persone se esse fossero decedute il giorno della conclusione del patto.

Un patto successorio ammissibile ai sensi del primo comma del presente paragrafo è disciplinato, per quanto riguarda la validità sostanziale e gli effetti vincolanti tra le parti, comprese le condizioni per il suo scioglimento, dalla legge con la quale presenta il collegamento più stretto tra quelli menzionati al primo comma del presente paragrafo.

3.   In deroga ai paragrafi 1 e 2, le parti possono scegliere come legge regolatrice del loro patto successorio, per quanto riguarda l’ammissibilità, la validità sostanziale e gli effetti vincolanti tra le parti, comprese le condizioni per il suo scioglimento, la legge che la persona o una delle persone della cui successione si tratta avrebbe potuto scegliere ai sensi dell’articolo 22, alle condizioni ivi indicate.

Articolo 26

Validità sostanziale delle disposizioni a causa di morte

1.   Ai fini degli articoli 24 e 25 i seguenti elementi sono attinenti alla validità sostanziale:

a)

la capacità della persona che fa la disposizione a causa di morte di fare tale disposizione;

b)

le cause specifiche che impediscono alla persona che fa la disposizione di disporre a favore di determinate persone o che impediscono a una persona di ricevere beni della successione dalla persona che fa la disposizione;

c)

l’ammissibilità della rappresentanza ai fini di una disposizione a causa di morte;

d)

l’interpretazione della disposizione;

e)

il dolo, la violenza, l’errore e qualsiasi altra questione legata al consenso o alla volontà della persona che fa la disposizione.

2.   Se una persona ha la capacità di fare una disposizione a causa di morte secondo la legge applicabile a norma dell’articolo 24 o dell’articolo 25, una successiva modifica della legge applicabile lascia impregiudicata la sua capacità di modificare o revocare une tale disposizione.

Articolo 27

Validità formale delle disposizioni a causa di morte fatte per iscritto

1.   Una disposizione a causa di morte fatta per iscritto è valida quanto alla forma se questa è conforme alla legge:

a)

dello Stato in cui la disposizione è stata fatta o il patto successorio è stato concluso; o

b)

di uno degli Stati di cui il testatore o almeno una delle persone la cui successione è interessata da un patto successorio possedeva la cittadinanza al momento in cui la disposizione è stata fatta o il patto è stato concluso, o al momento della morte; o

c)

di uno degli Stati in cui il testatore o almeno una delle persone la cui successione è interessata da un patto successorio aveva il domicilio al momento in cui la disposizione è stata fatta o il patto è stato concluso, o al momento della morte; o

d)

dello Stato in cui il testatore o almeno una delle persone la cui successione è interessata da un patto successorio aveva la residenza abituale al momento in cui la disposizione è stata fatta o il patto è stato concluso, o al momento della morte; o

e)

per quanto riguarda i beni immobili, dello Stato in cui i beni immobili sono situati.

Per determinare se il testatore o ogni persona la cui successione è interessata dal patto successorio hanno o meno il proprio domicilio in un determinato Stato si applica la legge di tale Stato.

2.   Il paragrafo 1 si applica anche alle disposizioni a causa di morte che modificano o revocano una precedente disposizione. La modifica o la revoca è parimenti valida quanto alla forma se è conforme a una delle leggi in virtù delle quali, ai sensi del paragrafo 1, era valida la disposizione a causa di morte modificata o revocata.

3.   Ai fini del presente articolo, sono considerate attinenti alla forma le disposizioni di legge che limitano le forme ammesse delle disposizioni a causa di morte con riferimento all’età, alla cittadinanza o ad altre qualità personali del testatore o delle persone la cui successione è interessata da un patto successorio. Lo stesso vale per i requisiti che devono possedere i testimoni richiesti per la validità di una disposizione a causa di morte.

Articolo 28

Validità formale della dichiarazione riguardante l’accettazione o la rinuncia

La dichiarazione riguardante l’accettazione dell’eredità, di un legato o di una quota di legittima o la rinuncia ad essi, ovvero la dichiarazione volta a limitare la responsabilità della persona che effettua la dichiarazione è valida quanto alla forma se soddisfa i requisiti previsti:

a)

dalla legge applicabile alla successione a norma dell’articolo 21 o dell’articolo 22; o

b)

dalla legge dello Stato in cui la persona che fa la dichiarazione ha la propria residenza abituale.

Articolo 29

Disposizioni specifiche in materia di nomina e poteri di un amministratore dell’eredità in determinate situazioni

1.   Qualora la nomina di un amministratore sia obbligatoria ovvero obbligatoria su richiesta ai sensi della legislazione dello Stato membro i cui organi giurisdizionali sono competenti a decidere sulla successione in conformità al presente regolamento e qualora la legge applicabile alla successione sia una legge straniera, gli organi giurisdizionali di tale Stato membro possono, quando aditi, nominare uno o più amministratori della successione conformemente alla propria legge nazionale, fatte salve le condizioni stabilite nel presente articolo.

L’amministratore o gli amministratori nominati ai sensi del presente paragrafo sono abilitati a eseguire il testamento del defunto e/o amministrare l’eredità a norma della legge applicabile alla successione. Se tale legge non prevede l’amministrazione dell’eredità da parte di una persona che non è un beneficiario, gli organi giurisdizionali dello Stato membro in cui l’amministratore deve essere nominato possono nominare un amministratore terzo ai sensi della propria legge nazionale qualora quest’ultima lo richieda e sussista un grave conflitto di interessi tra i beneficiari o tra i beneficiari e i creditori o altre persone che abbiano garantito i debiti del defunto ovvero un disaccordo tra i beneficiari sull’amministrazione dell’eredità o qualora l’eredità sia di complessa amministrazione a causa della natura dei beni.

L’amministratore o gli amministratori nominati ai sensi del presente paragrafo sono gli unici soggetti abilitati a esercitare i poteri di cui ai paragrafi 2 o 3.

2.   L’amministratore o gli amministratori nominati ai sensi del paragrafo 1 esercitano i poteri di amministrare l’eredità ai quali sono abilitati a norma della legge applicabile alla successione. L’organo giurisdizionale che provvede alla nomina può determinare nella sua decisione condizioni specifiche per l’esercizio di detti poteri in conformità alla legge applicabile alla successione.

Se la legge applicabile alla successione non prevede poteri sufficienti per conservare i beni dell’eredità o proteggere i diritti dei creditori o di altre persone che abbiano garantito i debiti del defunto, l’organo giurisdizionale che provvede alla nomina può decidere di permettere all’amministratore o agli amministratori di esercitare, in via residuale, i poteri previsti a tal fine dalla propria legge e nella relativa decisione può fissare condizioni specifiche per l’esercizio di tali poteri in conformità alla legge.

Nell’esercizio di tali poteri residuali l’amministratore o gli amministratori devono tuttavia rispettare la legge applicabile alla successione per quanto riguarda il trasferimento della proprietà dei beni ereditari, le responsabilità per i debiti ereditari, i diritti dei beneficiari, tra cui, se del caso, il diritto di accettare l’eredità o di rinunciare ad essa e, se del caso, i poteri dell’esecutore testamentario.

3.   In deroga al paragrafo 2, l’organo giurisdizionale che nomina uno o più amministratori ai sensi del paragrafo 1 può, in via eccezionale, qualora la legge applicabile alla successione sia la legge di uno Stato terzo, decidere di conferire agli amministratori tutti i poteri di amministrazione previsti dal diritto dello Stato membro in cui sono nominati.

Nell’esercizio di tali poteri, tuttavia, gli amministratori rispettano, in particolare, l’individuazione dei beneficiari e i loro diritti successori, incluso il diritto alla quota di legittima o le loro rivendicazioni nei confronti dell’eredità o degli eredi ai sensi della legge applicabile alla successione.

Articolo 30

Norme speciali che impongono restrizioni alla successione di determinati beni

Se la legge dello Stato in cui sono situati determinati beni immobili, imprese o altre categorie particolari di beni contiene norme speciali che, per ragioni di carattere economico, familiare o sociale, impongono restrizioni alla successione di tali beni, tali norme speciali si applicano alla successione purché, in base alla legge di tale Stato, esse si applichino indipendentemente dalla legge applicabile alla successione.

Articolo 31

Adattamento dei diritti reali

Se una persona invoca un diritto reale che le spetta secondo la legge applicabile alla successione e la legge dello Stato membro in cui il diritto è invocato non conosce il diritto reale in questione, tale diritto è adattato, se necessario e nella misura del possibile, al diritto reale equivalente più vicino previsto dalla legge di tale Stato, tenendo conto degli obiettivi e degli interessi perseguiti dal diritto reale in questione nonché dei suoi effetti.

Articolo 32

Commorienza

Quando due o più persone le cui successioni sono regolate da leggi diverse decedono in circostanze che non consentono di determinare l’ordine dei decessi e quelle leggi regolano la fattispecie in maniera differente ovvero non la regolano affatto, nessuna di tali persone ha diritto di succedere all’altra o alle altre.

Articolo 33

Eredità vacante

Nella misura in cui, secondo la legge applicabile alla successione ai sensi del presente regolamento, non vi siano disposizioni a causa di morte che istituiscano eredi o legatari, né persone fisiche che abbiano diritto di succedere per legge, l’applicazione della legge così determinata non osta al diritto di uno Stato membro o di un’istituzione designata dalla legge di quello Stato di acquisire a norma della propria legge i beni ereditari situati sul suo territorio, a condizione che i creditori possano chiedere di soddisfare i propri crediti con tutti i beni caduti in successione.

Articolo 34

Rinvio

1.   Quando il presente regolamento prescrive l’applicazione della legge di uno Stato terzo, esso si riferisce all’applicazione delle norme giuridiche in vigore in tale Stato, comprese le norme di diritto internazionale privato, nella misura in cui tali norme rinviino:

a)

alla legge di uno Stato membro; o

b)

alla legge di un altro Stato terzo che applicherebbe la propria legge.

2.   Il rinvio non opera con riferimento alle leggi indicate all’articolo 21, paragrafo 2, all’articolo 22, all’articolo 27, all’articolo 28, lettera b), e all’articolo 30.

Articolo 35

Ordine pubblico

L’applicazione di una disposizione della legge di uno Stato designata dal presente regolamento può essere esclusa solo qualora tale applicazione risulti manifestamente incompatibile con l’ordine pubblico del foro dell’autorità giurisdizionale o di altra autorità competente che si occupa della successione.

Articolo 36

Ordinamenti plurilegislativi a base territoriale

1.   Se la legge designata dal presente regolamento è quella di uno Stato che si compone di più unità territoriali, ciascuna delle quali ha una propria normativa in materia di successione, le norme interne di tale Stato in materia di conflitti di legge determinano l’unità territoriale pertinente la cui normativa si applica.

2.   In mancanza di norme interne in materia di conflitti di legge:

a)

ogni riferimento alla legge dello Stato di cui al paragrafo 1 deve intendersi, ai fini della determinazione della legge designata dalle disposizioni che si riferiscono alla residenza abituale del defunto, come riferimento alla legge dell’unità territoriale in cui il defunto aveva la residenza abituale al momento della morte;

b)

ogni riferimento alla legge dello Stato di cui al paragrafo 1 deve intendersi, ai fini della determinazione della legge designata dalle disposizioni che si riferiscono alla cittadinanza del defunto, come riferimento alla legge dell’unità territoriale con cui il defunto aveva il collegamento più stretto;

c)

ogni riferimento alla legge dello Stato di cui al paragrafo 1 deve intendersi, ai fini della determinazione della legge designata da disposizioni che si riferiscono ad altri elementi quali criteri di collegamento, come riferimento alla legge dell’unità territoriale in cui l’elemento in questione è situato.

3.   In deroga al paragrafo 2, ogni riferimento alla legge dello Stato di cui al paragrafo 1 deve intendersi, ai fini della determinazione della legge designata ai sensi dell’articolo 27 e in mancanza di norme interne in materia di conflitti di legge in tale Stato, come riferimento alla legge dell’unità territoriale con cui il testatore o le persone la cui successione è interessata da un patto successorio avevano il collegamento più stretto.

Articolo 37

Ordinamenti plurilegislativi a base personale

Se uno Stato ha due o più sistemi giuridici o complessi di norme applicabili a categorie diverse di persone in materia di successione, ogni riferimento alla legge di tale Stato deve intendersi come riferimento al sistema giuridico o al complesso di norme determinato dalle norme in vigore in tale Stato. In mancanza di tali norme, si applica il sistema giuridico o il complesso di norme con cui il defunto aveva il collegamento più stretto.

Articolo 38

Non applicazione del presente regolamento ai conflitti interni di leggi

Uno Stato membro che si compone di più unità territoriali, ciascuna con una propria normativa in materia di successione, non è tenuto ad applicare il presente regolamento ai conflitti di legge che riguardano unicamente tali unità.

CAPO IV

RICONOSCIMENTO, ESECUTIVITÀ ED ESECUZIONE DELLE DECISIONI

Articolo 39

Riconoscimento

1.   Le decisioni emesse in uno Stato membro sono riconosciute negli altri Stati membri senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento particolare.

2.   In caso di contestazione, ogni parte interessata che chieda il riconoscimento in via principale di una decisione può far accertare, secondo il procedimento di cui agli articoli da 45 a 58, che la decisione sia riconosciuta.

3.   Se il riconoscimento è richiesto in via incidentale in un procedimento davanti a un’autorità giurisdizionale di uno Stato membro, tale autorità giurisdizionale è competente al riguardo.

Articolo 40

Motivi di diniego del riconoscimento

Le decisioni non sono riconosciute:

a)

se il riconoscimento è manifestamente contrario all’ordine pubblico dello Stato membro in cui è richiesto il riconoscimento;

b)

se la domanda giudiziale o un atto equivalente non è stato notificato o comunicato al convenuto contumace in tempo utile e in modo tale da consentirgli di presentare la propria difesa, eccetto qualora, pur avendone avuto la possibilità, egli non abbia impugnato la decisione;

c)

se sono incompatibili con una decisione emessa in un procedimento tra le stesse parti nello Stato membro in cui è richiesto il riconoscimento;

d)

se sono incompatibili con una decisione emessa precedentemente tra le stesse parti in un altro Stato membro o in un paese terzo, in un procedimento avente il medesimo oggetto e il medesimo titolo, qualora tale decisione soddisfi le condizioni necessarie per essere riconosciuta nello Stato membro in cui è richiesto il riconoscimento.

Articolo 41

Divieto di riesame del merito

In nessun caso la decisione emessa in uno Stato membro può formare oggetto di un riesame del merito.

Articolo 42

Sospensione del procedimento di riconoscimento

L’organo giurisdizionale di uno Stato membro davanti al quale è chiesto il riconoscimento di una decisione emessa in un altro Stato membro può sospendere il procedimento se la decisione è stata impugnata con un mezzo ordinario nello Stato membro di origine.

Articolo 43

Esecutività

Le decisioni emesse in uno Stato membro e ivi esecutive sono eseguite in un altro Stato membro dopo essere state ivi dichiarate esecutive su istanza di una parte interessata secondo la procedura di cui agli articoli da 45 a 58.

Articolo 44

Determinazione del domicilio

Per determinare se, ai fini della procedura di cui agli articoli da 45 a 58, una parte sia domiciliata nello Stato membro dell’esecuzione, l’organo giurisdizionale adito applica la legge interna di tale Stato membro.

Articolo 45

Competenza territoriale

1.   La domanda volta a ottenere una dichiarazione